lunedì, 24 novembre 2008
11:27

Il lato chiaro di questa societĂ 

La pazienza l'emo persa, essendo questo uno striscione romano, in altre città l'eventuale perdita della virtù dei forti, può essere declinata a piacimento

La violenza sulle donne non è l'esito di una devianza eccezionale, ne' responsabilità di degenerati. E' il lato chiaro di questa società, della sua cultura, della sua organizzazione e di politiche che, umiliandone la condizione, ricacciano le donne in casa, il luogo meno sicuro, quello in cui sono più esposte.

Ce lo hanno chiarito sabato scorso anche le studentesse dell'Onda : tra i disoccupati, le donne sono le ultime a trovare un lavoro, tra le precarie le prime a perderlo, ma staranno a casa anche quelle che non potranno più usufruire del tempo pieno per i loro figli . Le donne, pagano la crisi - slogan caro alle surfiste - più di tutti gli altri.

Scritto da sedlex in: venticinque novembre
commenti: commenti (popup) | commenti
domenica, 25 novembre 2007
01:47

Riflessi

Imma«La piazza era nostra» dicono le organizzatrici, che sottolineano il fatto che ad essere intervistate «erano due esponenti politici che, tra le altre cose, hanno votato il pacchetto sicurezza che a noi non è mai piaciuto». Una vera e propria «prevaricazione», secondo le organizzatrici, che «non è rispettosa dello spirito stesso della manifestazione. Se poi a questo si aggiunge l’intervista su un palco dove non avrebbe dovuto salire nessuno, allora - spiegano - è comprensibile quello che è successo oggi». da Stampa.it

Tutto avrei pensato fuori che ieri pomeriggio oltre che la nostra determinazione e la nostra rabbia, avremmo dovuto esibire anche tutta la nostra Purezza di donne che non hanno bisogno di nulla : ne' della Politica, ne' di un patto con gli uomini, ai quali da qualche tempo stiamo  chiedendo una presa di parola, ne' dei cronisti ai quali invece spesso rimproveriamo di ignorare o non saper raccontare la nostra storia.Così anche noi, non  potendo fare a meno di rifare il verso alle 10 100 1000 Nassiria o ai falò di bandiere, o a tutto il corredo di metafore  inutilmente violente che caratterizzano spezzoni minoritari dei cortei della sinistra da un po' di tempo in qua, abbiamo guadagnato il nostro quarto d'ora di gloria decidendo CHI tra le donne avrebbe dovuto esserci e CHI no , CHI avrebbe potuto parlare e CHI  tacere. Infine a chi sarebbe toccata la titolarità della manifestazione e quindi le interviste e le dichiarazioni dell'ufficialità. L'Egemonia, si sa , si conquista sul campo a insulti e spintoni . Ma davvero noi pensiamo di andare lontano , interrompendo la diretta dell'unica televisione che ci ha dato spazio? Davvero crediamo che emarginare Stefania Prestigiacomo o aver dato della venduta a Barbara Pollastrini, sia una grande conquista del movimento delle donne ? C'è un solo modo per abbattere la violenza, il femminicidio, l'assalto maschile alla libertà delle donne nel mondo : diventare Soggetti Politici senza smettere mai di interrogarsi, perchè la violenza ci riguarda non solo come vittime ma come riflesso dell'altro che ha lasciato l'impronta. Ne sono state una chiara testimonianza ieri pomeriggio, i comportamenti emulativi delle modalità di gestire i rapporti politici dei maschi. Questa non è e non sarà mai la nostra Storia.

