domenica, 11 gennaio 2009
12:48

The way we were

Succede a Fabrizio de Andrè quel che già successe con Jacques Brel, chansonnier e compositore di grande talento, anarchico e, quanto a descrizione di quell'ambiente borghese che fin troppo bene conosceva, assai più arrabbiato e cattivo di quanto Georges Brassens con i suoi  liberatori Mort aux vaches, Mort aux lois, vive l´anarchie! riuscisse ad essere.

Anche nel caso di Jackie c'è una Fondazione molto attiva e guidata con mano ferma ed avveduta da una figlia piuttosto sensibile alla problematica del copyright, come pure non si contano le mostre, le commemorazioni, gli spettacoli di artisti famosi e meno, che in ogni parte del mondo interpretano  le sue canzoni. Jacques Brel è cantato in cinese, in russo, in giapponese e persino in creolo.

Ovviamente in una simile gigantesca appropriazione, il mercato si guarda bene dal fagocitare i testi più sovversivi e il povero Brel con i suoi circa duecento brani, viene identificato con Ne me quitte pas, al più con la Chanson des vieux amants. Altrettanto ovvio il tentativo di traghettare l'autore de Les Bourgois, de Les Bon bon de Les singes o di Jaures in territori artistici assai più tranquilli di quelli in cui effettivamente navigava, ovvero di farne un cantante per famiglie o per nostalgici  di mezza età.

A seguire i racconti di radio e televisione o dei  giornali che celebrano, in questi giorni,  il De Andrè poeta, intellettuale, maître à penser - a volte  pare che non se ne è avuti altri - anche attraverso accenni agli anni in cui è vissuto, sembra tutto facile, piano. La rivolta delle giovani generazioni, il tragitto artistico del cantante antagonista, tutto sembra essere appartenuto ad un fluire  spontaneo, lieto  e senza intoppi. Eventi in successione, posti su  binari ben oliati, tra il generale plauso per la spazzatura e i fiori delle Suzanne o per la vocazione al trionfo e al pianto delle Giovanne D'Arco.

Meno male  il Caso che invece proprio ieri, ci ha offerto l'opportunità di ricordare in quale clima, in quale paese reale si è invece sviluppato il lavoro di Fabrizio De Andrè. Anni non semplici in cui le pantere che ci mordevano il sedere non appartenevano solo alle forze di polizia ma potevano anche chiamarsi SISDE o che so io. Ed ecco che il Com'eravamo assume una connotazione meno festosa e gaia e anche al Vate De Andrè scolorano un po' i tratti, divenendo meno universali  e condivisibili da ognuno.

Tuttavia, a meno di stecche o interpretazioni incolori, non sono tra quelli che si lamenteranno mai perchè a Samuele Bersani o a Tiziano Ferro, questa sera all'interno della trasmissione di Fabio Fazio, saranno affidate rispettivamente le esecuzioni del Bombarolo e de Le Passanti ( per queste ultime, eventualmente si lamentino anche i Brassensiani). Dispiaccia o no, il meno siamo e più ci divertiamo, riferito all'arte o alla musica o alla Conoscenza in genere, è un modo un po' provincialotto e demodée che ancora sopravvive in minuscole congreghe dedite esclusivamente alla riproduzione di se stesse. Se un solo fan di Tiziano Ferro  stasera, butterà dentro il motore di ricerca la dicitura Storia di un impiegato o il nome Georges Brassens ne sarà valsa la pena. De Andrè vive e questo è uno dei modi per cui resti vivo a lungo.

Ma la verità su quegli anni non può essere estromessa dal pacchetto divulgativo delle celebrazioni, altrimenti i conti non tornano. Dai diamanti non nasce niente non è verso  che viene dal nulla dal letame nascono i fior non sono cose queste da mamme, da nonne e da zie.

