giovedì, 04 giugno 2009
19:48

Il montaggio è tutto!

Sarà che il principio  che soprintende l' interdisciplinarità resta per me, oltre che un insostituibile ferro del mestiere, un assillo al quale sono particolarmente affezionata, sarà che l'idea di un ritratto del Novecento da costruire, attraverso un 'operazione di vero e proprio montaggio - in senso cinematografico, sì - di brani letterari, filosofici, teatrali, musicali  oltre a quadri, fotografie e spezzoni di film, è incredibilmente attraente, vitale  e consona all'arco di tempo in questione, sarà che nel lavoro di collazione, la possibilità di abolire ogni tipo di gerarchia operando su interferenze ed attriti oltre che su associazioni, trasforma  il Novecento da secolo per definizione  breve a secolo interminato e (per vocazione) interminabile...

Saranno tutte queste cose messe insieme, ma la lettura - che poi non è solo lettura - di questo Ritratto del Novecento, mi ha fatto seriamente rimpiangere il non aver avuto modo di partecipare alle quattro serate dedicate rispettivamente alla Psicologia, al Montaggio, alle Avanguardie e alla Lotta di classe, tenutesi a Bologna dal 12 al 16 dicembre 2005 e il 2006,  di cui questo libro raccoglie i materiali preparatori.

Dunque in sessantotto tessere numerate sono contenuti cento interpreti - non i più importanti, secondo Sanguineti ma i più tipici - delle arti  figurative o della letteratura, della musica da  mescolare arbitrariamente ed assemblare in  infinite possibilità di mosaici o performances multimediali  (dai quali inevitabilmente discendono altrettante possibilità di  lettura.)

Il libro, ricca prolusione a parte, non ha testo, ma contiene, tessera dopo tessera,  l'indicazione dei brani o dei testi utilizzati nelle giornate di Bologna, con avvertenza che sia gli autori che i brani o le immagini, possono essere sostituiti ovvero se ne possono aggiungere altri, seguendo il filo di connessioni o rimandi che possono manifestarsi in corso d'opera  . Un manuale aperto dunque, per la scuola, si direbbe, ma anche per i teatri, per il cinema nonchè per personali tragitti esplorativi.

Qui di seguito un esempio. E' tessera n. 43 ( Montaggio) dalla quale mancano  immagini filmate o fotografiche (che invece abbondano in altre tessere) sostituite da una particolare selezione di dipinti di Chagall.

Preludio : i primi minuti di Schelomò per violoncello e orchestra di Ernest Bloch

Lettura di cinque poesie di Nathan Zach :

- Il Cammello di Re Salomone

- Sfavorevole agli addii

- La forma e il paesaggio

- Nessun clamoroso cambiamento

- Confessione

Durante la lettura dei versi sullo schermo vengono proiettate diapositive ricavate da opere di Chagall

- Il violinista

- La donna incinta

- La passeggiata

- Il violinista verde

- La sposa dai due volti

- La fidanzata dal volto blù

- Il guanto nero

- l'Occhio verde

- Resistenza

- Liberazione

- Al crepuscolo

- Sogno di una notte d'estate

- La Guerra

- Il Matrimonio

- Le Luci del matrimonio

- Notturno

- La notte verde

- Autoritratto.

Nelle illustrazioni, due quadri di Chagall della selezione, Il violinista verde e la Passeggiata, (quest'ultima incantevole)

Ritratto del Novecento è un libro di Edoardo Sanguineti  curato da Niva Lorenzini ed edito da Manni

 

 

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domenica, 11 gennaio 2009
12:48

The way we were

Succede a Fabrizio de Andrè quel che già successe con Jacques Brel, chansonnier e compositore di grande talento, anarchico e, quanto a descrizione di quell'ambiente borghese che fin troppo bene conosceva, assai più arrabbiato e cattivo di quanto Georges Brassens con i suoi  liberatori Mort aux vaches, Mort aux lois, vive l´anarchie! riuscisse ad essere.

Anche nel caso di Jackie c'è una Fondazione molto attiva e guidata con mano ferma ed avveduta da una figlia piuttosto sensibile alla problematica del copyright, come pure non si contano le mostre, le commemorazioni, gli spettacoli di artisti famosi e meno, che in ogni parte del mondo interpretano  le sue canzoni. Jacques Brel è cantato in cinese, in russo, in giapponese e persino in creolo.

Ovviamente in una simile gigantesca appropriazione, il mercato si guarda bene dal fagocitare i testi più sovversivi e il povero Brel con i suoi circa duecento brani, viene identificato con Ne me quitte pas, al più con la Chanson des vieux amants. Altrettanto ovvio il tentativo di traghettare l'autore de Les Bourgois, de Les Bon bon de Les singes o di Jaures in territori artistici assai più tranquilli di quelli in cui effettivamente navigava, ovvero di farne un cantante per famiglie o per nostalgici  di mezza età.

A seguire i racconti di radio e televisione o dei  giornali che celebrano, in questi giorni,  il De Andrè poeta, intellettuale, maître à penser - a volte  pare che non se ne è avuti altri - anche attraverso accenni agli anni in cui è vissuto, sembra tutto facile, piano. La rivolta delle giovani generazioni, il tragitto artistico del cantante antagonista, tutto sembra essere appartenuto ad un fluire  spontaneo, lieto  e senza intoppi. Eventi in successione, posti su  binari ben oliati, tra il generale plauso per la spazzatura e i fiori delle Suzanne o per la vocazione al trionfo e al pianto delle Giovanne D'Arco.

Meno male  il Caso che invece proprio ieri, ci ha offerto l'opportunità di ricordare in quale clima, in quale paese reale si è invece sviluppato il lavoro di Fabrizio De Andrè. Anni non semplici in cui le pantere che ci mordevano il sedere non appartenevano solo alle forze di polizia ma potevano anche chiamarsi SISDE o che so io. Ed ecco che il Com'eravamo assume una connotazione meno festosa e gaia e anche al Vate De Andrè scolorano un po' i tratti, divenendo meno universali  e condivisibili da ognuno.

Tuttavia, a meno di stecche o interpretazioni incolori, non sono tra quelli che si lamenteranno mai perchè a Samuele Bersani o a Tiziano Ferro, questa sera all'interno della trasmissione di Fabio Fazio, saranno affidate rispettivamente le esecuzioni del Bombarolo e de Le Passanti ( per queste ultime, eventualmente si lamentino anche i Brassensiani). Dispiaccia o no, il meno siamo e più ci divertiamo, riferito all'arte o alla musica o alla Conoscenza in genere, è un modo un po' provincialotto e demodée che ancora sopravvive in minuscole congreghe dedite esclusivamente alla riproduzione di se stesse. Se un solo fan di Tiziano Ferro  stasera, butterà dentro il motore di ricerca la dicitura Storia di un impiegato o il nome Georges Brassens ne sarà valsa la pena. De Andrè vive e questo è uno dei modi per cui resti vivo a lungo.

Ma la verità su quegli anni non può essere estromessa dal pacchetto divulgativo delle celebrazioni, altrimenti i conti non tornano. Dai diamanti non nasce niente non è verso  che viene dal nulla dal letame nascono i fior non sono cose queste da mamme, da nonne e da zie.

Foto di Piero De Marchis (il sito è creuza de ma)

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venerdì, 09 gennaio 2009
23:38

De Andrè vive

Deandrevivo
Dire di Fabrizio de Andrè all'epoca delle celebrazioni nel decennale della scomparsa, è l'impresa che è.
Poichè tutto è stato scritto, cantato, filmato, mostrato in mille iniziative, libri e trasmissioni, il senso delle cose rischia di sfumare nella ripetitività, il valore artistico nella mitizzazione, lo spessore civile ed umano
nel racconto di episodi spezzettati  e scollati dalla  coerenza del tracciato biografico.
Riti funebri, in qualche caso, che mal si addicono alla vitalità intrinseca di un'Opera che sembra invece fatta per durare alimentando altre opere, altre riflessioni. Col tempo tuttavia, s'impara a leggere nell'entusiamo inspiegabile di chi  era troppo giovane per apprezzare la sua musica, un tratto di affetto piuttosto singolare, per quello che in definitiva, è un cantante del passato. Anche in certa venerazione da vecchi fans, patiti dei ricordi, sopravvive nonostante gli sguardi perennemente rivolti all'indietro, lo stesso tratto di autentico sentimento.
De Andrè è vivo ( e resiste al processo di beatificazione). E' scritto con due esclamativi su di un muro assai fotografato, con A anarchica cerchiata, griffe e insieme omaggio all' Ideale di sempre.
E dunque, se così è, celebriamolo da vivo.

In questi giorni  per esempio,  è quasi impossibile non pensare a Sidùn - Sidone - rappresentata come un uomo arabo di mezza età, sporco, disperato, sicuramente povero che tiene in braccio il proprio figlio macinato dai cingoli di un carro armato e questo accade per la stessa ragione per cui tempo addietro in occasione di alcune poco brillanti iniziative del governo, venivano alla  mente Korakhanè, Bocca di Rosa o Princesa.

Non tanto per loro, i personaggi, quanto per l'inalterato clima di sotterranea  o esplicita violenza che ancora avvolge le storie degli ultimi, dei diversi. Violenza dei provvedimenti, di sicuro -  dunque emanazione diretta del Potere -  che però interpreta un comune sentire al quale andrebbero assimilati  i molti ma e se di Insospettabili, che nel corso del tempo sono andati ad ingrossare le fila di maggioranze non più silenziose.

Non serve pertanto nell'esercizio vagamente  necrofilo del cosa avrebbe detto, interrogare chi purtroppo non è più. Ne' esaltarne - altro tic - le capacità profetiche. Piuttosto prendere atto che collocarsi dal lato opposto a quello da cui spira il vento, rappresenta non solo un'occasione di riscatto, ma consente un punto di osservazione che io definirei alla giusta - ancorchè non prudenziale -  distanza, mai eccessiva da esimersi di cantare l'astio e il malcontento, ne' troppo ravvicinata ad evitare contaminazioni che depotenzino e asserviscano il canto.
Solo questa postazione probabilmente, consente di guardare oltre i singoli episodi, le dinamiche spicciole. Non il prevedere dunque, dei maghi, dei santoni o dei profeti, ma il semplice vedere possedendo nel contempo il generoso talento di saper mostrare agli altri.
In aggiunta, le molte lezioni impartite senza averne mai l'aria,  tutte derivanti però da un' unica radice : il pensiero libertario.
Resistente ai cedimenti dell'ideologia, dilagante  dalla prima canzone fino all'ultima e nella scelta mirata dei brani di altri autori da tradurre, adattare, riportare a nuovi significati. La vera spina dorsale di tutta la sua produzione è in quella Idea.
Fabrizio De Andrè si è insinuato nel nostro modo di pensare prima ancora di essere parte dei nostro bagaglio sentimentale, anche per questo il piombo fuso di Gaza ci riporta al dramma di Sidone...euggi di surdatti chen arraggë cu'a scciûmma a a bucca cacciuéi de baëa scurrï a gente cumme selvaggin-a finch'u sangue sarvaegu nu gh'à smurtau a qué

e alla breve chiacchierata che accompagnava l'esecuzione del brano nei suoi concerti :

La piccola morte a cui accenno nel finale di questo canto, non va semplicisticamente confusa con la morte di un bambino piccolo. Bensì va metaforicamente intesa come la fine civile e culturale di un piccolo paese: il Libano, la Fenicia, che nella sua discrezione è stata forse la più grande nutrice della civiltà mediterranea.

Sono anch'io tra quelli che gli vogliono bene. Mille anni e mille anni ancora

 






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sabato, 13 dicembre 2008
19:18

Lampo

Una piccola notazione,  per chi - fortunatissimo, nel caso - vorrà dedicarsi ad una  lettura, quella della Folie Baudelaire, che non è semplice, ma solo perchè siamo sempre meno abituati ad esplorare i territori del pensiero complesso. Per giusto contrappasso però, la scrittura è nitida, scorrevole, naturale, anche se le citazioni sono davvero tantissime e richiedono qualche andirivieni tra  motore di ricerca, reminescenze e scaffali di casa - diciamo  quelli posizionati nelle parti alte -  Poco male. Quando si chiude il libro, la sensazione di aver aggiunto al proprio bagaglio qualcosa, è netta e vale quel piccolo impegno.

 Il cuore, in ogni senso, dell'Opera è quello che Calasso chiama   lampo analogico, lo stesso che ha ispirato la cultura europea dai suoi inizi, segnando specialmente il Rinascimento e il diciannovesimo secolo. Un metodo d'indagine sicuro, da preservare in epoca di frantumazione ( del pensiero  ma anche delle relazioni).

Lampo dunque, racchiudendo la bella  parola in sè, gli esiti di un entusiasmante tragitto tra connessioni interdisciplinari ed intuito. Analogo significato è nascosto in questi versi : 

La natura è un tempio dove colonne viventi
lasciano talvolta uscire delle confuse parole
l' uomo vi passa attraverso foreste di simboli
che l' osservano con sguardi famigliari.
Come lunghi echi che da lontano si confondono
in una tenebrosa e profonda unità,
vasta come la notte e come la luce,
i profumi, i colori e i suoni si rispondono

Baudelaire

Il sogno di Baudelaire, l'unico che si conosca, è la vasta rappresentazione di un bordello che è anche un museo. Il labirinto dell'inconscio funziona come una sorta di Esposizione : nelle sale si susseguono, Ingres,  Delacroix, Degas, Manet, Rimbaud, Proust, Baudelaire, Constantin Guys, Berthe Morisot, Mallarmè, Flaubert, Sainte-Beuve. Opere sublimi ma anche artisti e critici minori degni di nota ovvero pura e semplice paccottiglia. (e mentre una folla si accalca intorno alle rappresentazioni, sullo sfondo si manifesta per un istante Napoleone III, che non dice mai niente, e mente sempre)

Calasso, che di questo gioco dell' immaginario è la guida, conosce minuziosamente  tutto quello che è avvenuto, che è stato scritto e dipinto in Francia dal 1830 al 1900 e ne propone di quando in quando interessanti digressioni. Siamo tuttavia ben lontani dalla banale esposizione di un erudito. Accostamenti continui tra un poeta e un pittore ovvero tra una poesia e l' articolo di un giornale di moda, rivelano audacia e tutt' altro approccio. 

Centro dell'attenzione è il Baudelaire scrittore di articoli e saggi su Delacroix, Gautier, Constantin Guys, Poe. Tutta la Folie Baudelaire  risente del suo punto di vista e del suo modo di sentire , ricercando Calasso con Baudelaire, una sorta di immedesimazione, particolarmente quando osserva  i personaggi o le figure mentali del proprio tempo. Ad un certo punto sarà Paul Valéry a sostituirsi a Baudelaire, il libro cambierà passo, forse perderà qualche nota di  entusiasmo, ritrovando  però, in cambio, una sorta di logico compimento.

 Valéry si augurava che un giorno potesse esistere una Storia Unica delle cose dello Spirito, che avrebbe sostituito ogni storia della filosofia, dell' arte, della letteratura e delle scienze. Da allora - scrive Calasso -  la storia analogica non ha fatto molti passi avanti. Rimane un desiderata sempre più urgente in un' epoca debilitata come la nostra.

Dunque la Folie Baudelaire è il tentativo di realizzare questo desiderio adottando come principale strumento interpretativo il lampo analogico di cui si è detto . Un'operazione coraggiosa, anche questa alla maniera di Baudelaire che non scriveva trattati ma al quale era sufficiente un cenno, nascosto in una considerazione sulla pittura, la letteratura o la politica, per cogliere, nuda, abbagliante, la verità metafisica.

E ancora, prosegue, Calasso a ribadire il concetto : Diderot non aveva propriamente un pensiero, ma la capacità di far zampillare un pensiero. Da lì, se si abbandonava al suo rapinoso automatismo, Diderot poteva arrivare ovunque

La Folie Baudelaire è un libro di Roberto Calasso edito da Adelphi

 

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giovedì, 04 dicembre 2008
00:15

La parola più bella della lingua inglese

indignation

Penultimo libro - l'ultimo è in fase di elaborazione - di Philip Roth che qui risolve  i temi tradizionali della sua letteratura - angoscia esistenziale, senso di disfacimento - in disperata ribellione verso una vita che sembra riservare solo ingiustizia e dolore. Indignation è, secondo Roth, la parola più bella della lingua inglese, suggerendo il termine un moto disincantato, un ammorbidimento non annacquato, forse un'evoluzione dei termini  rabbia, vendetta, astio, assai frequenti nei suoi scritti.

Attraverso le reminiscenze indotte dalla morfina, la storia di disperazione ed inesperienza di Marcus Messner, gravemente ferito nella guerra di Corea e prossimo alla morte. Figlio di un macellaio Kasher del New Jersey,  per sfuggire alla personalità opprimente del padre, ad una famiglia iperprotettiva e alla propria stessa identità ebraica, decide di frequentare il Winesburg College, in Ohio.

 L'allontanamento  si rivelerà un' inutile fuga con esilio da se stesso, ne' Marcus riuscirà a comprendere il senso dell'insegnamento paterno, in cui, al netto di atteggiamenti ossessivi ed isterici, era contenuta una verità nella definizione del  modo terribile e incomprensibile in cui anche le scelte più banali, occasionali e comiche, ottengono il risultato più sproporzionato. Marcus Messner  molto somiglia a Roth: dolorosamente intelligente, consapevole di sè e controllato, esteta di natura. Sempre alle prese con le proprie scissioni nevrotiche :  tra mente e corpo, sesso e ragione, desiderio e dovere. Tra la famiglia e se stesso, tormentato, inoltre  da donne impossibili, genitori protervi, e per finire, dalla sua cattiva coscienza.

Del resto, di che altro si potrebbe scrivere? Tuttavia, con la sua prosa così naturale, agile,  forte, Roth, a torto definito romanziere intimista ed egotico, particolarmente per l'andamento dei suoi lavori dalla fine degli anni 90 in poi, non tralascia mai di restituirci un ritratto ben confezionato del proprio paese . Sotto questo aspetto Indignation romanzo della crescita come frattura e del dolore di vivere, non fa troppo rimpiangere ne' Pastorale ne' Portnoy ne' la Controvita.I suoi capolavori.

Indignation è un libro di Philip Roth edito da Houghton Mifflin Company. Boston  2008

 

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domenica, 09 novembre 2008
21:12

La sua cattiva strada (dite a mia madre che non tornerò)

1

La cattiva strada nasce in collaborazione con Francesco de Gregori, nel 1975. Ma come luogo deputato del proprio sistema etico e di valori, Fabrizio de Andrè l'aveva concepita già da tempo. Anzi era proprio lì che aveva cominciato, dalle cattive compagnie - mia madre mi disse: non devi giocare con gli zingari del bosco ma il bosco era scuro l'erba già alta, dite a mia madre che non tornerò - Nei versi di Sally,  che ovviamente non alludono ne' agli zingari ne' alla mamma di De Andrè,  è indicata con nettezza, la  scelta  di chi abbandona i privilegi di una condizione borghese con il suo bagaglio di regole e proibizioni, per adottare una filosofia di vita meno agevole ma più libera. Una strada che è cattiva ma solo perchè impervia.  

Quel tragitto prosegue  nel segno di  François Villon e, attraverso l'ascolto delle sue canzoni, di una vera e propria presa  in carico dell' Universo Brassens,  in una sorta di educazione sentimentale distante appena un soffio da quella politica. Tutto ciò sospingendo De Andrè ad un approdo che ben definiva la sua visione del mondo : il pensiero anarchico di Bakunin, Stirner, e Malatesta.

Tutta la sua produzione viaggerà su questa direttrice. Dalla Città Vecchia a  Preghiera di gennaio fino ad Anime salve, De Andrè non abbandonerà mai la cattiva strada. Più che per un tratto di coerenza, per caparbietà nella convinzione che solo quella zona fosse davvero franca, inibita al Potere.

Diverse iniziative, nel decennale della sua scomparsa, sono già in cantiere, sollecitate da una memoria viva e  vitale che continua a produrre  un atipico fenomeno di diffusione della sua musica, anche tra i giovanissimi.

Tra queste - presentato in anteprima al Festival di Roma, il documentario di Teresa Marchesi  Effedià sulla sua cattiva strada.

Un lavoro di paziente (ed amorevole) collazione di stralci tratti da interviste, clip, concerti, in cui l'assenza di una voce narrante lascia molto spazio alla manifestazione in proprio della  personalità cordiale, aperta di un musicista colto, versatile e con un grande talento per la ricerca e la divulgazione.

Io credo che qui da noi Georges Brassens, pur affidato alle intelligenti cure di Nanni Svampa e Fausto Amodei che avevano preferito tradurre quel francese così denso nei rispettivi dialetti o di Beppe Chierici, raffinato interprete ma pochissimo noto, non sarebbe sopravvissuto nella memoria di ognuno, se Fabrizio de Andrè non se ne fosse appropriato, restituendoci condensata in sei brani, tutta l'essenza della sua vastissima produzione. Così come la curiosità per Mutis, Lee Masters, Pivano, Dylan, Coen, nasceva spontanea, essendo sufficiente una sola canzone o un accenno,  per innescarne il dispositivo.  Un tratto questo di generosità intellettuale come di chi  spalanca al prossimo il suo mondo e lo rende disponibile a nuove appropriazioni.

Tutto questo è contenuto nel DVD e in due libri fotografici (ma non solo), curati entrambi da Guido Harari, uno titolato Fabrizio de Andrè Una goccia di splendore, una biografia corredata da foto inedite e appunti  e un altro Evaporati in una nuvola rock in cui interviene anche Franz di Cioccio che è invece il diario collettivo del tour con La Premiata Forneria Marconi. Entrambi davvero belli corposi ed imperdibili.

E chissà che la Fondazione non voglia anche editare le riprese video del Tributo a Fabrizio De Andrè al Teatro Carlo Felice del 12 marzo 2000. Di quell'evento alcune interpretazioni sono presenti nel dvd : Zucchero,Vasco Rossi e Franco Battiato così commosso da non poter ultimare l'esecuzione di Amore che vieni  amore che vai.

Effedià sulla mia cattiva strada è un documentario di Teresa Marchesi prodotto dalla Fondazione de Andrè 2008

Fabrizio de Andrè, Una goccia di splendore è un libro curato da Guido Harari edito da Rizzoli 2008

Fabrizio de Andrè & PFM Evaporati in una nuvola rock è un libro curato da Franz Di Cioccio e Guido Harari edito da Chiare lettere.2008

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martedì, 30 settembre 2008
10:31

Psiche sa leggere e scrivere

Grand Rentrée di antichi tic Contiani, seppur declinati in chiave elettronica - i suoni di gomma e di plastica dei sintetizzatori, con la loro strana poesia -  Ma l' abbandono momentaneo di swing e jazz, non scalfisce minimamente lo smalto delle esecuzioni. Psiche che  sa  leggere e scrivere - pallida lampada araba - è  il titolo del nuovo album, sintesi  del  carattere introspettivo ed insinuante  che attraversa l'intera collezione di brani. Niente di nuovo si dirà : c'è la bicicletta, Kipling, il circo, i pellerossa, la Francia, i rappel esotici, i viaggi,  il Novecento e la femminilità che continua ad essere misteriosa. E invece no e sono proprio le sonorità digitali a determinare l'efficacia  di certe soluzioni armoniche,  come - esito imprevedibile - l'esaltazione della voce dell' oboe o di quella del sassofono baritono. Attualizzazione, magari anche un po' ruffiana ? No, contaminazione piuttosto, ovvero risultanza  di una ricerca di cui, non tragga in  inganno pioggia pioggia pioggia pioggia...e Francia,  Conte s'incarica da sempre. Non a caso lo inondano di premi oramai in tutto il mondo. Piace moltissimo a me, inoltre, che ad Amore, per una volta, si preferisca Psiche e la si celebri. Che la presentazione dell'album sia avvenuta alla Salle Pleyel in Faubourg Saint'Honoré, tempio, di nome e di fatto, ( è un auditorium straordinario ) della musica colta. E non all'Olympia. Che di Berlino si colgano atmosfere mai più riproposte, da pre - caduta del muro. Che la conversazione d'amore di Coup de Thêatre, cantata in coppia con Emma Shapplin, sia quanto di più plateale e meno intimo possibile e che nel Quadrato e il Cerchio siano presenti, con qualche eco direttamente  da Aguaplano, i sensi della più stringente delle attualità. Psiche dilaga a diverso titolo, in questi quindici brani e si lascia decifrare, non senza le solite, familiari, inquietudini.