Nell'illustrazione Imma Battaglia che ha difeso la presenza di Stefania Prestigiacomo al corteo

Scritto da sedlex in: venticinque novembre
commenti: commenti (10)(popup) | commenti (10)
venerdì, 23 novembre 2007
22:28

SCATENIAMOCI

Scritto da sedlex in: venticinque novembre
commenti: commenti (7)(popup) | commenti (7)
mercoledì, 07 novembre 2007
02:28

Giovanna chi?

sessismoPoche ore sono bastate perchè il tema della violenza sulle donne, trasversale, transnazionale e globalizzata, venisse rimosso a destra come a sinistra per lasciare spazio alla razionalità politica,ai temi alti della biopolitica, dell'immigrazione,della costituzionalità dei provvedimenti,della sicurezza  nell'era post ideologica ,della responsabilità penale individuale o delle espulsioni vere o presunte,di massa, individuali o di famiglia.Sui temi si sono pronunziati i giuristi i sociologi,gli psichiatri i sacerdoti, le camere penali ,i prefetti,i politici i giornalisti e l'immancabile Comunità Europea.Tutti invariabilmente dimentichi di Giovanna. E' indecente la strumentalità con la quale si vogliono  legittimare i provvedimenti,le ronde e il repulisti da una parte ma è altrettanto disdicevole dall'altra ,la facilità con cui quell'omicidio scivola nelle argomentazioni di chi vuole difendere i colpevoli e si rifiuta di criminalizzarli.La questione sessuale è radicata nel razzismo come nella solidarietà.Non uno degli uomini che proclama di avere a cuore la sicurezza e il bene comune sarà credibile finchè trasferirà sui romeni (o chi per loro) un'autocoscienza che non riesce a fare su di sè.Nessun uomo che ha a cuore l'accoglienza dei rom o dei romeni sarà credibile finchè non s'interrogherà sulle violenze di cui le donne romene o rom sono vittime nelle loro case.Il ventiquattro novembre si annuncia una manifestazione di donne contro la violenza sulle donne, in occasione dell'omonima giornata internazionale (che poi è il venticinque) .Mi rifiuto (per la prima volta) di scendere in piazza o di partecipare a convegni.L'omicidio di Giovanna ad opera di un romeno per caso,chiama ad un ordine differente delle cose : quando gli uomini convocheranno la manifestazione del 25 novembre,io parteciperò alle iniziative.Prima no.

Scritto da sedlex in: venticinque novembre
commenti: commenti (28)(popup) | commenti (28)
domenica, 26 novembre 2006
14:30