Foto di Piero De Marchis (il sito è creuza de ma)

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venerdì, 09 gennaio 2009
23:38

De Andrè vive

Deandrevivo
Dire di Fabrizio de Andrè all'epoca delle celebrazioni nel decennale della scomparsa, è l'impresa che è.
Poichè tutto è stato scritto, cantato, filmato, mostrato in mille iniziative, libri e trasmissioni, il senso delle cose rischia di sfumare nella ripetitività, il valore artistico nella mitizzazione, lo spessore civile ed umano
nel racconto di episodi spezzettati  e scollati dalla  coerenza del tracciato biografico.
Riti funebri, in qualche caso, che mal si addicono alla vitalità intrinseca di un'Opera che sembra invece fatta per durare alimentando altre opere, altre riflessioni. Col tempo tuttavia, s'impara a leggere nell'entusiamo inspiegabile di chi  era troppo giovane per apprezzare la sua musica, un tratto di affetto piuttosto singolare, per quello che in definitiva, è un cantante del passato. Anche in certa venerazione da vecchi fans, patiti dei ricordi, sopravvive nonostante gli sguardi perennemente rivolti all'indietro, lo stesso tratto di autentico sentimento.
De Andrè è vivo ( e resiste al processo di beatificazione). E' scritto con due esclamativi su di un muro assai fotografato, con A anarchica cerchiata, griffe e insieme omaggio all' Ideale di sempre.
E dunque, se così è, celebriamolo da vivo.

In questi giorni  per esempio,  è quasi impossibile non pensare a Sidùn - Sidone - rappresentata come un uomo arabo di mezza età, sporco, disperato, sicuramente povero che tiene in braccio il proprio figlio macinato dai cingoli di un carro armato e questo accade per la stessa ragione per cui tempo addietro in occasione di alcune poco brillanti iniziative del governo, venivano alla  mente Korakhanè, Bocca di Rosa o Princesa.

Non tanto per loro, i personaggi, quanto per l'inalterato clima di sotterranea  o esplicita violenza che ancora avvolge le storie degli ultimi, dei diversi. Violenza dei provvedimenti, di sicuro -  dunque emanazione diretta del Potere -  che però interpreta un comune sentire al quale andrebbero assimilati  i molti ma e se di Insospettabili, che nel corso del tempo sono andati ad ingrossare le fila di maggioranze non più silenziose.

Non serve pertanto nell'esercizio vagamente  necrofilo del cosa avrebbe detto, interrogare chi purtroppo non è più. Ne' esaltarne - altro tic - le capacità profetiche. Piuttosto prendere atto che collocarsi dal lato opposto a quello da cui spira il vento, rappresenta non solo un'occasione di riscatto, ma consente un punto di osservazione che io definirei alla giusta - ancorchè non prudenziale -  distanza, mai eccessiva da esimersi di cantare l'astio e il malcontento, ne' troppo ravvicinata ad evitare contaminazioni che depotenzino e asserviscano il canto.
Solo questa postazione probabilmente, consente di guardare oltre i singoli episodi, le dinamiche spicciole. Non il prevedere dunque, dei maghi, dei santoni o dei profeti, ma il semplice vedere possedendo nel contempo il generoso talento di saper mostrare agli altri.
In aggiunta, le molte lezioni impartite senza averne mai l'aria,  tutte derivanti però da un' unica radice : il pensiero libertario.
Resistente ai cedimenti dell'ideologia, dilagante  dalla prima canzone fino all'ultima e nella scelta mirata dei brani di altri autori da tradurre, adattare, riportare a nuovi significati. La vera spina dorsale di tutta la sua produzione è in quella Idea.
Fabrizio De Andrè si è insinuato nel nostro modo di pensare prima ancora di essere parte dei nostro bagaglio sentimentale, anche per questo il piombo fuso di Gaza ci riporta al dramma di Sidone...euggi di surdatti chen arraggë cu'a scciûmma a a bucca cacciuéi de baëa scurrï a gente cumme selvaggin-a finch'u sangue sarvaegu nu gh'à smurtau a qué

e alla breve chiacchierata che accompagnava l'esecuzione del brano nei suoi concerti :

La piccola morte a cui accenno nel finale di questo canto, non va semplicisticamente confusa con la morte di un bambino piccolo. Bensì va metaforicamente intesa come la fine civile e culturale di un piccolo paese: il Libano, la Fenicia, che nella sua discrezione è stata forse la più grande nutrice della civiltà mediterranea.