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sabato, 13 settembre 2008
10:30

Un libro necessario

goliarda

Sono molto felice del successo, ancorchè postumo, del libro di Goliarda Sapienza L'arte della gioia e del fatto che in virtù di questo sussulto editoriale, si sappia di lei, della sua vita, del suo tragitto, in ogni caso, fuori da tutti i tracciati. Goliarda mi aveva interessata all'inizio degli anni ottanta con un libro che poi si rivelò straordinariamente efficace (e vero) sul carcere, titolato L' Università di Rebibbia,  racconto in presa diretta su una realtà che è condensato e specchio fedele di conflitti e storture sociali ( questo era, è , sarà, se nulla cambia, la reclusione di cui oggi si intenderebbe fare uso indiscriminato ). Ma più di ogni altra cosa, è stata la spina dorsale della sua scrittura ricca e vitale, il suo punto di vista orgoglioso e ostinatamente dalla parte delle donne a determinare in me la voglia di conoscere il resto della sua produzione artistica. Vennero altri libri, egualmente caratterizzati dall'ampio respiro di una visione del mondo straordinaria e differente e infine, nel 1988 l'Arte della gioia, un'opera costata a Goliarda dieci anni di lavoro, rimasta nel cassetto per altri venti  perchè rifiutata dagli editori e infine pubblicata da Stampa Alternativa e, purtroppo, passata quasi inosservata. Solo nel 2005 dopo essere stata tradotta in Francia per l'editore  Viviane Hamy e aver venduto, in meno di tre mesi, 72.000 copie, diventa un caso letterario. Ma Goliarda è oramai morta. Un epilogo classico. Un tipico nella sua vicenda umana.   Ora, qui da noi, grazie alla pubblicazione con Einaudi, c'è una gara entusiastica a definire il romanzo un Gattopardo o un Horcynus Orca al femminile. Ma non bisogna dar retta :  sono vezzi della critica che lasciano il tempo che trovano. Il fatto vero è che l'Arte della gioia è un'opera come nessun' altra, talmente originale da rendere inopportuno qualsiasi paragone. Protagonisti  la grande ansia di vita e una commisurata curiosità verso il mondo di Modesta, donna siciliana forte, determinata, consapevole dei suoi desideri e del suo corpo che farà della ricerca del piacere un insostituibile strumento di conoscenza e libertà e una vera e propria Arte. Amerà uomini e donne in un ampliamento del concetto d'amore che ne vede rafforzati i contorni. Mentre sullo sfondo si avvicendano i fatti di cronaca più importanti dell'inizio del secolo scorso - eros e politica sono  connessi e tenuti insieme da un irreprimibile istinto libertario - si materializza anche il raggiungimento della gioia e la difesa della propria libertà . Un romanzo, com'è stato scritto, che  insegna a desiderare. Dunque : un libro necessario.

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mercoledì, 20 agosto 2008
20:27

La bouillabaisse di Alexandre

 

Il cuoco di cui alla caricatura, è Alexandre Dumas padre - al quale, come si può vedere,  non vengono risparmiate nemmeno le remote origini Haitiane - rappresentato mentre si dedica alla preparazione di qualcosa che molto rassomiglia alla sua attività di scrittore. E infatti, mentre la bouillabaisse - il complicato, per varietà d'ingredienti e procedure,  brodetto marsigliese di pesce -  sobbolle, lo chef che è in lui,   estrae dalla pentola, per esaminarne il grado di cottura, uno alla volta, moschettieri -  c'è D'Artagnan nel ramaiolo  -  ma si presume anche.. abati, visconti e regali collane con puntali di diamanti, nonchè tulipani tatoo e perfidi cardinali col felino in grembo. Il risultato di quella corvée sarà un'amalgama narrativa da feuilleton, cioè una trappola perfettamente costruita per catturare il lettore. Del resto, Alexandre, un libro di cucina l'aveva pur scritto . E dev'essere stata appunto la gran mole dell'opera, l'eclettismo e quei puntuali riferimenti storici  a insinuare  l'idea,  sin nei contemporanei, che  egli altro non fosse se non il titolare di una bottega di scrittura. Tuttavia, marchio di fabbrica o autore singolo che fosse, motivi per leggerne i romanzi sopravvivono ancora nel piacere di seguire impalcature narrative ben strutturate o per la scrittura un po retrò, così densa, maestosa, fluviale o per l' innata inclinazione al flash back o quel  talento speciale nel costruire  le attese che precedono il Coup de Théâtre,  espediente così tipico  del  romans à sensation. Tutta un'orchestrazione, insomma,  che ancora  tiene incollato il lettore al racconto, quantunque di quelle storie si siano oramai  realizzati, film, sceneggiati e riduzioni, con conseguente perdita di suspence . Capita dunque a proposito, la traduzione di due inediti - in Italia -  tratti dalla raccolta  Les Crimes célèbres  pubblicata nel 1840, opera in cui vengono ricostruiti alcuni storici delitti - i Borgia, i Valois, i Cenci, Maria Stuarda, l'uomo  della maschera di ferro etc - tutti o quasi accomunati dal tema dell'arroganza e della malvagità del potere che ogni cosa stritola, pur di perseguire i propri scopi. La narrazione di questi casi procede nella consapevolezza vagamente libertaria  e tutta  contemporanea che i grandi crimini più che gesti individuali, sono l'esito naturale di società fondate  sull'iniquità e sull'ingiustizia legalizzata. Un po' l'appeal dell'attuale noir assurto a letteratura di un certo interesse  per certe appropriate analisi dei contesti      I Due delitti celebri  - Giovanna di Napoli e Nisida edito da Spartacus, non sfuggono a questa considerazione generale espressa peraltro dall'autore nell'edizione francese, mentre una bella introduzione di Giuseppe Montesano titolata  Città che decadono. Etica del raccontare rapido. Donne misteriose. La storia è un incubo. La bellezza è rivoluzionaria e altre divagazioni intorno a Giovanna di Napoli , affronta ripetutamente  il tema della decadenza di Napoli, riuscendo nel tentativo di offrire più di un elemento di riflessione. Una esaustiva nota ai testi di Filippo Bonfante costituisce un valore aggiunto all'insieme. Per gli appassionati del romanzo storico d'antàn, di nobile, pletorica e minuziosa fattura.

Due delitti celebri - Giovanna di Napoli e Nisida è un libro di Alexandre Dumas padre. Introduzione di Giuseppe Montesano. Edizione Spartacus

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sabato, 05 luglio 2008
06:45

La grande aventure d'être moi

Castor ( à cause de son esprit constructeur) ha compiuto cent'anni in gennaio, qui da noi è stata distrattamente ricordata per la sua relazione con Sartre, mentre ha fatto gran parlare la pubblicazione di una foto di Art Shay che la ritrae nuda,  di schiena, in una stanza, presumibilmente da bagno, in quel di  Chicago. Correva l'anno millenovecentocinquantadue. Shay era amico di Nelson Algren, lo scrittore americano  con il quale Simone de Beauvoir aka Castor ebbe una, chiamiamola movimentata, storia d'amore. Tanto bastò per autorizzare i contemporanei  a concludere che la furia astiosa de Le deuxième  sex , si doveva al risentimento nei confronti dell'amante. I posteri non furono da meno. Castor del resto, era una figura votata allo scandalo, le definizioni - frigida, ninfomane, manipolatrice, Notre Dame de Sartre, e poi ancora troppo femminista, troppo misogina, fragile, vendicativa - l'hanno trafitta per l'intero arco della vita, mentre  la tendenza a leggere il contributo intellettuale delle donne alla luce dell'avvenenza o delle frequentazioni maschili di un certo rilievo, ha completato l'opera,  curando bene  che il suo nome non fosse mai citato senza essere disgiunto  da quello di Sartre. In Francia comunque, il centenario è stato occasione di numerose iniziative, gran parte incentrate sul suo On ne naît pas femme, on le devient , la premessa cioè di tutta la sua indagine, una sorta di mutazione antropologica in cui tra sesso e genere non c'è causalità ne' relazione mimetica. Un concetto chiave questo, al quale  è stata dedicata la giornata dell'8 marzo. Si deve invece a Gallimard  la ristampa del suo saggio del 1948 titolato L'esitenzialismo e la saggezza delle nazioni ma soprattutto l'edizione de Les Cahiers de jeunesse (1926 - 1930) una raccolta di diari inediti che differentemente dalle ricostruzioni autobiografiche a posteriori, hanno il pregio di essere un resoconto senza filtri, delle sue giornate da studentessa nella Parigi degli anni venti. Chi è già abituato allo stile  memoires di Simone, troverà in queste pagine una differente verve e la felice scoperta di un panorama culturale raccontato con l'entusiasmo di una giovane donna, vivace e assai dotata. Sono enumerati elenchi impressionanti di opere filosofiche e letterarie, i pomeriggi al  cinema  a vedere Man Ray o più modesti film d'avventura,  la passione per Sophie Tucker, regina del ragtime. Ma il tema centrale del libro è soprattutto  la riflessione meticolosa e sempre  attenta alle dinamiche di costruzione del sé, è qui che si sviluppa la fatica consapevole  di  parlare con la propria voce e non con quella dei genitori, della classe sociale alla quale si appartiene o dell'epoca in cui si vive . Per Castor crescere significava liberarsi dall'impostura dell' io fittizio ereditato. E  scegliere . Ciò importa la necessità della decisione - sempre onerosa -  che individua e segue  desideri e valori . Decisione che dilaga in queste pagine esuberanti e dalla quale prende forma la "certezza di una vocazione" al pensiero e alla libertà. Una bella introduzione al percorso intellettuale di Simone della quale emerge da queste pagine un ritratto vivo e credibile. Donne, le dovete tutto scrisse Elisabeth Badinter dopo la morte di Simone De Beauvoir ed è sicuramente vero che nelle elaborazioni  di Simone rimangono tutt'ora intatte potenzialità politiche e filosofiche, soprattutto le va dato merito di aver inaugurato una nuova era. Il pensiero delle donne non aveva mai smesso,nei secoli,  di prodursi : scrittrici, mistiche, suffragette, anonime....un magma in ebollizione che aveva però la necessità di essere meditato, chiarito, proclamato. Aveva bisogno che fossero trovate le parole per dirsi. Simone de Beauvoir è riuscita nell'impresa e i prodromi di questa ricerca sono contenuti in questi diari.

Les Cahiers de jeunesse ( 1926 - 1930 ) è un libro di Simone De Beauvoir edito da Gallimard, Francia 2008

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giovedì, 08 maggio 2008
10:41

La bellezza ci salverà?

Omaggio al principe Myskin prekrasnyj - pieno di splendore -  alla sua compassione, alla sua generosità, al  suo talento nel farsi carico delle altrui sofferenze - Ci salverà la bellezza -  campeggia quest'anno sulla Fiera del Libro di Torino che ospita gli scrittori di lingua ebraica nel 60° anniversario della nascita dello stato d' Israele. Paura, Incombenza, Perturbazione sono i sentimenti di cui è intrisa la cultura ebraica. Confinati sullo sfondo  dei racconti di  Yehoshua che se ne serve con discrezione rendendo paradossalmente  il  senso del pericolo ancora più incombente o protagonisti in Ahron Appelfeld insieme all'autoinganno di fronte alla crudeltà del reale, attitudine tra le più tragiche che il genere umano conosca. Ovvero nascosti tra le righe delle promesse dell'avanguardia che sembrano esprimere tutt'altro mondo :  Etgar Keret - meraviglioso - ossessionato dall'assurdità dell'esistenza, dalle distorsioni della morale che  dietro ai suoi racconti, minimalisti, urticanti  rivela la presenza di Kafka, di Bruno Schultz. Della grande speranza cassidica. Keret tradisce un'insofferenza per il mondo contemporaneo israeliano tutta moderna e  ne aggredisce le peculiarità con violenza, sarcasmo, spregiudicatezza .  La letteratura israeliana è un'onda anomala che porta con sè una nuova visione dell'ebreo  - non ce ne facciamo più nulla della letteratura da piagnistei, chiosa Amos Oz -  E se è vero che dove la tradizione incontra la modernità e la storia il quotidiano, la letteratura prolifera, non deve stupire che uno staterello con una popolazione inferiore a molte megalopoli americane, consegni al mondo un così straordinario numero di scrittori. Non ha gran senso il boicottaggio di coloro i quali ci raccontano le cose come stanno in termini di reale distribuzione di responsabilità , di errori, di torti subiti e inflitti. Da Yehoshua a Keret, nei decenni che intercorrono, si dipana sotto ai nostri occhi tutto il mutamento della società israeliana e anche se gli scrittori  non rappresentano , purtroppo, la voce dell'intera società o dei suoi assetti di potere, ne sono l'irrinunziabile  coscienza critica. Sia il concetto eretico e sovversivo di  Bellezza, ovvero l'attenzione all'altro, come Dostoevskij ce lo ha raccontato, a salvarci. E a salvare chi alle parole, vuole sostituire l'aridità e l'insensatezza degli slogan.

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giovedì, 03 aprile 2008
16:19

Chi ha paura di Giuliano?

Giuliano Ferrara, della vittima non ha l'inclinazione , ne' l'allure ne', tantomeno, le phisique du  rôle . Basterebbe osservare con quanta veemenza ieri a Bologna,  rilanciava insulti e ortaggi all'indirizzo dei suoi detrattori per rendersene  conto. Di questa sua reattività, dovremmo essergli grati, c'è un che di aggressivo nelle vittime silenti e nei martiri  che calcano un po' troppo la mano nell'esposizione di soprusi e illiberalità. Lui no, interloquisce con la piazza e risponde per le rime agl'insulti e così facendo, almeno  risparmia ad altri  il disturbo di una solidarietà che non esula dal semplice fatto di non aver potuto tenere il suo comizio ieri a Bologna. Male. Male per essere stato, insieme ai cittadini che volevano ascoltare le sue parole, privato di un diritto elementare. Male, data la delicatezza del momento - la campagna elettorale - e dell'argomento che sbattuto in una piazza che ribolle , facilmente inclina a diventare una contesa tra pietosi  amanti della vita e del buonumore e tristi sostenitori di morte e selezione della specie. Penso alla pacatezza dei toni con i quali Adriano Sofri smonta pezzo per pezzo l'impalcatura costruita da Ferrara sulla Moratoria dell'Aborto nel suo bel libro Contro Giuliano e in cui non c'è ragione etica, giuridica, umanitaria, politica che non sia chiamata in causa per chiarire, in premessa quanto sia difficile, se non impossibile, per un maschio il solo ragionare di aborto sostituendosi ad una donna e a seguire, quanto un discorso di revisione della legge 194 nella direzione voluta da Ferrara incrinerebbe quel principio di autodeterminazione e responsabilità senza il quale non sarebbe lecito parlare di etica della vita. Farebbe piacere anche a me un avversario imbecille e grossier  in questa partita. Purtroppo non è così , Ferrara è un uomo intelligente e non sarà raccontando a noi stessi  la favola bella della sopraggiunta stupidità che lo renderemo inoffensivo. Chi ha paura di Giuliano Ferrara può darsi pace, non sarà tappandogli la bocca che se ne neutralizzerà l'impatto (scarsetto in verità), in questo bisognerebbe prendere esempio dalle donne che dopo aver  deciso di non raccogliere provocazione alcuna , hanno tuttavia fatto sapere di essere pronte a prendere la parola quando sarà il momento. Nelle more, decidano gli elettori .Ma per tornare a noi , in questo dibattito culturale o elettorale  che sia,  non entriamo a nessun titolo, ne' ci appartiene,  men che meno per agevolare l'ennesima strumentalizzazione. Per noi la legge sull'interruzione volontaria di gravidanza è un' altra storia.

Contro Giuliano  è un libro di Adriano Sofri edito da Sellerio con una ricca appendice di interventi da Natalia Ginzburg a Pierpaolo Pasolini a Norberto Bobbio.Nell'illustrazione un dipinto di Felice Casorati titolato Conversazione Platonica che sulla copertina del libro,  ben introduce il tema in questione.

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lunedì, 31 marzo 2008
14:52

Cinque lettere che sembrano vernice fresca (Rosso)

Avete pagato caro non avete pagato tutto. Minacciosa sintesi di una  deriva del Presente. Ovvero un messaggio respinto dal destinatario  , ma anche  sottotitolo del libro  Rosso (1973 - 1979). A trent'anni dalla fine delle pubblicazioni esce la raccolta completa dell'omonima rivista che faceva capo all'area dell' autonomia milanese , approdo di trasmigrazioni e diaspore:  dal Gruppo Gramsci a Potere Operaio dopo lo scioglimento del Convegno di Rosolina. Vista la pletora di pubblicazioni  commemorative su sessantotto e seguenti, vale forse la pena di recuperare i documenti, gli scritti, i periodici  di una stagione , sotto questo aspetto, estremamente prolifica , non fosse altro per allontanare il rischio che  mediazioni tardoromantiche, o iperpoliticizzate o nostalgiche o apocalittiche stravolgano gli eventi , li assoggettino  rovinosamente al punto di vista dei vari autori, spesso invadente  nell'esercizio dello spiegare più che in quello  del raccontare . Quegli anni visti attraverso i linguaggi, le immagini, i disegni, gli articoli di un gruppo di intellettuali e militanti appassionati, attenti ai fenomeni, ai cambiamenti,  appaiono in una luce del  tutto differente rispetto alle abituali rappresentazioni . Rosso, in tal senso, è uno strumento conoscitivo ricco e sofisticato,  perchè al di là di una disinvolta enfatizzazione dell'uso della forza come elemento di ricomposizione politica, ha intuito nelle sue analisi molto di ciò che sarebbe stato del mondo a venire. Le lotte operaie contro la ristrutturazione industriale  post autunno caldo, la talpa femminista che evidenziando contraddizioni , minava  gruppi  e  partitini nati nel 68 , il proletariato giovanile in fermento nelle periferie delle città , trovarono in Rosso un contenitore sensibile per essere ampiamente raccontate e analizzate. Rosso era la rappresentazione di un universo variegato, conflittuale, sulfureo con il quale il riformismo di allora aveva perso i contatti. Una lettura retrospettiva  troverà  un filo conduttore  nella fine dell'operaismo con la conseguenziale esigenza del rapporto con un Politico da ridefinire, in quella di convogliare in una forma organizzativa (Partito non Partito ) che s'incaricasse  della mutata  composizione della forza lavoro, tutti i temi che in quegli anni animavano il dibattito all'interno di un movimento che parallelamente cercava altri punti di riferimento e li rinveniva  in Deleuze, Guattari, Focault. Poi l'accelerazione della storia trascina il discorso altrove  e sono l' illegalità armata e la critica alle brigate rosse a tener banco. Un'altra stagione di esodi e trasmigrazioni, poi ancora la repressione che significherà la fine dell'esperienza e per molti redattori cattura ed esilio. Rosso era tutt'altro che  una formazione combattente era solo un laboratorio in grado di leggere  quello che succedeva nel mondo : la fine della centralità della fabbrica, il proletariato sociale, l'intellettualità di massa,il precariato in bianco e al nero,le periferie che si ribellano,il black out di New York.

«Rosso» dell’«estraneità operaia», delle lotte in fabbrica e poi della produzione che si rovescia sul territorio. «Rosso» delle occupazioni, delle autoriduzioni, dell’illegalità di massa. «Rosso» del «perché a Lenin non piaceva Frank Zappa». «Rosso» di Pat Garrett e Billy Kid. «Rosso» delle pellicole crepuscolari di Sam Peckinpah, nell’aurora del proletariato giovanile. «Rosso» della fabbrica diffusa e dell’operaio sociale. «Rosso» che sulle gradinate dello stadio Meazza, Milano, San Siro, intravede «guerriglieri» e non più «foche ammaestrate». «Rosso» di nuvole e chine, caustiche come vetriolo. «Rosso» delle foto in bianco e nero di Aldo Bonasia: niente distanza di sicurezza, prego, e sempre a un metro dal cordone più duro del corteo. «Rosso» del «Riceviamo e pubblichiamo». «Rosso» dell’Avete pagato caro. E anche del Non avete pagato tutto. Secondo Lea Melandri, « Rosso» giornale dentro la confusione». «Rosso» contro la metropoli, alla ricerca d’un altro Che fare? «Rosso» dimenticato, seppellito da quintali d’incartamenti giudiziari, cancellato da anni di galera e decenni d’esilio.
«Rosso» ritrovato

Avete pagato caro non avete pagato tutto. La rivista «Rosso» (1973-1979),  è un libro di Tommaso De Lorenzis, Valerio Guizzardi, Massimiliano Mita 109 pp.+DVD con la raccolta completa della rivista editore DeriveApprodi,

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venerdì, 28 marzo 2008
15:10

L'élégance du hérisson

So poco di Muriel Barbery se non che insegna filosofia a Bayeux (patria dell'omonimo arazzo) e che il suo ultimo romanzo L'eleganza del Riccio - L'élégance du hérisson -  ha vinto tutto quello che c'era da vincere in materia di premi letterari francesi e non , venduto cinquecentomila copie e i diritti al Cinema e che tutto ciò le è valso in Francia la definizione di  fenomeno letterario dell'anno. Il suo editore Gallimard,  ha  fasciato il  libro con una striscia di carta rossa, con su scritto  "Le Q.I de la Concierge" E la concierge che si presenta fin da subito come l'archetipo della portinaia, è  la protagonista principale  del racconto. Così esordisce :  Je m'appelle Renée, j'ai cinquante-quatre ans et je suis la concierge du 7 rue de Grenelle, un immeuble bourgeois. Je suis veuve, petite, laide, grassouillette, j'ai des oignons aux pieds et, à en croire certains matins auto-incommodants, une haleine de mammouth. Mais surtout, je suis si conforme à l'image que l'on se fait des concierges qu'il ne viendrait à l'idée de personne que je suis plus lettrée que tous ces riches suffisants. C'è dunque un' apparenza che inganna e come se non bastasse, un secondo personaggio che pure non la conta giusta : Je m'appelle Paloma, j'ai douze ans, j'habite au 7 rue de Grenelle dans un appartement de riches. Mais depuis très longtemps, je sais que la destination finale, c'est le bocal à poissons, la vacuité et l'ineptie de l'existence adulte. Comment est-ce que je le sais ? Il se trouve que je suis très intelligente. Exceptionnellement intelligente, même. C'est pour ça que j'ai pris ma décision : à la fin de cette année scolaire, le jour de mes treize ans, je me suiciderai. Altre apparenze ingannevoli : un'adolescente superficiale, scioccherella  che in realtà è intelligentissima, molto brillante e ha deciso di suicidarsi  il giorno del suo tredicesimo compleanno. La conciergerie di Renée  è un punto di osservazione privilegiato sull'andirivieni  del condominio fatto di ministri, industriali, banchieri e ricchi borghesi , più  i di loro  servitori , resi in tutto e per tutto simili ai padroni dall'ossessionante passione per la scalata sociale. A tutti questi personaggi dei quali conosceremo via via l'ottusa volgarità, Renée ha deciso di offrire un'immagine di sè quanto più vicina a quella che ognuno si aspetta  e per rendere più credibile il travestimento,  non esita ad abbrutirsi, adotta un linguaggio volutamente  sciatto, pur scandalizzata degli svarioni lessicali dei vari padroni di casa , tiene la televisione accesa tutto il giorno ma segretamente ascolta Mahler , cucina pietanze nauseabonde al solo scopo di inondare l'androne del tipico odore dei portierati. Insomma per niente al mondo rivelerebbe di essere una raffinata intenditrice di cinema giapponese o una studiosa appassionata de  L' ideologia tedesca di Karl Marx  ma soprattutto per niente al mondo smantellerebbe  quella costruzione dell' Immaginario  secondo la quale i portieri sono esseri insignificanti, figure di totale ignoranza e assoluta  marginalità . Analogamente si comporta  Paloma, l'adolescente che ostenta stupida mediocrità .Due esistenze clandestine espresse in forma di diario che procedono parallelamente seppur diversificate dai rispettivi linguaggi e da  un espediente  editoriale : nell'edizione francese,  a seconda che si tratti del racconto dell'una o dell'altra, i caratteri sono diversi , in quella  italiana oltre a questo, il personaggio di Paloma è affidato alle cure di una traduttrice - Emanuelle Caillat - e quello di Renée a un'altra, Cinzia Poli. Alla fine ogni segreto sarà svelato grazie all'irruzione sulla scena  di un ricco giapponese Monsieur Ozu, l'unico che alla luce di sensibilità e cultura tutte orientali, saprà entrare in relazione con Renée  e capire ciò che ad altri è sfuggito per indifferenza e superficialità.Così  Paloma, abbandonati  i propositi suicidi potrà annotare nel suo diario : Madame Michel ha l'eleganza del riccio fuori è protetta da aculei, una vera e propria fortezza, ma ho il sospetto che dentro sia semplice e raffinata come i ricci, animaletti fintamente indolenti, risolutamente solitari e terribilmente eleganti. Bel ritmo nella versione francese, appena meno in quella italiana. Ironia e disincanto, colte citazioni e rappel  in quantità, per quel tanto di indispensabile snobismo dotato  di solido retroterra.Niente di eccessivo, stonato o saccente. Interessante ed allusiva un'altra scoperta : al numero 7 di via de Grenelle a Parigi non c'è un condominio di lusso ma la boutique Prada.