Non tutti sono così


In questi giorni, le agenzie hanno sfornato in continuazione le cifre del disastro. Fonti Onu, Amnesty International e la nostra Istat, sono concordi : dai sedici ai cinquanta anni, la prima causa di morte delle donne nel mondo è la violenza maschile,oltre del 90 % degli episodi avviene in famiglia.Più sconvolgenti ancora sono i dati che provengono dall'Occidente.Certo non tutti gli uomini sono così ,ci sono i compagni affettuosi, i nostri amici più cari, i figli maschi che abbiamo cercato di allevare nel rispetto delle differenze.Tuttavia se chiedessimo loro di commentare i dati sulla violenza risponderebbero adducendo motivazioni religiose, storiche psicologiche,geografiche, sociologiche.Eppure le cifre coinvolgono trasversalmente i paesi del sottosviluppo come le città ricche ed evolute.In Europa come in Afghanistan negli Stati Uniti come in Uganda.La discriminazione, lo sfruttamento, le molteplici forme di violenza che subiscono ancora le donne, parlano una lingua universale, e se sembrano talvolta “altre”, straniere tra loro, è solo per una sfasatura di tempi, di “emancipazione” -quel “ritardo” o “avanzamento” per cui il “delitto d’onore”, ha smesso di costituire un’ attenuante nei tribunali italiani solo trent’anni fa. Intervenire repressivamente, prolungando di anni l’attesa della cittadinanza per gli immigrati, vincolandola a obblighi formali di rispetto per i nostri valori e diritti sulla base magari di un test, come ha fatto lo Stato tedesco di Baden Wùrttember, oltre a essere un provvedimento di buone intenzioni ma inefficace, risulta soprattutto fuorviante per un problema che riguarda prioritariamente l’educazione, la formazione dell’individuo, le relazioni sociali, il confronto delle esperienze, l’allenamento quotidiano alla reciprocità, la conoscenza di ciò che ci rende differenti e simili al tempo stesso a tutti gli altri.Il nodo da sciogliere è perché un numero così spropositato di maschi, portatori di condizioni, storie, traumi, ideologie, ignoranze e culture diverse, trovi il modo di risolverle, dimenticarle, vendicarle, affermarle usando violenza alle donne, cercando il loro annullamento e umiliazione totale.
Dentro questo nodo stanno molte questioni. Ad esempio quella del rapporto fra la sessualità maschile e il potere. Può darsi, come sostengono alcuni, che questo rapporto abbia avuto poco tempo (cioè pochi milioni di anni) per evolversi, e che quindi adesso possiamo spingerci poco oltre le buone intenzioni. Ma può darsi anche che qualche piccola accelerazione al processo di umanizzazione della sessualità maschile si possa mettere in atto.
La condizione, però, è che innanzitutto gli uomini che si sentono, almeno a livello conscio, distanti dalla maschilità aggressiva e violenta, assumano su di sé la questione, rinunciando a pensare che la cosa non li riguarda, che è affare di altri, anche quelli maschi ma di altra specie.
In questa direzione, molto ha da insegnare a tutte e a tutti la lucidità del lavoro di alcuni gruppi di riflessione maschili sparsi per l’Italia.La loro ricerca è tesa a trovare un modo di essere uomini che rompa con quanto, nella costruzione storica della maschilità, ha prodotto ilnesso profondo fra genere maschile e volontà/bisogno di dominio; una rottura, però, non limitata all’aspetto volontaristico (“non si deve fare”), ma prodotta dalla scoperta e dall’esperienza che un modo nuovo di essere uomini è veramente liberante, prima di tutto per sé. E una condizione per avviarsi su questa strada è il riconoscimento di un altro desiderio, un’altra soggettività e un’altra libertà — quelle femminili — che stanno di fronte al desiderio e alla soggettività maschili: che quindi lo limitano, ma questo limite rivela all’uomo una nuova esperienza di sè. Se questi uomini hanno ragione, se la condizione per una maschilità che non abbia bisogno del dominio e del potere per sentirsi tale — e che quindi non si risolva in violenza contro le donne quando potere e dominio sono messi in crisi — è una maggiore visibilità della soggettività femminile, molte cose devono cambiare nel contesto culturale.Vedo difficile, ad esempio, educare bambini e ragazzi a essere veri uomini anche se privi di scettro se contemporaneamente a scuola la cultura propone solo storie, pensieri, conquiste, arti di uomini, tacendo di quanto hanno fatto, detto e scritto le donne o dei motivi per cui gli uomini non hanno permesso alle donne esplorare i campi del sapere. O se si sconsigliano alle ragazze certe facoltà universitarie «perché tanto ai vertici di un’azienda non ti ci faranno arrivare anche se sei brava». E via dicendo.
Se non si fa niente per cambiare il contesto e accompagnare così il lavoro degli individui su di sé, i genitori delle ragazze saranno condannati a spiegare alle loro figlie perché devono sempre avere una riserva sugli uomini che incontrano, e i genitori dei ragazzi (che forse spesso a questo non pensano) non sapranno dove appoggiarsi per fare in modo di non dover temere che i propri figli vadano, in un modo o nell’altro, ad aggiungersi agli emuli — consapevoli o no, denunciati o impuniti — di Achille.
Scritto da sedlex in: venticinque novembre
commenti: commenti (popup) | commenti
sabato, 25 novembre 2006
02:34

l'Appello di Maschile Plurale

Assistiamo a un ritorno quotidiano della violenza esercitata uomini sulle donne. Con dati allarmanti anche nei paesi “evoluti” dell’Occidente democratico. Violenze che vanno dalle forme più barbare dell’omicidio e dello stupro, delle percosse, alla costrizione e alla negazione della libertà negli ambiti familiari, sino alle manifestazioni di disprezzo del corpo femminile. Una recente ricerca del Consiglio d’Europa afferma che l’aggressività maschile è la prima causa di morte violenta e di invalidità permanente per le donne in tutto il mondo. E tale violenza si consuma soprattutto tra le pareti domestiche..