Sono anch'io tra quelli che gli vogliono bene. Mille anni e mille anni ancora

 






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domenica, 09 novembre 2008
21:12

La sua cattiva strada (dite a mia madre che non tornerò)

1

La cattiva strada nasce in collaborazione con Francesco de Gregori, nel 1975. Ma come luogo deputato del proprio sistema etico e di valori, Fabrizio de Andrè l'aveva concepita già da tempo. Anzi era proprio lì che aveva cominciato, dalle cattive compagnie - mia madre mi disse: non devi giocare con gli zingari del bosco ma il bosco era scuro l'erba già alta, dite a mia madre che non tornerò - Nei versi di Sally,  che ovviamente non alludono ne' agli zingari ne' alla mamma di De Andrè,  è indicata con nettezza, la  scelta  di chi abbandona i privilegi di una condizione borghese con il suo bagaglio di regole e proibizioni, per adottare una filosofia di vita meno agevole ma più libera. Una strada che è cattiva ma solo perchè impervia.  

Quel tragitto prosegue  nel segno di  François Villon e, attraverso l'ascolto delle sue canzoni, di una vera e propria presa  in carico dell' Universo Brassens,  in una sorta di educazione sentimentale distante appena un soffio da quella politica. Tutto ciò sospingendo De Andrè ad un approdo che ben definiva la sua visione del mondo : il pensiero anarchico di Bakunin, Stirner, e Malatesta.

Tutta la sua produzione viaggerà su questa direttrice. Dalla Città Vecchia a  Preghiera di gennaio fino ad Anime salve, De Andrè non abbandonerà mai la cattiva strada. Più che per un tratto di coerenza, per caparbietà nella convinzione che solo quella zona fosse davvero franca, inibita al Potere.

Diverse iniziative, nel decennale della sua scomparsa, sono già in cantiere, sollecitate da una memoria viva e  vitale che continua a produrre  un atipico fenomeno di diffusione della sua musica, anche tra i giovanissimi.

Tra queste - presentato in anteprima al Festival di Roma, il documentario di Teresa Marchesi  Effedià sulla sua cattiva strada.

Un lavoro di paziente (ed amorevole) collazione di stralci tratti da interviste, clip, concerti, in cui l'assenza di una voce narrante lascia molto spazio alla manifestazione in proprio della  personalità cordiale, aperta di un musicista colto, versatile e con un grande talento per la ricerca e la divulgazione.

Io credo che qui da noi Georges Brassens, pur affidato alle intelligenti cure di Nanni Svampa e Fausto Amodei che avevano preferito tradurre quel francese così denso nei rispettivi dialetti o di Beppe Chierici, raffinato interprete ma pochissimo noto, non sarebbe sopravvissuto nella memoria di ognuno, se Fabrizio de Andrè non se ne fosse appropriato, restituendoci condensata in sei brani, tutta l'essenza della sua vastissima produzione. Così come la curiosità per Mutis, Lee Masters, Pivano, Dylan, Coen, nasceva spontanea, essendo sufficiente una sola canzone o un accenno,  per innescarne il dispositivo.  Un tratto questo di generosità intellettuale come di chi  spalanca al prossimo il suo mondo e lo rende disponibile a nuove appropriazioni.

Tutto questo è contenuto nel DVD e in due libri fotografici (ma non solo), curati entrambi da Guido Harari, uno titolato Fabrizio de Andrè Una goccia di splendore, una biografia corredata da foto inedite e appunti  e un altro Evaporati in una nuvola rock in cui interviene anche Franz di Cioccio che è invece il diario collettivo del tour con La Premiata Forneria Marconi. Entrambi davvero belli corposi ed imperdibili.

E chissà che la Fondazione non voglia anche editare le riprese video del Tributo a Fabrizio De Andrè al Teatro Carlo Felice del 12 marzo 2000. Di quell'evento alcune interpretazioni sono presenti nel dvd : Zucchero,Vasco Rossi e Franco Battiato così commosso da non poter ultimare l'esecuzione di Amore che vieni  amore che vai.