L'eleganza del Riccio è un libro di Muriel Barbery edito in Italia da e/o

L'élégance du hérisson in Francia è invece edito da Gallimard

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martedì, 11 marzo 2008
07:44

Quel monumento in blu

ingegnere 2212009720_deb5d4cbefNon ho la vignetta che è di qualche tempo fa, quindi la racconto citando a memoria. Prima sequenza : La Fulvia di Pericoli & Pirella, bionde chiome al vento e aria svaporata , si sporge dal bracciolo di una poltrona   e fa : Consiglio a tutti  il bellissimo libro di Arbasino su Carlo Emilio Gadda. Seconda sequenza : La Fulvia con chiome sempre più lussureggianti  e aria svaporata come sopra,  ha piazzato una delle sue gambe chilometriche sul bracciolo e prosegue : Lo consiglio soprattutto a chi si è stufato di fare largo ai giovani. Accidenti che promozione. Ma i giovani probabilmente non c'entrano,  l'omaggio dev' essere ad altro tipo di maturità e a proposito di questo, una premessa si rende obbligatoria : le poche cose che scriverò su questo libro, saranno spudoratamente di parte. A me piacciono molto gli scritti di Alberto Arbasino, mi piacciono talmente che pure se arrivassero trecento commentatori con propositi denigratori , non muoverei un dito per redimerne nemmeno uno . Un po' come si fa con certi amori :  qualcuno te ne domanda conto e tu spalanchi le braccia come per dire ...è così. Ora, non che io sia innamorata dell'Arbasino che ha gli stessi anni di mio padre ma forse è anche per questo che ogni suo riferimento, ogni  rappel  mi risulta famigliare.Se, come in altro libro ,racconta del viaggio in Grecia che assieme ad un gruppo di amici intraprese per scappare dal trambusto delle Olimpiadi di Roma del 1960, non posso fare a meno di ricordare che analogo proposito misero in atto in casa mia e per gli stessi motivi ( la meta estera però fu un'altra) e che questo mi è stato raccontato infinite volte, lo stesso accade a proposito di altri episodi, altri ristoranti, teatri, dispute , bibloteche e soprattutto per l'uso nel parlare corrente di termini francesi e inglesi mischiati al dialetto oppure il chiamare colazione il pranzo e il pranzo la cena e relativi rimbrotti  dati da uso improprio ( e gran  confusioni di appuntamenti) .Insomma quel poco di innocuo snobismo che forse è un po' anche puzza sotto al naso ma che, data la modica quantità, mi fa sentire subito a casa . Insomma non vorrei dire che l'Arbasino Alberto mi ricordi propriamente l'infanzia e gli snobboni di casa mia, ma quasi. Per esempio il cameo irresistibile che si trova in questo libro, di una tale principessa capitolina che aveva invitato due amiche e  davanti al botteghino del  Fiamma - film in programmazione l'Eclisse - fruga nella borsetta in cerca dei soldi borbottandoil suo, chiamiamolo disappunto, in francese, mi fa ridere per motivi probabilmente legati a decine di altre principesse romane (più quella) sulle quali in casa ho sentito ironizzare con ferocia  che si sarebbe voluto far passare per repubblicana, benchè fosse assai di più (si tendeva sempre a rimarcare la scarsa signorilità e la molta ignoranza della nobiltà nera o papista o quel che era)  oppure  Marlon Brando che pare girasse Riflessi in un occhio d'oro a Pomezia in incognito, altra leggenda che ancora si tramanda dalle mie parti. Insomma tutto un mondo romano e milanese (fortunatamente, per certi versi) sparito ma che mi fa piacere ritrovare in sistematica narrazione. Dunque largo ai maturi (in ogni senso) lettarati,alla scrittura curata fino allo spasimo,alle parole tornite per giorni e giorni.Largo alla fatica di scrivere e ai suoi magnifici esiti. Largo all'appropriazione e al rimescolamento di linguaggi, lingue straniere e dialetti che rivitalizzano il racconto . Largo ai memoires liberi da autocompiacimento,agli affreschi d'epoca resi con pochi colpi di spatola: uno o due riferimenti e sei subito perfettamente immerso in un' atmosfera. E largo all'Ingegnere in blu -  Carlo Emilio Gadda - e ai suoi "nipotini" con i quali conversava en petit comité (leggere il libro per sapere chi e come..) raccontato con ammirazione malcelatamente reverenziale attraverso ricordi personali che ne rivelano l'indole affabile ed ironica malgrado l'immagine abitualmente addolorata o afflitta.Non una biografia ovviamente ma un modo intelligente di parlare  di letteratura o meglio della impagabile prosa dell'Ingegnere , senza troppo sembrare.

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lunedì, 11 febbraio 2008
07:07

Tel quel (voici la fameuse Coupole de Montparnasse )

la coupole limogesMillecinquecento coperti al giorno e, inevitabilmente, le tecniche della ristorazione moderna, non possono garantire accuratezza ma l'importante è non farsi irretire dalle complicazioni de la carte e puntare diretti al Plateau Royal se si è appassionati di belon o fines de claire ovvero, più sul sicuro,  al Cœur de filet de bœuf au poivre "flambé en salle" au cognac et pommes sautées che alla fine è solo un filetto al pepe con patate (flambè en salle per la coreografia) o a la Salade Coupole di fichi e fois gras che continua ad essere un'esperienza di rilievo. La cucina francese è tutt'altro che insidiosa ma quando ci sono molti ospiti, meglio non sfidare una partita di chef oberati . Infatti non è davvero per la cucina che si va alla Coupole o per farsi vedere o vedere l'intera sala da pranzo alle prese con la fricassée de poulet de Bresse : Alla Coupole ci si va perchè nonostante l'elegante caciara è l'unica brasserie che nel tempo non è mai cambiata .

 E il tempo significa : a far data dal 1927. Dunque siamo in pieno  déco come da  salone  vagamente Overlok Hotel, progettata dagli architetti Barillet e Le Bouc. Ventiquattro potenti pilastri delicatamente istoriati a sorreggere il tutto e al centro la cupola luminosa  profilata  pervenche e poi ancora i lampadari, gli stucchi , la boiserie e persino il logo sul vasellame limoges.Tutto come allora . Strepitoso anche l'american bar con il bancone in piuma di mogano e il raffinatissimo scaffale di servizio incassato nel muro.

la coupole am ba

E poi di qui sono passati e , questa è un'altra conclamatissima e assai documentata, attrattiva del locale : Majakowskij, Aragon, Man Ray, Simone Signoret, Chagall, René Claire, Giacometti, Isadora Duncan, Ezra Pound , Prévert, De Chirico, Sartre, Simone de Beauvoir e tantissimi altri.  In realtà anche alla Closerie des Lilas sulla stessa rue de Montparnasse hanno svernato e pasteggiato a Muscat più o meno gli stessi personaggi ma la Coupole si distingue oltre che per gli arredi anche per annedottica : solo qui è stata venduta all'asta una cicca di Boyard papier mais fumata e donata da Jean Paul Sartre per finanziare l'uscita di Libération, solo qui la Resistenza fece assumere come cameriere tre ragazze di famiglia borghese che avevano studiato il tedesco (ah les jeunes filles rangée) per spiare gli ufficiali della Wermacht,solo qui Simenon cenava con Josephine Baker e César seduto di fronte alla statua di cera (presa in prestito dal Museo Grévin)  del presidente della Repubblica Vincent Auriol dichiarava che quella sera avrebbe cenato au plus haut niveau. La Coupole viene raccontata in genere come un posto magico, ricco di ricordi, di storia di arte di raffinatezza e via dicendo, esattamente come negli anni cinquanta era considerato il ristorante di Sartre o di Camus e Ionesco e gli avventori facevano a gara per cenare ai tavoli circostanti.

Tutto ciò è probabilmente vero ma è anche uno dei posti più divertenti e vivaci di Parigi, un punto di osservazione irrinunziabile e un'occasione per  godersi il pellegrinaggio degli speranzosi di tutto il mondo ...hai visto mai s'incontrasse una celebrità. Un mito che resiste nel tempo come gli sgabelli del bar e nonostante les coupoliens siano decisamente cambiati . Ed è per portarsene a casa un pezzetto o per illustrarne le bellezze agl'ignari che Thomas Dufresne e Georges Vlaud  hanno pubblicato un bel libro intitolato per l'appunto La Coupole edito da Le Cherche Midi. Scritto sottoforma di abecedario poétique et ludique, artistique et historique, anecdotique et iconographique:365 entrées pour tout connaître de cette célèbre brasserie parisienne come da presentazione dell'intraprendente editore..voici la fameuse Coupole de Montparnasse (andateci)

livre

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sabato, 29 dicembre 2007
12:47

Nanni : Contenuti Speciali

A Venezia 1989 - Mostra del Cinema -  in Sala Grande , alla Prima del film Palombella Rossa, si stava tipo come d'autunno sugli alberi le foglie, causa accidenti vari, molti dei quali, la pellicola riproduceva pari pari e la musica di Battiato, non ne parliamo , quando accadde ciò che al cinema non accade che nelle grandi occasioni (o a fine proiezione) : l'applauso a scena  aperta a Michele aka Moretti,  nel passaggio in cui molla una sberla alla giornalista rea di aver pronunciato l'espressione cheap. Visto per la prima volta, fu una specie di scossone . C'eravamo dunque e tiravamo pure schiaffoni. Scrivo questo, non perchè voglia avviare il tag Com'eravamo ( tanto è inutile sempre quelli siamo rimasti) ma perchè mi fa piacere segnalare l'iniziativa della Warner che inserisce in un cofanetto intitolato Il Cinema di Nanni Moretti sia Io sono un autarchico che Sogni d'oro che Palombella Rossa mai riversati in DVD e siccome il pezzo forte e la novità di questa collana  sono i Contenuti Speciali curati dallo stesso Moretti, la sequenza di quell'applauso c'è, come pure ci sono brani tratti da Conferenze Stampa o Interviste memorabili, tenute nello stessa circostanza della Mostra - ci sono due modi di ricattare lo spettatore : il film ruffiano e l'argomento importante - e per gli appassionati il corto l'Ultimo campionato che racconta il ritiro di Moretti dalla pallanuoto dopo aver vinto il torneo di serie C e che è anche una specie di quaderno degli appunti per la realizzazione di Palombella. C'è la scena del rigore (vera) col doppio inganno al portiere e conseguente successo dell'azione.In puro stile Morettiano.

Il cofanetto contiene :

Ecce Bombo di e con Nanni Moretti (contenuti speciali : intervista con l'autore)

Sogni d'Oro di e con Nanni Moretti ( contenuti speciali : pubblico di merda sullo sgangherato match televisivo tra Moretti - Apicella  e Gigio Morra - Gigio Cimino  condotto da Giampiero Mughini)

Palombella Rossa di e con Nanni Moretti (contenuti speciali : Intorno al film , l'Ultimo Campionato,Venezia 1989, La musica )

Il Portaborse di Daniele Luchetti con Nanni Moretti e Silvio Orlando

Il 26 febbraio 2008 usciranno invece : Io sono un autarchico, Aprile, Caro Diario di e con Nanni Moretti  e La seconda volta di Mimmo Calopresti con Nanni Moretti e Silvio Orlando

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mercoledì, 26 dicembre 2007
10:30

L'educazione sentimentale delle Rose d'Inghilterra

La non facile impresa di vivere  relazioni emotive rimuovendo gli ostacoli rappresentati da pregiudizi, competitività , gelosia, ed invidia, è il tema  delle Rose Inglesi e delle Rose Inglesi -  troppo bello per essere vero, due dei cinque libri per ragazzi, scritti da Madonna, illustrati da Jeffrey Fulvimari e tradotti in italiano da Valeria Raimondi. Madonna è una scrittrice brillante, in grado di trasferire, nero su bianco, tutta la forza comunicativa di cui dispone ma soprattutto,  nella scelta di affrontare direttamente il problema della rivalità tra ragazze, rivela un insospettato acume sul versante introspettivo pedagogico . Contrariamente al solito , non saranno solo i successi scolastici o sportivi a scatenare il Mostro Verde ( siamo nel paese giusto del resto,per la citazione letteraria), ma l'arrivo dalla Spagna di un nuovo compagno di scuola del quale s'infatueranno tutte e cinque (e tutte insieme) le Rose Inglesi. Venire fuori dall'impasse salvando il bene più prezioso, cioè l'Amicizia, comporterà  una serie di riflessioni sulla solidarietà ma anche sul senso del ridicolo della gara o sulla superficialità di certi giudizi affrettati, il tutto esposto con tale naturalezza e realismo che le giovani lettrici non avranno problemi ad identificare il proprio percorso con quello delle Rose Inglesi e a trarne preziosi indizi per la lettura  dei propri comportamenti. Il tema dell'educazione sentimentale, compare pochissimo nella letteratura destinata alla pre-adolescenza, particolarmente se materia di osservazione è l'evolversi di una dinamica di gruppo. Lieve ma incisiva e minuziosa nel rivelare quanto sia naturale l'esistenza del Mostro Verde ma altrettanto necessaria la sua sconfitta per il raggiungimento della felicità, Madonna non cade mai nelle trappole del racconto edificante, nel moralismo e nel didascalico : ognuno deve essere se stesso,vivere le proprie emozioni ma premurarsi di fare i conti con istinti non precisamente nobili. Questo il messaggio delle Rose Inglesi . Per quanto mi riguarda, avendo perso la mano con i ragazzini, ho trovato questo libro utile e divertente, un valido supporto per (Sfiniti) Educatori della complessità giovanile.Per ragazzi (ma soprattutto ragazze) dai nove anni in su.

Le Rose Inglesi  è un libro di Madonna scritto nel 2003 ed edito da Feltrinelli

Le Rose Inglesi - troppo bello per essere vero ( sequel ) è un libro di Madonna scritto nel 2007 ed edito da De Agostini

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sabato, 08 dicembre 2007
20:50

Il mestiere dell'avvocato (lealtà divisa)

L'avvocato è una figura problematica. Perchè la sua lealtà è divisa tra il dovere di rispettare le leggi dello Stato e quello di difendere il proprio assistito.Qualunque siano le accuse. Eppure proprio per questo,l'avvocato è garanzia indispensabile di libertà.

Può sembrare un ossimoro che nasconde  chissà quali ambiguità ma praticare con rigore e dedizione la lealtà divisa, significa manifestare l'identità forte della professione di avvocato, un ruolo che solitamente viene interpretato come soldato del nemico più che che come garante della Giustizia.Eppure proprio l'avvocato che difende il colpevole è garanzia essenziale per il cittadino onesto. Finché l'avvocato è libero di scegliere il cliente che vuole, il cittadino che non ha commesso reati sa che qualsiasi cosa gli accada, in qualsiasi circostanza si trovi, potrà avere un difensore. La garanzia che il colpevole sia difeso rassicura l'innocente. E alimenta la democrazia.

L'avvocato necessario è un libro di Fulvio Gianaria e Alberto Mittone edito da Einaudi

 

 

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sabato, 08 dicembre 2007
13:21

Mi piace stare sola

Nello spazio entro i confini stabiliti,  tra  Moro  perchè non  moro  a Morirò d'amore,  si articola  l'esperienza artistica di Giuni Russo. Concetto questo assai bene espresso nel docufilm Giuni Russo. La sua figura, da madre Emanuela della madre di Dio,carmelitana scalza e amica di Giuni. In meno di venti brani scelti dall'intero repertorio (inclusa Un' estate al mare e Smoke in your your eyes , dunque rispettando anche il versante apparentemente più commerciale ) montati in ordine  acronologico (ma ciascuna interpretazione contiene in sè una piccola cronologia essendo a sua volta, un collage di immagini di diversi concerti), questa pregevole iniziativa curata da Franco Battiato, ci racconta Giuni studiosa, autrice, sperimentatrice, cantante in cima alla hit per una sola stagione, tuttavia mai sottomessa alle regole di mercato, quindi Libera da tutti i lacci che soffocano creatività e talento e impediscono di essere davvero padroni della propria arte . E sola .Come si conviene a chi nella severità esistenziale trova il suo modo, il suo stile.

Giuni Russo la sua figura è un docufilm di Franco Battiato prodotto da Radiofandango

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sabato, 10 novembre 2007
21:45

Tough guys don't dance ( e nemmeno muoiono)

Mailer

Norman Mailer  (come pure  James Baldwin ed altri) rappresenta una specie di Scoperta dell'America almeno per un paio di generazioni di lettori.C'è una vena e una struttura narrativa che Mailer ha mantenuto viva e attiva fino al suo ultimo The Castle in Forest, che allora smentiva due convinzioni pregiudizievoli : uno che l'America fosse solo quello che ci veniva raccontato : il razzismo, il Viet-nam, la durissima repressione dei movimenti di protesta ,l'altra che il Grande Romanzo fosse un fenomeno esclusivamente europeo.L'America  che mi piace è cominciata, assai prima della musica,della poesia e delle Black Panthers,proprio da lui. Da Il nudo e il morto, dalla Costa dei barbari  dal Parco dei Cervi e dalla biografia di Marilyn Monroe. Norman Mailer è di quegli scrittori che regalano il piacere del leggere, quel senso di  soddisfazione che si prova quando ci si siede e si apre il libro e in cui è nascosto un impercettibile brivido sulla schiena.

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domenica, 04 novembre 2007
12:55

Ragazza Triste ( épater les bourgeois)

StrambelliAll'epoca non si sarebbe mai sognata di destare scalpore con storie di compiti svolti a casa di Peggy Guggenheim o di frequentazioni illustri nel  salotto di Venezia, rifriggendo le solite cose:  l'affabilità di Roncalli, i silenzi di Pound ,il dialetto di Baseggio. Men che meno le sarebbe passato per la testa  di elogiare l'educazione severa che allora s'impartiva alle ragazze di buona famiglia - pianoforte, danza e bonnes manières - tutta roba che, se aveva un pregio, era quello di spingerne più d'una  a ribellioni epocali ,definitive e senza recuperi. Quanto  ha avuto cura di nascondere, nel corso del tempo, oggi mostra con orgoglio e un tantinello d'enfasi ed essendo cambiato radicalmente, il concetto di trasgressione, racconta con civetteria l'annedottica sull'avarizia dei multimiliardari made in USA (anche Paul Getty aveva un telefono a gettone in casa, embè?). Strambelli, in tour per promuovere i suoi memoires scritti in tandem con tale Cotto, offre di sè l'immagine un po' trita di quella che passano gli anni, i governi e i cataclismi , rimane sempre uguale a se stessa.Una che - imboniscono i presentatori - ha cantato Brel e Léo Ferré (un paio di brani , i più orecchiabili),che non ha voluto figli perchè ciò contraddice l'essere artisti (e Picasso? E Chaplin?) ha fatto la navigatrice solitaria (con Soldini ) e tre giorni a Rebibbia per droga (modica quantità,uso personale,robetta leggera).Insomma uno stereotipo bello e buono ma triste, un ricordo lontano di quel che fu : una cantante piacevolmente commerciale con uno stile tutto suo.Piuttosto che esibire il mascherone biascicando di età biologica , non sarebbe stato meglio un Patty Pravo Platinum e via..?

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venerdì, 02 novembre 2007
12:01

...ciò che in ognun,era il mondo

Solo l'amare solo il conoscere
conta, non l'aver amato,
non l'aver conosciuto. Dà angoscia
il vivere di un consumato
amore. L'anima non cresce più.
Ecco nel calore incantato
della notte che piena quaggiù
tra le curve del fiume e le sopite
visioni della città sparsa di luci,
scheggia ancora di mille vite,
disamore, mistero, e miseria
dei sensi, mi rendono nemiche
le forme del mondo, che fino a ieri
erano la mia ragione d'esistere.
Annoiato, stanco, rincaso, per neri
piazzali di mercati, tristi
strade intorno al porto fluviale,
tra le baracche e i magazzini misti
agli ultimi prati. Lì mortale
è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
alla stazione di Trastevere, appare
ancora dolce la sera. Ai loro rioni,
alle loro borgate, tornano su motori
leggeri - in tuta o coi calzoni
di lavoro, ma spinti da un festivo ardore
i giovani, coi compagni sui sellini,
ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori
chiacchierano in piedi con voci
alte nella notte, qua e là, ai tavolini
dei locali ancora lucenti e semivuoti.
Stupenda e misera città,
che m'hai insegnato ciò che allegri e feroci
gli uomini imparano bambini,
le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa
delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato
con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d'estate;
a difendermi, a offendere, ad avere
il mondo davanti agli occhi e non
soltanto in cuore, a capire
che pochi conoscono le passioni
in cui io sono vissuto:
che non mi sono fraterni, eppure sono
fratelli proprio nell'avere
passioni di uomini
che allegri, inconsci, interi
vivono di esperienze
ignote a me. Stupenda e misera
città che mi hai fatto fare
esperienza di quella vita
ignota: fino a farmi scoprire
ciò che, in ognun, era il mondo.
Una luna morente nel silenzio,
che di lei vive, sbianca tra violenti
ardori, che miseramente sulla terra
muta di vita, coi bei viali, le vecchie
viuzze, senza dar luce abbagliano
e, in tutto il mondo, le riflette
lassù, un po' di calda nuvolaglia.
È la notte più bella dell'estate.
Trastevere, in un odore di paglia
di vecchie stalle, di svuotate
osterie, non dorme ancora.
Gli angoli bui, le pareti placide
risuonano d'incantati rumori.
Uomini e ragazzi se ne tornano a casa
- sotto festoni di luci ormai sole -
verso i loro vicoli, che intasano
buio e immondizia, con quel passo blando
da cui più l'anima era invasa
quando veramente amavo, quando
veramente volevo capire.
E, come allora, scompaiono cantando.

Pierpaolo Pasolini da Il Pianto della Scavatrice 1956

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martedì, 09 ottobre 2007
09:00

Se qualcuno ti fa morto (un motivo c'è)

ernestoE' il 1996 all'ospedale militare di Vallegrande in Bolivia, un uomo che si è sottoposto ad un intervento chirurgico, nel delirio dell'anestesia grida ripetutamente  " Io  so dov'è sepolto il Che , l'ho seppellito io ! ". Tornato in sè , non  saprà spiegarsi quel cedimento : i particolari e il luogo della sepoltura di Ernesto Guevara sono coperti da segreto militare e lui ,che quella  fossa ha scavato davvero, per trent'anni ha taciuto ogni cosa, fedele alla consegna, persino con sua moglie. Comincia qui  l'ultima avventura di Ernesto Rafael Guevara De la Serna, dal complicato  ritrovamento delle sue spoglie, da un piccolo militare caparbio, unico sopravvissuto all'impresa della tumulazione frettolosa, in una notte di settembre del 1967, che pretenderà l'anonimato e che  continuerà a opporre sistematici dinieghi  a proposte allettanti,  fino a quando verso la metà del 1997, lo Stato Maggiore dell'esercito non rimuoverà il segreto, ingiungendogli di collaborare con i cubani per il ritrovamento dei resti di Guevara.Ma soprattutto che continuerà ad avere con la memoria del Che notevole distacco e dell'uomo,del combattente  una scarsa considerazione.  Gli scavi durarono un tempo lunghissimo per problemi di conflitti burocratici,finchè come raccontano le cronache, un giorno le scavatrici furono fermate e gli operai allontanati dall'area : finalmente le spoglie erano riemerse dalla terra rivoltata. Il piccolo militare caparbio commenterà : Se era venuto qui per uccidere anche lui doveva morire. Per me non fu un eroe .Credo sia una delle poche persone che non abbia subito il fascino, in negativo o in positivo del Che. Da anni infatti la querida presencia di Ernesto Guevara, nel classico ritratto di Alberto Korda  i cui negativi erano stati consegnati dal fotografo  a Giangiacomo Feltrinelli, è su ogni maglietta,murales,striscione,bandiera,adesivo, tatoo: un'icona pop, un eroe talmente leggendario da essere condiviso con l'estrema destra che gli ha dedicato  canzoni e ritratti affiancati a croci celtiche o con Jovanotti che invece lo immagina a braccetto con Madre Teresa. Praticamente un esproprio . O magari no. Quando morì, la notizia non fu certo di quelle da prima pagina,qualcuno in casa mi spiegò chi fosse stato,avevo dieci anni, il Che è rimasto legato all'annedottica di quel pomeriggio : il suo ingresso a Montecitorio nel 1964 , in tenuta militare e con una grossa Mauser infilata nella cintura ( e relative contumelie con i carabinieri di guardia a Palazzo) ospite di Togliatti ,le perplessità di alcuni esponenti del PCI,il fatto che fosse stato abbandonato al proprio destino,che avesse perso a Valleverde, giorni preziosi nell'inutile attesa della colonna guidata dalla guerrigliera Tania, morta insieme al resto del contingente circa dieci giorni prima e come fosse stato tradito e venduto dai contadini del luogo .Su tutto poi l'ombra del sospetto : che Fidel Castro lo avesse in qualche modo trascurato perchè voleva che quella Rivoluzione fosse tutta sua.Non ho mai indossato una maglietta con l'effige del Che e non ne ho mai esposto il ritratto, sebbene non mi dia noia alcuna, la commercializzazione del rivoluzionario di professione,comunque credo che chi esibisca questo simbolo, un messaggio seppur confuso di riscatto,di eguaglianza di purezza, lo voglia trasmettere.Ed è un messaggio che mi sento di rispettare.Di Ernesto Rafael Guevara De la Serna amo la pulizia , l'intransigenza e la gentilezza e quel Pensiero di Giustizia e Solidarietà che è sì Completezza, ma che reca con se un'idea ineluttabile di fallimento.Non ho mai capito quanto egli stesso  ne fosse consapevole.Guevara  è sepolto a Santa Clara de Cuba , in un brutto, celebrativo, retorico, commoventissimo, monumento funebre. "CHE " in lingua Mapuche vuol dire Persona, Uomo.

Se qualcuno ti fa morto è una canzone di Ivan Della Mea, la meno retorica e trionfale del repertorio (vastissimo ) dedicato ad Ernesto "Che" Guevara.Da segnalare ancora Nada Màs di Atahualpa Yupamqui, Zamba del Che  di Victor Jara ed infine quella più segretamente dedicata a lui Soy loco por ti America di Gaetano Veloso (leggere tra le righe)

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lunedì, 01 ottobre 2007
19:36

Smaschilizziamoci

rigoverno

Nell'illustrazione : NON una rivendicazione femminista ma lo striscione dell'Associazione Uomini casalinghi

Secondo le studiose del Pensiero della Differenza , le donne  sono migliori degli uomini a patto che continuino a mantenersi per l'appunto, sessualmente, biologicamente,emotivamente ,cognitivamente, differenti . Guai a ricalcare modelli maschili . Se ciò accadesse ,  si potrebbe forse sconfiggere il Patriarcato ma s'impedirebbe comunque al mondo di femminilizzarsi, grande  aspirazione ed obiettivo questo, per tutti i Movimenti, i Collettivi e le Scuole di Pensiero del Femminismo moderno. Malgrado le molte difficoltà, sono sempre più numerose le donne eccellenti che raggiungono posti chiave nel mondo, senza però apportare il Femminile alla loro carica o professione ma  seguendone l'antico e odioso tracciato maschile di lotte senza quartiere , lacrime, sudore e sangue . Si tratta di primi ministri,sindaci,quadri sindacali e manager, nemmeno si potrebbe dire in gonnella visto che la maggior parte indossa i pantaloni. Omologati tutti i generi al modello maschile, le donne rischiano di scomparire ed è questo il tema del libro bello e colto di Marina Terragni La scomparsa delle donne in cui si sollecitano entrambi i generi a ricercare e valorizzare  i tratti dell'Universo Femminile per avviarsi , dopo aver  messo questo patrimonio a profitto , verso la costruzione di una società migliore. Non ci sono dubbi : se Hillary Clinton che sta conducendo su diversi fronti una strenua battaglia per la Casa Bianca, diventasse Presidente degli Stati Uniti le attese di pace del mondo intero avrebbero più chanches di realizzarsi, così come le speranze degli statunitensi di una migliore politica sociale. Perchè? Perchè il Soccorrevole, il Materno, l 'Altruista, la Cura, il Rapporto con il Corpo, la Solidarietà, sono tutti elementi distintivi del Genere Femminile che trasferiti in Politica, producono realizzazioni quali la Pace e una più puntuale attenzione per il sociale.Non resta che confidare nella fiducia che Hillary ripone nella propria femminilità e  negli elettori americani.