Siamo di fronte a una recrudescenza quantitativa di queste violenze? Oppure a un aumento delle denunce da parte delle donne?
Resta il fatto che esiste ormai un’opinione pubblica e un senso comune, che non tollera più queste manifestazioni estreme della sessualità e della prevaricazione maschile.
Chi lavora nella scuola e nei servizi sociali sul territorio denuncia poi una situazione spesso molto critica nei comportamenti degli adolescenti maschi, più inclini delle loro coetanee femmine a comportamenti violenti, individuali e di gruppo.

Forse il tramonto delle vecchie relazioni tra i sessi basate su una indiscussa supremazia maschile provoca una crisi e uno spaesamento negli uomini che richiedono una nuova capacità di riflessione, di autocoscienza, una ricerca approfondita sulle dinamiche della propria sessualità e sulla natura delle relazioni con le donne e con gli altri uomini.

La rivoluzione femminile che abbiamo conosciuto dalla seconda metà del secolo scorso ha cambiato radicalmente il mondo.
Sono mutate prima di tutto le nostre vite, le relazioni familiari, l’amicizia e l’amore tra uomini e donne, il rapporto con figlie e figli. Sono cambiate consuetudini e modi di sentire. Anche le norme scritte della nostra convivenza registrano, sia pure a fatica, questo cambiamento.

L’affermarsi della libertà femminile non è una realtà delle sole società occidentali. Il moto di emancipazione e liberazione delle donne si è esteso, con molte forme, modalità e sensibilità diverse, in tutto il mondo.
La condizione della donna torna in modo frequente nelle polemiche sullo “scontro di civiltà” che sarebbe in atto nel mondo. Noi pensiamo che la logica della guerra e dello “scontro di civiltà” può essere vinta solo con un “cambio di civiltà” fondato in tutto il mondo su una nuova qualità del rapporto tra gli uomini e le donne.

Oggi attraversiamo una fase contraddittoria, in cui sembra manifestarsi una
larga e violenta “reazione” contraria al mutamento prodotto dalla rivoluzione femminile. La violenza fisica contro le donne può essere interpretata in termini di continuità, osservando il permanere di un’antica attitudine maschile che forse per la prima volta viene sottoposta a una critica sociale così alta, ma anche in termini di novità, come una “risposta”
nel quotidiano alle mutate relazioni tra i sessi.
Un altro sintomo inquietante è il proliferare di mentalità e comportamenti ispirati da fondamentalismi di varia natura religiosa, etnica e politica, che si accompagnano sistematicamente a una visione autoritaria e maschilista del ruolo della donna. Queste stesse tendenze sono però attualmente sottoposte a una critica sempre più vasta, soprattutto – ma non esclusivamente – da parte femminile

La recente cronaca italiana ci ha offerto alcuni casi drammatici, eclatanti che rivelano anche modi diversi di accanirsi sul corpo e sulla mente femminile.
Una ragazza incinta viene seppellita viva dall’amante, che non vuole affrontare il probabile scandalo. Un fratello insegue e uccide la sorella, rea di non aver obbedito al diktat matrimoniale della famiglia. Un immigrato pakistano uccide la figlia, aiutato da altri parenti maschi, perché non segue i costumi sessuali etnici e religiosi della comunità. In alcune città si susseguono episodi di stupro da parte di giovani immigrati ma anche di maschi italiani. Sono italiani gli stupratori di una ragazza lesbica a Torre del Lago. Italiano l’assassino che a Parma ha ucciso con otto coltellate la ex fidanzata, che perseguitava da qualche anno. Ultimo caso di una lunga scia di delitti commessi in questi ultimi anni in Italia da uomini contro le ex mogli o fidanzate, o contro compagne in procinto di lasciarli.

