sabato, 28 marzo 2009
07:28

Presente passato utopia

Un ingovernabile - ma solo all'apparenza - flusso di ricordi,  dilaga nei centoquaranta minuti di questo racconto epico, implacabile, di dolorosa ed autentica  bellezza. Mentre spazi e tempi  in continuo spostamento danno vita ad una metamorfosi narrativa in cui instabilità e violenza sono rese da un'espressività cinematografica da incubo, Hailé Gerima si rivela un potente narratore, proprio nell' abile impresa di  dare una direzione precisa ancorchè non meccanica, a quegli spostamenti.

 Storia del ritorno - dopo la deposizione dell'imperatore Selassiè e l'avvento del colonnello Menghistu -  di Anbember che, come molti della sua generazione, ha vissuto e studiato medicina in Germania, speranzoso nel cambiamento e nel  fervore rivoluzionario che percorre Addis Abbeba negli anni 80  e determinato a rendere disponibile al suo popolo ciò di cui si è reso edotto : il suo sapere di medico ma anche quanto  è stato dell'esperienza politica maturata nei movimenti universitari.

  Troverà un paese egualmente preda della violenza, della corruzione e dalla degenerazione ideologica. Rientrerà - dopo essere scampato ad un massacro e costretto ad una pubblica autocritica -  nella Germania dell'est, dove nel frattempo è caduto il muro e dovrà subire un'aggressione neonazista.

Il nuovo ritorno in patria avverrà a ridosso della fuga di Menghistu, cercando rifugio nel suo villaggio d'origine. Ma laddove, tempo addietro era terra rigogliosa ora c'è un  deserto senza pace, percorso da manipoli armati che rapiscono i bambini per farne dei soldati.

Questo è diventata  Teza - l'aramaica rugiada del mattino - regione dell'Etiopia e titolo del film.

 Quand'è così, si arriva a rimpiangere il villaggio dell' infanzia senza luce elettrica e sin, sull'onda della disperata nostalgia e dei ricordi, a riabilitare il tiranno Selaissiè, anche se solo come fautore del panafricanismo e combattente dell'invasione coloniale italiana.

  Si fa presto a dire La meglio gioventù etiope. L'ottica è completamente differente, anche se la rigidità di certi schematismi che non lascia spazio ad altre sensibilità se non quelle prescritte da un ideologismo devastante, somiglia in qualche modo ad altri errori commessi. Altri luoghi, stesso tempo. Gerima critica apertamente quegli errori della sua generazione.

Un film appassionato e, nel suo genere, militante. Soprattutto un film che pur intriso di cosmica tristezza, non rinuncia alla speranza e all'utopia. Senza l'egida di Hollywood, non si prevedono folle al botteghino. Ma..... chi soffre di mal d'Africa e d'altre patologie connesse, si prepari  a inevitabili ricadute. Quindi si affretti.

Teza è un film di Hailè Gerima. Con Aron Arefe, Abiye Tedla, Takelech Beyene, Teje Tesfahun, Nebiyu Baye Drammatico, durata 140 min. - Etiopia, Germania, Francia 2008. - Ripley's Film.

 

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sabato, 21 marzo 2009
20:20

Un pesce di nome Brunilde

Sembra facile, innocua, esile la storia -  Andersen o Collodi - della pesciolina rossa che per amore, o fantasia mutante, vuol diventare umana. Ma poi, come spesso accade con Miyazaki, dopo una breve immersione nella bellezza della fauna marina color acquarello, ci si ritrova a fare i conti con le metafore del sottotesto e le relative complicanze. Molto nipponico il tutto, quantunque le tematiche  possano definirsi universali. Dimenticare dunque la martellante,  gommosa canzoncina che nel più tradizionale stile sigla anime, ha preceduto con successo, l'uscita del film nelle sale

Ponyo Ponyo Ponyo pesciolina tu
dal mare azzurro, sei giunta fin quassù
Ponyo Ponyo Ponyo sofficiosa sei
pancino tondo tondo, bambina tu

E concentrarsi - che è meglio - su coraggio, amore, rispetto degli altri, lealtà, rapporto con la natura, mondo soprannaturale. Esorcizzato il melenso e l'infantile ecco qui il Cinema con il suo bagaglio di fantastiche immagini, poesia e colonne sonore colte by Hisaishi. Quanto c'è in questo film dell'universo di Miyazaki san - non si azzardi il  sensei che s'arrabbia - è tutto da scoprire : dalla grande pittura giapponese di Hokusai a Silly Simphonies ad Antoine De Saint Exupery - Petite Prince  ma anche Vol de nuit e Terre des hommes  - a Wagner - e quando è Cavalcata delle Valchirie, interviene direttamente la matita  di Miyazaki, perchè le immagini della surfista Ponyo devono essere quanto più possibile all'altezza .


 

E lo sono. Ma niente computer : 70 artisti, 180.000 disegni - moltissimi per un film di animazione e tutti rigorosamente a mano - a raccontare artigianalmente la Storia  dal punto di vista di un bambino :   Come andò che Brunilde ribattezzata Ponyo ,figlia di un ittiologo pazzo e di una divinità marina, ribellandosi al padre ne provocasse le tsunamiche ire e come, barattando i suoi magici poteri,  guadagnasse il privilegio di un'esistenza - si spera - normale, cioè da essere umano.

