lunedì, 09 novembre 2009
08:12

Muri, fili spinati, reti, check point

Berlin,_Brandenburger_Tor_mit_Berliner_Mauer

Tra Ceuta e Melilla ci sono 223 km di barriera volute da Aznar e potenziate da Zapatero. Dividono l'Africa dall'Europa.Con tutto quel che significa.

Nel Sahara occidentale una massicciata lunga 2.570 km segna l'appropriazione - illecita - del territorio saharawi da parte del Marocco.

Tra il Botswana e lo Zimbawe 500 Km di  rete elettrificata impediscono l'ingresso illegale degli zimbawesi in fuga da fame, miseria e persecuzione.

Tra Messico e Arizona, California, Nuovo Messico e  Texas, una barriera di 550 km variamente composta ( muri in cemento, fili spinati, reti elettrificate) protegge gli Usa dall'immigrazione clandestina.

E ancora in North Corea, Bangladesh, Tibet, Birmania, Kashmir, Afghanistan, Uzbekistan Khazakistan, Yemen, Gaza, Cipro e nelle città di Baghdad e Padova -  via Anelli, persistono muri, superstrutture, recinzioni, barriere già costruite o costruende,  per proteggersi dall'immigrazione, dal terrorismo dalla Paura.

Nel giorno in cui si celebrano la Caduta del Muro e la rinascita di un sogno di democrazia, è giusto ricordare le  migliaia di muri sparsi in tutto il mondo che restano ancora da abbattere.

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giovedì, 08 gennaio 2009
10:14

Made in Israel

Nel momento in cui i conflitti sparsi per il mondo ci vengono rappresentati  soprattutto attraverso la diffusione di migliaia di immagini, un  Cinema  che racconti la guerra potrebbe assumere un significato di tutta  marginalità. Così non è, anche se la visione spesso impietosa di corpi martoriati, soldati all'attacco, o gli skyline di città lontane illuminate a giorno dalle esplosioni o le popolazioni in fuga con i loro poveri bagagli e i figli tra le braccia, dovrebbero parlare alle coscienza più di molte parole, di molte fiction.  

Tuttavia esposti come siamo ad indistinto e casuale bersagliamento mediatico, il rischio assuefazione da immagini  embedded o da una riproduzione per eccesso che  privi le stesse  della capacità d' impatto o di ribellione, esiste. Dunque noi dovremmo essere grati a quel cinema che lungi  dall'assillo delle risposte o delle spiegazioni o della tesi da dimostrare,  è costantemente impegnato in una sorta di ricerca di modalità in cui l'immagine ritrovi la sua potenza e la sua natura politica. Qui di seguito due distinti esempi di cinema israeliano di eccellenza in cui quella ricerca ha dato esiti di grande efficacia, ingaggiando una sfida alla realtà che non è solo la sua narrazione.

Stile graphic novel ma anche  manga e pop art in elegante abbinamento, per questo Valzer con Bashir, cartoon dell'israeliano Ari Folman. Presentato a Cannes 2008 proprio il giorno dell'anniversario nella nascita dello Stato d'Israele, festeggiato, quest'ultimo, da visita ufficiale di George Bush a Tel aviv e incursione aerea israeliana su Khan Yunis  -  stessa località in cui qualche giorno fa tre soldati israeliani caddero vittime del fuoco amico - seguita da rituale lancio di Katiuscia da Gaza, con buona pace di Frattini & Co che va ancora cercando, in questo groviglio di eventi, chi ha cominciato.

Film che sarà (casualmente ) nelle sale da domani e che affronta uno dei capitoli più dolorosi della questione   mediorientale. Anno 1982, guerra nel Libano, falangisti cristiani per vendicare l'omicidio di Bashir Gemayel, neo presidente libanese, massacrano oltre tremila palestinesi trai quali anziani, donne e bambini, nei campi di Sabra e Chatila con la complicità dell'esercito israeliano.