La scomparsa delle donne è un libro di Marina Terragni edito da Mondadori

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martedì, 21 agosto 2007
01:34

Un enfant? Un boulet au pied ( No Kid )

maier In principio fu Bonjour paresse - Buon giorno pigrizia -  tanto per parafrasare un po' la la Sagan , un piccolo libro, quasi un manuale, contenente  trucchi ed escamotage per sopravvivere in azienda senza morire di lavoro. Alcuni , come quello di attraversare di tanto in tanto, i corridoi carichi di pratiche o spargere la scrivania di appunti,  davvero spassosi .Tutta l'operazione aveva l'aria di un divertissment editoriale ben congegnato  , poi riflettendo, tra le pagine di quel  volumetto si potevano leggere  sia una critica spietata all'organizzazione aziendale francese, talmente ritualizzata e gerarchica da somigliare alla corte di Luigi XIV, sia la paura che la conquista delle 35 ore lavorative venisse messa a rischio dall'allora governo conservatore di Raffarin che non aveva fatto mistero di una virile idiosincrasia per quella mezza giornata che avrebbe trasformato la Francia, a suo dire , in un grande parco ricreativo. Ad ogni buon conto, l'appello al disimpegno attivo, portava la firma di tale Corinne Maier, allora dottoranda in psicologia e impiegata presso l'azienda elettrica francese, già autrice di libri su De Gaulle e Lacan .Scatenata, ironica e irriverente ,il successo le ha talmente giovato, da  ripetere l'esperienza satirico-umoristica con altri due libri esilaranti : Buongiorno Lettino (sottotitolo : lo psicanalista è pagato per non fare nulla?) del quale è dir poco che vi si prenda in giro la psicanalisi e Intellettualoidi di tutto il mondo unitevi in cui  invece sono messi sulla graticola gl'intellettuali francesi. E infine l'ultimo nato, quello probabilmente destinato a far parlare di più  No Kid - Quarante raisons de ne pas avoir d'enfant (quarante tableaux apocalyptiques de l'esclavage moderne au temps de l'enfant roi) Protagonista incontrastata : la genitorialità pentita,provocazione estrema:  non fate figli se tenete alla vostra libertà.Il libro ( che sarà distribuito in Italia l'anno prossimo) rischia seriamente di diventare un altro campione d'incassi, in questi giorni, qui da noi, la stampa sta recensendo l'edizione francese e già i forum più zelanti scoppiano di dibattiti sulla crescita zero o se sia lecito o meno rinunziare ai figli . In realtà ognuno dei tableaux apocalyptiques di Corinne contiene la realtà di una condizione che da una parte è celebrata come una Missione e dall'altra si rivela un'esperienza faticosa e poco gratificante nel momento in cui,trascorse le celebrazioni della Madre e del Figlio,ci si ritrova da sole a cercare impossibili , talvolta, quadrature tra tempi , ruoli e incombenze. Senza contare che in questo momento in Francia, un sensibile incremento della natalità, ha reso i media paticolarmente  euforici. Ed è proprio per questo che appare più legittimo che cinico, dire esattamente le cose come stanno. E se lo si può fare con ironia,tanto di guadagnato . Scrive Isabelle Courtet Poulner in  un'articolo - intervista a Corinne Maier ( Le Nouvel Observateur del 31 maggio 2007) :

Entreprise salutaire dans le bébéland tricolore ? Cette année, la France a décroché le pompon : avec deux enfants par femme, elle aligne fièrement ses bataillons de nouveaunés promis au chômage. Record européen. A entendre Maier, un véritable « délire collectif » s'est emparé du pays : la bébémania entonnée sur un air de mère patrie. Elle démange les couples depuis l'an 2000, grand cru de nourrissons millésimés. Depuis, la grossesse est contagieuse. Dans les villes, les Maclaren, ces Rolls de la poussette, se disputent la chaussée. Sur les couvertures des magazines, les ventres ronds s'exhibent : la future parturiente est devenue glamour. Icône de la féminitude moderne, elle affiche ce ballonnement géant comme un trophée. Même la littérature, sous les plumes nuancées de Marie Darrieussecq ou d'Eliette Abécassis, se met à explorer les couffins. Exit la maternité subie. Vive la ponte triomphante, choisie, désirée, fruit de l'amour. La félicité se résume désormais à la devise « métro , boulot, marmots », un triptyque pour nigaude, dit Maier. Un leurre. Beauvoir n'est pas loin qui écrivait : « Que l'enfant soit la fin suprême de la femme, c'est là une affirmation qui a tou juste la valeur d'un slog publicitaire. » .
Messa così la prospettiva decisamente cambia e sembrano meno insensate ed egoistiche  le 40 raisons ( qui condensate in 20 ) per evitare di mettere al mondo figli :

1) Il parto è una tortura

2) Diventerete dispensatrici ambulanti di cibo

3) Lotterete per continuare a divertirvi
 
4) Perderete i contatti con gli amici
 
5) Dovrete imparare un linguaggio da veri idioti per riuscire a comunicare con i vostri figli
6) I figli uccideranno il vostro desiderio
 .
7) I figli suonano la campana a morto della vostra vita di coppia
 .
8) Fare figli è da conformisti
.
9) I figli costano
 
10) Verrete ingannati pensando che non esista niente come un figlio perfetto
 
11) Sarete inevitabilmente delusi dai vostri figli
 
12) Tutti si aspetteranno che voi siate una madre prima che una professionista e una donna
 
13) Le famiglie sono un incubo
 
14) I figli mettono fine ai vostri sogni dell’infanzia
 
15) Non smetterete di desiderare la completa felicità per la vostra prole
16) Stare a casa a badare ai figli è incredibilmente noioso
 
17) Dovrete scegliere fra maternità e carriera
 
18) Quando arriva un figlio, di solito scompare il padre
 
19) Ci sono già troppi bambini sul pianeta
 
20) I figli sono pericolosi: vi portano in tribunale senza pensarci un secondo


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sabato, 18 agosto 2007
02:07

Lettere da un'intera società

hogart la carriera di un libertinoPer vendicarsi del conte di Gercourt,un giovanotto frivolo e salottiero che l'ha tradita, la marchesa di Merteul  chiede aiuto al cavaliere di Valmont con il quale intrattiene,dopo esserne stata l'amante,una relazione di complice amicizia. Valmont dovrà ridicolizzare Gercourt , (rendendolo lo  zimbello di Parigi), ne dovrà sedurre e ingravidare l'inesperta ed ingenua fidanzata Cécile che  dovrà così recarsi all'altare incinta ma non del futuro sposo.Viene inoltre affidato a Valmont, il compito di conquistare l'angelica Presidentessa di Tourvel, con l'impegno di sacrificarla alla marchesa.A rendere possibile questo progetto non è solo la diabolica astuzia dei due libertini ma una perfetta padronanza di un codice di comportamento mondano che consente loro di ordire intrighi sotto gli occhi di una società fatua,priva di valori,attenta solo alle formalità.Se la verità finirà per emergere, sarà solo perchè il delirio di onnipotenza della Merteul e di Valmont, li porterà all'autodistruzione,la rottura dei patti,infatti provocherà una guerra tra di loro che avrà come conseguenza la perdita di controllo del gioco.La lezione che ne trarranno coloro che se ne sono fatti ingannare non lascia la benchè minima speranza di rigenerazione.La nostra ragione già così insufficiente a prevenire le nostre sventure lo è ancora di più a consolarcene.Sarà l'amara conclusione della madre di Cécile.

E' la trama de Les Liasons dangereuses di Choderlos de Laclos, un classico settecentesco di corrosiva critica sociale scritto in forma di romanzo epistolare, alla maniera di Rousseau e Montesquieu, dei quali lo stesso Laclos era un discepolo fedele.L'occasione per scriverne, è data da una nuova ed efficace traduzione di Cinzia Bigliosi Franck che coniuga la piacevole scorrevolezza con  una notevole aderenza al testo francese (il che non guasta mai) e che nella nota introduttiva sembra privilegiare quella  lettura in chiave sociologica che lo stesso Laclos  indica quando definisce il suo romanzo raccolta di lettere di un'intera società.Il tema centrale del libro è il libertinaggio, non già quello di derivazione relativistico materialista, corrente filosofica che dalla metà del seicento fino ai primi anni del settecento, aveva fatto del libero pensiero il proprio tratto distintivo promovendo una nuova morale del piacere volta ad esaltare l'autonomia dell'individuo ma nelle forme degenerative degli anni antecedenti la rivoluzione del 1789 alla quale peraltro Laclos contribuì attivamente.Dunque il libertinaggio delle Liaisons è quel male che mina dal suo interno la società, quella aristocratica che è però talmente calcificata da essere incapace di riconoscerne la presenza, rendendo pericolose anche le relazioni apparentemente più innocenti.Diversi colpi di genio rendono questo libro memorabile a partire dalla scelta del protagonista,non un singolo personaggio ma una coppia,un uomo e una donna animati dallo stesso nichilismo, assolutamente paritari sul piano della forza, essendo entrambi illusoriamente convinti di essere padroni del proprio destino.In realtà entrambi verranno sopraffatti da una serie di imprevisti con i quali si dimostreranno incapaci di fare i conti.Sarà un sentimento inatteso nei confronti di Madame Tourvel a far crollare Valmont e l'insorgere della gelosia a  sconfiggere Madame de Merteuil.Ma...se il libertino è un personaggio socialmente integrato e le sue conquiste sono fonte di prestigio,la libertina è invece oggetto di biasimo generale : una donna perduta davanti alla quale si chiudono tutte le porte.Saranno infatti solo le sue lettere  e non quelle di Valmont ad essere divulgate,sarà solo lei, resasi ancor più criminale per essersi ribellata alle leggi del suo genere,  a fungere da capro espiatorio di una società ipocrita e prossima alla fine.

Le relazioni pericolose  è un libro di Choderlos de Laclos tradotto da Cinzia Bigliosi Franck edito da Feltrinelli nel 2007

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giovedì, 09 agosto 2007
11:09

Profondità illusoria (due giorni a Palazzo Spada)

palazzo spada

A Palazzo Spada oltre che la bellissma  Quadreria ( tre saloni di dipinti e piccole sculture nella tipica sistemazione settecentesca ) c'è la Biblioteca del Consiglio di Stato.Le due giornate impiegate in una ricerca per motivi professionali, sono state anche l'occasione per apprezzare la Galleria Prospettica del Borromini  visibile al di là della vetrata della Sala delle consultazioni.Lavorare al cospetto degli effetti ingannevoli ( la galleria sembra essere lunga una cinquantina di metri invece che i nove effettivi) tanto amati dal cardinale Bernardino Spada (altri stratagemmi illusionistici sono presenti negli affreschi delle sale ai piani superiori) è stata un'esperienza piacevole e finanche vacanziera se si pensa alla possibilità di prendersela comoda, organizzare i tempi  e dividersi nelle pause tra la  quadreria con i Guido Reni e i Gentileschi e i bar intorno a Piazza Farnese.Il divieto assoluto di scattare foto mi ha impedito di conservare un ricordo personale di queste due giornate trascorse nel silenzio perfetto di un luogo austero con vista su un'ambiziosa quanto illusoria ( e vagamente ridicola a ben pensarci ) fuga di colonne. (nell'illustrazione la prospettiva ripresa dalla biblioteca)

 

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mercoledì, 08 agosto 2007
02:19

Giuditta

 

"Dammi forza, Signore Dio d'Israele, in questo momento". E con tutta la forza di cui era capace lo colpì due volte al collo e gli staccò la testa ( Giuditta 13,6-8)...Poco dopo uscì e consegnò la testa di Oloferne alla sua ancella... (Giuditta 13, 9)

Giuditta non è un guerriero ne' una seduttrice.E' semplicemente l'ultima possibilità di salvezza per la città di Betulia.L'iconografia tradizionale la rappresenta come descritta nella Bibbia, trionfale,sontuosamente abbigliata e adorna di preziosi gioielli per la visita al campo di Oloferne dove si reca  accompagnata dalla fida schiava Abra o in altri casi nuda (a simboleggiare la Seduzione)  mentre sguaina la spada.Caravaggio invece ci restituisce la bellezza di un'ambientazione essenziale,unico richiamo al fasto della tenda di Oloferne , il drappo rosso del baldacchino che sovrasta la scena, il forte impatto drammatico della quale,  è tutto racchiuso nella fronte aggrottata di lei, nel suo sguardo fisso al collo della vittima e in quel solco profondo tra le sopracciglia.

Giuditta e Oloferne è un dipinto di Michelangelo Merisi detto  il Caravaggio del 1599  è custodito nella Galleria nazionale di Arte Antica,in Palazzo Barberini a Roma

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mercoledì, 18 luglio 2007
23:09

Vita tremenda vita tribollata

Cavatori di marmo, Scariolanti, Contadini, Mondine, Filandere e Carbonai, irruppero improvvisamente alla ribalta del Festival dei Due Mondi di Spoleto, edizione 1964, reclamando il ruolo che spettava loro : quello di protagonisti . Giancarlo Menotti, il direttore artistico, tra una Margot Fontaine e un Nureyev ,un  Der Rosenkavalier di Strauss per la regia di Louis Malle  e un'opera teatrale diretta da Bergman, quell'anno, aveva voluto inserire  uno spettacolo del Nuovo Canzoniere Italiano intitolato Bella Ciao che consisteva in una nutrita raccolta di canti popolari curata da Roberto Leydi, Michele Straniero e Franco Fortini.Immediatamente catalogata dai critici e da una parte del pubblico  come manifestazione di  basso profilo artistico, indegna di partecipare ad un Festival "colto" ed esclusivo come quello di Spoleto, Bella ciao  fu fatta segno di diversi tentativi  per impedirne la rappresentazione. Oltre ai canti di lavoro , lo spettacolo comprendeva, canti di carcere,canzoni d'amore e contro la guerra:le rappresentazioni avvennero in un clima segnato da violente contestazioni ma anche da grandi apprezzamenti, tanto che quando Michele Straniero e Fausto Amodei accennarono alle prime note di Gorizia, in sala scoppiarono addirittura incidenti. Allora era così : uno dei più sanguinosi massacri della Grande Guerra - la battaglia di Gorizia per l'appunto - costata 50.000 morti ( Oh Gorizia tu sei maledetta per ogni cuore che sente coscienza) poteva essere raccontato esclusivamente in termini di eroismo e di difesa di patrii valori . E' uno dei motivi per cui Bella  Ciao destava scandalo : la presenza seppure in chiave del tutto simbolica dei Cavatori e delle Filatrici,imponeva una diversa visione del mondo che non solo rovesciava i canoni tradizionali di cui si nutriva l'Immaginario ma lasciava intravedere rapporti di potere del tutto differenti da quelli fin lì pensati . Raccontare il Popolo attraverso  rabbia, sofferenze,e speranze di riscatto, aveva un valore eversivo. Menotti difese con determinazione le sue scelte portando a compimento il Programma che si era prefisso ma Michele Straniero e Roberto Leydi furono egualmente denunciati per vilipendio alle Forze armate.Credo fosse questa la prima uscita in pubblico di Caterina Bueno, comunque di sicuro questo fu il contesto nel quale si sviluppò il suo lavoro di studiosa di canti popolari  toscani. Informatrici di quella ricerca furono donne come la Paradisa di san Giovanni Valdarno, conosciuta novantacinquenne ma ancora padrona di un repertorio estesissimo, l’Armida, la Maria Ringressi, memoria prodigiosa che le trasmise centinaia di motivi melodici  oppure, uomini come Francesco Piazzi , maremmano e rimatore a braccio, custode dei canti della miniera oppure Domenico Bartolotti, settantenne, testimone di una esperienza estrema : la vita *tremenda e tribollata dei carbonai .Tutte queste  testimonianze di lavoro,lotta,sofferenza,miseria, rappresentavano a pieno titolo  il  nostro ritratto di famiglia, un'identità ricavata non dai gesti di grandi eroi ma dal grido dei cavatori di marmo per incitare al lavoro e per esorcizzare la paura e dal lamento sconsolato delle filatrici o dei carbonai. Noi dobbiamo molto a Caterina Bueno e a tutti quelli che da frammenti ,ricordi e mucchietti di parole hanno ricostruito pezzi importanti della nostra storia,un importante compito che non ha bisogno di discorsi di circostanza,ne' di pubblici encomi. Caterina vive attraverso il suo lavoro che merita l'affetto, il ricordo e la riconoscenza di tutti . Lei soprattutto meriterebbe che infine  "battan l'otto". Ma questa è un'altra storia.

* Gianna Nannini che considerava Caterina "un suo maestro" riprende questo verso in una delle sue canzoni.

Bella Ciao lo spettacolo del Festival di Spoleto è un disco del Nuovo Canzoniere italiano edito dai dischi del Sole.

Interpreti :Caterina Bueno,Ivan della Mea,Giovanna Daffini,Sandra Mantovani,il gruppo padano di Piadena,Michele Straniero.Testi  di Franco Fortini

Bella ciao fu il disco che Enrico Berlinguer portò in dono ad Ho Chi Min

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martedì, 17 luglio 2007
21:22

Buona notte,Caterina

CatePoi arrivò il mattino e col mattino un angelo
e quell'angelo eri tu, con due spalle da uccellino
in un vestito troppo piccolo e con gli occhi ancora blu.
E la chitarra veramente la suonavi molto male,
però quando cantavi sembrava Carnevale,
e una bottiglia ci bastava per un pomeriggio intero,
a raccontarlo oggi non sembra neanche vero.
E la vita Caterina, lo sai, non è comoda per nessuno,
quando vuoi gustare fino in fondo tutto il suo profumo.
Devi rischiare la notte, il vino e la malinconia,
la solitudine e le valigie di un amore che vola via.
E cinquecento catenelle che si spezzano in un secondo
e non ti bastano per piangere le lacrime di tutto il mondo.
Chissà se in quei momenti ti ricordi della mia faccia,
quando la notte scende e ti si gelano le braccia.
Ma se soltanto per un attimo potessi averti accanto
forse non ti direi niente ma ti guarderei soltanto.
Chissà se giochi ancora con i riccioli sull'orecchio
o se guardandomi negli occhi mi troveresti un pò più vecchio.
E quanti mascalzoni hai conosciuto e quante volte hai chiesto aiuto,
ma non ti è servito a niente.

Caterina questa tua canzone la vorrei veder volare
sopra i tetti di Firenze per poterti conquistare.

Francesco De Gregori - Caterina  (dall'album Titanic)


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venerdì, 06 luglio 2007
15:10

Il barbiere di Stendhal (Les Transtévérins)

StendhalDicono che anche Trastevere sia un quartiere pericoloso : io lo trovo superbo,pieno di "energia", qualità sempre più deficiente nel nostro secolo.Adesso abbiamo scoperto il segreto di risultar  bravissimi anche senza un dito di energia e di carattere.Nessuno "sa volere" : la buona educazione ci ha fatto dimenticare questa grande qualità....Per questa gente il colmo del ridicolo sarebbe di arrischiare anche una sola graffiatura nell'interesse del Papa loro Sovrano;essi lo ritengono,chiunque esso sia,un essere potente,felice e cattivo con il quale però è indispensabile mantenere buoni rapporti.Tutti parlano della sua morte,l'aspettano,ne godono,tranne alcuni tenebrosi personaggi che dicono " il successore sarà ancora peggio " ..Quando il mio giovane barbiere mi racconta qualche assurda usanza di cui si compiace,non manca di aggiungere " Che volete..siamo sotto i preti".

Stendhal penetrò più di ogni altro lo spirito dei trasteverini dei quali però, nelle Promenades non lodò, solo il carattere e la prestanza :

Il popolo romano ammira e invidia un Borghese,un Albani,un Doria etc cioè i principi romani più ricchi e famosi dei quali ha conosciuto il padre,il nonno.Il romano però non dimostra mai per i nobili quell'attenzione piena di rispetto che spinge un inglese a cercare nel proprio giornale il resoconto del rout del tale milord o del banchetto offerto dalla tale milady ad una "scelta società".Qui una simile venerazione per le classi sociali elevate sarebbe giudicata il colmo della bassezza e del ridicolo.Il costume dei romani di oggi tiene ancora di qualche fierezza repubblicana.Secondo me il romano è un vero uomo.Per fargli commettere una bassezza bisogna pagarlo "bene e in contanti"

Stendhal aveva chiesto che il barbiere personale fosse trasteverino e l'amico Pinelli  aveva reclutato volentieri un giovane burlone e pieno di energia che molto deve aver contribuito alla stesura delle Promenades dans Rome particolarmente nella parte relativa alle notazioni di costume e ai fatti di cronaca.Le promenades sono sotto questo aspetto un libro speciale in cui la guida alla Roma dei Cesari o a quella medievale,rinascimentale e barocca è inframmezzata da racconti di polizie segrete,dame belle e ignoranti, cospirazioni da salotto e fronde da soffitta e poi ancora corruttori,corrotti,nobili e popolani o cardinali più graditi di altri , per riservare la pena di morte esclusivamente alle  carbonerie.Stendhal lascia Roma nel 1829 mentre sale al soglio pontificio Pio VIII (un gran brutto strucchione de Pontefice secondo la brillante definizione del Belli).Il liberalismo napoleonico sta per spazzare via l'Italia di cui Les Promenades sono un'ottima, ultima testimonianza

Les Promenades dans Rome è un libro di Stendhal edito in Francia dall'editore Gallimard e in Italia con il titolo di Passeggiate Romane da Garzanti nella traduzione di Marco Cesarini Sforza e con la bella introduzione di Alberto Moravia.

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domenica, 17 giugno 2007
16:36

Piazza bella piazza ....

Alla fine,passati il magone, le amarezze e le delusioni della vigilia,la Piazza dei Diritti ha vinto la sfida dei numeri,dei contenuti e della bellezza.Non si sono contate le adesioni  e i messaggi di solidarietà e ,come è d'abitudine in queste circostanze, non sono nemmeno mancate critiche e reprimende.Un respiro di sollievo collettivo,ognuno ha ancora per la testa Piazza del Popolo sabato scorso,soprattutto ognuno ha temuto il confronto numerico con il Family day . Mentre siamo a metà  strada , notizie confortanti danno piazza San Giovanni stracolma . E' arrivato il momento di godersi la parata . Passano gli spartani  :

Spartani in pride

Passa la realtà.La pratica quotidiana che  è andata tanto più avanti di ogni sciocca considerazione di Primati da attribuire, e a chi o a  quale Famiglia.I figli delle coppie omosessuali sfilano sul trenino colorato :

 

Famiglie arcobaleno.

Passa l'orgoglio genitoriale - gay o etero è sempre figlio mio -  sta scritto sulle loro magliette . Sono famiglie che aiutano altre famiglie a capire che non c'è niente da capire.Bisogna solo amare.E sono anche  i più applauditi.

agedo

E poi ancora i diavoli

diavoli...gli sposi

sposi

...quelli di Torino

Torino

gli antichi compagni

UAAR

e le storiche sorelle con il tradizionale  beau geste

Storiche

..o le loro idee fisse

storiche

 

Ma è poi così importante discutere se siano o no le loro richieste di diritti,lecite,ben esposte,se siano appropriate le loro modalità, se siano o meno accattivanti i loro gesti, se questa domanda di diritti non sottaccia  per caso una qualche volontà di diventar normali ,uscendo definitivamente, dal clichè in cui li abbiamo ricacciati? Trasgressivi a vita.E che è ? Una condanna per compiacere il nostro ordine delle cose? Ma poi di quale trasgressione parliamo? L'omosessualità è una naturale tendenza. Questa piazza non chiede approvazione, chiede il diritto di lavorare,di riconoscere i figli,  di assistere il compagno ammalato, di ereditarne la casa o di riceverne la pensione.Trattasi del contenuto di una Direttiva Europea.Non del programma di Belzebù. La risposta  a tutti i nostri pruriti di indubbio stampo confessionale,non è nel vento come diceva quel tale. E' nel disagio che ci procurano i loro corpi nudi,piumati,mascherati,i loro simulacri volgari.L'emarginazione e il razzismo questo sono : vivere in una eterna condizione d'inadeguatezza e di vergogna.Quel disagio,credete a me,è oro.Teniamocelo stretto.E senza tante storie e distinguo, cerchiamo la risposta.Qui :

San Giovanni

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sabato, 16 giugno 2007
05:47

...e Orgoglio sia !

gay parade
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sabato, 16 giugno 2007
02:40

Il gaio compito di reinterpretare tutto

mieli2

Come racchiudere la personalità di Mario Mieli in una serie di mirabolanti definizioni e non riuscire lo stesso a raccontare chi davvero fosse.Incredibilmente la sua vicenda è durata solo trentuno anni.Eppure la sua biografia è talmente densa e la sua elaborazione politico-filosofica complessa da sembrare quelle di una persona assai più avanti con l'età.Allora era così : a trentun'anni potevi aver viaggiato,fondato un movimento politico,fatto teatro o cinema e senza conoscere nemmeno lontanamente cosa fosse  uno studio televisivo, toccare la vita di molti, essendo semplicemente parte attiva di un universo in continua trasformazione.Non senza sofferenza, intendiamoci, ma quanto quei travagli fossero condivisi con gli altri e infinitamente lontani dal rimirarsi l'ombelico,lo dicono le molte realizzazioni,i cineclub,i teatri,i giornali,i progetti che si materializzavano grazie all'ostinazione e alla poca arrendevolezza.Le idee di Mario Mieli vivono (eccome..) nell'attività del Circolo a lui intitolato.Nella giornata dell'Orgoglio di essere come si è,mi piace ricordarlo con affetto e gratitudine.