 

Ponyo sulla scogliera è un film di Hayao Miyazaki. Titolo originale Gake no ue no Ponyo. Animazione, durata 100 min. - Giappone 2008. - Lucky Red

 
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mercoledì, 04 marzo 2009
00:39

Beautiful freak

Il curriculum da autentico bastardo c'è tutto, a partire  dall'eloquio  - quello di Mickey Rourke che poi premeditatamente è anche quello di Randy  "The Ram" Robinson,  i fuck fuckin, bitch, shit si sprecano,  senza contare l'abuso dell' epiteto frocio in ogni sua sfumatura, roba da far sembrare il classico faggot espressione da signorinelle pallide. Poi c'è il resto della dotazione :  violenze, eccessi, tre arresti, alcol, droghe, fumo legale - Camel senza filtro, per la precisione - qualche film sbagliato,  dieci anni buoni di psicoanalisi.

Guai però a bollare i suoi fallimenti come caduta agli inferi o infiorettare di definizioni le interviste il ritorno di....o il rifritto solo chi cade può risorgere. S'incazza come una belva e risponde per le rime, preferendo il più tecnico autodistruzione a qualunque altro suggestivo giochicchiare con le parole.

E del resto non gli si può dar torto, come dice lui, si ritorna dal bagno o dal bar con un panino in  mano, non da un'esperienza devastante oppure a proposito di looser - un termine ricorrente nel film ma anche quando si allude alla sua personale vicenda  - tiene a precisare che da boxeur non è mai andato al tappeto ( sei vittorie e due pareggi) e che pertanto non gradisce che nessuno dei suoi trascorsi sia sintetizzato in una parola sola o con una formuletta idiota.

Ma...troppo "figlio di puttana" per essere vero. Con troppo carattere ed un' emotività così scoperta da non consentirgli di passare attraverso il tritatutto indenne. Mickey Rourke è quel che si vede : un'anima scorticata.

 Era il migliore, il più desiderato, il più bello tra gli attori della sua generazione. Da vero irlandese si rifiutò di pronunciare una battuta scema contro l'esercito repubblicano , Hollywood lo estromise. Certo non fu per questo che riempì di botte sua moglie, ma tanto per dire che certi guai non hanno quasi mai una sola origine.

Ma poi dove sta scritto che un autentico sex symbol debba attraversare gli anni e le vicissitudini senza una cicatrice,  un segno del tempo con l'aria pulitina di un Cary Grant. Invecchiato bene - si dice - Ecco appunto.

Rourke invece è sfatto, maciullato e ricucito - ma sguardo incredibilmente magnetico, sotto le palpebre gonfie -  e come appare oggi, rappresenta perfettamente la sua storia che in parte è anche quella del film : The Wrestler, Leone d'oro a Venezia, ad illuminare il Lido, un po' mesto nella scorsa stagione.  

Randy "The Ram" Robinson, un ex  campione  di wrestler, idolo delle folle costretto da un infarto all'inattività, in cerca di un riscatto che può ottenere nell'unico modo che sa : tornare a combattere.

Dietro il suo letto c'è la bandiera a stelle e strisce, nel suo cuore l'heavy metal del Guns and Roses - Bet'chr ass man, Guns N' Roses! Rules e degli Ac/Dc, il decennio  di Reagan e della potenza americana -  Then that Cobain pussy had to come around & ruin it all - cui Clinton e quel frocetto di Cobain misero fine. The fuckin' 90th. In una parola

Si esibirà  contro il campione iraniano, l'Ayatollah. Bandiera nemica - tutto un programma -  sventola sul quadrato contro il grido che sale dalla platea: Usa, Usa, Usa.


I just want to say to you all tonight I'm very grateful to be here. A lot of people told me that I'd never wrestle again and that's all I do. You know, if you live hard and play hard and you burn the candle at both ends, you pay the price for it. You know in this life you can loose everything you love, everything that loves you. Now I don't hear as good as I used to and I forget stuff and I aint as pretty as I used to be but god damn it I'm still standing here and I'm The Ram. As times goes by, as times goes by, they say "he's washed up", "he's finished" , "he's a loser", "he's all through". You know what? The only one that's going to tell me when I'm through doing my thing is you people here.

Darren Aronofsky gli ha cucito il ruolo addosso, il suo sguardo di regista eccentrico col vezzo di cambiare ogni volta genere, è amorevole, pietoso nel seguire il tentativo di risalire la china di Randy "The Ram". La fine, l'unica possibile,  è arcinota.

 

The Wrestler è un film di Darren Aronofsky. Con Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Mark Margolis, Todd Barry Drammatico, durata 109 min. - USA 2008. - Lucky Red

 

 

 

 

 

 

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martedì, 09 dicembre 2008
07:56

Evviva Stella !

La lettura di Duras, Cocteau e Balzac , come scoperta entusiasmante dell'adolescenza, ma soprattutto come  antidoto sicuro e sostegno a superare  una condizione culturalmente svantaggiata, deve aver innervosito i censori italiani al punto di infliggere a Stella, film di Sylvie Verheyde ( distribuito in Italia da Nanni Moretti), il divieto ai minori di quattordici anni.

Altri motivi non se ne scorgono in questa scelta francamente ridicola, avverso la quale la Sacher  ha fatto ricorso (previo pepatissimo comunicato stampa ). Ciò detto - e auspicando un felice esito a tutto l'iter -  eccoci a  Stella, ragazzetta di periferia cresciuta nel bar dei suoi, catapultata armi, bagagli e finta pelliccetta al collo della giacca, in una scuola del centro in cui coetanei du genre protégé non le risparmiano atteggiamenti  di sufficienza.