Effedià sulla mia cattiva strada è un documentario di Teresa Marchesi prodotto dalla Fondazione de Andrè 2008

Fabrizio de Andrè, Una goccia di splendore è un libro curato da Guido Harari edito da Rizzoli 2008

Fabrizio de Andrè & PFM Evaporati in una nuvola rock è un libro curato da Franz Di Cioccio e Guido Harari edito da Chiare lettere.2008

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martedì, 30 settembre 2008
10:31

Psiche sa leggere e scrivere

Grand Rentrée di antichi tic Contiani, seppur declinati in chiave elettronica - i suoni di gomma e di plastica dei sintetizzatori, con la loro strana poesia -  Ma l' abbandono momentaneo di swing e jazz, non scalfisce minimamente lo smalto delle esecuzioni. Psiche che  sa  leggere e scrivere - pallida lampada araba - è  il titolo del nuovo album, sintesi  del  carattere introspettivo ed insinuante  che attraversa l'intera collezione di brani. Niente di nuovo si dirà : c'è la bicicletta, Kipling, il circo, i pellerossa, la Francia, i rappel esotici, i viaggi,  il Novecento e la femminilità che continua ad essere misteriosa. E invece no e sono proprio le sonorità digitali a determinare l'efficacia  di certe soluzioni armoniche,  come - esito imprevedibile - l'esaltazione della voce dell' oboe o di quella del sassofono baritono. Attualizzazione, magari anche un po' ruffiana ? No, contaminazione piuttosto, ovvero risultanza  di una ricerca di cui, non tragga in  inganno pioggia pioggia pioggia pioggia...e Francia,  Conte s'incarica da sempre. Non a caso lo inondano di premi oramai in tutto il mondo. Piace moltissimo a me, inoltre, che ad Amore, per una volta, si preferisca Psiche e la si celebri. Che la presentazione dell'album sia avvenuta alla Salle Pleyel in Faubourg Saint'Honoré, tempio, di nome e di fatto, ( è un auditorium straordinario ) della musica colta. E non all'Olympia. Che di Berlino si colgano atmosfere mai più riproposte, da pre - caduta del muro. Che la conversazione d'amore di Coup de Thêatre, cantata in coppia con Emma Shapplin, sia quanto di più plateale e meno intimo possibile e che nel Quadrato e il Cerchio siano presenti, con qualche eco direttamente  da Aguaplano, i sensi della più stringente delle attualità. Psiche dilaga a diverso titolo, in questi quindici brani e si lascia decifrare, non senza le solite, familiari, inquietudini.

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sabato, 08 dicembre 2007
13:21

Mi piace stare sola

Nello spazio entro i confini stabiliti,  tra  Moro  perchè non  moro  a Morirò d'amore,  si articola  l'esperienza artistica di Giuni Russo. Concetto questo assai bene espresso nel docufilm Giuni Russo. La sua figura, da madre Emanuela della madre di Dio,carmelitana scalza e amica di Giuni. In meno di venti brani scelti dall'intero repertorio (inclusa Un' estate al mare e Smoke in your your eyes , dunque rispettando anche il versante apparentemente più commerciale ) montati in ordine  acronologico (ma ciascuna interpretazione contiene in sè una piccola cronologia essendo a sua volta, un collage di immagini di diversi concerti), questa pregevole iniziativa curata da Franco Battiato, ci racconta Giuni studiosa, autrice, sperimentatrice, cantante in cima alla hit per una sola stagione, tuttavia mai sottomessa alle regole di mercato, quindi Libera da tutti i lacci che soffocano creatività e talento e impediscono di essere davvero padroni della propria arte . E sola .Come si conviene a chi nella severità esistenziale trova il suo modo, il suo stile.