Nell'immagine Mario Mieli ritratto da David Hill

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venerdì, 15 giugno 2007
13:44

PARITA' - DIGNITA' - LAICITA'

logo_pride07Le persone omosessuali bisessuali,transgender o quel che è,  ricordano quotidianamente alle nostre coscienze distratte, il tema dei Diritti, del Rispetto, e della presa d'atto dell'Altro da sè, come principio base della Cultura delle Differenze   e lo fanno nella maniera più naturale : vivendo la propria condizione con dignità.Il nostro compito è sostenere il loro impegno con una legislazione e con strutture adeguate.Non facciamo tutto questo in uno slancio di generosità o di correttezza politica, tantomeno per tacitare le nostre coscienze di democratici feriti.Lo facciamo perchè il riconoscimento dei loro diritti, è l'unica Garanzia per ognuno  di concreta convivenza civile, allo stesso modo dev'essere a ognuno chiaro che in questi casi, è la Legge che doverosamente rincorre quanto la pratica quotidiana ha già assorbito.Alla luce di quanto detto e vista l'inoppugnabilità del documento politico e delle parole d'ordine - PARITA' - DIGNITA' - LAICITA'  di Roma Pride 2007, appaiono ridicoli e pretestuosi gl'inviti, di questi giorni ,a limitare la manifestazione dell' Orgoglio con paternalistici e moralistici richiami al buon gusto e alla sobrietà,per non parlare dei sottili distinguo,dei se e dei ma che invariabilmente accompagnano l'adesione ufficiale a queste manifestazioni, all'interno delle quali, si dovrebbe esprimere solidarietà incondizionata, qualunque sia l'abito,il carro,la parrucca o i tacchi utilizzati per partecipare alla parata. PARITA' - DIGNITA' - LAICITA' non sono temi negoziabili in un paese civile.Se ci sono dubbi su tali concetti, meglio stare a casa.

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venerdì, 15 giugno 2007
10:31

Gino e l'alfetta

SILVES

Vado di fretta
vado di fretta
non ho più tempo
datemi retta
Gino mi aspetta
dentro un'Alfetta
piena di muffa

Vado di corsa
vado a una festa
piena di gente
molto entusiasta
ora non posso
vado di prescia
forse ritorno
ma non è una promessa

Vado di fretta
vado di corsa
quello che serve è tutto dentro alla borsa
e per adesso mi basta

Maria sei sempre mia
sei l'unica possibile
ma di Gino io mi fido un po' di più
lui mi conquista
e mi rilassa
Gino ha i miei stessi punti di vista
e per adesso mi basta

Ehi ehi
sono gay sono gay
non sono gay, no non sono gay
sono gay sono come vuoi
oggi sono lui
da domani poi se lo vuoi
sarò lei
sarò solo lei
mi dirai: come fai
come mai non lo sai cosa sei
sei diverso da noi
ma che vuoi, sono gay fatti miei
che disturbo ne hai
quale enorme disagio ne trai
sono gay sono gay
si sono gay
No non sono gay, ma vorrei
ma lo sai quanti geni ed eroi sono gay
non lo sai?
o non vuoi ricordare
preferisci pensare
che un gay sia una sorta di errore
una cosa immorale
o nel caso migliore
un giullare, un fenomeno da baraccone
e lo tollererai solo in quanto eccezione
e lo tollererai solo in televisione
lo chiamano gay
e tu pensi ricchione

Maria sei sempre mia
sei l'unica possibile
ma di Gino io mi fido un po' di più
lui mi conquista
e mi rilassa
Gino ha i miei stessi punti di vista
e per adesso mi
basta

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venerdì, 01 giugno 2007
08:16

..e al dio senza fiato non credere mai (Coda di lupo)

De Andrè 1977Quando ero piccolo m'innamoravo di tutto
correvo dietro ai cani e da marzo a febbraio
mio nonno vegliava sulla corrente di cavalli e di buoi
sui fatti miei e sui fatti tuoi
e al dio degli inglesi non credere mai.

quando avevo duecento lune e forse
qualcuna è di troppo
rubai il primo cavallo e mi fecero uomo
cambiai il mio nome in “Coda di Lupo”
cambiai il mio pony con un cavallo muto
e al loro dio perdente non credere mai.

E fu nella lunga notte della stella con la coda
che trovammo mio nonno crocifisso sulla chiesa
crocifisso con forchette che si usano a cena
era sporco e pulito di sangue e di crema
e al loro dio goloso non credere mai

E forse avevo diciott'anni e non puzzavo più di serpente
possedevo una spranga un cappello e una fionda
e una notte di gala con un sasso a punta
uccisi uno smoking e glielo rubai
e al dio della Scala non credere mai.

Poi tornammo in Brianza per l'apertura
della caccia al bisonte
ci fecero l'esame dell'alito e delle urine
ci spiegò il meccanismo un poeta andaluso
“Per la caccia al bisonte” - disse - “il numero è chiuso”
e a un dio a lieto fine non credere mai.

Ed ero già vecchio quando vicino a Roma
a Little Big Horn
capelli corti generale ci parlò all'Università
dei fratelli tute blu che seppellirono le asce
ma non fumammo con lui non era venuto in pace
e a un dio fatti il culo non credere mai.

E adesso che ho bruciato venti figli sul mio letto di sposo
che ho scaricato la mia rabbia in un teatro di posa
che ho imparato a pescare con le bombe a mano
che mi hanno scolpito in lacrime sull'arco di Traiano
con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia
ma colpisco un po' a casaccio perché non più memoria
e a un dio senza fiato non credere mai.

Il dio degl'inglesi,il dio perdente,il dio goloso,il dio della Scala,il dio a lieto fine,il dio fatti il culo e -  il più terribile di tutti  - il dio senza fiato, epilogo e sollecitazione  in ogni strofa,   rappresentano gl'inganni e le trappole tese sul cammino esistenziale di Coda di Lupo  che s'innamorava di tutto.Il bel testo di De Andrè è tratto dall'album Rimini ,la canzone  è un archetipo - per dirla con Massimo Bubola che ne è il coautore - della Domenica delle Salme.Decodificarne la metafora è piuttosto semplice, come pure sono visibili i riferimenti alla resistenza,al partito comunista alle prime proteste e agli indiani metropolitani ma alla fine di tutto  è soprattutto in quel dio senza fiato - cioè senza speranza - che solitamente si accompagna alla sconfitta che non si deve credere mai. 

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venerdì, 01 giugno 2007
07:15

Quaranta

sgt pepper

Festeggiamenti e gran spolvero di cover band,auditorium in pompa magna e collegamenti esterni ,per i quarant'anni dall'uscita del LP dei Beatles, Sgt Peppers Lonley hearts club band  nella minuziosa copertina del quale, a distanza di decenni, ancora mi perdo.

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giovedì, 31 maggio 2007
15:46

Commenti Zero

Zero Comments

Tracciando una teoria generale dei blog e dei network sociali  traspare l'emergere di una cultura narcisista, decadente e nichilista, destinata a sgretolare un’industria dell’informazione e dell’intrattenimento ormai al capolinea.Questo, il piatto forte servito da Zero Comments, libro di Geert Lovink ,teorico olandese e critico della Rete presso l’Institute of Network Cultures di Amsterdam.Ora, con avvertenza che  nichilismo è un termine che va inteso non nel senso di assenza di significato, ma di riconoscimento di una pluralità di significati, Lovink sostiene che l’aspetto nichilista emerge quando questo tipo di comunicazione si confronta con quello dei media mainstream che ancora rivendicano di rappresentare il loro pubblico. I blogger non rappresentano altro che se stessi. E in questo senso livellano, azzerano le strutture centralizzate di senso. Le autorità, dal Papa ai partiti alla stampa, non influenzano più la nostra visione del mondo. Sempre più persone si allontanano dai ‘vecchi media’ quando sono alla ricerca di senso, informazione, intrattenimento.Mi fermo qui, anche se sono affascinanti le  ipotesi sul blogroll come strumento che riesce ad esprimere solo accordo, o quelle sul software che,lontano dall'essere un semplice  dettaglio, adeguatamente strutturato, favorisce una maggiore interazione. Devo dire però  che durante tutta la lettura mi è stato difficile rinunziare a  continui riferimenti alla realtà, così come la conosco io,la quale è senz'altro riconducibile a qualcuna delle osservazioni del libro ma che parla anche di blogger che utilizzano in massima parte , i media mainstream, che non è tanto la diffusa autoreferenzialità a infastidire (tutte le comunità un po' lo sono) piuttosto  il meccanismo di autosegregazione e conflittualità per il quale  ci si frequenta solo tra chi è già d'accordo, generando fenomeni di groupthink, il meccanismo psicosociale che impedisce non solo di capire ma persino di vedere un punto di vista diverso dal proprio.Non si argomenta per convincere ed ascoltare ma si esibiscono certezze.E' il risvolto negativo dell'eccesso di identità che mentre rafforza una comunità erige barriere  contro chi non ne fa parte, siano essi tifosi di calcio,che appartenenti ad una medesima regione, per finire a quelli con la pelle di un altro colore.Tutto questo fa dei blog luoghi di cinguettante consenso, di citazioni reciproche che diventano costruzione di reputazione in un universo ristretto.L'esatto opposto dell'intento originario di Internet :  non parlare per parlare ma parlare in una sorta di interazione aperta,in cui ci si accapiglia pure, ma lo scopo è cambiare lo stato delle cose.

 

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martedì, 24 aprile 2007
11:39

Alberto

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Perchè da un sottoscala facemmo a pezzi Hollywood. Prefazione alla Verifica Incerta. La Prevost col piano di legno. Alberto Grifi

Alberto se ne è andato.A questo distacco ci aveva preperati la sua lunga malattia ma poi,come sempre capita, la partenza pure se annunciata, si carica egualmente di tristezza.Ho visto nella mia vita tanti film,ho vissuto con/per/nel cinema, gli anni più interessanti .Ho trascorso ore  a disputare e a contendere sui fotogrammi e sulle inquadrature  eppure nonostante questo cospicuo bagaglio visionario,  non so parlare, come vorrei, del cinema di Alberto.Le definizioni..underground, sperimentale, non sono sufficienti a comprendere un'opera tanto vasta.Per fortuna ci lascia una ricchissima eredità e dunque come è giusto,siano i suoi film e le sue parole a raccontare del suo cinema sovversivo e geniale.

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giovedì, 12 aprile 2007
15:43

Benvenuta nella gabbia delle scimmie

Kurt57388285_7644912ca4Faccio lo scrittore dal 1949.Sono un autodidatta.Non ho teorie sulla scrittura che potrebbero essere di aiuto agli altri.Quando scrivo divento semplicemente  ciò che sembra che io debba diventare.Sono alto sei piedi e due pollici e peso circa duecento libbre e non sono molto coordinato,se non quando nuoto.Tutta quella carne presa a prestito scrive.

 Kurt Vonnegut Prefazione (ed autopresentazione) alla raccolta Benvenuta nella gabbia delle scimmie

La stupidità della burocrazia e l'ottuso sadismo del potere hanno trasformato il mondo in un incubo contro cui si battono eroi da operetta.Si tratta di  uno dei più riusciti intrecci di Vonnegut che nella dimensione del racconto breve metteva più che mai a profitto le sue migliori qualità di creatore  di trame insolitamente affascinanti, ricche di digressioni ironiche e solo apparentemente assurde.Dei suoi molti romanzi di mi piace ricordare questa raccolta e la sua gustosissima appendice Come scrivere con stile

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mercoledì, 11 aprile 2007
07:00

La casa della vita

La casa della vita ,bellissimo libro dell'anglista  e  critico Mario Praz, usci nella sua seconda edizione, mentre anche io (assai più modestamente)  "mettevo su casa" in  piazza Capranica,uno slargo che si apre nei vicoli,tra piazza del Pantheon e  piazza Montecitorio.L'appartamento di proprietà del Sacro Collegio Romano era in cima ad una specie di torretta ,assai bello, ovvero rispondente a quelli che allora (e forse ancora), erano i miei canoni estetici (travi a vista, finestroni e finestrelle, indivisibilità razionale degli ambienti, ed una scala interna che non portava da nessuna parte ma che successivamente servì, munita di cuscini da salotto verticale ed incomunicabile visto che le persone vi si accomodavano ma non potevano guardarsi in faccia pena scomode torsioni).Anche se infestato dalle pulci e da altri insetti, il cui allontanamento definitivo costò una robusta opera di disinfestazione,  prima dell'arrivo dei pochi mobili ,per me la casa di piazza Capranica, rimarrà invariabilmente legata alla lettura delle cinquecento pagine interamente dedicate ai mobili agli oggetti ai dipinti e alle sculture che Praz aveva collezionato nell'arco della vita.Collezionato è una parola fortemente riduttiva,lo si capisce bene ancor oggi visitando a palazzo Primoli quella casa che,grazie alla generosa donazione che il Professore ne fece dopo la sua morte, è diventato il museo meno museale che ci sia.Pur non mancando gli ambienti di consistente dispiego di mobili Impero,di dipinti,di sculture e finissime porcellane...quella casa ha mantenuto lo stesso aspetto confortevole e vissuto di quando vi abitava il Maestro.La sua idea di abitazione - compendio di oggetti percepiti come tanti minuscoli regni che scortano silenziosamente e fedelmente la vita di una persona e della sua famiglia,mi sembrava assolutamente rispondente alla mia concezione ma soprattutto al forte rimpianto che guerra e deportazione aveva lasciato nella mia famiglia a causa della perdita di oggetti cari o utili o semplicemente ritenuti belli dai proprietari.Gli uomini passano e i mobili, rimangono a evocare coloro che non sono più.Alla mia famiglia era rimasto non moltissimo per evocare ma è sempre stato nelle mie aspirazioni circondarmi di quel poco per  rivitalizzare i tappeti calpestandoli, stipare la libreria con nuovi testi,cucinare nelle vecchie pentole,servire pietanze nelle zuppiere troppo grandi e sfogliare i libri scritti dal prozio velleitario, imitatore ora di Pitigrilli ora di Dannunzio.Non è per questo forte desiderio di rianimare che è  mai stato mortifero il senso di pletora che ha sempre accompagnato le mie case.Piuttosto sul Passato inteso come roba vecchia ed ammuffita, ha sempre prevalso la voglia di ricordare i Miei, di mischiare il mio Disordine col Cipiglio delle nonne,le mie idee balzane con quelle minutamente scritte e organizzate nei quaderni di sconosciuti aspiranti (poeti,giuristi e chissà cos'altro).

Mario Praz29 Ma per tornare a Praz il suo libro,è importante e davvero da non perdere, soprattutto il ricco corredo di foto è degnodi attenzione.Attraverso la descrizione di ogni stanza non solo è raccontata l'avventura  di uno studioso, intensa e mirabolante ma anche i piccoli episodi relativi alla ricerca e alla sistemazione degli arredi,delle opere d'arte, nonchè le circostanze in cui furono scritti alcuni dei suoi saggi.Inoltre questa casa in stile impero riesce ad essere totalmente immersa nella contemporaneità dell'autore che non tralascia di riferire di fatti storici e di costume relativi al proprio vissuto.Luchino Visconti prendendo le mosse da Scene di Conversazione di Praz scrisse il suo film Ritratto di famiglia in un interno.Casa e vecchio professore ne sono gl'indistinguibili ispiratori.

Elizabet Chaudet la fanciulla dei canarini

Il ritratto è intitolato "La fanciulla dei canarini" di Elizabeth Chaudet.Occupa la "Camera di Lucia",la stanza da letto e di giochi della figlia di Mario Praz.Questo ambiente al quale è dedicato un capitolo piuttosto denso del libro, con  rievocazioni a volo d'angelo che toccano il sindaco Nathan,i Fratelli Rosselli,o le prime volte al cinematografo ma soprattutto ove si racconta il tenero rapporto con Lucia bambina e di struggenti commiati  tra padre e figlia   contiene inoltre una bellissima  barcellonette una culla con l'interno di velluto capitonnée che somiglia molto a quella del Re di Roma custodita a Fontainbleu.

Tra le due finestre del salone sono stati sistemati trofei d'armi intorno ad un quadro a soggetto militare.Mario Praz si definiva un non idolatro di Napoleone,nonostante la spiccata passione per i mobili Impero,tuttavia ammetteva che l'epoca in questione era stata senz'altro  quella in cui gloire  faceva rima con victorie e il Maresciallo di Francia ritratto mentre appunta la legion d'onore sul petto di un ufficiale di cavalleria attorniato da nove militari un po' di tutte le armi,ne è un discreto indizio.

Un particolare della Galleria con la tipica libreria a ponte e il piano superiore delimitato da balaustre.In fondo una spelndida statua di amore con  faretra di Leopoldo Cicognara

 

Questa è una veduta parziale del salone con divano e due dormeuses di velluto rosso ai lati del caminetto che ha un parascintille ricamato:all'esterno Nell'alcova della biblioteca bianca e oro,un ritratto di Caterina Murat.Due vedute spagnole di Cannella e miniature Hummel e Le Guay.

La Casa della Vita è un libro di Mario Praz edito da Adelphi (di recente anche in edizione economica)

Il fondo Mario Praz  ha sede a Palazzo Primoli in via Zanardelli a Roma al terzo piano del palazzo che ospita anche l'interessante   Museo Napoleonico .

L'appartamento è aperto tutti i giorni tranne il lunedì con orario 9-14. 14.30 - 19.30.

Poichè sono consentite visite di non più di dieci persone è consigliabile prenotare

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mercoledì, 14 marzo 2007
02:34

ci va una bella forza per lanciare un piano a coda lunga in alto mare

dansoncover_album

Nutrita rassegna stampa opportunamente pubblicata sul sito degli Avion Travel, avverte che siamo di fronte al capolavoro,al connubio perfetto,all'eccezione delle cover ben riuscite che confermano la regola delle cover che è meglio non fare.Tali elogi unanimemente sperticati potrebbero indurre  al sospetto o quantomeno al timore di aspettative deluse ma....almeno per stavolta  ci si può fidare del giudizio di quelli che ne sanno più di noi.E allora? ...Allora ...SIJMANDICANDHAPAJIEE...

Danson Metropoli è un disco degli Avion Travel prodotto dalla Sugar s.r.l

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lunedì, 12 marzo 2007
16:31

Il risentimento del perdente radicale

La bibliografia di Hans Magnus Enzensberger vanta titoli suggestivi come Che noia la poesia.Pronto soccorso per lettori stressati o Dialoghi tra immortali,morti e viventi o La breve estate dell'anarchia.Vita e morte di Buonaventura Durruti oppure Ma dove sono finito.La mia nota è necessariamente breve  poichè per contenere i titoli dell'opera omnia,non basterebbe l'intera pagina di un giornale.Tedesco,classe 1929 animatore insieme a Günter Grass ed Heinrich Böll del Gruppo 47, costituito nella Germania Federale per il rinnovamento della letteratura tedesca,Enzensberger  è una figura di spicco nel panorama culturale europeo,un vero e proprio maître a penser  che non ha mai tralasciato d' intervenire  nella discussione pubblica esprimendo posizioni quasi sempre in controtendenza.Nel breve saggio Schreckens Männer. Versuch über den radikalen Verlierer, Suhrkamp, 2006 (Uomini del terrore. Saggio sul perdente radicale) pubblicato di recente da Einaudi con il titolo de Il perdente radicale, Hans Magnus Enzesberger mette in relazione gli sterminatori adolescenti di Colombine,gli attentatori suicidi palestinesi,i talebani e i coniugi di Erba, accomunandoli in una unica tipologia  - perdenti radicali  - persone cioè che le vicende del mondo globalizzato ma sempre fondato su una competizione senza esclusione di colpi, ha messo fuori gioco,sospinti ai margini,privato agli occhi degli altri e soprattutto ai propri di ogni valore. A differenza del fallito, rassegnato alla propria sorte, però, il perdente radicale si ritrae in disparte,diventa invisibile,coltiva il suo fantasma,raduna le proprie energie e attende la sua ora.L'ora della resa dei conti .Non limitandosi a patire la propria condizione,si interroga cercando un colpevole e immancabilmente individuandolo nel vicino di casa rumoroso,nel campo di nomadi accampato nel suo quartiere,nello strapotere del Grande Paese o nel Complotto Internazionale.Certo nel suo desiderio di vendetta è un caso singolo , un' anomalia, ma è un' anomalia che la contemporaneità riproduce in serie,moltiplica a ritmo vertiginoso  e che va  ad infoltire a dismisura le fila dei perdenti radicali.Cosa accade allora quando questa molteplicità di sconfitte singolari, trova la sponda di un collante ideologico o una comunità pronta a mettere a profitto la valenza distruttiva ed autodistruttiva del perdente radicale?Facile per un intellettuale tedesco pensare subito a Versailles 1919,alla congiura "giudaico bolscevica" contro il popolo germanico e al nazionalsocialismo che speculando sul sentimento di sconfitta trascina  la Germania verso la guerra di sterminio e l'autodistruzione.Sulla scia di questo ragionamento sono anche i signori della guerra e i movimenti armati più o meno affetti da fanatismo o da perdità di realtà,pronti a raccogliere gli sconfitti della storia e della vita quotidiana.Sostiene inoltre  Enzesberger che oggi,tramontata la stagione delle utopie rivoluzionarie,vi è un solo movimento all'altezza dei tempi,capace di far scattare il dispositivo su scala globale con la possibilità di coinvolgere le masse di diversi paesi  ed è l'Islamismo.Esso dispone di tutti i requisiti necessari per trasformare la moltitudine dei perdenti che la globalizzazione dissemina lungo il suo cammino, in forza politico-militare : innanzitutto la frustrazione araba che vive il declino secolare di una civiltà che si era affacciata sul Mediterraneo vincente e innovativa,all'epoca del Califfato,come una intollerabile sconfitta inflitta ai credenti dalle schiere sopraffattrici degli infedeli coloro che non credono in nulla,rinnovata dal colonialismo e dallo Scambio Ineguale.Da ultimo il paragone drasticamente sfavorevole tra le condizioni di vita delle società arabe e quelle opulente dell'Occidente.Tuttavia - argomenta Enzesberger - l'islamismo non può vincere la sua guerra totale ,ponendosi come obiettivo il Califfato Planetario e la distruzione di tutti gl'infedeli e dunque finirà col volgere la sua volontà di distruzione in autodistruzione.Un'intera civiltà starebbe dunque correndo verso l'annientamento non senza aver inflitto al mondo condizioni d'insicurezza e di minaccia capaci di revocare tolleranza diritti e libertà anche nel cuore dell'occidente democratico.E' un po' il destino dell'attentatore suicida che di questa generale tragedia è l' efficace metafora.

Il ragionamento è suggestivo e non privo di verità e riscontri ,tuttavia a me sembra non tenere conto del fatto che oggi  l'Islam non solo mobiliti  le masse con visioni apocalittiche e speranze di Califfato ma persegua nel contempo obiettivi più concreti  - mantenimento di equilibri nel mondo arabo,conservazione di vecchie gerarchie messe in discussione dalla modernizzazione o dal differimento di spazi di potere e autonomia dati dall'immigrazione islamica nel mondo -  l'ottenimento dei quali non è esente da compromessi ed astuzie.Ma pur mantenendo l'impianto suggerito da Enzesberger manca alla sua visione la percezionei di un Occidente egualmente perdente e alla ricerca di un collante ideologico, egualmente minacciato,egualmente irrazionale,egualmente incline a restaurare certezze assolute come rimedio alla propria fragilità, nella convinzione o nel terrore di non poter mantenere a lungo i propri privilegi,la propria opulenza,il proprio stile di vita.E il senso di minaccia invariabilmente si traduce in chiamata alle armi contro nemici che si avvertono e si moltiplicano ovunque, rispetto ai quali si ritiene finanche di dover rinunciare a a Garanzie Democratiche e Stato di Diritto.Oltre il senso di Sconfitta Radicale a me sembra sia il Risentimento a tenere insieme in modo del tutto trasversale le diverse forme d'inimicizia.Risentimento moraleggiante :  una Parte  identifica la ricchezza con la corruzione, l'Altra vive la diversità come un affronto.Da una Parte s' imparenta con lo Spirito Religioso dall'Altra si traduce in Autoritarismo.Funziona nella dimensione globale come nella violenza privata.E' il risentimento che tiene insieme i coniugi di Erba e i martiri di Alqaeda,il razzismo della lega e l'antisemitismo arabo,gli elettori di Bush e quelli di Ahmdinejead,i teppisti dello stadio e quelli della tolleranza zero.I poteri grandi e quelli piccoli ,i pastori di greggi e gli strateghi del capitale lo sanno bene e se ne servono a piene mani

Il perdente radicale (Schreckens Männer. Versuch über den radikalen Verlierer) è un libro di Hans Magnus Enzesberger edito da Einaudi

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venerdì, 09 marzo 2007
15:45

Marc delle meraviglie

gli amanti in rosaesterne072046120703204754_big

Un compendio di  sensualità dato dal bisticcio tra espressione di abbandono e  compostezza dell'intera mise - dalla capigliatura all'irreprensibile polsino -  di questa donna che con il suo sconcerto, sovrasta e quasi nasconde la figura dell'amante. Di lui  egualmente s'intuisce la passione : sono quelle braccia intorno al collo ma soprattutto è la leggera pressione della mano di lei sull'avambraccio a rivelarne l'intensità.Sullo sfondo il colore più adatto a rappresentare ciò che sta accadendo tra questi due Esseri.