Stella in realtà, non partecipa al  confronto tra differenti stili di vita come una ragazza del tutto sprovvista di argomenti. E' sveglia, intelligente e poi nel bar ha imparato un sacco di cose sul calcio, sui cocktails e sulle regole della belote - la briscola francese - o su quelle del biliardo, conosce a memoria le parole delle canzoni  del juke box - Sheila, Eddy Mitchell, Daniel Guichard, siamo negli anni 70 - e tirando tardi davanti alla televisione, ha scoperto i  vecchi film di culto del  programma Le ciné-club.

Tutto questo naturalmente non è sufficiente alla formazione di  una ragazzina che sta maturando mentre  scopre l'amicizia, l'amore e - quando un avventore del bar che l'ha vista crescere tenterà di abusare di lei -  persino il tradimento  Sarà una compagna di scuola  du genre protégé ma un po' meno imbecille degli altri ad offrirle amicizia e l'occasione per impossessarsi di buone letture e buona musica.

Di lì a capire che la cultura è importante, aiuta ad affrontare la vita con le sue sfide e le sue brutte sorprese è un attimo. Sono tutti lì Les quattre cents coups di Stella, la botta di vita. La grande occasione. 

Ma c'è un aspetto del tragitto di questa ragazza che rende ancora più incomprensibile il divieto della censura italiana : la scoperta che l'apprendimento matura solo nella dimensione collettiva del confronto che solo la scuola può consentire. Dunque niente abbandoni scolastici, è l'invito che sotterraneamente,  il film rivolge ai giovanissimi. Resistete!

Un piccolo gioiello, un film con qualche imperfezione ma  edificante senza l'impiego  di retorica e luoghi comuni. Sguardo incantato e grinta. Come Léora Barbara, la bravissima interprete.

 

Stella è un film di Sylvie Verheyde. Con Leora Barbara, Karole Rocher, Benjamin Biolay, Guillaume Depardieu, Thierry Neuvic, Jeannick Gravelines, Valérie Stroh, Johan Libéreau, Melissa Rodriguès, Laëtitia Guérard, Anne Benoît, Christophe Bourseiller, Yolaine Gliott. Genere Drammatico, colore 102 minuti

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venerdì, 21 novembre 2008
08:35

Toh...un film

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Veramente ce n'è in giro un altro paio,  forse tre, ma diciamo che dopo il Festival di Roma e qualche settimana di quaresimali passati  in sala a sciropparsi inutili visioni, questo Rachel Getting Married, potrebbe rimettere in pista il piacere di andare al cinema. Dunque, qui abbiamo Anne Hataway, già sulla via della disintossicazione da ruoli zuccherosi di aspiranti principesse, aspiranti donne in carriera, aspiranti giornaliste,  dopo  Havoc di Barbara Kopple, in cui tra parolacce e versi di Jay - Z e Tupac, completava il quadretto della bad girl, dedicandosi anima e corpo  al sesso svelto e al crack. Una grande riabilitazione.

Che prosegue con  Rachel getting married, dove  interpreta il ruolo del corpo estraneo, della pecora nera, il cui momentaneo ritorno in famiglia per il  matrimonio della sorella maggiore, provoca tensioni, alimenta nevrosi e  scombussola equilibri, come si conviene ad una vera problem child  che oltretutto custodisce assieme ai suoi,  un terribile segreto.

Ma soprattutto abbiamo Jonathan Demme, regista  indipendente dalla eclettica traiettoria artistica , che per raccontare la festa di nozze di un uomo d'affari di colore con una ragazza bianca della media borghesia agiata e liberal dell'East Coast, convoca sul set  una bella combriccola di amici, compagni e familiari  che poi sono il  poeta  sino-americano Beau Sia,  attori come Anna Deavere Smith,  cineasti del calibro di Roger Corman e Anisa George, musicisti world,  iracheni, greci e palestinesi, solisti alla chitarra (come suo figlio Brooklyn)  e amici delle Pantere nere (come il cugino Bobby ). Più una scuola di samba a ravvivare le coreografie.

Aggiungi,  in un simile contesto, una colonna sonora con  i ritmi di Zafer Tawil e altri  sound  - del jazzista Donald Harrison jr., del percussionista arabo d'America Johnny Farraj con il suo ria, del trombettista iracheno e suonatore di santoor Amir Elsaffar, della vocalist siriana Gaida Hinnawi, con la sua personale interpretazione del maqam arabo, del pianista greco Dimitrios Mikelis - e la parata transculturale, pre elezione di Obama ed in suo onore, come da dichiarazioni veneziane, è servita.

Intanto piccoli miracoli compiono, la camera a mano ( spesso digitale) che si lancia nella mischia dei festeggiamenti o irrompe in casa e le riprese in tempo reale. Demme non vuole che il pubblico sia fuori del film . E riesce nell'impresa di non escluderne mai la presenza.

Così mentre il  microcosmo familiare si scompone e si ricompone, tra gare di crudeltà verbale  e boxing match tra consanguinei , è impossibile che l'elemento multirazziale, nemmeno troppo di sottofondo, appaia per quel che è : la vera risorsa contro lo sfascio del Sistema America.

Regole narrative saggiamente scombinate da  Jenny Lumet, figlia di Sidney, sceneggiatrice di talento, ricercata e fantasiosa. Una delle felici scoperte di questo film.

Niente premi a Venezia. Ingiustamente.

rachel-getting-married-91

Rachel sta per sposarsi (Rachel getting married ) è un film di Jonathan Demme. Con Anne Hathaway, Rosemarie DeWitt, Mather Zickel, Bill Irwin, Anna Deavere Smith. Drammatico, durata 114 min. - USA 2008. - Sony Pictures
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martedì, 14 ottobre 2008
11:20

Dentro lo scafandro

Ho raccontato una storia vera. Il giornalismo non ha fatto il suo dovere sull'Iraq. 4.000 morti e solo quattro immagini di tombe: è il dato del New York Times. E' la domanda di verità è sempre più forte in America. Io volevo che la gente si mettesse nei panni dei soldati al fronte. Che provasse quello che provano loro. Psicosi e dipendenze comprese.