Il clamore e lo scandalo sono alti. In un contesto di insicurezza (in parte reale, in parte enfatizzata dai media e da settori della politica), di continua emergenza e paura per le azioni del terrorismo di matrice islamica e per le contraddizioni prodotte dalla nuova dimensione dei flussi di immigrazione, nel dibattito pubblico la matrice della violenza patriarcale e sessuale è stata spesso riferita a culture e religioni diverse dalla nostra.

Molte voci però hanno insistito giustamente sul fatto che anche la nostra società occidentale non è stata e non è a tutt’oggi immune da questo tipo di violenza. E’ anzi possibile che il rilievo mediatico attribuito alla violenza sessuale che viene dallo “straniero” risponda a un meccanismo inconscio di rimozione e di falsa coscienza rispetto all’esistenza di questo stesso tipo di violenza, anche se in diversi contesti culturali, nei comportamenti di noi maschi occidentali.
Si è parlato dell’esigenza di un maggiore ruolo delle istituzioni pubbliche, sino alla costituzione come parti civili degli enti locali e dello stato nei processi per violenze contro le donne. Si è persino messo sotto accusa un ipotetico “silenzio del femminismo” di fronte alla moltiplicazione dei casi di violenza.

Noi pensiamo che sia giunto il momento, prima di tutto, di una chiara presa di parola pubblica e di assunzione di responsabilità da parte maschile. In questi anni non sono mancati singoli uomini e gruppi maschili che hanno cercato di riflettere sulla crisi dell’ordine patriarcale.
Ma oggi è necessario un salto di qualità, una presa di coscienza collettiva.

La violenza è l’emergenza più drammatica.
Una forte presenza pubblica maschile contro la violenza degli uomini potrebbe assumere valore simbolico rilevante. Anche convocando nelle città manifestazioni, incontri, assemblee, per provocare un confronto reale.
Siamo poi convinti che un filo unico leghi fenomeni anche molto distanti tra loro ma riconducibili alla sempre più insopportabile resistenza con cui la parte maschile della società reagisce alla volontà che le donne hanno di decidere della propria vita, di significare e di agire la loro nuova libertà:

Il corpo femminile è negato con la violenza.
Ma viene anche disprezzato e considerato un mero oggetto di scambio (come ha dimostrato il recente scandalo sulle prestazioni sessuali chieste da uomini di potere in cambio di apparizioni in programmi tv ecc.)
Viene rimosso da ambiti decisivi per il potere: nella politica, nell’accademia, nell’informazione, nell’impresa.
Lo sguardo maschile – pensiamo anche alle organizzazioni sindacali – non vede ancora adeguatamente la grande trasformazione delle nostre società prodotta negli ultimi decenni dal massiccio ingresso delle donne nel mercato del lavoro.

Chiediamo che si apra finalmente una riflessione pubblica tra gli uomini, nelle famiglie, nelle scuole e nelle università, nei luoghi della politica e dell’informazione, nel mondo del lavoro.

Una riflessione comune capace di determinare una sempre più riconoscibile svolta nei comportamenti concreti di ciascuno di noi.

Primi firmatari

1. Sandro Bellassai,
2. Stefano Ciccone,
3. Marco Deriu,
4. Massimo Michele Greco,
5. Alberto Leiss,
6. Jones Mannino,
7. Claudio Vedovati.