Giuni Russo la sua figura è un docufilm di Franco Battiato prodotto da Radiofandango

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venerdì, 01 giugno 2007
08:16

..e al dio senza fiato non credere mai (Coda di lupo)

De Andrè 1977Quando ero piccolo m'innamoravo di tutto
correvo dietro ai cani e da marzo a febbraio
mio nonno vegliava sulla corrente di cavalli e di buoi
sui fatti miei e sui fatti tuoi
e al dio degli inglesi non credere mai.

quando avevo duecento lune e forse
qualcuna è di troppo
rubai il primo cavallo e mi fecero uomo
cambiai il mio nome in “Coda di Lupo”
cambiai il mio pony con un cavallo muto
e al loro dio perdente non credere mai.

E fu nella lunga notte della stella con la coda
che trovammo mio nonno crocifisso sulla chiesa
crocifisso con forchette che si usano a cena
era sporco e pulito di sangue e di crema
e al loro dio goloso non credere mai

E forse avevo diciott'anni e non puzzavo più di serpente
possedevo una spranga un cappello e una fionda
e una notte di gala con un sasso a punta
uccisi uno smoking e glielo rubai
e al dio della Scala non credere mai.

Poi tornammo in Brianza per l'apertura
della caccia al bisonte
ci fecero l'esame dell'alito e delle urine
ci spiegò il meccanismo un poeta andaluso
“Per la caccia al bisonte” - disse - “il numero è chiuso”
e a un dio a lieto fine non credere mai.

Ed ero già vecchio quando vicino a Roma
a Little Big Horn
capelli corti generale ci parlò all'Università
dei fratelli tute blu che seppellirono le asce
ma non fumammo con lui non era venuto in pace
e a un dio fatti il culo non credere mai.

E adesso che ho bruciato venti figli sul mio letto di sposo
che ho scaricato la mia rabbia in un teatro di posa
che ho imparato a pescare con le bombe a mano
che mi hanno scolpito in lacrime sull'arco di Traiano
con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia
ma colpisco un po' a casaccio perché non più memoria
e a un dio senza fiato non credere mai.

Il dio degl'inglesi,il dio perdente,il dio goloso,il dio della Scala,il dio a lieto fine,il dio fatti il culo e -  il più terribile di tutti  - il dio senza fiato, epilogo e sollecitazione  in ogni strofa,   rappresentano gl'inganni e le trappole tese sul cammino esistenziale di Coda di Lupo  che s'innamorava di tutto.Il bel testo di De Andrè è tratto dall'album Rimini ,la canzone  è un archetipo - per dirla con Massimo Bubola che ne è il coautore - della Domenica delle Salme.Decodificarne la metafora è piuttosto semplice, come pure sono visibili i riferimenti alla resistenza,al partito comunista alle prime proteste e agli indiani metropolitani ma alla fine di tutto  è soprattutto in quel dio senza fiato - cioè senza speranza - che solitamente si accompagna alla sconfitta che non si deve credere mai. 

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venerdì, 01 giugno 2007
07:15

Quaranta

sgt pepper

Festeggiamenti e gran spolvero di cover band,auditorium in pompa magna e collegamenti esterni ,per i quarant'anni dall'uscita del LP dei Beatles, Sgt Peppers Lonley hearts club band  nella minuziosa copertina del quale, a distanza di decenni, ancora mi perdo.

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mercoledì, 14 marzo 2007
02:34

ci va una bella forza per lanciare un piano a coda lunga in alto mare

dansoncover_album

Nutrita rassegna stampa opportunamente pubblicata sul sito degli Avion Travel, avverte che siamo di fronte al capolavoro,al connubio perfetto,all'eccezione delle cover ben riuscite che confermano la regola delle cover che è meglio non fare.Tali elogi unanimemente sperticati potrebbero indurre  al sospetto o quantomeno al timore di aspettative deluse ma....almeno per stavolta  ci si può fidare del giudizio di quelli che ne sanno più di noi.E allora? ...Allora ...SIJMANDICANDHAPAJIEE...