Kathryine Bigelow

In esergo  una citazione da Chris Hedges - già inviato di guerra embedded del New York Times, premio Pulitzer e docente a Princeton -  La furia della battaglia provoca dipendenza totale, perchè la guerra è una droga. Dunque, sulla scorta di questa illuminante considerazione, Katharine Bigelow,  del conflitto iracheno ci racconta il punto di vista dei soldati americani, sfatando più di un luogo comune sui volontari, mostrando senza cinismo, persone disilluse per le quali l'esibizione del coraggio e  l'adrenalina da guerra  possono provocare dipendenza. E sono talmente atroci insostenibili e ansiogene le sequenze, che lo spettatore  si ritrova, non di rado, costretto nello scafandro del protagonista, uno specialista che disinnesca ordigni esplosivi disseminati un po' dovunque - come lo sono gli agguati del resto -  ma soprattutto confezionati con inimmaginabile sadica fantasia . Rinunziare allo stile tradizionale del film di denuncia  o di controinformazione pacifista, significa dunque  mostrare direttamente i fatti, le operazioni, nell'analisi condotta con uno stile lucido ed estremamente diretto, di una delle più controverse ed inutili guerre al mondo. Contro e fuori campo, nascosto nell'ombra, un popolo tradizionalmente  pronto a tutto pur di resistere. La conclusione ripetuta da Bigelow,  in tutte le interviste rilasciate è che da un simile luogo, è bene andar via prima possibile. C'è un solo uomo che può riportare i soldati a casa. Non posso immaginare un ex soldato alla Casa Bianca.

The hurt locker è la cassetta che contiene gli effetti personali dei soldati morti in guerra.

 The Hurt Locker è un film di Kathryn Bigelow. Con Jeremy Renner, Anthony Mackie, Guy Pearce, Ralph Fiennes, Brian Geraghty, David Morse, Christian Camargo, Evangeline Lilly. Genere Drammatico, colore 131 minuti. - Produzione USA 2008. - Distribuzione Videa - CDE -

 

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giovedì, 18 settembre 2008
08:58

Ariecco i Coen

Coen Brothers  ..dadàn  -  tra le più interessanti  aziende a conduzione famigliare made in Usa - tornano, autori di questa spy, dark, noir - le definizioni si sono sprecate - story con la quale s'è inaugurata Venezia 2008, in un tripudio di feste e battimani. Giustamente. Perchè a mettere insieme i registri severi del giallo - step by step, ordinatamente e senza tregua, dal preambolo fino all'assassino -  con quelli anarcoidi e  multidirezionali della commedia degli equivoci, ci vuole un certo coraggioso talento - e infatti non tutto - tutto - tutto, è sotto controllo, anche se nonostante ciò,  nulla  va perduto dell' incantevole divertimento - 

Racconto impietoso dell'idiocy today,  della stupidità che ogni cosa domina e dalla quale siamo dominati e, in alcuni casi, anche governati. Report veritiero sullo Stato dell'Unione, non in buona salute   a dire il vero, come pure cronache recentissime di scatoloni viaggianti per Wall Street indicano, che viene esibito con ferocia amplificata da un tasso satirico di discreta entità.

La vicenda è quella di Osborne Cox (magnifico Malcovich in vestaglia da camera ed ascia) licenziato dalla Cia per problemi di alcolismo (e di conseguenza pure dalla moglie) che sta scrivendo un ambizioso e vendicativo memoriale, il  quale fortuitamente finisce nelle mani di due decerebrati impiegati di una palestra, uno rincoglionito dall' I-pod, l'altra una segretaria un po' âgé - ma nemmeno troppo - che invece di predisporsi ai numerosi comforts del viale del tramonto, cerca un' improbabile  rigenerazione  in  Internet. Sito : staiconme.com (fantastico l'URL ).  Tutto questo  mentre sogna costosi e, impagabili dall'assicurazione,  interventi di chirurgia plastica che, a suo credere, le consentirebbero di sedurre uomini di successo e non solo i losers raccattati in Rete.

 L'intento del duo è quello di servirsi del dischetto in cui è contenuto il memoriale, per ricavarne, a mezzo ricatto, il denaro necessario agl'interventi chirurgici di cui sopra.In tutto questo s'inserisce lo sceriffo federale Clooney, amante contestuale della moglie di Cox e delle segretaria della palestra. Comincia così un tourbillon di sospetti e pedinamenti  talmente fitto che risulterà incomprensibili finanche ai servizi segreti. Ma nel dischetto non ci sono tali rivelazioni da indurre potenze straniere o la CIA o altri soggetti all'esborso..... Nelle frustrazioni e nell'ansia di riscatto , nell'ossessione dei soldi e dei complotti, nell'arzigogolo di fandonie in cui ci ricacciamo per sostenere una condizione umana insoddisfacente, c'è un ricco compendio di deprimente attualità, non solo statunitense. Ultimo film della trilogia degli idioti - Fratello dove sei ? e Prima ti sposo e poi ti rovino sono gli altri due - Burn after reading, sottotitolo inopportuno, A prova di spia, è un film vivace pieno di gag di  incastri narrativi  esilaranti. Recitato da attori (assai divertiti) che manco a dirlo, sono tutti al meglio ( poi qualcuno ha detto che Malkovich è troppo cupo e Pitt troppo scemo ma i ruoli quello richiedevano : esasperazione). Menzione speciale a JK Simmons nel ruolo del capo della CIA. Magnifico Clooney, sempre più bravo sempre più in sintonia col resto del mondo-film. Anteprima mondiale a Venezia 2008. Secondo passaggio ( e sottolineo secondo ) a Toronto, sta facendo cantare il box office negli States.Vediamo qui da noi.... ( esce domani)

