martedì, 15 luglio 2008
08:30

Matthäus passion ( lo splendore del vero)

Accattone

Il cinema spesso trasfigura i luoghi di cui si serve, li manipola, li imbellisce ( o imbruttisce ) li piega a diverse esigenze di sceneggiatura. Aggiunge o toglie, rende profondo un vicolo di pochi metri, fa sembrare maestoso un vialetto. Spesso visitare una location,  dopo aver visto il film, provoca una specie di choc, tanto è incisiva la trasformazione che può operare la macchina da presa. Ho visto il Pigneto, la Maranella, la Borgata Gordiani , i prati dell' Acqua Santa -  i luoghi di Accattone - qualche anno dopo l'uscita del film che è del 1961. I dialoghi, le espressioni idiomatiche, i toni, invece, li ho continuati a sentire  per parecchio tempo nelle conversazioni dei pischelli che nelle domeniche d'estate sciamavano per Ostia, al barcone del Ciriola  o nei bar. E qui in Trastevere, prima che l'esodo verso altre zone  della città e l'arrivo di nuovi inquilini, trasformasse i  linguaggi in uso nel quartiere . Ma per tornare al Pigneto, ancora negli anni 70, tutto, assolutamente tutto, era come Pasolini l'aveva mostrato : incredibilmente veri erano quegli  sterrati, quelle piazzette e il famoso bar con i tavolini . Unico elemento aggiuntivo, quantunque in armonia con i contesti, era la musica di Bach  - Matthäus passion -  un'inclusione ad imprimere sulla povertà degli abiti e sul volto dei personaggi, un'elevatezza di sentimento che il cinema italiano non conosceva dai tempi di Ossessione, Roma città aperta, PaisàI riferimenti del cinema di Pasolini sono  evidenti : Dreyer (Giovanna D'Arco, dirà,  è una norma di assoluta semplicità espressiva), Mizoguchi e  Rossellini . Accattone è personificato da Franco Citti che di un mondo reale, dolente - quello di Ragazzi di vita - è la piena e completa espressione. Intorno a lui tutto è  Bellezza, non quella cinematografica con i suoi criteri convenzionali ed espressionistici ma quella che nei corpi magri, mortificati rinviene i tratti di un'angoscia irriscattabile. Così si snoda la parabola di un'attesa fatta di stazioni progressive che culminano nella sequenza del sogno e che infine  si risolvono nell'immagine  in cui Accattone contempla la propria morte. E in questi passaggi, i  fatti vengono scorticati con l'eleganza squisita dei primi piani - intensi angosciati e di durata spinta fino ai limiti del tollerabile - che prevaricano i campi lunghi: la frontalità che vince sulla discorsività . Il vero sull'artificio. E la meraviglia dei  bianchi sovraesposti e di quella luce romana che non perdona, contribuiscono alla sensazione di una sorta di mistero sacro.   

Metta metta Tonino/ il cinquanta, non abbia paura/ che la luce sfondi/ facciamo questo carrello contro natura!

 (Tonino è Tonino Delli Colli, direttore della fotografia in Accattone, Pasolini apprese da lui l'uso degli obiettivi ma poi a sua volta gliene andava spiegando la modulazione espressiva)

 La macchina è quasi sempre sul cavalletto, i carrelli sono brevi , la recitazione è quella barbarica delle voci prese dalla strada ( ma qualche necessario doppiatore lavorerà fianco a fianco con il vero interprete , in qualche modo sotto la sua guida ).Un uso minimale dello stile, una forma di severità, di austerità, di pauperismo visivo assai differente dalle modalità  del Pasolini scrittore. Ma se in una Vita Violenta s'intravede una soluzione eroica e civile dell'esistenza sottoproletaria, in Accattone è la disperazione allo stato puro e un incontrovertibile senso di deriva a padroneggiare la scena. La macchina da presa si deve piegare a quest'imperativo  e serve  a percorrere il campo dell'angoscia. E quell'angoscia viene risolta in una forma speciale, pittorica 

Quello che io ho in testa come visione, come campo visivo, sono gli affreschi di Masaccio e Giotto - che sono i pittori che amo di più - assieme a certi manieristi ( per esempio il Pontorno). E non riesco a concepire immagini, paesaggi, composizioni di figure, al di fuori  di questa mia iniziale passione pittorica, trecentesca, che ha l'uomo come centro di ogni prospettiva.Quindi quando le mie immagini sono in movimento,sono in movimento un po' come se l'obiettivo si muovesse su loro sopra un quadro;concepisco sempre il fondo come il fondo di un quadro,come uno scenario e per questo lo aggredisco sempre frontalmente 

Pier Paolo Pasolini  Mamma Roma  Milano 1962 pag 145

Questa pittoricità ci fa avvertire  i fondi e le figure del suo cinema come immobili e chiaroscurati. Ma ricacciati controluce o sprofondati nella luce bianca, quei fondi e quelle figure sono i segni di un linguaggio funebre.