Danson Metropoli è un disco degli Avion Travel prodotto dalla Sugar s.r.l

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giovedì, 09 novembre 2006
19:48

Laura Paolo e il valzer della toppa

il "Valzer della Toppa" ,parole di Pier Paolo Pasolini, musica di Piero Umiliani cantato dalla stessa Laura Betti,direttamente dal sito Pagine Corsare.Pier Paolo Pasolini ha scritto altre due canzoni "Cristo al Mandrione" e "Macrì Teresa detta pazzia" che sul sito non ci sono e che farei ascoltare volentieri se ne fossi tecnicamente capace. Laura, che parlava un romanesco piuttosto stento, riesce egualmente a conferire vivacità indemoniata a questa canzone grazie alle sue grandi qualità  d'interprete,cosa che invece Gabriella Ferri, che pure l'aveva in repertorio,non riesce a fare, probabilmente fuorviata da una lettura un po' troppo melanconica del brano.La Toppa in romanesco è la sbronza leggera quella che regala un piccolo stato di ebbrezza,quanto basta per credere di essere felici. Nel sito ci sono anche le parole.

Non avevo una foto bella di Pier Paolo Pasolini e Laura Betti insieme.Jenè ha provveduto ad inviarmi questa (grazie) che mi sembra assai più significativa di quelle in mio possesso.Chi lo volesse,inoltre, può ascoltare

Qui appresso invece  il necrologio della Betti scritto da Pasolini, per gioco, nel 1971.

Pioniera della contestazione? Si, ma anche sopravvissuta alla contestazione. Quindi restauratrice di uno stata quo ante. Dove c’era i! pieno (l’ordine borghese e l’opposizione ufficiale), si è avuto il caos; caduto il caos, quel pieno è apparso come vuoto, e chi c’era dentro, a fare il buffone della protesta, si è trovato come in una stanza di cui fossero scomparse improvvisamente le pareti.

I popoli antichi rievocavano artificialmente il caos per "rinnovarsi", ricostruendo il momento inaugurale. Il caos non passa senza lasciare la necessità di rinnovamento. Invece del rinnovamento si è avuta la restaurazione, con le squadre fasciste. Quel pupazzo che nel «pieno degli anni cinquanta e dei primi anni sessanta» si è trovato ad essere vivo, ma strettamente dipendente dal mondo che egli, in quanto pupazzo, contestava, è poi stato travolto e vanificato dal caos del biennio dal 1968 al 1970, col ritorno della normalità ha verificato in sé l’accadere di un fenomeno molto comune: l’invecchiamento. La persona di cui sto in particolare parlando non ammette nulla di tutto questo.

È invecchiata e morta: ma son sicuro che nella sua tomba ella si sente bambina. Ella è certamente fiera della sua morte, considerandola una morte speciale.

Inoltre pur ammettendo in parte di essere morta, appunto perché la sua morte, essendo speciale, può essere ammessa, essa, nel tempo stesso, non l’ammette: «la mia morte è provvisoria, è un fenomeno passeggero», essa par dire, con l’aria di un personaggio di Gogol’, di Dostoiewsky, o di Kafka, «in alto loco si sta brigando perché tale noiosa congiuntura venga superata e tutto torni come prima. Del resto, io non ho soluzione di continuità: sono ciò che ero. La mia possibilità di stupore non ha limiti perché io cado sempre dalle nuvole, e rido, con meraviglia fanciulla». (Contemporaneamente, là nella tomba, dice: «Io non son mai nelle nuvole, son sempre coi piedi a terra, niente mi meraviglia perché, da sempre, so tutto».) Ambiguità? No: doppio gioco. Ché essa, la morta, Laura Betti, non era ambigua, anzi, era tutta d’un pezzo: inarticolata come un fossile.

Ella ha aderito alla sua qualità reale di fossile, e infatti si è messa sul volto una maschera inalterabile di pupattola bionda; (ma: «attenti, dietro la pupattola che ammette di essere con la sua maschera, c’è una tragica Marlene, una vera Garbo»).

Nel momento stesso però in cui concretava la sua fossilizzazione infantile adottandone la maschera, eccola contraddire tutto questo recitando la parte di una molteplicità di personaggi diversi fra loro, la cui caratteristica è sempre stata quella di essere uno opposto all’altro.