Seguono circa 600 firme di uomini che operano nella politica e nelle istituzioni, nelle università e nelle scuole, nei media, nei sindacati, nell’associazionismo, nei servizi, nelle comunità di immigrati, nelle realtà religiose.Chi volesse aggiungersi ai firmatari può scrivere all’indirizzo: appellouomini@libero.it. Per contatti 338/5243829, 347/7999900.



Scritto da sedlex in: venticinque novembre
commenti: commenti (popup) | commenti
venerdì, 24 novembre 2006
19:53

L'assassino non bussa ha le chiavi di casa

La famiglia, cellula costitutiva della cultura patriarcale, è la sede indiscussa della violenza degli uomini contro le donne, violenza che accomuna latitudini, etnie, religioni e classi sociali.
Denunciamo che questa violenza non è un allarmante fenomeno sociale degli ultimi tempi ma una realtà costruita in millenni di storia, che affonda le radici ovunque.
Riusciremo ad estirparle e a sconfessare il terrorismo familiare, nonostante abbia complici innumerevoli: la strategia vaticana che riporta le donne sottomesse in casa, la deriva delle destre che protegge e rinforza i ruoli tradizionalisti che vogliono la donna come subalterna, il silenzio troppo spesso complice della nostra società, che nei fatti legittima la famiglia come luogo delle relazioni fondamentali e la pone al centro delle politiche sociali, il razzismo sempre meno strisciante e sempre più esplicito, che cerca di convogliare il biasimo sociale sugli stranieri.
E nessuno si senta escluso.

Cercare di restare neutrali su un evento di violenza equivale a tollerarla e a legittimarla. Non c'è mai nessuna giustificazione alla violenza degli uomini contro le donne.

Le donne unite dicono basta all¹occultamento ideologico legittimato da istituzioni, religioni e mezzi di informazione, senza eccezioni. Usciamo dalle case e scendiamo in piazza per diffondere i dati della drammatica realtà quotidiana delle donne, i dati dei Centri antiviolenza di Roma, quelli dei consultori, dalle molestie al femminicidio. 1.600 donne l'anno si rivolgono ai Centri antiviolenza di Roma, di cui l'89% subisce violenza in famiglia. Le donne uccise in Italia per mano di partner ed ex-partner nel 2004 sono state 120.

La violenza sessuata contro il genere femminile è estremamente diffusa anche fra gli occidentali delle classi alte, tra i bianchi e tra i cristiani. Per le altri parti del mondo con le lapidazioni, le mutilazioni genitali, le impiccagioni di donne "colpevoli" solo di essere tali, non aggiungiamo parole.
La violenza patriarcale non riconosce l¹altro da sé ed ha come obiettivo la cancellazione della sessualità femminile. Perciò il patriarca tende allo spengimento di ogni traccia di vita, ogni desiderio, anche il desiderio di reagire.
Ma noi non ci sottomettiamo a questa logica. Non offenderete oltre la nostra libertà. Esigiamo la cultura del rispetto sociale della libertà femminile anche per il lesbismo così duramente colpito dallo stupro, dalla violenza e dall'intolleranza fascista. Le donne che scelgono altre donne come relazioni primarie sono oggetto di scherno e di odio, come tutte le donne che scelgono di vivere in modo autonomo. Chiediamo con forza che la violenza domestica rimanga fuori dall'amnistia, che si legiferi sui maltrattamenti e le persecuzioni dei partner ed ex-partner, purtroppo fino ad oggi impuniti. Chiediamo inoltre un piano integrato per un contrasto alla violenza alle donne forte e determinato. La nostra è lotta per la vita, la libertà, la felicità.
Non ci fermerete.

Il movimento delle donne di Roma riunito in assemblea il 20 Novembre 2006, presso la Casa Internazionale delle Donne, via della Lungara 19, Roma.

Appuntamento sabato 25 novembre
ore 12, largo Argentina, Roma
 
ognuna con la sua casetta
L’assemblea delle donne di Roma

Scritto da sedlex in: venticinque novembre
commenti: commenti (popup) | commenti