Accattone è un film di Pier Paolo Pasolini. Con Franco Citti, Franca Pasut, Adriana Asti, Silvana Corsini, Paola Guidi, Sergio Citti, Alfredo Leggi, Mario Cipriani, Umberto Bevilacqua, Edgardo Siroli, Polidor. Genere Drammatico, b/n 120 minuti. - Produzione Italia 1961

Ma in Accattone  lavorano in piccole parti  anche  gli amici ...Stefano D'Arrigo, Adele Cambria e un'indimenticabile Elsa Morante.

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mercoledì, 26 settembre 2007
02:19

I was cured alright

aranciacura2

 

Ad Arancia Meccanica che in questi giorni compie trentacinque anni. Al criminale Alex che non è peggiore del Ministro degli Interni e del Capo dell'Opposizione. Al Potere che rende accettabile la violenza istituzionalizzandola. Alla Cura Ludovico ovvero  Quando il  Rimedio è peggiore del Male.

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domenica, 19 agosto 2007
08:22

Il potere della macchina da presa (The touch of devil)

Orson welle563075929_8c53f6c143Un movimento di macchina girato tutto in una inquadratura,senza stacchi di montaggio, della durata di quattro minuti e trenta  che inizia con il dettaglio di un uomo che piazza una carica esplosiva sotto un' automobile in sosta. Un signore anziano e una giovane donna vi salgono sopra  e la camera  segue ininterrottamente la macchina che attraversa vari isolati ,varca il confine ed esplode.L'intera sequenza sembra la realizzazioni di certe strategie narrative secondo le quali la tensione è data da alcune informazioni rilasciate esclusivamente allo spettatore (o al lettore).Rendere disponibili più informazioni di quante ne abbiano i personaggi è lo strumento più potente della suspense.Siamo noi gli unici in sala a sapere che sotto quella macchina c'è una bomba e siamo anche di fronte ad una sequenza superba che traccia in uno spazio virtualmente infinito, la traiettoria di un movimento ampio e maestoso che celebra il potere della macchina da presa di librarsi ovunque e di essere a qualsiasi distanza da tutto    : dal dettaglio iniziale del meccanismo ad orologeria, al totale che la macchina da presa  delinea al massimo della sua altezza da terra  incorniciando l'intera prospettiva della cittadina di confine.Orson welles21415281_4bf9bde1af

Un enorme soprabito grigio,l'ampia camicia bianca, le bretelle con l'attaccatura a ipsilon, la cravatta sciupata a piccoli rombi chiari su fondo scuro. E il bastone. E' in questi panni che  Quinlan - Welles fa la sua apparizione nel film The touch of devil (L'infernale Quinlan) -  Una bellissima figura carnosa, greve, impastata di machiavellismo scriverà Italo Calvino. L'ingresso vale già da solo il capitolo di un romanzo,Welles  aveva lavorato sulla propria immagine con lo stesso accanimento che rivelerà ogni inquadratura. Questo film, una sorta di misterioso avamposto di disincanto,violenza e rammarico abissale, racconta di Hank Quinlan poliziotto che regna incontrastato in una zona di confine tra Stati Uniti e Messico fin quando un investigatore messicano, coinvolto accidentalmente in un' indagine insieme a lui, non scoprirà che Hank, circondato dalla fama di avere un' intuizione prodigiosa, ha l'abitudine di fabbricare prove false contro i suoi sospetti. Di qui l' intreccio allusivo e sfuggente, una regia di straordinaria potenza drammatica supportata da angolazioni,montaggio ,illuminazione,scenografie mentre tutto concorre  a conferire ad ogni sequenza un'energia che stordisce .Ed è anche,fotogramma dopo fotogramma,  l' agognato ritorno alla regia di Orson Welles che the Touch of devil racconta.