Marc Chagall - Gli amanti in rosa - Complesso del Vittoriano.Mostra  Chagall delle meraviglie a cura di Claudia Beltramo e Meret Meyer.Fino al 1 luglio.

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sabato, 03 marzo 2007
09:20

Ingannevole è l'immagine (con nuova prefazione)

Inga102715842_456a53430dDi  J.T.Leroy, veneratissimo autore  di Sarah e di Ingannevole è il cuore, fino ad un anno fa, sapevamo che era nato nel 1980, che aveva alle spalle un'infanzia di abusi  e di vagabondaggi con la madre prostituta dalla quale ad un certo punto era stato abbandonato.Recuperato da un'assistente sociale e da uno psicologo che gli aveva suggerito di raccontare per  iscritto le sue esperienze, aveva dato vita a romanzi ritenuti autobiografici di grande potenza emotiva.Da qui, pubblico adorante,vendite da best seller e lodi sperticate degli autori più cool del momento da Dave Eggers a Zadie Smith . Poi accade che 2006,  il New York Times scrive di avere le prove che J.T. è in realtà tre persone :  una certa Laura Albert  materialmente l'autrice,una tal Savannah sorella del marito della Albert, controfigura per le apparizioni in pubblico e  la Albert di nuovo a impersonare la finta assistente sociale trasformatasi in manager e portavoce di T.J.Sul perchè sia,la Albert  ricorsa a una controfigura, la risposta è scontata, basta  pensare ai meccanismi dell'editoria - spettacolo che probabilmente non ritenendo sufficente pubblicare i   libri  di un autore bravo e sfortunato, ritiene sia utile anche  esibirlo.Assai più interessante invece, è il racconto di Laura Albert sulle ragioni che possono aver indotto una scrittrice non priva di talento a costruirsi una falsa biografia e per di più quella di una vittima.Sostiene la Albert che in realtà quell'identità non desiderabile, è proprio  la sua, che abusi e sopraffazioni non diversamente da J.T, hanno contrassegnato anche la sua infanzia e che il fingersi qualcun altro, l'ha sostenuta nell'ingrato compito di difendersi dai colpi della vita,che indossando maschere ha potuto chiedere aiuto,reclamare attenzione e soprattutto parlare di sè.Queste ed altre considerazioni sono contenute in una lunga intervista che  dell'ultima edizione del libro  Ingannevole è il cuore, è l'interessante introduzione.Penso che certa gente dia per scontato il fatto di essere tenuta in considerazione e non trascurata,ma la mia esperienza è stata quella di una persona completamente ignorata,trattata con indifferenza e disprezzata.Ed è di questo che scrivo.Quello che la Albert esprime è l'indicibile sofferenza di chi, privo d'indentità, non ha gli strumenti per costruirsene una autentica e dunque assembla una storia,finge di essere qualcun altro.Con lei siamo al ribaltamento dell'antico trucco del nome de plume ,dello scrittore cioè che volendosi nascondere,separa la verità del proprio nome dall'invenzione della sua opera.La scrittrice americana ha dovuto inventarsi invece, un corpo perchè la verità consegnata ai suoi romanzi,continuasse a esistere.Sulla patologia che l'affligge indagheranno gli psichiatri e tra questi quelli che sostengono l'identità, essere non un blocco unico ma una sorta di "assemblaggio", avrebbero molto da dire, mentre invece qualche domanda sull'editoria - spettacolo che oramai  tratta  la Albert come un'appestata,s'impone.Quei romanzi  firmati J.T Leroy,ora che abbiamo scoperto non essere stati scritti da un ragazzino efebico e tanto glamour ma da una quarantenne sfigata e di scarso appeal,non sono più dei capolavori? L'opera di una scrittrice stramaledettamente brava che non ha più un'immagine da esibire ma probabilmente altri libri da pubblicare,non interessa più a nessuno? 

Ingannevole è il cuore è un libro di T.J.Leroy tradotto da Marina Testa ed Edito da Guanda.L'edizione che contiene l'intervista con la Albert è del 2007

Nell'illustrazione la locandina del film di Asia Argento tratta dal libro di Leroy e opportunamente corretta dopo la scoperta della vera identità dell'autrice

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venerdì, 16 febbraio 2007
21:29

L'ultima foto di famiglia

 

A Lucia Annunziata va sicuramente il merito di avere messo insieme, episodio dopo episodio,documento dopo documento, il racconto di un anno - il 1977 -  denso di accadimenti.La cronaca non scarna e al contempo rigorosa di uno dei passaggi chiave della storia della sinistra italiana, è accompagnata da analisi e considerazioni nonchè da una conoscenza puntuale delle forze in campo,il  Movimento soprattutto, nelle sue articolazioni e con le sue dinamiche.Tuttavia il punto di vista prevalente rimane quello della testimone, più che quello della protagonista (nel doppio ruolo di cronista del Manifesto e di militante ) e questo ci fa ritrovare quella felice modalità del giornalismo  che non solo vuole i fatti distinti dalle opinioni ma che considera professionale la  limitazione del narcisismo e dell''invadenza delle sensazioni del narratore, sulla materia trattata.E quantunque il libro non sia privo di percezioni che attengono anche alla sfera emotiva,va detto che la scelta degli umori è caduta su sensazioni  ampiamente condivise di rabbia,spavento,incertezza ma anche di voglia di venirne a capo,di continuare nonostante gl'innumerevoli lutti, i fallimenti e il conseguente senso d'impotenza.Nessuno di quelli che "fecero l'impresa" è autorizzato, a mitizzare.Ma ognuno di noi può riconoscersi nel racconto.Ognuno potè "vedere" ,come l'Annunziata, il materializzarsi sotto i propri occhi,  del conflitto politico generazionale tra i militanti del PCI e i sindacalisti da una parte e il Movimento dall'altra,la mattina del 17 gennaio 1977 alla Sapienza.Ognuno potè prendere atto della infinita distanza tra l'uno e l'altro schieramento mentre si fronteggiava,rincorreva,picchiava  e dell'indisponibilità caparbia a qualsiasi tipo di interlocuzione politica.Ecco dunque il tema centrale del libro: il rifiuto  di confrontarsi, in primo luogo da parte di quel Pci che dopo aver superato, un anno prima, il 35 per cento dei voti, ritenne che il modo migliore, o forse l’unico, per utilizzare quei consensi, fosse la politica di unità nazionale, scomoda anticamera forse del compromesso storico o forse, chissà, di una democrazia dell’alternanza del futuro. Chiudendosi a riccio nei confronti di chi questa scelta la contestava, nella convinzione che, magari “oggettivamente”, lo facesse per contrastare “l’ascesa della classe operaia alla direzione dello Stato”: non a caso “diciannovismo” e “sovversivismo” furono le maledizioni più utilizzate.
Non era semplice trovare interlocutori nel Movimento. Ma, se non ci si provò neppure, non fu solo perché il movimento, tutto il movimento, a quella politica era fieramente avverso. Fu prima  ancora perchè quella generazione appariva letteralmente incomprensibile, del tutto diversi com’era dalla gruppettistica dei primi anni Settanta. Così diversi da rendere inservibili, nonostante fossero oltre ogni dire, estremisti, una categoria classica come quella dell’estremismo: quasi degli alieni che erano cresciuti attorno alla sinistra tradizionale senza che questa ne avesse il minimo sentore.Alieni Ostili. E più di tutto colpiva, come ha scritto Adriano Sofri, quel loro voler essere prima di tutto comunità, senza tema di vedersi ristretti in una sorta di riserva indiana: Non aveva voglia, quel movimento, di conquistare il potere e nemmeno di guadagnare alla propria causa la maggioranza, ma di mettersi in proprio. E se non si riuscì in alcun modo a comunicare fu pure perché quel movimento, quei giovani anticipavano a modo loro un mondo nuovo, il nostro, che di emancipazione del lavoro, movimento operaio, blocco storico, egemonia e strategia delle alleanze, non si ricorda neanche più; e irridevano prima ancora di contestare non solo i sindacati ma i partiti, anzi, il sistema dei partiti, proprio quando questo si sentiva invincibile, e come si vide poi,non lo era affatto.

Per me tra le ultime foto di famiglia più eloquenti c'è quella qui in alto : E' il 17 febbraio 1977,il ragazzo che sta cancellando la scritta alla Sapienza fa parte di una task force di iscritti al PCI e al sindacato che precede di poche ore la visita di Lama e ha il compito di ripulire l'ateneo dalle scritte irriverenti degli Indiani Metropolitani.L'obiettivo non può cogliere la sua perplessità che è data sia dai baroni (da cacciare) definiti bianchi rossi e neri (quindi tutti sullo stesso piano), sia da quell' a pallini espressione fantasiosa ed inedita nell'ambito della comunicazione politica che all'epoca si avvale  di registri seriosi e severissimi.Quel giorno furono  i canti,i balli,le invettive e i calambours,i giochi di parole (Lama non l'ama nessuno, o i Lama stanno in Tibet) ad alimentare il  clima di tensione.Curiosamente quei segnali di evidente diversità tra loro e gli altri inquietarono i militanti del PCI assai più che i servizi d'ordine agguerriti.Cominciò così...con la decisione di opporre a Lama,prestigioso capo sindacale,l'ironia.Finì come finiva sempre allora.Botte e cariche della polizia.

L' Ultima foto di famiglia è un libro di Lucia Annunziata edito da Einaudi

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venerdì, 16 febbraio 2007
00:45

Pasque di sangue

Il bel gruppo dell'illustrazione rappresenta il martirio del Beato Simonino ed è custodito nel Museo Diocesano di Trento.Nel marzo del 1475 l'intera comunità ebraica di quella stessa città, fu accusata di un atroce assassinio rituale: ne sarebbe stata vittima un bambino cristiano, il piccolo Simone, torturato e crocifisso in periodo pasquale in evidente spregio della fede cristiana. I presunti responsabili, fatti imprigionare dall'inflessibile vescovo Renetta, principe della città e sottoposti a interrogatorio e a tortura, naturalmente finirono col confessare e furono condannati a morte.Su questo caso Ariel Toaff nel suo Pasque di sangue assume,una posizione  che è stata motivo di aspre polemiche in seno alla comunità ebraica italiana e tra i medievisti.In sostanza Toaff   non  fornisce le prove  inconfutabili e definitive di un fatto che davvero sarebbe per noi sconvolgente -  la realtà di quell'assassinio rituale - ma si limita, con  dovuta prudenza ed esemplare coraggio, a osservare che in assenza di prove ma dinanzi a una casistica storica quanto mai complessa, nessuno è autorizzato a scartare aprioristicamente la possibilità che le indagini condotte dalle autorità del tempo fossero corrette e che ci si trovi veramente dinanzi a uno spaventoso delitto.L'indagine si basa sulle carte processuali ,in particolare quelle inquisitoriali piuttosto minuziose nella descrizione degli usi liturgici ebraici, sostenendo Toaff essere queste troppo dettagliate,troppo al corrente degli usi e costumi ,per non essere vere, assume in buona sostanza gli stessi documenti dei negazionisti,rovesciandone però l'interpretazione.Non sono in grado di stabilire attraverso l'esame delle carte quale sia la corretta interpretazione di quell'episodio,tuttavia mi sono sembrate eccessive le preoccupazioni possibili istigazione all'antisemitismo espresse con forza dalla Comunità Ebraica Romana e dallo stesso padre di Ariel,il rabbino emerito Elio Toaff .E' di oggi la notizia del ritiro del libro,probabilmente per fare in modo che Ariel vi aggiunga alcune annotazioni.L'idea di poter essere strumentalizzato ha prevalso su tutte le altre,io spero che il libro,che è bellissimo,torni sugli scaffali delle librerie opportunamente chiosato ma integro.A me sembra che Toaff piuttosto che consolidare un odioso luogo comune antisemita,contribuisca a formulare un'altra ipotesi egualmente  irrispettosa della figura classica dell'ebreo come vittima inerme e rassegnata al proprio destino.Nelle sue pagine si legge quanto fosse diffuso e violento l'anticristianesimo in alcune frange delle comunità ebraiche in quelle regioni e a quei tempi,e che tale  ostilità espressa per lo più con insulti o derisioni era motivata dal clima di particolare oppressione che cristiani esercitavano in maniera cruenta e sistematica.La storia che Toaff racconta è quella di una una probabile forma di esasperazione aggressiva come reazione ad infinite violenze subite.Non discuto che siano contestabili le tesi ma è innegabile che da parte di alcuni la lettura che di questo libro è stata data, è emotiva e non del tutto equilibrata. In Occidente, fu Agobardo di Lione, nel nono secolo, il primo ad accusare gli ebrei di infanticidio rituale. Alcuni decenni più tardi, alla fine dell'undicesimo secolo, i crociati in partenza dall'Europa per la Terra Santa si resero responsabili di orribili e odiosi massacri contro le comunità ebraiche tedesche e boeme. Da allora, la storia del popolo d'Israele nella nostra Europa è stata una sequenza continua di violenze e di soprusi, culminati nel tentato genocidio durante la seconda guerra mondiale. Ebbene: è poi così antistorico, così privo di plausibilità, il pensare che, fra tante migliaia di vittime innocenti e silenziose, di tanto in tanto non ci fosse qualcuno che - più feroce, più disperato e meno rassegnato degli altri - concepisse e mettesse in atto qualche atroce disegno di vendetta? (nell'illustrazione sotto un ex voto che ritrae il beato Simonino)

Pasque di Sangue Ebrei d'Europa  e omicidi rituali è un libro di Ariel Toaff edito da il Mulino

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sabato, 10 febbraio 2007
19:53

Adele

Si elogia lo stile di Adele,signora ultraottentenne,da qualche tempo lontana dai rumori della politica,dedita alle traduzioni e alla pittura .Se ne rammenta l'impegno.Tutta la vita :dalla lotta partigiana alla Spagna di Franco e durante gli anni successivi ,le battaglie per i Diritti, il Femminismo ma anche la settima e l'ottava legislatura, a Montecitorio,eletta nelle liste del Partito Radicale,dove Adele contribuirà alla stesura della Legge 194.Poi,come spesso capita, disse che sentiva spegnersi la passione che aveva animato la sua vita e che forse "non capiva più" la politica.Così, dopo aver fondato nel 1989 insieme ad altri, il partito dei Verdi Arcobaleno,semplicemente si ritirò.L'annuncio della sua morte è stato dato oggi,a funerali avvenuti.Un ultimo desiderio questo :l'uscita di scena in silenzio.

La signora che scende le scale al braccio del deputato socialista, Loris Fortuna è lei,Adele Faccio.I signori che la circondano sono agenti di polizia in borghese.E' il 25 gennaio 1975,poco prima ,davanti ad un'affollatissima manifestazione al cinema Adriano di Roma, Adele sul capo della quale pende un mandato di cattura per procurato aborto,è salita sul palco .All'arresto plateale ed immediato seguiranno trentatrè giorni di detenzione.

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martedì, 06 febbraio 2007
17:37

Inevitabile ripescaggio

In questi giorni di dibattito sul Calcio, che un po' è il solito vociferare melmoso e confuso,un po' è anche l'occasione per riflessioni serie (Portelli sul Manifesto,Gianni Mura,John Lloyd su Repubblica, tutti di oggi ),il continuo e spesso inopportuno riferimento al calcio inglese, mi ha suggerito di disseppellire il Nick Hornby  di Febbre a 90' e  ciò perchè, poco dopo la sua uscita in Italia, erano in molti a definire questo suo libro sulla passione per il calcio, (scritto da  supporter dell'Arsenal piuttosto agguerrito quale egli è, ma nel contempo ironico,autocritico e ben consapevole di vivere un'esperienza così totalizzante da condizionare l'intera propria esistenza)come la Bibbia dei Tifosi.Il ripescaggio attiene alle pagine sulla vicenda dell' Heysel.Illuminanti :

Penso che sia questa la ragione per cui quella sera mi vergognai tanto dell'accaduto : sapevo che i tifosi dell'Arsenal avrebbero potuto fare lo stesso,e che se all'Heysel ci fosse stato l'Arsenal a giocare,io di certo sarei statò là - non nei disordini o a caricare la gente - ma comunque parte integrande della comunità che generava quel comportamento.Poichè il punto fondamentale della tragedia fu questo : i tifosi di calcio avevano potuto guardare in televisione i servizi,per esempio,sui disordini di Luton Millwall o sul ragazzo accoltellato  in occasione della partita Asenal - West Ham e provare un senso di profondo orrore ma senza sentirsi in qualche modo legati o coinvolti.Gli esecutori materiali non erano il genere di persone che noialtri capivamo o con i quali ci identificavamo.Ma il gioco da ragazzi che a Bruxelles si rivelò omicida,s'inseriva chiaramente e con prepotenza in una serie di atti apparentemente inoffensivi ma evidentemente minacciosi - cori violenti,gesti volgari,,tutto quell'insieme di stupide smargiassate - a cui un 'ampia "minoranza" di tifosi si abbandonava oramai da una ventina d'anni..In breve l'Heysel fu l'espressione di una cultura che la maggioranza di noi,me incluso,aveva contribuito a creare.Non potevi guardare quei tifosi del Liverpool e chiederti come avevi potuto fare con i tifosi del Millwall a Luton o con i tifosi del Chelsea nellapartita di Coppa di Lega " Ma chi è quella gente?".Perchè lo sapevi già.

Nick Hornby Febbre a 90' Capitolo Liverpool - Juventus  29 maggio 1985 Edizioni Guanda pagina 154

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martedì, 06 febbraio 2007
16:36

Ognuno

Mentre i traduttori finiscono di lavorare intorno a The Castle in the Forest ultimo,in ordine di tempo ,libro di Norman Mailer,  esce, atteso (come merita) Everyman di Philip Roth.Centoventitrè pagine (meno di un pomeriggio, per il fortunato lettore) delle considerazioni di un uomo senza qualità, sulla propria morte che giunge al culmine di una vita che egli stesso definisce deludente seppure densa di avvenimenti e non priva di affetti.Differentemente dalle morality play del medioevo britannico cui il titolo - Everyman - allude, nelle quali i protagonisti in vista della fine, cercano di recuperare il tempo perduto diventando uomini migliori in virtù di percorsi edificanti, il Nostro protagonista (senza nome), s'impegna in un' autoanalisi impietosa, in cui i flashback dei ricordi si mescolano alle considerazioni sull'Oggi scandito dall'abbandono progressivo di prestanza fisica  e salute ,(temi centrali),o dall'ennesima delusione procurata da un talento per la pittura in cui aveva sempre pensato di potersi rifugiare in vecchiaia e che invece, scopre, non esserci nemmeno.Ma indipendentemente dalla trama o dall'interesse che comunque possono suscitare le riflessioni proposte,quel che colpisce di Roth è la scrittura,potente, strutturata priva di orpelli,di compiacimenti intorno  ad un tema quello della Morte che pure è fortemente a rischio di cedimenti verso il lirismo,la nostalgia,il pentimento il recupero della  spiritualità religiosa.Mancando tutto ciò, non rimane che l'osso : la propria mortalità contro la quale combattere tutta la vita ma attraverso la quale, infine,  liberarsi del peso di esistere.

Everyman è un libro di Philip Roth tradotto da Vincenzo Mantovani ed edito da Einaudi

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giovedì, 25 gennaio 2007
01:14

Non Perdetelo

Polonia, Ucraina ,Bielorussia ,Moldovia, Romania, Ungheria,lo stesso tragitto non lineare raccontato da Primo Levi nella Tregua, il suo viaggio di ritorno dal lager fino a casa in Italia.Un intreccio di parole di ieri con immagini di oggi,con un prologo che parte da Ground Zero,dal punto in cui è finita la tregua dei nostri tempi.La strada di Levi comincia da Auschwitz.La cortina di ferro però è caduta.

Così c'è Nowa Huta la grande fabbrica polacca orgoglio del regime, oramai ridotta al lumicino.Lì operava l'Uomo di Marmo  e Andrzej Wajda racconta il dramma del comunismo mentre la camera indugia sullo squallore del liberismo, incrociando gli sguardi degli operai disoccupati seduti ai tavoli di un bar.

E ancora Chenobyl che all'epoca di Levi non esisteva e nemmeno adesso se non come luogo di assurdo turismo.La Bielorussia che non ha ancora accettato il crollo sovietico,che ha ancora i funzionari preposti all'ideologia,solo che tutto oggi sembra venato di grottesco.La strada di Levi il bel documentario di Davide Ferrario diventa la sintesi di un viaggio dolente attraverso il Novecento mentre la voce narrante di Primo levi non smette mai di essere di sottofondo.In Moldavia spunta un cammello più o meno nel luogo in cui Levi racconta di averne visto uno e in Romania, una comunità di zingari accampati vicino ad una quercia,una delle pagini più toccanti della Tregua.Soprattutto c'è in questo bellissimo documentario, una ricerca del senso delle cose come amava fare Levi :

La storia è qualcosa di complicato e ininterrotto. Per questo è importante, per esempio, comprendere il consenso, anche se gonfiato, di personaggi come Lukachenko. Bisogna capire quest'Europa in transizione, fatta di movimenti incompiuti. Come Levi scriveva negli anni '60 La tregua, in mezzo alla Guerra Fredda, noi facciamo questo viaggio nell'Europa dell'Est durante quella al terrorismo. Perché, non dimentichiamolo, anche noi abbiamo vissuto una tregua. Quella che tra il 1989 e il 2001, tra il crollo del Muro di Berlino e quello delle Torri Gemelle, fu definita "la fine della storia". E' quello che mi ha spinto ad accettare l'idea di Marco Belpoliti, anche se l'iniziale entusiasmo si è traformato in una certa paura, vista quant'era ambizioso il progetto. Come Levi cerchiamo di comprendere il presente, attraverso la storia. In questo senso lui è nostro contemporaneo.

Davide Ferrario

 

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domenica, 21 gennaio 2007
10:58

Maximum City (si può tornare a casa?)

Maximum city sottotitolo dell'edizione americana Bombay Lost and Found , Bombay perduta e ritrovata ( a noi è toccato Bombay città degli eccessi) è il bel libro di Suketu Mehta ,giornalista per eleganti riviste americane ( Harper's,The voice of village,Granta), sceneggiatore per Bollywood, alla sua prima prova di scrittore.Riuscita,va subito detto, come meglio non si sarebbe potuto.Dopo ventun anni vissuti tra l'Europa e gli States Metha torna in qualità di NRI indiano non residente,(esponente dunque di una delle più grandi diaspore del mondo) e trova che nel frattempo la città è diventata eccessiva,intasatissima,immensa,divisa tra lusso e slums,tra potere e miseria,tra legalità ed illegalità,divisa tra passato estremo,presente altrettanto estremo e futuro conseguentemente estremo.Gli autori di razza sono invisibili,in questo caso la materia estremamente ricca e complessa, impone di essere dietro alle cose,di nascondersi dietro alle domande e, impercettibilmente, di ottenere le più incredibili risposte : ne fuoriesce a valanga il ritratto di una città esplosiva,la rappresentazione dell'incubo e della meraviglia urbana.Come si sopravive in una città in cui l'Alta Corte  ha decretato che le estorsioni sono deducibili dalle tasse?Quanto costa un killer?(35 dollari).Come sono le condizioni abitative in condomini in piena deregulation dove tutti, approfittando di una vetusta legge sul blocco degli affitti che scoraggia i proprietari da qualsiasi intervento manutentivo,fanno dispetti- elettrici,idraulici,strutturali - a tutti, spesso a rischio di crolli e disastri?Accanto al racconto di una quotidianità resa con distaccato umorismo,Mehta indaga la grande criminalità,i contrasti etnico religiosi e Bollywood e lo fa intervistando alti ufficiali di polizia,celebri per essere incorruttibili ma dalle maniere spicce (la tortura è una pratica corrente),o l'esponente di spicco del del Shiv Sena il partito nazionalista indiano che vanta i  musulmani assassinati nei moti del 1993 e che adesso fa affari con i sopravvissuti,gestisce una televisione via cavo,non fa mistero di nutrire una forte ammirazione per Hitler e manda la figlia in una scuola elegate e prestigiosa della città.Un libro pieno di cose e di storie in cui Mehta racconta tutto con la grande qualità dei giornalisti che non inquinano i fatti con le opinioni ma che puntano alla rappresentazione attraverso una scrittura densa ed efficace :al di là del Taj Mahal dell'India Gate zona in cui in genere i turisti si fermano c'è, come e per gran parte dell'India,un'altra città,un altro mondo:una sorta di laboratorio folle del futuro della convivenza urbana e forse della civiltà.