Un film di Ethan Coen, Joel Coen. Con Brad Pitt, George Clooney, Frances McDormand, John Malkovich, Tilda Swinton, Richard Jenkins, J. K. Simmons, David Rasche, Olek Krupa. Genere Commedia, colore 96 minuti. - Produzione USA 2008. - Distribuzione Medusa

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lunedì, 15 settembre 2008
21:10

Una polemica deprimente

Giovannino Guareschi è stato un intellettuale  di grande spirito, anticonformista, coraggioso, coerente.  Uno, tanto per dire, che ha preferito andare in galera piuttosto che rinnegare le sue idee. Una rarità viste le abitudini  invalse nel Costume Nazionale. Allora come ora. Certo, era un cattolico conservatore, fortemente legato alla tradizione contadina e patriarcale e, proprio per questo, fiero detrattore di quello che era un cavallo di battaglia dei comunisti di allora : il mito del Moderno, senza tralasciare uno solo di tutti gl'infiniti corollari del Progresso. Tuttavia, nessuno scrittore popolare seppe come lui, raccontare, esorcizzandolo, il trauma e  lo smarrimento di un Paese che sulla strada dell'industrializzazione, stava via via perdendo la propria identità, mentre l'ordine delle cose del  piccolo mondo subiva un'irrimediabile trasfigurazione.  Ne' altri ha mai reso con tanta efficacia, quello scarto che c'è tra le ambizioni e la vanità degli esseri umani  e l'effettiva modestia del loro percorso - di tutti gli ingredienti della satira, l'elemento più sostanzioso - Per questo, ha mille volte ragione Giuseppe Bertolucci quando sostiene che la parte del film  La Rabbia  destinata dal produttore a Guareschi, non rende pienamente  merito al suo contributo intellettuale. Vai a sapere perchè, ne emerge un ritratto stizzito e vagamente razzista che, a dire il vero, non gli corrisponde affatto. Sono dunque in malafede quelli che in occasione della ricostruzione del film  realizzata, così come Pasolini avrebbe voluto, da Giuseppe Bertolucci  - che in quanto presidente della cineteca di Bologna, è depositario della fondazione Pasolini -  hanno parlato di censura e  di ideologismo. La nuova versione non contiene infatti la parte di Guareschi ma ci restituisce molto dello spirito originario del film che non era certo quello di mettere insieme due punti di vista diametralmente opposti in nome di un malinteso concetto di obiettività. I nuovi inserti parlano di temi di attualità,  di conflitti di classe, di paura, avventurandosi la narrazione e scavando in eventi quali la partecipazione italiana alla guerra di Corea, la lotta per l'indipendenza algerina, la morte di De Gasperi, la nascita della televisione. La partenza sono quei cinegiornali d'epoca democristiana - la settimana Incom per intenderci -   che frequentemente usavano travisare i fatti e che nei confronti di Pasolini avevano un atteggiamento irridente e beffardo. Il film ruota intorno ad un lavoro di (prezioso) smantellamento di quelle menzogne. La  risposta poetica oltre che politica alla scontentezza, all'angoscia, alla paura della guerra nucleare che Pasolini intendeva offrire  nell'antico progetto, è in quest'opera ineccepibile dal punto di vista  filologico ( il film, fu sforbiciato a dovere  prima della sua uscita nelle sale dove, tuttavia, rimase pochissimo) per di più arricchita  da  un testo poetico di Giorgio Bassani e un testo in prosa  di Renato  Guttuso.

 Ma comunque  si giudichi  l'operazione diretta da Bertolucci, una scelta artistica rimane una scelta artistica, discutibile quanto si vuole, ma non al punto da giustificare richieste di dimissioni dal comitato per i festeggiamenti del centenario della nascita di Guareschi. Richiesta della famiglia dello scrittore, cui Bertolucci ha immediatamente aderito. Che peccato però. Si renderanno conto gli eredi, quale perdita subisce l'attività del Comitato? Se le cose stanno così, cioè se ci si deve lasciar guidare dall' umore piuttosto che da autentica passione culturale, allora tanto vale offrire la presidenza delle associazioni  e delle fondazioni direttamente ai parenti, anche se le loro opinioni spesso vengono strumentalizzate per finalità non proprio limpidissime. Così, è accaduto che un vero coro, assolutamente trasversale e bipartisan, abbia trovato la scelta di eliminare dal film la parte di Guareschi addirittura antidemocratica, manco, in quel di Bologna, avessero dato alle fiamme lo spezzone di Guareschi. La Rabbia di Pasolini così come è stata ricostruita, è invece un documento interessantissimo, eretica testimonianza di grandi mutazioni sociali, raccontate direttamente da chi ne fu acuto interprete. Un lavoro che poco ha a che fare con la versione del 1963 : sono  due cose distinte. Escludendo con ciò, il fatto che Giuseppe Bertolucci, che di Guareschi riconosce il contributo , abbia voluto in alcun modo censurarne la testimonianza. Altre dimissioni, per ben altre intenzioni smaccatamente censorie ci vorrebbero.Ma queste come direbbe Giovannino...son faccende troppo grosse.