Orson war of the worlds22991357_35a0f67030

La scena che Welles amava di più è quella dell'interrogatorio di Sanchez,il presunto colpevole, realizzata nello spazio angusto di un paio di camere.Spostando pareti mobili e studiando al millimetro la distanza di facce e corpi dalla macchina,disegnando minuziosamente la composizione dell'inquadratura ma soprattutto trascinando lo spettatore in una scena talmente dialogata che tutti gl'interpreti ricordano come un tour de force micidiale,il regista mette insieme una sequenza di grande tensione.E' anche la scena che consente a Welles di enunciare uno dei più saldi principi dell'estetica cinematografica : i migliori movimenti di macchina sono quelli che non si vedono.La concitazione drammatica dalla quale veniamo presi,non ci consente di percepire la completa assenza di stacchi interni e tantomeno il continuo e vigile movimento della macchina da presa.

Orson quarto uomoQuando Orson Welles scrisse e diresse  The touch of Devil aveva quarantatrè anni.Il cinema racconta spesso di rapide ascese e violente cadute ma nella vita reale non è così frequente trovarne di repentine come quelle che dovette subire lui.Negli anni trenta aveva terrorizzato un' intera nazione mettendo in scena alla radio La guerra dei mondi.Era divenuto l'intellettuale di punta del teatro americano e agli inizi degli anni quaranta, il cinema gli era stato offerto perchè ne facesse quel che voleva.Fu così che dal suo incredibile Talento nacquero film senza i quali il cinema sarebbe stato di sicuro diverso.Poi le cose andarono in maniera tale che poco meno di vent'anni dopo Citizen Kane, ritroviamo Welles nei sobborghi di Los Angeles con il copione di un noir in mano a girare di nuovo per un grande studio .Conosceva bene Shakespeare e aveva una certa  conoscenza dei mezzi di comunicazione, soprattutto aveva nelle corde l'arte della regia teatrale intesa come responsabilità e direzione degli attori e di tutto ciò che fa parte della scena quando ancora non era stata canonizzata dalla cultura contemporanea,se non da alcune frange dell'avanguardia.Eppure per buona parte della sua vita Welles sognò il cinema.L'occasione  si ripresenta con il ruolo di Quinlan truccato con abnormi borse sotto gli occhi,un enorme naso finto e un inedito taglio di capelli.Sceneggiatore ,regista e attore.Il giusto risarcimento per vent'anni di sofferta lontananza dal set.

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sabato, 07 luglio 2007
09:54

A metterci nei guai...

Una scomoda veritĂ 

A metterci nei guai non è ciò che sappiamo ma ciò che pensiamo sia vero ed invece non lo è. (Mark Twain).

Le nuove tecnologie mescolate alle vecchie abitudini, rappresentano i termini del disastro per il pianeta la salvezza del quale, dovrebbe obbedire innanzitutto ad un imperativo morale.Questo il tema centrale dell'educational di Al Gore An Inconvenient Truth (tradotto in Italia con Una scomoda verità) e della giornata mondiale sull'emergenza climatica che si celebra oggi 7 luglio 2007.Noi disponiamo di  tutte le conoscenze necessarie per contrastare fenomeni che non sono irreversibili ma almeno per questa volta, non è la Politica a detenere  il Primato del cambiamento che può  partire da noi e dalle nostre capacità di mettere in atto comportamenti equilibrati in termini di utilizzo delle risorse.Una questione morale,appunto.Da assumersi in prima persona.

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giovedì, 28 giugno 2007
17:15