Maximum City - Bombay la città degli eccessi-   è un libro di Suketu Mehta tradotto da Fausto Galuzzi e Anna Nadotti.Edizioni Einaudi

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mercoledì, 10 gennaio 2007
07:21

Il libro dei libri persi o mai scritti

Sofocle scrisse centoventi drammi.Ne restano solo sette.L'opera di Celso è andata completamente perduta, se ne trovano tracce nel discorso di Origene Contro Celso  (che è la confutazione di Discorso Veritiero, un'opera anticristiana) ma dello stesso Origene, considerato uno dei maggiori esegeti di sacre scritture, mancano ben otto volumi di Omelie sulla Genesi.Agatone era un poeta e un raffinato e discusso autore di tragedie,Platone lo cita nel Simposio dove lo troviamo a discettare di Eros  con Socrate e Aristofane, tanto per dire il livello.Aristofane lo sfotte nelle sue "Donne alla festa di Demetra, a forza di spulciare le citazioni, molto possiamo dire di Agatone,della sua omosessualità e della sua preferenza per gli abiti femminili ma di lui rimangono solo due frammenti L'arte ama il caso e il caso ama l'arte e "Solo questo è negato anche ad un dio : cancellare il passato entrambi tramandati da Aristotele ma ce n'è di che farsene a malapena due mattonelle ammonitrici da appendere in cucina.Ancora Aristofane nelle Rane fa parlare un Eschilo che è consolato di essere nell'Ade dal fatto che tanto le sue opere gli sopravviveranno ma, a parte l'Orestea,nient'altro possiamo leggere di lui.Gli eredi,l'editore e il biografo di Byron bruciarono le sue Memorie con la benedizione dell'esecutore testamentario perchè ritenute adatte solo per il bordello.

Ma perchè i libri si perdono?Stuart Kelly dedica a questo interrogativo un vivacissimo saggio,il Libro dei libri perduti sostenendo che,talvolta è per insoddisfazione dell'Autore che le fiamme hanno la meglio sulla produzione letteraria,poi c'è il cambiamento di gusto e di mode che si avvicendano, ma più in generale gran parte della produzione letteraria è fatalmente destinata al macero e al dimenticatoio,lo vediamo ancor di più oggi, sommersi come siamo da migliaia di libri che durano un attimo.Per questo si compilano le Storie letterarie : regesti o mappe,di opere che sfideranno il tempo.Il libro di Stuart Kelly dunque è una curiosa contro-storia dei libri che non si potranno mai leggere.E se alle biblioteche mancano chilometri di scaffali dell'opera di questo o di quell'altro autore anche gli spazi privi  dei libri mai scritti non scherzano.Melville e Hawtorne si contesero la storia di Agata  Hatch (naufragi,bigamie, abbandoni, il tutto molto in 800 style) Ma anche se Melville infine  cedette all’idea che l’autore della Lettera Scarlatta fosse più adatto a scrivere una simile storia, non se ne fece nulla lo stesso.Flaubert annunciò in più d’una delle sue lettere,l’intenzione di scrivere un romanzo “prolisso metafisico eccentrico” su come nasce la follia, titolo previsto : La Spirale. ma anche questo non vide mai la luce.In compenso Flaubert nei momenti di depressione dichiarava di voler essere sepolto con tutti i suoi inediti,il che avrebbe significato un bel grattacapo, visto il volume della fluviale corrispondenza.Le opere perdute emanano il fascino sottile delle cose che avrebbero potuto essere e non sono state ma con buona pace di Borges e dell'Universo Biblioteca,ci sono moltissime opere che potremmo leggere e che non leggiamo,cosicchè dall'Universo si passa facilmente al Cimitero dei Libri Dimenticati.Zafon docet.

Il libro dei libri perduti è un libro di Stuart Kelly tradotto  da Roberto Zuppet per  Rizzoli Editore

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domenica, 07 gennaio 2007
16:17

A wishful dictionary made in U.S.A

Più di mille definizioni contro la lingua,la cultura e la società dell'America d'oggi,oltre duecento estensori del calibro  di Kurt Vonnegut,Johnatan Franzen,Stephen King, Michael Cunningham,questo Futuro dizionario d'America editato in un immaginario 2034, continua la tradizione anglosassone,più che statunitense, di Orwell, Lewis Carrol e Johnatan Swift. Utilizzando tecniche di punning ed efficaci non-sense ,propone neologismi e parole ri-semantizzate , appartenenti ad un'epoca, quella di Bush ,oramai trascorsa, non a caso lo stesso lemma Bush curato da Paul Aster riconduce il sostantivo alla sua area semantica di competenza Famiglia velenosa di cespugli (shrubs) oggi estinta.L'America evocata da questo dizionario dell'utopia contemporanea è un luogo ashscroftato,dove chi ha fissazioni religiose è giudicato inadatto all'esercizio dei pubblici uffici.Dove nelle edicole si vendono truespapers ossia i "veridiani",organi di stampa quotidiana centrifugati nell' "onestizzatore",macchina capace di eliminare il contenuto fasullo,correttamente stimato nell' 83% di quanto precedentemente pubblicato.Dove ci sono i paxpayers contribuonisti, gente che avendo ottenuto dal Fisco la possibilità di scegliere la destinazione dei propri versamenti,indica unicamente "scopi pacifici".Si tratta di un domani ipercondriaco dove ogni cosa si avvicina alla perfezione.Ma l'ipercondria secondo la stessa definizione del Dizionario "può denotare autoinganno e volontà del soggetto di non riconoscere il problema".

L'idea che il mondo possa essere come lo diciamo  può apparire ingenua ma al centesimo great! terrific ! Wow ! Excellent! il sospetto comincia ad insinuarsi se non a farsi realtà.L'America è il suo linguaggio .Il suo spirito diventa l'anima delle parole che vengono usate.L'energia,l'ottimismo, l'entusiasmo si esprime a grandinate di Cool !.Sono espressioni che danno coraggio che aiutano a varcare la soglia del futuro.La sensazione  è che a forza di evocare una realtà positiva ,fantastic !, quella si materializzi anzi sia già lì.L'eliminazione dalla lingua parlata dei termini negativi non è sufficiente.Il passo decisivo è la loro conversione.Così terrific! o dramatic! possono essere rispettivamente le definizioni di un abbigliamento elegante o di un panorama mozzafiato.Non intendono dire spaventoso come sarebbe letteralmente ma meraviglioso.Così quel senso di spavento si trasforma in meraviglia di fronte al sublime.Anni d'induzione all'ottimismo hanno prodotto un distacco dalla realtà in larga parte dell'America e per riportarla con i piedi per terra è tempo di dire le cose come sono.Ecco allora che un nutrito gruppo di scrittori anticonformisti prova a piegare il futuro ai propri desideri,non con l'impegno politico ma con quello linguistico,creando parole e affidando alla realtà,il compito di adeguarvisi rendendo il significato come un dato di fatto e non come qualcosa di sperato : 

 

SLOUDGE - sost da slow lento e sludge melma.COMMELMA : ore e ore di analisi e commenti,in genere sui canali satellitari d'informazione che seguono le notizie dell'ultimora,vale a dire eventi che sono appena accaduti e che quasi sempre (ma non necessariamente) si attengono alla legge non scritta dei notiziari televisivi."Senza sangue il tg langue".La maggior parte della commelma si produce intorno ai tavoli luccicanti dove uomini bianchi sovrappeso discutono di argomenti quali : il complotto della sinistra,la responsabilità fiscale,le politiche isolazioniste di revisionismo.Agli inizi del XXI secolo,alcuni esperti di Commelma venivano pagati milioni di dollari,non solo per dimenare il doppio mento davanti alle telecamere ma anche per tenere discorsi pubblici e scrivere libri.Alla conferenza stampa del presidente sono seguite tre ore di commelma su MSNBC e sei ore di Commelma su Fax

Stephen King

RUMSFELD - sost dal nome di Donald Rumsfeld,ministro della difesa americano durante la presidenza di George W. Bush : chi riesce a tollerare senza difficoltà le vittime di guerra.

Kurt Vonnegut

CHIRAQUI  [shee-rak'-ee] sost. chiracheno (dal nome del presidente francese Jacques Chirac, e iraqi, «iracheno»); termine usato in passato per definire chiunque manifestasse sentimenti anti-Bush, in particolare funzionari di grado elevato dell’amministrazione francese.

Paul Muldoon

CRUSADE [kroo sayd] sost crociata 1) (obsoleto) termine razzista di ampia diffusione,invisa alla maggior parte della popolazione musulmana mondiale e di conseguenza evitato nelle conversazioni educate che indica un conflitto o pogrom imperialistico intrapreso al fine di eliminare i cittadini di un paese straniero,civili o militari che siano. 2) Tentativo di genocidio o di distruzione su vasta scala. 3) Sforzo da parte degli evangelizzatori, noti anche come fedeli dislessici, di convertire i passanti,risultante nella morte accidentale  o nell'omicidio preterintenzionale degli evangelizzatori stessi.Condusse la sua crociata battista a Cincinnati dove ovviamente fu investito e ucciso da un autobus 4) Tentativi abortiti di indurre i consumatori ad acquistare prodotti inutili.La crociata della Disney per il nuovo film con Ben Affleck,ha portato ad un nuovo calo nelle azioni.

Rick Moody

FUTURO DIZIONARIO D'AMERICA è un libro curato da Dave Eggers, Jonathan Safran Foer, Nicole Krauss, Eli Horowitz  e tradotto da :

Katia Bagnoli, Paolo Bernagozzi, Matteo B. Bianchi, Luca Briasco, Marco Cassini, Adelaide Cioni, Matteo Colombo, Francesco Colombo, Ivan Cotroneo, Riccardo Duranti, Riccardo Falcinelli, Matteo Falomi, Andreina Lombardi Bom, Tiziana Lo Porto, Dario Matrone, Giorgia Monterubbiano, Enrico Monti, Edoardo Nesi, Francesco Pacifico, Valerio Piccolo, Lorenza Pieri, Veronica Raimo, Martina Testa (cioè i migliori traduttori italiani)

Edito da ISBN

 

 

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venerdì, 29 dicembre 2006
11:49

Monsieur Bovary e il suo doppio

Il Flaubert della corrispondenza, come spesso capita, a chi trascorre magari un giorno intero a tornire una sola parola si abbandona ad uno stile necessariamente istintivo,imperfetto non ossessionato dal genio.Sono  tremilasettecento le lettere,indirizzate a Louise Colet, a Maupassant, a Zola a George Sand ma anche alla madre, alla sorella o alla nipote .e costituiscono uno zibaldone di viaggi,esperienze e avventure erotiche, ben più ampio dell'educazione sentimentale.Così l' opera  più grande di Flaubert, secondo Gide,l'epistolario  appunto, esce  in una selezione a cura di Franco Rella,che si adopera nel tentativo, riuscitissimo, di cogliere le due facce dello scrittore,quelle che nessun biografo ha mai potuto raggiungere. Tutti i romanzi che Flaubert non ha scritto sono qui  compresa la seconda parte del Bouvard e Pecuchet..C'è la prima lettera scritta a nove anni,c'è il Conte oriental composto nelle missive dall'Egitto con i danzatori "abbastanza brutti ma affascinanti di corruzione,di degradazione intenzionale,nello sguardo".Si parla della propria sodomia in pubblico e a tavola "Viaggiando per istruirci e con un incarico governativo,abbiamo considerato nostro dovere dedicarci a questo tipo di eiaculazione".L'occasione non si è ancora presentata ma Gustave la cerca nei bagni,dove si pratica.Ma è ancora la stupidità la lente più costante attraverso la quale osservare il mondo : la facile letteratura,la società,la politica.La noia,il pessimismo lo rendono divinatorio : l'asinata del luogo comune non cede davanti alla scienza e alla tecnica,anzi,con il progresso,progredisce,ma se la realtà è sordida,lui continua ad applicarsi alla bellezza...."m'immerdo nella perfezione"...

"L'Opera e il suo doppio" è una selezione di 500 lettere dall'epistolario di Gustave Flaubert  edito da Fazi e curato da Franco Rella 

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lunedì, 25 dicembre 2006
11:15

Buon Natale alla libertà di stampa

A nessuno piacerebbe leggere un giornale in cui non si può scrivere il racconto dei sanguinosi talvolta, retroscena dell'industria diamantifera, solo perchè la De Beers paga le notizie con pagine intere di tiare da sessanta carati cadauna.Ora,se c'è un'idea forte di questa vertenza dei giornalisti che ci ha lasciato senza le notizie per cinque giorni, è quella che evidenzia il legame tra  precarizzazione, "cattivo lavoro" e mancanza di democrazia.Più lavoratori,senza tutele avremo, più la De Beers e le sue stupide tiare impazzeranno .Non è solo un problema che riguarda l'Informazione ma l'intero mondo del lavoro e dispiace scrivere che non tutti  i giornalisti che oggi  cercano di difendersi da un' incredibile aggressione al Contratto Collettivo Nazionale,siano stati in passato, in prima fila contro la precarizzazione di altri lavoratori.Oggi nessuna categoria può considerarsi al sicuro dal tentativo generalizzato di smantellare, frantumando i contratti,le tutele collettive che, pertanto, vanno difese, non  solo per questioni di interesse materiale delle singole categorie ma soprattutto per la tutela di un Valore Politico irrinunziabile.Buon Natale dunque alla libertà di stampa, come dire Buon Natale ad un Bene Comune.

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giovedì, 07 dicembre 2006
14:07

Ecce Nanni

I

Una costruzione di epoca fascista (ex dopolavoro ferroviario), il giardinetto  di pittosfori con le magnolie  davanti alla porta d'ingresso, l' atrio classico con la cassa anni 60  ,la sala di proiezione ampia e, alle spalle dell'edificio ,l'Arena.Nanni Moretti,nell'immagine, è seduto  proprio sulle scomode poltrone dell'arena.E' il Nuovo Sacher,il suo cinema.Qualche anno fa, tra i critici era diventato molto di moda rimpallarsi una tesi secondo la quale Nanni Moretti , in realtà non facesse "cinema".Manco a dirlo,  lui i critici e i giornalisti ha immaginato più volte di torturarli e un'incauta intervistatrice è stata in un attacco di rabbia, persino schiaffeggiata.Tutta roba che è naturalmente successa in due dei suoi non-film.Ad ogni buon conto in qualunque modo si chiami ciò che fa Nanni Moretti quando prende in mano la macchina da presa, il suo, Ecce Bombo,opera seconda, datata 1978, è tornato nelle sale con copia restaurata di fresco.Quando uscì per la prima volta, al cinema Barberini,  uno dei più belli ed eleganti di Roma,l'autore che aveva venticinque anni, nascosto dietro alle colonne dell'atrio andava a spiare il pubblico che faceva la fila al botteghino,voleva vedere quanti fossero,contarli,ma soprattutto era interessato a capire chi fossero.Questo rituale si ripetè per parecchi giorni, ogni volta che cominciava una proiezione.Il "vizio" di spiare il pubblico a Nanni Moretti non è ancora passato, solo che la postazione odierna, è quella di gran lunga più "comoda" di gestore di un cinema che a Roma, è impegnato a proporre sempre programmazioni di alta qualità.Ecce Bombo a noi contemporanei (e coetanei) era sembrato un film molto ironico sui nostri linguaggi, sulle nostre ossessioni  e sui nostri tic.Femminismo e autocoscienza declinati al maschilei,il "parliamo" del  privato/politico,la collettivizzazione del "tradimento" erano iresistibili.Nessuno pensava alla rappresentazione generazionale ne' alla fine della politica ne' a tutto il resto delle pretese postume che la critica mise in campo anni dopo.Goffredo Parise scrisse "Il piccolo mondo internazionale che Nanni Moretti ha rappresentato con il suo bel film, è la risposta di un intellettuale di ventiquattro anni,assolutamente autentico,ai molti ansiosi e convenzionali e anziani interrogativi "Dove andrà a finire la gioventù"?.

- No veramente non...non mi va. Ho anche un mezzo appuntamento al bar con gli altri. Senti, ma che tipo di festa è? Non è che alle dieci state tutti a ballare i girotondi ed io sto buttato in un angolo...no. Ah no, se si balla non vengo. No, allora non vengo. Che dici vengo?. Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Vengo. Vengo e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate "Michele vieni di là con noi, dai" ed io "andate, andate, vi raggiungo dopo". Vengo, ci vediamo là. No, non mi va, non vengo

da Ecce Bombo

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martedì, 05 dicembre 2006
05:01

Venerati Maestri

La tesi di fondo è che la cultura italiana specie quella "alta" oramai fa ridere.Fanno ridere i film leccatissimi di Bertolucci,il soprannome Asor Rosè e fortemente si sospetta che Umberto Eco sia invidioso dei successi economici di Dan Brown.Finiscono per diventare comiche anche le suggestioni ultraviolette del catalogo Adelphi,le scomuniche intellettuali de il Foglio,i testi misteriosofici di De Gregori,l'imperituro birignao sinistrese e i crociati della domenica che il Professor Pera ha immerso nel gran bagno della Controriforma post-moderna.Beato il popolo  che non ha bisogno di maitres à penser ma siccome in Italia ce n'è un sacco e una sporta,tanto più attirano gli sberleffi  quelli che grazie al "conformismo diffuso",ancora credono poveracci,di fare moda,tendenza,opinione.Di qui la necessità di guastare la festa all'ipocrisia inaugurando un genere d'iconoclastico divertimento.Arbitrario per sua natura è il lavoro di scuoiamento e destrutturazione dell'oligarchia culturale ma lungi dall'ingaggiare dispute soporifere,l'idea di Edmondo Berselli,autore di questo irresistibile "Venerati Maestri",è che questa operazione si possa fare tra amici,in sguaiata letizia,all'osteria o magari intorno ai tavoli di quei caffè dell'Emilia Profonda dove spaccare il capello e la conseguente virtù denigratoria raggiunge il sublime,recando seco soggetti e canovacci,personaggi e interpreti,tiritere e tormentoni,mosse e ingegni di scena.E dunque a proposito dell'egemonia  ci si può immaginare e sceneggiare una molto severa riunione all'Einaudi dei tempi d'oro,oppure affidarsi al professor Sartori per squadernare lì per lì una pìece sulfurea sulle cattedre e i pulpiti del liberalismo fasullo.Ricco è l'elenco delle vittime raffigurate con pregiudiziale irriverenza dal naso grifagno di Bobbio alla bianca acconciatura elegantissima di Giulio Einaudi,alla  faccia gialluta di Renzo De Felice.Ampia è pure la gamma dei trattamenti, dalle astruserie esoteriche di Battiato a quel catologo ambulante di citazioni e battute che è l'ex ministro Martino.Il punto è che i metri di giudizio critici non sono più quelli di una volta ed è qui che Berselli lascia irrompere sulla scena gomito a gomito con Venerati Maestri i finti intrusi e cioè gli eroi casuali dell'Immaginario Pop : I Pooh,l'intercettese di Ricucci,Dolce & Gabbana le dinamiche relazionali di Moggi e la sovrarealtà di Dagospia.Questo perchè nella vita collettiva l'auctoritas fa oramai cortocircuito con i "messaggi" della cultura di massa e non c'è più nemmeno tanta differenza tra la finta gravidanza della Bertè a Sanremo e l'estro  apocalittico dell'economista Modigliani tra il sorriso di Cacciari che  cita Goethe e quello che muove la saga Sottile-Gregoraci.Chi e cosa si salva? Flaiano,Amarcord,Dino Risi,,Guccini;Monicelli,la Provincia Avveduta e dimenticata,un po' di Montanelli,il keynesismo di Fantozzi e Nicola Matteucci.Personaggi comunque  che non si prendevano e non si prendono troppo sul serio ma soprattutto quelli che sia pure per un attimo per la loro vita abbiano avuto un guizzo antiretorico e gridato Il Re è Nudo! smontando così la prosopopea irriflessiva dei Venerati Maestri.Di assoluto buonsenso d'altra parte è l'invito a considerare le differenze che passano in campo intellettuale tra genio e talento e di farsi venire il dubbio che molti talenti si esprimono al culmine di inconfessabili problemi personali egocentrismi,debolezze,folgorazioni.Molti hanno cominciato a sentirsi maestri quando "hanno visto la Madonna" e alcuni come il sacro elefante Giuliano Ferrara,continuano a vederne troppe .Il che può sempre accadere,il fatto è che ogni volta succede con immenso fervore e apocalittica gravità.Tanto vale prendersi un po' in giro e citare Arbasino secondo cui nel mercato truccato dei supposti "influenti" si passa fin troppo agevolmente dalla categoria giovanile bella promessa a quella di solito stronzo.Sul tutto la fine dei codici estetici condivisi e la norma che al giorno d'oggi vale soltanto ciò - che - piace.Bella la conclusione del libro :

"Dovrebbe essere chiaro ma lo metto per iscritto perchè non si sa mai,che i personaggi di questo libro non sono che una trasposizione simbolica delle loro figure reali"

Venerati Maestri sottotitolo : operetta immorale sugl'Intelligenti d'Italia è un libro di Edmondo Berselli edito da Mondadori.

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martedì, 28 novembre 2006
02:23

Pasolini Prossimo Nostro

E' il 1976,Pasolini gira un film tratto da De Sade.Il set,una villa ai tempi della Repubblica di Salò, è uno di quelli "difficili", un' atmosfera cupa accompagnerà tutta la lavorazione, anche la troupe solitamente vivace e caciarona, avverte un senso di pesantezza .Pasolini ammette una sola fotografa, si chiama Barbara Berr, scatterà circa novemila foto di cui però il regista non autorizzerà la pubblicazione.

"Pasolini prossimo nostro" ,titolo ripreso da un testo di Klossowski "Sade mon prochain" che si trova  nella bibliografia di "Salò le 120 giornate di Sodoma", è il  bel documentario di Giuseppe Bertolucci che  fa rivivere l'ombrosità di Pasolini e la sua generosità di linguaggio, attraverso un lavoro di selezione basato su materiale d'archivio.Un'opera  su "Salò" ,decostruita attraverso le foto di scena della Berr Una riflessione  sul passare del tempo e la rimessa a punto dei percorsi ideologici.Pasolini nel 1976 aveva già parlato di violenza,di bullismo delle bambine violentate con riti Maya,dei teocon  e del trash.Ne parla in particolare in questa intervista filmata concessa al giornalista Gideon Bachman che sarà pubblicata su "Sight and Sound" "Nel mio film c’è molto sesso, ma il sesso che c’è nel film è il sesso tipico di De Sade, che ha una caratteristica sado-masochistica. Questo sesso ha una funzione molto precisa nel mio film, quella di rappresentare cosa fa il potere del corpo umano: l’annullamento della personalità degli altri, dell’altro. … il sesso ha una grande funzione metaforica … metafora del rapporto tra potere e coloro che ad esso sono sottoposti … C’è una frase in particolare che faccio dire ad uno dei personaggi del mio film: “là dove tutto è proibito si ha la possibilità reale di fare tutto, dove è permesso solo qualcosa si può fare solo quel qualcosa " Rievoca i giorni da lui stesso vissuti nel Friuli "annesso burocraticamente alla Germania: si chiamava Litorale adriatico. Qui ho passato giornate spaventose: qui c’è stata una delle più dure lotte partigiane (nella quale è morto mio fratello), qui i fascisti erano dei veri e propri sicari" .

Tuttavia ad una sollecitazione di Bachman, risponde di non credere che i giovani potranno capire la lezione del film perchè "hanno nuovi valori":Di questo torna a parlare Pasolini,dell'ideologia consumista imperante per permissivismo con le sue concessioni dall'alto e che tutti sono obbligati a seguire (cos'è tutto questo romanticismo improvviso delle coppie che tenedosi per mano se ne vanno a comperare alla Rinascente o all'Upim?).Analizza il colonialismo e il cristianesimo,il ruolo dell'intellettuale e lo sfascio della società e intanto dietro alle sue parole,si susseguono le abbaglianti foto di scena di Deborah Berr.Ma quel che più attrae è il punto di vista non filosofico,non sociologico ne' antropologico ma poetico,come se il fulcro del pensiero di Pasolini ivi incluso il suo lavoro di regista, ruotasse tutto intorno alla creazione di un armamentario poetico tale da sprigionare quella libertà creativa che fu di Medea film che, come ha più volte detto Bertolucci, non solo non riusciamo più a realizzare " ma neanche a pensare"

"Pasolini prossimo nostro" è un film di Giuseppe Bertolucci prodotto dalla Ripley's Film su materiale d'archivio di proprietà della Cinemazero

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martedì, 14 novembre 2006
07:48

La joie de vivre

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 Un 'immagine femminile ,il corpo sinuoso, scomposto in un gioco di rotondità e spigoli, una massa generosa di capelli  neri al vento, danza leggera  in mezzo a creature fantastiche che suonano strumenti a fiato.Tutt'intorno un'esplosione di gioia panica,di azzurro e blu cobalto tra cielo e mare, mentre la linea dell'orizzonte è percorsa da una vela gialla.E' uno scenario primitivo,mitologico sullo sfondo di una felice miscellanea di  colori e musica immaginaria.Per Picasso questo baccanale azzurro è l'immagine della voglia di vivere,della liberazione dopo gli anni bui della guerra.Opera simbolo del ritorno alla vita dopo la distruzione e l'insensata violenza,più ancora della colomba della pace realizzata per il Congresso del Partito Comunista,è stata realizzata nel 1946, su fibrocemento ed è custodita nel salone della Fortezza Grimaldi a Cap d'Antibes.Dall'11 novembre 2006 all''11 marzo 2007,si può ammirare a Palazzo Grassi a Venezia ospite della mostra la "Joie de vivre" curata da Jean  Louis Andral,direttore del museo di Cap d'Antibes.insieme ad altre 200 opere risalenti al periodo 1945-1948.Mediterraneo e joie de vivre si traducono con Picasso in quadri popolati da figure mitologiche,nature morte armoniosissime,numerosi ritratti di Francoise Gillot (bellissima la Femme au collier Jaune) nonchè  la scoperta della ceramica,sotto forma di statuette imparentate con quelle della Grecia arcaica e ancora piatti con fauni,civette e gufi e l'amato assiolo  di cui a Venezia sono esposte ben cinque rappresentazioni

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giovedì, 09 novembre 2006
19:48

Laura Paolo e il valzer della toppa

il "Valzer della Toppa" ,parole di Pier Paolo Pasolini, musica di Piero Umiliani cantato dalla stessa Laura Betti,direttamente dal sito Pagine Corsare.Pier Paolo Pasolini ha scritto altre due canzoni "Cristo al Mandrione" e "Macrì Teresa detta pazzia" che sul sito non ci sono e che farei ascoltare volentieri se ne fossi tecnicamente capace. Laura, che parlava un romanesco piuttosto stento, riesce egualmente a conferire vivacità indemoniata a questa canzone grazie alle sue grandi qualità  d'interprete,cosa che invece Gabriella Ferri, che pure l'aveva in repertorio,non riesce a fare, probabilmente fuorviata da una lettura un po' troppo melanconica del brano.La Toppa in romanesco è la sbronza leggera quella che regala un piccolo stato di ebbrezza,quanto basta per credere di essere felici. Nel sito ci sono anche le parole.