( la saga della Rabbia in questo blog comincia qui e chissà quando finirà)

LA RABBIA DI PASOLINI
Introduzione di Giuseppe Bertolucci (2’)
Materiale inedito dell’archivio dell’Istituto Luce (16’)
La Rabbia (edizione del 1963, 53’) del Gruppo Editoriale Minerva RaroVideo
Appendice: L’aria del tempo (12’).
Durata totale: 83’

Da un’idea di Tatti Sanguineti.
Realizzazione: Giuseppe Bertolucci.
Montaggio: Fabio Bianchini
Letture della parte ricostruita: Valerio Magrelli e Giuseppe Bertolucci

 

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domenica, 14 settembre 2008
20:24

La nazionale cingalese ( Machan )

Machan  sembra confermare la teoria secondo la quale, fuori dai  propri confini, il cinema italiano riesce a fare meglio di quanto non faccia in casa, ( vedi anche Bechis, Marco Pontecorvo etc). Di sicuro l'allontanamento anche fisico dal clima, ovvero dalle tematiche più in auge qui da noi -  tra famiglie spappolate da ricostruire, se necessario, anche con la forza e importanti drammi interiori o ricordanze da consegnare alla posterità -  giova parecchio . Di che abbiamo bisogno infondo noi ? Di un sacco di cose. Intanto un po' di cosmpolitismo non farebbe male alla nostra produzione cinematografica.  Con questo film dunque,  Uberto Pasolini - già  produttore di Full Monty per Uberto Cattaneo - si cimenta  con un' autentica tragedia : quella dell'immigrazione, traendo da una materia ad alto contenuto drammatico, una storia lieve ed esilarante, ambientata in Sri Lanka. Una sorta di commedia etnica - peraltro tratta da una storia vera -  i cui protagonisti,  un gruppo di derelitti che sogna l'Europa per affrancarsi dalla povertà, sprovvisti di documenti ma non d'inventiva, mette in piedi  una finta  Nazionale Cingalese di Pallamano per poter espatriare, complici  le  trasferte internazionali. Lo sfondo è, tuttavia, una condizione di vita agghiacciante tra  baraccopoli, trafficanti di essere umani e miseria, che la leggerezza dei toni non intende assolutamente rimuovere. Ed è proprio qui lo straordinario del film : dire le cose come stanno, qualunque sia la cifra narrativa prescelta. Cast tutto cingalese dalla sceneggiatrice agli attori. Intento ben riuscito del regista  di mostrare chi siano e da dove vengano i tanti clandestini che incontriamo per strada.

 

 Machan è un film di Uberto Pasolini. Con Dharmapriya Dias, Gihan De Chickera, Dharshan Dharmaraj, Namal Jayasinghe, Sujeewa Priyalal. Genere Commedia, colore 108 minuti. - Produzione Italia, Sri Lanka, Germania 2008. - Distribuzione Mikado -

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domenica, 07 settembre 2008
12:32

Silvia non è morta è ritornata dal canal

Venezia 2008 Calatrava 03...e non si sa se questo sia un bene o un male, essendosi tirata dietro, nel suo risorgimento dalle acque, anche il consorte, incapace oramai di presenziare a qualsiasi evento senza illustrare i capisaldi della sua celebrata Mistica : Uno : (trapianti d'organi a parte), molte vite umane potrebbero essere salvate. Se ci fosse più sorveglianza da parte dei datori di lavoro e meno pigrizia negli operai. Due : siamo vittime della degenerazione di governo e opposizione. Tre : No al parcheggio sotterraneo del Pincio. Meglio il mare di lamiera che in superficie valorizza i monumenti, allieta l'esistenza dei cittadini romani, residenti e non, impedendo all'area di essere infine pedonalizzata ( io a Celentano farei fare una promenade  mentre spinge un passeggino gemellare tra marciapiedi microscopici, macchine parcheggiate e vicoli ..so beautiful ). Siamo tuttavia lieti che Yuppi du, non un capolavoro della cinematografia, ma egualmente interessante nel panorama scarno se non inesistente dei musical italiani, sia stato restaurato e se ne sia realizzato un dvd da porre in commercio per la gioia degli estimatori . Ognuno pensa al proprio tornaconto è un altro  caposaldo  della Mistica di cui sopra. E per una volta almeno, siamo d'accordo.
Ma veniamo al dunque :