350 Fifth Avenue (An affair to remember)

empire state buildingMi sono sempre chiesta cosa possa aver spinto Leo Mc Carey a dirigere nel 1957 il remake di un suo film del 1939 .Quanto al fatto di aver buttato,in  entrambe le circostanze, tutto il peso sulle spalle di attori  dalla recitazione incredibilmente elegante, le idee sono più chiare.Quando la storia non c'è e la sceneggiatura fa acqua, non ci sono alternative :  o hai Charles Boyer  e Irene Dunne (1939 Love Affair prima versione) o Cary Grant e Deborah Kerr (1957 An Affair to remember seconda versione) o è meglio che lasci perdere.Le pellicole sono troppo lontane nel tempo per avere i dati del box office ma è possibile (soprattutto per la seconda versione con gl'interpreti all'apice delle rispettive carriere) che entrambe abbiano sbancato il botteghino.Resta il mistero di come una storia lacrimevole, tra le mille altre che Hollywood dispensava all'epoca, sia riuscita più di ogni altra a catturare le emozioni degli spettatori, a tal punto da richiederne una seconda edizione o a tal punto che nel 1993 Nora Ephron dirigendo Meg Ryan e Tom Hanks in un film - Sleepless in Seattle - compie un'operazione ben oltre il remake del remake,dove la narrazione di come il cinema condizioni la nostra vita,in qualche caso negli stessi impossibili termini della fiction, è la vera incontrastata protagonista della scena . Siamo dunque alla citazione e all'interpretazione del fenomeno,nonchè alla chiave del mistero: il tutto in versione cinematografica. Sleepless è la celebrazione delle storie lacrimevoli riconosciute come tali  ma che colpiscono egualmente l'immaginario.Non ce la danno a bere ma siamo noi che, nonostante tutto, ce la vogliamo bere. Deve essere andata proprio così, prova ne è che  Warren Beatty (proprio lui) e sua moglie Annette Bening ci hanno riprovato  nel 1994 con un ultimo remake :  Love Affair : rispolveratina modernizzante (non sono più navi ma aerei e sono anche cambiate le professioni) alla storia e l' improbabile cameo di una Catharine Hepburn allo stremo delle forze.Poco importa se ciò non basta a nobilitare il racconto delle traversie di un amore impossibile ma che si vuol caparbiamente realizzare ,di un mancato appuntamento sull'Empire State Building e delle folgoranti  rivelazioni finali.Ovviamente in pieno periodo natalizio a degnamente coronare la Sconfitta delle Incomprensioni in un happy end in grande stile.So che non finirà qui.Ce ce ne saranno altri.Troppi archetipi da dissipare,grandi amori,bei tenebrosi scapestrati e signore eleganti da mettere la testa a posto a chiunque,troppo orgoglio, pregiudizio e sacrifizio.Troppi violini e vecchie zie stravaganti ma sagge, bislacche ma perspicaci.Soprattutto niente cattivi.A parte il destino.Lui sì che sa essere  crudele prima di elargire la giusta ricompensa.

Dedicato allo spettatore ingenuo (l'unico possibile) e al glorioso incedere di Cary Grant sulle note di An affair to remember

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venerdì, 06 aprile 2007
17:26

Tutti a casa

comencini tutti a casa

Comencini,Fondato,Age e Scarpelli raccontano un momento cruciale della storia italiana avvalendosi di un Alberto Sordi al meglio delle sue possibilità comiche e drammatiche, capace di esprimere nelle peripezie del ritorno a casa, tutta la gamma delle incertezze e del disorientamento sofferti  prima di decidersi a cominciare a sparare sui tedeschi  e pertanto a capire da quale parte stare.Ironia e dramma in sapiente miscela per rompere il silenzio che negli anni 50 era calato sull'argomento Resistenza.Bella anche la prova di Serge Reggiani doppiato da Riccardo Cucciolla.Indimenticabile De Filippo nel ruolo del padre  che avrebbe voluto il figlio combattente nella RSI

comencini tutti a casa

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giovedì, 15 marzo 2007
02:19

I'ts a flaw in the iris

ChinatownThere's a flaw in your eye.E' una delle battute più celebri di Chinatown di Roman Polanski.Jack Nicholson si avvicina a Faye Dunaway e ne scruta l'iride da vicino mentre lei gli medica il naso ferito.I'ts a flaw in the iris.L'immagine del difetto nell'iride annuncia l'occhio deturpato dal colpo di arma da fuoco nel finale.La ripetizione di eventi che hanno analogie di qualche tipo all'interno di un film non è mai una cosa che lo spettatore percepisca come accidentale.E' una forza tipica dei film quella di stabilire relazioni tra le cose il cui potere è di proiettare un senso sulle cose in generale.Per buona parte del film Nicholson e la Dunaway si scambiano battute micidiali,strumenti di gioco e difesa.Quando finiscono a letto è come se si abbandonassero l'uno all'altra spossati da una lotta giocata quasi esclusivamente sulle parole.Chinatown è un film elegante,una ricostruzione degli anni trenta e del mondo di Dashiell Hammett ma l'apparente noncuranza con la quale viene alimentato lo spessore dei personaggi e dei loro anfratti psichici è in realtà al servizio di una severa disamina di ogni mondo possibile,senza appello o riscatto.Nella fotografia ambrata e nelle raffinate scenografie Polanski dissemina alcune tracce insistenti che solo l'epilogo può decifrare :come la figura dell'iride macchiata di Evelyn e del fanalino infranto di Jake.Il personaggio vittima della più ingiusta delle violenze,muore nel più ingiusto dei modi : il mistero viene risolto ma il potere della violazione e del sopruso sotto l'ordine apparente rimane lo stesso di sempre.Inutile lottare : è Chinatown

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lunedì, 12 marzo 2007
21:08

Il pranzo di Babette (Les cailles en sarcophage)