Non avevo una foto bella di Pier Paolo Pasolini e Laura Betti insieme.Jenè ha provveduto ad inviarmi questa (grazie) che mi sembra assai più significativa di quelle in mio possesso.Chi lo volesse,inoltre, può ascoltare

Qui appresso invece  il necrologio della Betti scritto da Pasolini, per gioco, nel 1971.

Pioniera della contestazione? Si, ma anche sopravvissuta alla contestazione. Quindi restauratrice di uno stata quo ante. Dove c’era i! pieno (l’ordine borghese e l’opposizione ufficiale), si è avuto il caos; caduto il caos, quel pieno è apparso come vuoto, e chi c’era dentro, a fare il buffone della protesta, si è trovato come in una stanza di cui fossero scomparse improvvisamente le pareti.

I popoli antichi rievocavano artificialmente il caos per "rinnovarsi", ricostruendo il momento inaugurale. Il caos non passa senza lasciare la necessità di rinnovamento. Invece del rinnovamento si è avuta la restaurazione, con le squadre fasciste. Quel pupazzo che nel «pieno degli anni cinquanta e dei primi anni sessanta» si è trovato ad essere vivo, ma strettamente dipendente dal mondo che egli, in quanto pupazzo, contestava, è poi stato travolto e vanificato dal caos del biennio dal 1968 al 1970, col ritorno della normalità ha verificato in sé l’accadere di un fenomeno molto comune: l’invecchiamento. La persona di cui sto in particolare parlando non ammette nulla di tutto questo.

È invecchiata e morta: ma son sicuro che nella sua tomba ella si sente bambina. Ella è certamente fiera della sua morte, considerandola una morte speciale.

Inoltre pur ammettendo in parte di essere morta, appunto perché la sua morte, essendo speciale, può essere ammessa, essa, nel tempo stesso, non l’ammette: «la mia morte è provvisoria, è un fenomeno passeggero», essa par dire, con l’aria di un personaggio di Gogol’, di Dostoiewsky, o di Kafka, «in alto loco si sta brigando perché tale noiosa congiuntura venga superata e tutto torni come prima. Del resto, io non ho soluzione di continuità: sono ciò che ero. La mia possibilità di stupore non ha limiti perché io cado sempre dalle nuvole, e rido, con meraviglia fanciulla». (Contemporaneamente, là nella tomba, dice: «Io non son mai nelle nuvole, son sempre coi piedi a terra, niente mi meraviglia perché, da sempre, so tutto».) Ambiguità? No: doppio gioco. Ché essa, la morta, Laura Betti, non era ambigua, anzi, era tutta d’un pezzo: inarticolata come un fossile.

Ella ha aderito alla sua qualità reale di fossile, e infatti si è messa sul volto una maschera inalterabile di pupattola bionda; (ma: «attenti, dietro la pupattola che ammette di essere con la sua maschera, c’è una tragica Marlene, una vera Garbo»).

Nel momento stesso però in cui concretava la sua fossilizzazione infantile adottandone la maschera, eccola contraddire tutto questo recitando la parte di una molteplicità di personaggi diversi fra loro, la cui caratteristica è sempre stata quella di essere uno opposto all’altro.

La sua grande fortuna è stata quella di avere evitato di vivere in uno dei tanti paesi dittatoriali che ci sono al mondo; e soprattutto di avere evitato di finire in uno dei tanti possibili campi di concentramento. Che terrificante vittima sarebbe stata! Ma in un necrologio non si dicono queste cose.

Facendo di lei un esame superficiale, molti le attribuirono in vita una volontà provinciale di degradazione degli idoli. No, non era soltanto il sadismo di una provinciale che giunta nel Centro dove abitano gli idoli, prova il piacere di profanarli e di dissacrarli: in questa dolorosa operazione c’era il suo bisogno di essere contemporaneamente "una" e "un’altra", "una" che adora, e "un’altra" che sputa sull’oggetto adorato; "una" che mitizza e "un’altra" che riduce. Ma non era ambiguità, ripeto. Il suo gioco era chiaro come il sole.

Naturalmente, proponendosi prima di tutto, come una delle leggi-chiave del suo codice, di non fare mai, in alcun caso, pietà, essa, per il gioco dell’opposizione, ha anche sempre voluto e ammesso anche di fare pietà. Ma la pietà non è stata causata da una o dall’altra delle sue azioni o delle sue situazioni: no, essa è sempre stata causata dall’eccessiva chiarezza del suo gioco. Dunque è attraverso la pietà che essa è stata costretta a provocare verso la sua persona, che è venuta fuori la sua generosità: cioè qualcosa di eroico. Questo è infatti il necrologio di un’eroina. Bisogna aggiungere che era molto spiritosa e un’eccellente cuoca.

Pier Paolo Pasolini

Da "Vogue" Milano 1971

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giovedì, 09 novembre 2006
13:34

Falsche Bewegung

C'è in giro un gran movimento rivoluzionario di Cambi di Avatar ,di Dichiarazioni d'Intenti di Citazioni Celebri e di Test d'Ingresso ai blog.Poi ,si sa, tutto è relativo, e a seconda del Tenutario/a, la citazione varia dall'ultimo Premio Nobel a Gigi D'Alessio ma non è questo il problema.Infatti tutto questo fermento non può che render lieti e soddisfatti.Chi può aver mai interesse a frequentare una tomba virtuale che ha sempre la stessa "mise en place?

Dunque onore e gloria al Movimento dei Rinnovatori.Si comincia dalle tende e chissà che non si vada a finire a cambiare gli arredi di tutto l'appartamento,magari chessò, per migliorarne l' accoglienza, in previsione di nuovi ospiti che ci si augura arrivino pieni di idee e di spunti per futuri dibattiti,si aggiunge il touche of class al template e ,nel compiere l'operazione, magari ci scappa anche un'idea brillante e originale da scrivere sul blog.

Per "originale" non s'intende l'invenzione di una "Nuova Cultura",beninteso, basterebbe evitare la menata di valori,etichette,prassi,fiction,film intelligenti del regista-che-pone-il-problema,l'esposizione nazionale di autori mal digeriti,le reminescenze scolastiche,o di vecchi talk show ammuffiti ma soprattutto,l'imperante filosofia wannabee, di quelle più sfrenate oserei dire.Mai assistito ad una gara di io io io,?Io di più ?,Io c'ero da prima?Io ce l'ho?Io sono e tu invece no?

Aguzzate la vista perchè in queste pagine telematiche c'è tanto di quello sport agonistico da far impallidire un'Olimpiade  e tanta quell'Avanguardia da far tremare i Poeti Russi ai tempi d'oro.Due righe,in verità, sarebbe il caso di dedicarle anche alla Imperitura "Scuola di pensiero di Nonna Papera" ma quella nel suo innocuo spiegamento, riesce solo a suscitare lo sbadiglio.Poca roba.

Ma va ancora bene,l'illusione di trovare qualcosa di diverso dalle festicciole a bordo piscina o dai salotti intelligenti, è oramai persa e pazienza se qui siamo perennemente seduti intorno alla pozzanghera a rimirarci l'ombelico.Dai diamanti non nasce niente e qualche "fior" da questo letame ogni tanto pure affiora.Facciamoci bastare eventualmente quello e non divaghiamo.

Ora,a proposito di agonismo,le corse a ostacoli nel tentativo di risultare intelligenti e avanguardistici, hanno una piccola fragilità di fondo,non portano lontano e generalmente rivelano tutta la loro inutilità di falso esercizio, semplicemente se messe a confronto con Ignari Malcapitati che invece che perdere tempo a "dimostrare" di essere, vogliono semplicemente "discutere".Il Re, si sa, è Nudo e basta l'Innocente di passaggio a rivelare il segreto alle popolazioni plaudenti che si sperticano a lodarne l'abbigliamento.

Ed ecco che se putacaso vi trovaste in una di queste circostanze a rifiutarvi di ricoprire il clichè dell'ospite che-piace, vedreste snodarsi sotto i vostri occhi immantinente,  la Madre di tutte le Battaglie, la più antica . Quella a chi ce "l'ha più lungo" .Quella che si combatte direttamente ma soprattutto per interposta persona (teste docili offresi e cercasi per fare da supporter o da bersaglio ovvero da manovra diversiva).Quale migliore occasione per rinsaldare le fila sgangherate di un'onorato consesso di donne e di uomini,agitando il mostro dello straniero, dell'alieno, di chi attenta alle sacre sponde ?

Eravate entrati  per dire la vostra e vi ritrovate in pieno Desert Storm senza essere passati dal  Campo di Marte per le esercitazioni e l'acquisizione di lancia e zagaglia d'ordinanza

.Dura poco,è vero : solo l'istante che passa tra il chiedervi dove mai è stata dichiarata questa guerra e perchè,dove sono gli ambasciatori, e il sibilare del  primo proiettile sotto forma di insulto diretto.A seguire replica e controreplica,sbattuta di porta degli scandalizzati, tentativo di placare gli animi agitati (da che:nun se sa).Finale di partita con ritiro delle truppe e conta dei morti e feriti sul campo.

Ma dopo la tempesta si sa,tra le rovine fumiganti, un senso d'imbarazzo a guardare tutti quegli stracci che sono volati in aria e tutta quella spazzatura che galleggia oscenamente dietro le parole, subentra e spinge i contendenti verso la via di fuga estrema,la Sottrazione senza ritorno.

Questo accade perchè il brodo d'ipocrisia in cui si naviga abitualmente - Ma che bravo! Ma che commento intelligente!(nella partecipazione ai dibattiti è anche incluso un corso gratuito di superlativi e faccine) Ma come sei amaro,pensoso,stimolante,leggero,colto,sintetico,verboso, affascinante.- ha disabilitato lo spirito della dialettica che, si sa, è dato da confronto d'idee, non sempre arcadico  ed è così che tra istinto di fuga e senso di colpa (per quelli che vengono additati come colpevoli di  momentanea turbativa ) si determina un momento prezioso su cui riflettere.

Anche questo dura poco però e sebbene l'imbarazzo e il disagio siano sentimenti da tenersi stretti in questi tempi oscuri accade che invece di approfittare, fermarsi ad osservare o a riflettere, si tende a liberarsene in fretta.

Accade così che, chiamate a raccolta le truppe e avviato dolorosamente il "concerto degli addii" si attenda frementi una conferma che non tarda ad arrivare e che serve a rinsaldare la sola idea che forse, vacillando, poteva determinare l'Attimo di Verità :"Avevo ragione IO".E mentre il coro dei convenuti intona "Ne me quitte pas",ci si appresta al Consolidamento.Chi vuol andare veramente via,in genere sbatte la porta e non torna più.Ben sapendo che la "politica degli annunci" ,potrebbe provocare desistenza.

Rinnovarsi è la cosa più difficile che ci sia, per quella fatica necessaria ed interiore di togliere,di rinunziare,di cedere senza aggiungere o conservare o tenersi stretto il vecchio.Per questo il Movimento dei Rinnovatori che mentre aggiunge il fiocco all'avatar, promette nuove battaglie,confermando l'old style,mi ricorda il "Falso Movimento" dell'oggetto ,film che val la pena sia definito dal suo stesso autore.

Nel film, allora, volevamo raccontare la storia di un tale che spera di capire le cose viaggiando e a cui accade l'esatto contrario. Alla fine infatti si renderà conto che il suo movimento non lo ha portato a nulla; anzi, in realtà, non si è spostato di un centimetro. Da ciò il titolo . Wim Wenders

So di poter essere definita pesante, è il prezzo che paga chi è sincero e non è abituato a nascondersi dietro alle mezze frasi.Magari nel mucchio non ci sono proprio tutti,ma sarà una bella verifica per me,valutare chi si sente incluso e chi no, chi vorrà assestarmi calci e chi far finta di nulla e chi, se vuole, può passare a riprendersi il cappello che ha lasciato sulla sedia di cucina,o la tazzina sul tavolo o l'orribile servizietto inglese.Che lo faccia o meno,i patti resteranno integri.

Falsche Bewegung è un film di Wim Wenders con Rüdiger Vogler, Marianne Hoppe, Hanna Schygulla, Hans Christian Blech, Nastassja Nakszynski, Peter Kern , Ivan Desny , Lisa Kreuzer, Adolph Hansen.Soggetto e sceneggiatura di Wim Wenders, Peter Handke.Dal romanzo omonimo di Peter Handke.

Il viaggio, lo scorrere del tempo, l'alternarsi di situazioni diverse, gli incontri, gli spostamenti, lungi dal costituire un'esperienza 'romanticamente' rivelatrice, hanno invece scandito il progressivo allontanamento del protagonista dalla vita sociale, confinandolo nel territorio inespresso del desiderio e mostrando il carattere irrimediabile della sua solitudine.Ma la 'pienezza' dell'opera romantica non è più attuabile e la scrittura, perduta la capacità di penetrare il reale, si consuma nell'attesa della 'storia'.


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martedì, 07 novembre 2006
07:00

Piero litaliano (deh te, ma te perchè non ti ompri un sassofono?)

Ha tutte le carte in regola
Per essere un artista:
Ha un carattere melanconico,
Beve come un irlandese.
Se incontra un disperato
Non gli chiede spiegazioni...

Si accorge del fotografo ma non fa in tempo a sottrarsi e allora  l'unica espressione possibile diventa un "maddai no". Lui è Piero Ciampi uno che è riuscito nell'impresa di NON diventare un mito nemmeno da morto benchè insieme a Gianni Marchetti, l'unico che riuscisse con le sue costruzioni musicali a domare i versi di Ciampi, abbia scritto alcuni capolavori,primo fra tutti "Tu no". Le (scarne in verità) biografie, raccontano storie di fallimenti e di conflittualità con il mondo musicale,di fughe e vagabondaggi tra Parigi e Stoccolma,di alcolismo,abbandoni e sfuriate con amici e colleghi.Ma al di là delle canoniche suggestioni proprie delle storie che accompagnano l' artista "maudit",Piero era un'anima scorticata,i molti perchè sono tutti nella sua poesia,nei suoi versi rotti nel modo così composto eppure così forte di porgerli.Amo molto questa registrazione contenuta nell'album Inediti e che risale al Premio Tenco del 1976.

Buio in sala e base registrata già partita, Piero non compare sul palco; è nel camerino a bere e a parlare con Amilcare Rambaldi. Alla fine arriva barcollando, parte qualche fischio e immancabilmente parte anche Piero..

"Taci tu, parla quando te lo dico io perchè, scusami, se tu vuoi parlare vieni qua: io rischio, te no." Subito dopo, però, com'era nella sua natura signorile e sollecita : "Però non te la prendere come un'offesa, prego"; seguono gli applausi. Ad un altro isolato fischio, interrompe la canzone e urla in puro livornese: "Dè, ma te perchè 'un tìompri un sassofono?".Poi canta la sua canzone,che poi è "Il giocatore" si stacca sorridendo dal microfono, fa un passo di lato e si inchina Così scompare Piero Ciampi; è la sua ultima esibizione davanti ad un pubblico

Io non ho lasciato il mio cuore
A San Francisco,
Io ho lasciato il mio cuore
Sul porto di Livorno.
Le luci si accendevano sul mare,
Era un giorno strano:
Mi rifiutai di credere che fossero lampare

 

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giovedì, 02 novembre 2006
13:00

Unusual

unusual

Maria Antonietta Sisini, racconta di essere stata alla fine contenta dell'indisponibilità di alcuni cantanti a partecipare alla realizzazione di Unusual poichè il dieniego, l'ha obbligata a proseguire la ricerca in direzione di artisti più vicini al modo di intendere la musica di Giuni Il risultato infatti è pregevolissimo,assai diverso dal semplice duettare con una registrazione.
C'è Un' estate al mare, del 1982, riproposto in una versione remixata da Megahertz, Toni Childs in Morirò d'Amore interpreta la passione e l'ammirazione per Giuni; riuscitissimo il remix  dell'estro colto e irriverente di Caparezza di Una vipera sarò, brano già all'avanguardia e geniale nel 1981; in Moro perché non moro è Lene Lovich che canta in italiano insieme  alla voce di Giuni. Con Franco Battiato, amico e autore di alcune delle sue più belle canzoni, si riascoltano il bellissimo Aria siciliana e La sua figura, in cui Battiato interviene con grande discrezione e rispetto sull'interpretazione originale. “Illusione” di Vladimir Luxuria “Giuni aveva un lato ironico che la gente non conosce”
"Giuni ha da sempre desiderato cantare con altri artisti, lo considerava intelligente, divertente - continua Maria Antonietta Sisini, che ha curato e prodotto Unusual -. Da qui il mio totale impegno alla realizzazione di un desiderio che Giuni non ha ottenuto nella sua breve vita".
Un anno di intenso lavoro per aggiungere questa opera alla discografia di Giuni. Il dvd allegato, con la registrazione di 11 brani, tra cui Lettera al Governatore della Libia, Nada te turbe, Vieni, L'attesa, va ad arricchire la documentazione video, già iniziata con la pubblicazione di Mediterranea Tour (settembre 2005)

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sabato, 28 ottobre 2006
11:05

'A Cimma

Stanno in piedi anche senza la musica questi versi de  "A' çimma" di Fabrizio De Andrè e Ivano Fossati. Sono uno degli esempi di musicalità intrinseca della parola, e delle parole combinate con altre parole. E' una probabile caratteristica del dialetto che qui in aggiunta, consente ai versi di raggiungere una perfezione non solo metrica. Questi :

Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra
nu turnà dùa

ne sono un esempio. C'è un lavoro puntiglioso dietro al  testo, quindici giorni "legati alla sedia" come Vittorio Alfieri, come ha raccontato Ivano Fossati .Poi accade che la musica di Mauro Pagani, non priva di forti accenti mediterranei e suggestioni greche (Ndelele, bouzouki ,Gironda, Derbóuka) concorra a determinare un' atmosfera piuttosto particolare, da cucina placidamente stregonesca, tra preghiere invocazioni e riti scaramantici , il tutto per la riuscita della Cima, un "lavoro" che è fatto di passaggi delicati, di ripieni  di varie interiora, di pinoli, maggiorana e piselli da amalgamare, assistiti dall'alchimia ma anche dalla madonna che scaccia gli spiriti maligni dalla pentola in cui avviene il tuffo finale, il battesimo nelle erbe aromatiche. Un solo rammarico al momento in cui i camerieri verranno a portare via il pranzo, lasciandoti solo con "tùttu ou fùmmu d'ou toèu mestè" , tutto il fumo del tuo lavoro.

Ti t'adesciàe 'nsce l'èndegu du matin
ch'à luxe a l'à 'n pè 'n tera e l'àtru in mà

    Ti sveglierai sull'indaco del mattino
    quando la luce ha un piede in terra e l' altro in mare

ti t'ammiàe a ou spègiu de 'n tiànnin
ou cè s'amia a ou spègiu da ruzà
ti mettiàe ou brùgu rèdennu'nte 'n cantùn 

    ti guarderai allo specchio di un tegamino
    il cielo si guarda allo specchio della rugiada
    metterai la scopa (di saggina) usata (usurata, indurita) in un angolo

che se d'à cappa a sgùggia 'n cuxin-a stria
a xeùa de cuntà 'e pàgge che ghe sùn
'a cimma a l'è za pinn-a a l'è za cùxia

    che se dalla cappa scivola in cucina pulisce
    a forza di contare le paglie che ci sono
    la cima è già piena è già cucita

Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra
nu turnà dùa

    Cielo sereno terra scura
    carne tenera non diventare nera
    non ritornare dura

Bell'oueggè strapunta de tùttu bun
prima de battezàlu 'ntou prebuggiun

    Bel guanciale materasso di ogni ben di Dio
    prima di battezzarla nelle erbe aromatiche

cun dui aguggiuìn dritu 'n pùnta de pè
da sùrvia 'n zù fitu ti 'a punziggè
àia de lùn-a vègia de ciaèu de nègia

    con due grossi aghi dritti in punta di piedi
    da sopra a sotto svelto la pungerai
    aria di luna vecchia di chiarore di nebbia

ch'ou cègu ou pèrde 'a tèsta l'àse ou sentè
oudù de mà misciòu de pèrsa lègia
cos'àtru fa cos'àtru dàghe a ou cè

    che il chierico perde la testa e l'asino il sentiero
    odore di mare mescolato a maggiorana leggera
    cos'altro fare cos'altro dare al cielo

Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra

    Cielo sereno terra scura
    carne tenera non diventare nera

nu turnà dùa
e 'nt'ou nùme de Maria

    non ritornare dura
    e nel nome di Maria

tùtti diài da sta pùgnatta
anène via

    tutti i diavoli da questa pentola
    andate via

Poi vegnan a pigiàtela i càmè
te lascian tùttu ou fùmmu d'ou toèu mestè

    Poi vengono a prendertela i camerieri
    ti lasciano tutto il fumo del tuo mestiere

tucca a ou fantin à prima coutelà
mangè mangè nu sèi chi ve mangià

    tocca allo scapolo la prima coltellata
    mangiate mangiate non sapete chi vi mangerà

Cè serèn tèra scùa
carne tènia nu fàte nèigra
nu turnà dùa
e 'nt'ou nùme de Maria
tùtti diài da sta pùgnatta
anène via.

    Cielo sereno terra scura
    carne tenera non diventare nera
    non ritornare dura
    e nel nome di Maria
    tutti i diavoli da questa pentola
    andate via

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venerdì, 27 ottobre 2006
04:19

Come ti cucinerebbero la zuppa Chandler,Mann e Calvino

Attenzione.Non è un libro di ricette.Non un saggio di letteratura.Non un altro libro di ricette da romanzi.Ma molto molto di più.Il sottotitolo è "Storia della letteratura mondiale dalle origini ad oggi in sedici ricette", ovvero "La zuppa di Kafka".In centotredici pagine il fotografo inglese Mark Crick non lesina l'impegnativo divertimento di scrivere firmandosi Austen,Borges,Chandler,Mann,Calvino,Chaucer,Proust,De Sade,Greene,Welsh,Woolf,Garcia Marquez,Omero,Pinter,Steinbeck,altrettante soluzioni che tra forme e contenuto descrivano l'autore.Un esempio ? Coq au vin alla maniera di Gabriel Garcia Marquez

"Padre Antonio del Sacrament del Altar Castaneda era seduto in giardino e guardava il pomeriggio morire.Il buio cominciava a farsi opprimente come il caldo.Ritaedò il più possibile ilmomento di entrare nell'inferno della casa ma aveva fumato il suo ultimo sigaro e non aveva più armi contro le zanzare che lo assediavano.Così fu costretto a ritirarsi e a tornare dentro nel chiarore delle lampade a gas.La luce della cucina lo accecò mentre chiudeva la porta a quel nugolo d'insetti...."  Buon Appetito !

"La zuppa di Kafka" è un libro di Mark Crick edito da Ponte alle Grazie

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martedì, 19 settembre 2006
00:18

La domenica delle salme

 

Deandrevivo

 

 

Dopo lunga e infruttuosa  ricerca  il video di Salvatores della Domenica delle salme è finalmente qui

 

 

 

 

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sabato, 16 settembre 2006
15:15

Il problema Majakovskj

maijakoskijNoi ci siamo gettati con troppa foga e avidità verso il futuro perché ci potesse restare un passato. Si è spezzato il legame dei tempi. Abbiamo vissuto troppo del futuro, pensato troppo ad esso, in esso troppo creduto, e per noi non c'è un'attualità autosufficiente: abbiamo perso il senso del presente. Noi siamo i testimoni e i compartecipi di grandi cataclismi sociali, scientifici e d'altri ancora. La vita quotidiana è rimasta indietro. Secondo una splendida iperbole del primo Majakovskij, "l'altra gamba corre ancora nella via accanto". Ed ecco che "i tentativi di organizzare la vita personale assomigliano agli esperimenti per scaldare un gelato".
Neppure il futuro ci appartiene. Tra qualche decennio ci affibbieranno duramente il titolo di "uomini dello scorso millennio". Avevamo soltanto canzoni affascinanti che ci parlavano del futuro, e d'un tratto queste canzoni da dinamica del presente si sono trasformate in fatto storico-letterario. Quando i cantori sono uccisi, e le canzoni trascinate al museo e attaccate con uno spillo al passato, ancora più deserta, derelitta e desolata diventa questa generazione, nullatenente nel più autentico senso della parola.

Roman Jacobson

"Una generazione che ha dissipato i suoi poeti - Il problema Majakovskij" è un libro di Roman Jacobson

Scritto da sedlex in: libri, intègrale
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