Sull' Avenida Paulista a San Paolo del Brasile, due amici s'incontrano, tentano una conversazione che però è continuamente interrotta dai trilli dei rispettivi  telefonini. Così decidono che l'unico modo per avere uno scambio reale è telefonarsi a loro volta. Parleranno di etica, di vita, di amicizia, incuranti del traffico e del via vai di persone che li circonda. Comincia così Venezia 2008, con questo corto emblematicamente titolato Do visivel ao invisivel , del centenario maestro ( ma che spirito, che tocco  e che verve..) Manoel De Oliveira. Metafora della attuale difficoltà a comunicare se non attraverso mezzi  ma anche la sintesi  di quel che cerchiamo nel cinema :  il racconto di ciò che ( ancora) non si vede.
Elaborato il tragitto di questa Mostra e, per sovrapprezzo, attraversato da polemiche spesso ridicolmente gonfiate da una copertura mediatica che, in quanto spropositata, bada sempre meno ai contenuti, offrendo più rilievo alla marginalità. Marginalità data non solo dai muri del pianto di Ippoliti o dagli abbigliamenti informali di certi critici o dal menù servito per colazione a Brad Pitt ma anche dalle dispute blockbuster - cinefilia ( Più Risi meno Antonioni si è dovuto leggere in un editoriale di cui francamente non si sentiva la necessità) ovvero dalla imperdibile polemica se sia o meno servita la contestazione
di Z
avattini, Pasolini, Ferreri, Cavani (e molti altri) della Mostra nel  settembre 1968. Come se tenersi un regolamento di epoca fascista  che consentiva agli stati, tramite le loro ambasciate, di avere pesante voce in capitolo ( vedi alla voce censura) nella selezione internazionale, potesse giovare all'Arte. Tuttavia - e questo è vero - le presenze sono calate, colpa della crisi economica ( di cui poco si  parla ) più che del programma definito (a torto ) anemico e del fatto che se Venezia è una città costosa per le Major hollywoodiane, come pure precisato da Variety in apposito articolo, figuriamoci per i ragazzini con lo zaino in spalla e i di loro parenti. Ciò detto, Müller, a mio sommesso parere,  ha allestito una mostra significativa dell'attuale offerta cinematografica di qualità nel pianeta, compiendo slalom tra i diktat di Toronto, lo sciopero degli sceneggiatori che ha ovviamente avuto ricadute sui tempi di lavorazione e consegna , la censura cinese che sdogana solo film in cui tutto va bene e chissà quale altra diavoleria o capriccio del settore. E' giusto che una mostra sia la più variegata - o schizofrenica, fa lo stesso -  internazionale, eclettica, sperimentale,  possibile, che offra una panoramica sui generi, senza ridicole -  in epoca di ibridazione, poi.. - pretese gerarchiche,  che offra al pubblico la possibilità dell'incontro -  che diventa sempre più scontro - con la realtà, con il lirismo, con l'immaginario. Sotto questo aspetto  il talento esplorativo - nonostante la riconferma che avrebbe suggerito in chiunque, un minimo di surplace - della catena di comando Müller and co ha dato i suoi risultati.

Venezia 2008 09
Sognando un'altra Cannes, la Mostra ha schierato in concorso ben quattro film italiani.  Scelta giustificata date le affermazioni primaverili da mettere a profitto che però non ha sortito l'effetto sperato, ne' si può considerare la coppa Volpi a Silvio Orlando un risultato soddisfacente.  L'impeccabile,  quanto a gusti, Wim  Wenders, lo ha pur spiegato : peccato che il regolamento impedisca di premiare  il miglior attore  se il film in cui recita è stato già insignito col Leone d'oro. Come dire : avremmo premiato più volentieri Rourke -  notevolissimo peraltro nell' interpretazione del wrestler  Randy "The Ram" Robinson. Non che i nostri film fossero  brutti , intendiamoci, ma le grandi aspettative della vigilia e soprattutto il confronto - in alcuni casi umiliante - con la cinematografia di altri paesi,  hanno orientato le scelte dei giurati su opere di differente spessore. Poco male. Ne' per questo sembra giustificata la recita dei requiem - dopo l'alleluja di Cannes sarebbe in ogni caso troppo tempestiva - già avviata dai giornali in salvezza dell'anima del defunto cinema italiano. In definitiva : Opzetek ha sperimentato ( ben venga, a prescindere) un differente registro rispetto al consueto e anche se il suo film  ha un che di incompiuto ( bravi gli attori, toccante la storia ma..) è già  a Toronto e sarà al Moma di New York in autunno con una retrospettiva. Corsicato è tornato tra noi con un film innovativo, vivace, che riesce finanche ad alleggerire il gravoso testo di Von Kleist già trasposto da Rohmer anni fa,  e anche se il richiamo ad Almodovar è pura invenzione ( ah la critica, oramai è diventata un coretto ben intonato ) ha messo in circolazione un'opera dignitosa e di discreta qualità. E' possibile dunque che il pubblico riservi  a questi film un trattamento differente, pareggiando così i conti con il giudizio non sempre generoso degli addetti.

Venezia 03Ma il punto non è questo, la difficoltà del nostro cinema, probabilmente  risiede nella cifra narrativa, troppo chiusa in ambiti angusti, di coppia, familiari, privati, troppo incentrata sulla psicologia dei personaggi laddove il massimo della contestualizzazione è dato da una lei che lavora in un call center. Anche Jerichow di Christian Petzold è la storia di un triangolo classico, anche Nuit de chien di Werner Schroeter, ruota su di un ossessione amorosa, anche Rachel getting married di Demme  racconta del ritorno a casa di una problem child la cui presenza mette in moto nella sua famiglia, dinamiche infami . Ma intorno ad ognuna di queste storie si muovono  universi interi dei quali la narrazione puntualmente si appropria e che ci restituisce, non meno indispensabili delle singole vicende .Sono lì. Non vengono lasciati fuori della porta di casa. Persino Calopresti ci ha raccontato di aver costruito il suo documentario sulla Thyssen ( ahimè brutto ) sul dolore, un sentimento privato che per diventare collettivo e quindi motore di cambiamento, abbisogna di un' impalcatura robusta : la presa di coscienza. Ma quanto del necessario senso civile viene sottratto allo scopo principale : informare allineando i fatti. Che, soprattutto in questo caso, sono un cazzotto nello stomaco e annichiliscono assai più di qualunque altro racconto. Torneremo a riparlarne.

Nelle illustrazioni Pappi Corsicato ed Isabella Ferrari sul set de il Seme della discordia e Valerio Mastandrea con la stessa Ferrari ne Il giorno perfetto.La scena, dice Opzetek cita Visconti : Rocco e i suoi fratelli. Ci piacerebbe.