La sua grande fortuna è stata quella di avere evitato di vivere in uno dei tanti paesi dittatoriali che ci sono al mondo; e soprattutto di avere evitato di finire in uno dei tanti possibili campi di concentramento. Che terrificante vittima sarebbe stata! Ma in un necrologio non si dicono queste cose.

Facendo di lei un esame superficiale, molti le attribuirono in vita una volontà provinciale di degradazione degli idoli. No, non era soltanto il sadismo di una provinciale che giunta nel Centro dove abitano gli idoli, prova il piacere di profanarli e di dissacrarli: in questa dolorosa operazione c’era il suo bisogno di essere contemporaneamente "una" e "un’altra", "una" che adora, e "un’altra" che sputa sull’oggetto adorato; "una" che mitizza e "un’altra" che riduce. Ma non era ambiguità, ripeto. Il suo gioco era chiaro come il sole.

Naturalmente, proponendosi prima di tutto, come una delle leggi-chiave del suo codice, di non fare mai, in alcun caso, pietà, essa, per il gioco dell’opposizione, ha anche sempre voluto e ammesso anche di fare pietà. Ma la pietà non è stata causata da una o dall’altra delle sue azioni o delle sue situazioni: no, essa è sempre stata causata dall’eccessiva chiarezza del suo gioco. Dunque è attraverso la pietà che essa è stata costretta a provocare verso la sua persona, che è venuta fuori la sua generosità: cioè qualcosa di eroico. Questo è infatti il necrologio di un’eroina. Bisogna aggiungere che era molto spiritosa e un’eccellente cuoca.

Pier Paolo Pasolini

Da "Vogue" Milano 1971

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giovedì, 02 novembre 2006
13:00

Unusual

unusual

Maria Antonietta Sisini, racconta di essere stata alla fine contenta dell'indisponibilità di alcuni cantanti a partecipare alla realizzazione di Unusual poichè il dieniego, l'ha obbligata a proseguire la ricerca in direzione di artisti più vicini al modo di intendere la musica di Giuni Il risultato infatti è pregevolissimo,assai diverso dal semplice duettare con una registrazione.
C'è Un' estate al mare, del 1982, riproposto in una versione remixata da Megahertz, Toni Childs in Morirò d'Amore interpreta la passione e l'ammirazione per Giuni; riuscitissimo il remix  dell'estro colto e irriverente di Caparezza di Una vipera sarò, brano già all'avanguardia e geniale nel 1981; in Moro perché non moro è Lene Lovich che canta in italiano insieme  alla voce di Giuni. Con Franco Battiato, amico e autore di alcune delle sue più belle canzoni, si riascoltano il bellissimo Aria siciliana e La sua figura, in cui Battiato interviene con grande discrezione e rispetto sull'interpretazione originale. “Illusione” di Vladimir Luxuria “Giuni aveva un lato ironico che la gente non conosce”
"Giuni ha da sempre desiderato cantare con altri artisti, lo considerava intelligente, divertente - continua Maria Antonietta Sisini, che ha curato e prodotto Unusual -. Da qui il mio totale impegno alla realizzazione di un desiderio che Giuni non ha ottenuto nella sua breve vita".
Un anno di intenso lavoro per aggiungere questa opera alla discografia di Giuni. Il dvd allegato, con la registrazione di 11 brani, tra cui Lettera al Governatore della Libia, Nada te turbe, Vieni, L'attesa, va ad arricchire la documentazione video, già iniziata con la pubblicazione di Mediterranea Tour (settembre 2005)

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sabato, 28 ottobre 2006
11:05

'A Cimma

Stanno in piedi anche senza la musica questi versi de  "A' çimma" di Fabrizio De Andrè e Ivano Fossati. Sono uno degli esempi di musicalità intrinseca della parola, e delle parole combinate con altre parole. E' una probabile caratteristica del dialetto che qui in aggiunta, consente ai versi di raggiungere una perfezione non solo metrica. Questi :

Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra
nu turnà dùa

ne sono un esempio. C'è un lavoro puntiglioso dietro al  testo, quindici giorni "legati alla sedia" come Vittorio Alfieri, come ha raccontato Ivano Fossati .Poi accade che la musica di Mauro Pagani, non priva di forti accenti mediterranei e suggestioni greche (Ndelele, bouzouki ,Gironda, Derbóuka) concorra a determinare un' atmosfera piuttosto particolare, da cucina placidamente stregonesca, tra preghiere invocazioni e riti scaramantici , il tutto per la riuscita della Cima, un "lavoro" che è fatto di passaggi delicati, di ripieni  di varie interiora, di pinoli, maggiorana e piselli da amalgamare, assistiti dall'alchimia ma anche dalla madonna che scaccia gli spiriti maligni dalla pentola in cui avviene il tuffo finale, il battesimo nelle erbe aromatiche. Un solo rammarico al momento in cui i camerieri verranno a portare via il pranzo, lasciandoti solo con "tùttu ou fùmmu d'ou toèu mestè" , tutto il fumo del tuo lavoro.

Ti t'adesciàe 'nsce l'èndegu du matin
ch'à luxe a l'à 'n pè 'n tera e l'àtru in mà

    Ti sveglierai sull'indaco del mattino
    quando la luce ha un piede in terra e l' altro in mare

ti t'ammiàe a ou spègiu de 'n tiànnin
ou cè s'amia a ou spègiu da ruzà
ti mettiàe ou brùgu rèdennu'nte 'n cantùn 

    ti guarderai allo specchio di un tegamino
    il cielo si guarda allo specchio della rugiada
    metterai la scopa (di saggina) usata (usurata, indurita) in un angolo

che se d'à cappa a sgùggia 'n cuxin-a stria
a xeùa de cuntà 'e pàgge che ghe sùn
'a cimma a l'è za pinn-a a l'è za cùxia

    che se dalla cappa scivola in cucina pulisce
    a forza di contare le paglie che ci sono
    la cima è già piena è già cucita

Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra
nu turnà dùa

    Cielo sereno terra scura
    carne tenera non diventare nera
    non ritornare dura

Bell'oueggè strapunta de tùttu bun
prima de battezàlu 'ntou prebuggiun

    Bel guanciale materasso di ogni ben di Dio
    prima di battezzarla nelle erbe aromatiche

cun dui aguggiuìn dritu 'n pùnta de pè
da sùrvia 'n zù fitu ti 'a punziggè
àia de lùn-a vègia de ciaèu de nègia

    con due grossi aghi dritti in punta di piedi
    da sopra a sotto svelto la pungerai
    aria di luna vecchia di chiarore di nebbia

ch'ou cègu ou pèrde 'a tèsta l'àse ou sentè
oudù de mà misciòu de pèrsa lègia
cos'àtru fa cos'àtru dàghe a ou cè

    che il chierico perde la testa e l'asino il sentiero
    odore di mare mescolato a maggiorana leggera
    cos'altro fare cos'altro dare al cielo

Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra

    Cielo sereno terra scura
    carne tenera non diventare nera

nu turnà dùa
e 'nt'ou nùme de Maria

    non ritornare dura
    e nel nome di Maria

tùtti diài da sta pùgnatta
anène via

    tutti i diavoli da questa pentola
    andate via

Poi vegnan a pigiàtela i càmè
te lascian tùttu ou fùmmu d'ou toèu mestè

    Poi vengono a prendertela i camerieri
    ti lasciano tutto il fumo del tuo mestiere

tucca a ou fantin à prima coutelà
mangè mangè nu sèi chi ve mangià

    tocca allo scapolo la prima coltellata
    mangiate mangiate non sapete chi vi mangerà

Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra
nu turnà dùa
e 'nt'ou nùme de Maria
tùtti diài da sta pùgnatta
anène via.

    Cielo sereno terra scura
    carne tenera non diventare nera
    non ritornare dura
    e nel nome di Maria
    tutti i diavoli da questa pentola
    andate via

Scritto da sedlex in: musica, intègrale
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