Fine del diciannovesimo secolo in una piccola comunità religiosa dello Jutland,un microcosmo fatto di moralismi dove i desideri e gli istinti vengono controllati e compressi, irrompe Babette, ex chef del  Café Anglais di Parigi, risvegliando la passione, le emozioni e il gusto per il bello, attraverso un pranzo che cambierà il destino del villaggio e dei suoi abitanti. Man mano che l'organizzazione e la confezione del banchetto - dalla ricezione delle materie prime, raffinate e sconosciute e delle casse di vino, agli assaggi consumati in cucina ed offerti allo sguattero, fino al pranzo vero e proprio -  procedono, i personaggi sembrano infatti liberarsi da una sorta catena che li lega da anni: cominciano a rivelarsi cose mai dette prima mentre una sconosciuta vitalità  fluisce  nei rapporti tra le persone.Un film sulla generosità,sulla riconoscenza e sul potere dell'arte nel significato più ampio e pieno del termine. Nell'epilogo (Babette ha speso tutto quanto aveva per rendere felici i suoi ospiti e se stessa ) tutto il  senso del racconto :

Alla fine di un altro lungo silenzio Babette fece all'improvviso un sorrisetto, e disse:
" E come potrei tornare a Parigi, mesdames? Io non ho danaro."
" Non avete danaro?" gridarono le sorelle, come con una bocca sola. "No," disse Babette.
" Ma i diecimila franchi?" chiesero le sorelle, ansimando inorridite.
" I diecimila franchi sono stati spesi, mesdames, " disse Babette.
Le sorelle si misero a sedere. Per un intero minuto non riuscirono a parlare.
" Ma diecimila franchi?" sussurrò lentamente Martina.
" Che volete, mesdames," disse Babette, con grande dignità.
« Un pranzo» per dodici al Café Anglais costerebbe diecimila franchi.....
"Cara Babette," disse con dolcezza, " non dovevate dar via tutto quanto avevate per noi".
Babette avvolse le sue padrone in uno sguardo profondo,
uno strano sguardo: non v'era, in fondo ad esso, pietà e forse scherno?
"Per voi?" replicò. "No. Per me."
Si alzò dal ceppo e si fermò davanti alle sorelle, ritta. "Io sono una grande artista," disse. Aspettò un momento, poi ripetè: "Sono una grande artista, mesdames."
Poi, per un pezzo, vi fu in cucina un profondo silenzio.
Allora Martina disse:"E adesso sarete povera per tutta la vita, Babette?"
"Povera?" disse Babette. Sorrise come a se stessa. "No.
Non sarò mai povera. Ho detto che sono una grande artista.
Un grande artista, mesdames, non è mai povero. Abbiamo qualcosa, mesdames, di cui gli altri non sanno nulla."

*Le cailles en sarcophage insieme alla oggi proibitissima zuppa di tartarughe,sono il piatto forte del pranzo.


Il pranzo di Babette è un film di  Daniel Axel con Stephane Audrane,Ghita Norby,Bibi Anderson, Asta Espere Andersen.Danimarca anno 1987

Tratto dall'omonima  novella di Karen Blixen, ( raccolta Capricci del Destino) si è avvalso dei costumi di Karl Lagerfeld

 

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lunedì, 12 marzo 2007
20:12

Il cinema è un viaggio di solo ritorno

RomafilmfestDomando a mio padre, che non sta bene, quali siano stati, nel corso del tempo,  i suoi film preferiti.Mi consegna un' ideale lista  con venti titoli ,intorno ai quali sa già che discuteremo, magari perchè il tale regista manca all'appello dei più bravi e il tal altro c'è, oppure perchè in quell'attrice legnosa, lui trova talento e bellezza e io no. Mi soffermo di più sull'elenco che nel frattempo ho trascritto  accorgendomi subito che  non contempla ordine cronologico : un pot-pourry di generi,latitudini,correnti di pensiero, scuole di regia,  quei venti titoli formano una rassegna indecifrabile  e più che raccontare le tappe di una vita trascorsa, esprimono un' ansia di futuro che oggi è diventata il leit motiv della sua esistenza. Parlare di cinema non è la cosa più semplice di questo mondo,ogni film scrive se stesso su di noi trasformandoci in qualcosa di diverso da ciò che eravamo prima di entrare in una sala come ricorda Mario Sesti,rivelando così il segreto che c'è in ogni pellicola che si rispetti.E allora in ossequio alla fame di futuro di mio padre e alle storie di cui il Cinema ci promette un racconto che però mai si conclude,io scriverò uno alla volta di questi venti film, cercando di non torturare troppo il regista-che-non-c'entra o l'attrice-non-bella-e-pure-legnosa.

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