Scritto da sedlex in: venezia 2008
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martedì, 26 agosto 2008
11:25

Ça c'est ..Venise !

Mi piacerebbe dire a lungo di Denver e di Obama e di quanto a forza di correre dietro all'ombra di Hillary - stamane celebrata dalle gazzette assai più di quella di Banco - i media tralascino di specificare fino in fondo, la portata eccezionale, comunque vadano le cose, di quest'evento : giovedì dopo aver pronunciato il rituale I accept , per il primo afroamericano nella storia del suo paese , si apriranno serie possibilità di diventare Presidente.  The work begins anew, the hope rises again, and the dream lives on, ha detto ieri il senatore Ted Kennedy. E sia. Anzi, magari fosse. Per l'America e per noi che da qualche tempo a questa parte, non facciamio che collezionare sconfitte. Un successo di Obama interromperebbe la catena di iatture che, tra tristezza e sfortuna, segna invariabilmente l'esistenza di chi persegue idee di progresso  e imprime un infelice marchio a questo nostro Tempo.

Da domani, tuttavia - partenza all'alba -   comincerà per me un breve periodo di riposo, quindi anche questo blog chiuderà i battenti per un po'. Di Obama dirò poi.  Tra i buoni propositi vacanzieri ci sarebbe anche quello di  dimenticare che esiste un ministro della cultura, che si chiama Sandro Bondi,  al quale siccome non sono piaciuti Il sol dell'avvenire e Quando combattono gli elefanti - e questo è assolutamente lecito  -  ha inverosibilmente deciso di ripristinare il Gusto Estetico di Stato - e questo è invece assurdo -  includendo oltretutto nel novero dei suoi pareri ingenerosi, l'intera nostra cinematografia. Tombola . Ma giustappunto sto recandomi in bocca ai Leoni. Sarà difficile, data la parata di pellicole nazionali, in concorso e fuori, dimenticare Bondi. Vedremo. Ma una cosa è certa : delle cose belle sarà riferito puntualmente al rientro . A bientôt....

Scritto da sedlex in: venezia 2008
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mercoledì, 30 luglio 2008
17:20

Arrivano i nostri

Se non più tardi di un anno fa, autentiche scene di  disperazione seguivano gli exploits denigratori di Quentin Tarantino, quest'anno non c'è angolino o sezione del Festival di Venezia che non ospiti uno o più film italiani. Venti in tutto, tra documentari, lungometraggi, résumé ed inediti. Cannes, con il doppio  riconoscimento  e l'incombente Festa di Roma,  hanno probabilmente suggerito a Müller, un cambio di indirizzo e l'offerta di un maggiore spazio alla cinematografia nazionale. Ma anche se le schede dei film evidenziano  tematiche differenti rispetto a quelle che hanno valso i premi francesi a  Garrone e Sorrentino, la scelta  è caduta egualmente su una gamma di opere che rappresentano il cinema italiano nella sua ampiezza e con i suoi diversi modi di raccontare la realtà. Il punto non è difendere i nostri film a prescindere, laddove si capirebbero i nasi arricciati della Critica Criticante  al cospetto di questo inedito e ancorchè massiccio schieramento di rappresentanti l'orgoglio nazionale,  ma semmai adoperarsi affinchè i migliori, siano mostrati a quanto più pubblico possibile. Non ci sono altri modi per fare in modo che si continuino a produrre film. Ad ogni buon conto, non mancherà occasione di scrivere di questi nostri possibili capolavori, non appena saranno presentati al Lido :
I
l primo ad entrare nella fossa dei ( si spera ) Leoni, sarà Ferzan Ozpetek con il suo ultimo lavoro  Un Giorno Perfetto . In ottima collocazione - sabato 30 agosto alle 19,30 in punto -  inaugurerà la parata  dei film italiani in concorso . Seguiranno Pupi Avati con Il Papà di Giovanna , Marco Bechis con Birdwatchers  e - finalmente! -  la gran rentrée di Pappi Corsicato con il Seme della discordia.
Ricca  e interessante, quest'anno la sezione Eventi : un'intera giornata sarà dedicata alle morti sul lavoro con la proiezione di due documentari Tyssen Krupp blues di Monica Repetto e Pietro Ballo e La fabbrica tedesca di Mimmo Calopresti. Un'altra ancora all'invasione del Lido da parte del Movimento Studentesco nel settembre 1968 : Venezia 68 di Antonello Sarno ed ancora :  Antonioni su Antonioni di Carlo Di Carlo. Mentre una sicura promessa, Mirko Locatelli  rappresenterà l'Italia con Il Primo giorno d' inverno alla sezione Orizzonti. Fuori Concorso sarà presentata La Rabbia di Pierpaolo Pasolini di cui si è già detto qui,  tempo fa, in versione inedita. Ed ancora : il film Puccini e la fanciulla del bravissimo Paolo Benvenuti, Nel blu dipinto di blu ( Volare ) di Paolo Tellini (1959) e infine un documentario di Mario Monicelli Vicino al Colosseo c'è ...Monti. Premio alla carriera - ed era ora - al maestro Ermanno Olmi e un'intera rassegna Questi Fantasmi sul  cinema dimenticato tra gli anni 50 e 70.
A questo punto... i Nostri stanno per sbarcare al Lido, Alemanno & Rondi dovranno andare a ravanare tra i filmini di famiglia ( meglio quelli di Rondi) per celebrare, come si conviene, il cinema italiano alla Festa di Roma,  il tag Venezia 2008 è stato inaugurato. Non resta che preparare i bagagli.Tra un po'.

 

Scritto da sedlex in: venezia 2008, la fabbrica del cinema
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