In Israele si è soldati oltre il raggiungimento dell'età matura, tuttavia i riservisti possono anticipare il congedo, Folman ne fa richiesta. L'iter burocratico  prevede il colloquio con uno psichiatra. Folman, diciannovenne, era di stanza a Beirut nei giorni del massacro, ma di quel periodo non conserva ricordi  nitidi, solo è  perseguitato da  incubi ricorrenti

E' un'esperienza comune ad altri ex commilitoni,  come quello della  muta terrificante di cani che corre in città e che travolge ogni cosa finchè si ferma minacciosa sotto le finestre di un ragazzo che è poi la sequenza di apertura del film. Lo psichiatra spiegherà che il meccanismo di rimozione è comune in molti ex soldati. Di qui, dal vuoto,  l'esigenza di rimettere insieme  il puzzle attraverso memorie rimosse, trasformate in sogni o deliri. Un percorso cognitivo, al quale parteciperanno ex commilitoni o testimoni diretti convocati da Folman tramite un annuncio su internet. Ho ricevuto più di cento telefonate : dopo tanti anni le persone  avevano voglia di raccontare la verità.

Una galleria di interviste e di racconti, da quello dell'ufficiale che consuma pornografia a quella del soldato che si produce in una danza sparando all'impazzata sullo sfondo di una gigantografia di Bashir Gemayel. Poi ci sono i compagni di allora, giovanissimi, terrorizzati, sui tank  impreparati a trovarsi in mezzo alla macelleria di ragazzini e di intere famiglie.Non ci sono esitazioni  nel definire la guerra insensata e inutile come pure l'invasione del Libano che non portò a niente, attraverso il racconto dell'abbrutimento degli uomini in divisa giovanissimi, inebetiti e incoscienti, catapultati in mezzo alle pallottole dei cecchini.

Ari Folman sceglie il disegno, l'animazione come strumenti attraverso i quali realtà  e delirio si possono rimescolare con assoluta efficacia. Immagini crude e dolorose quando è di scena la guerra, puro piacere visivo quando la rappresentazione richiama l'inconscio, il sogno. Solo così il regista  può esprimersi pienamente e nel contempo tener fede al proprio cinema di riferimento : uno spirito d'indagine alla Rashomon, la citazione esplicita di Apocalipse Now nella sequenza della spiaggia e del surfista col mitra.

Ma tutto ciò è premessa della sequenza finale affidata questa volta alle immagini verità introdotte da una bambina disegnata come un angelo dormiente tra le macerie : la visione disumana dei corpi martoriati, le urla di dolore : il sangue di Sabra e Chatila non si può reinventare con immagini, ne' ci sono parole adatte a descriverlo. Quel vero così atroce è il mio giudizio su quel che è accaduto.

Colpisce moltissimo, il personale doloroso sforzo di fare i conti col proprio passato di soldato, del regista. Quantunque alla verità storica su Sabra e Chatila manchi qualche elemento in più in ordine alla responsabilità diretta di Ariel Sharon nelle operazioni di distruzione dei campi, esiste in questo film la consapevolezza che gli psichiatri possono sostenere l'impegno a convivere con sensi di colpa individuali. Le responsabilità storiche rimangono. Tanto basta.

L'uscita nelle sale come già detto, è casuale rispetto agli avvenimenti di questi giorni, ma, fa notare Ari Folman, film del genere rischiano di essere sempre attuali, visto che tra i nostri governanti non c'è nessun rispetto ne' pietà per la morte di altre persone.

Valzer con Bashir è un film di Ari Folman del 2008. Prodotto in Francia, Germania, Israele, USA. Durata: 90 minuti. Distribuito in Italia da Lucky Red a partire dal 09.01.2009.

 

Z32  invece, film del dissidente Avi Mograbi autore di opere fortemente critiche e di attacchi  diretti alla politica di Israele, almeno per ora, non è in programmazione nelle sale, ne' si prevede a breve. Presentato a Venezia nella sezione Orizzonti, racconta la storia della rappresaglia organizzata per vendicare l'uccisione di sei militari israeliani. Esecutori sono giovanissimi soldati delle unità speciali, sottoposti per mesi ad un duro addestramento il nucleo del quale è  uccidere l'arabo senza interrogarsi troppo L'ordine infatti è di colpire alla cieca.

Mograbi utilizza i materiali degli archivi di Shovrim Shtika -  Rompere il silenzio - l'associazione di ex-soldati che raccoglie le testimonianze di chi ha prestato servizio nei Territori occupati - Z32 è la sigla di alcune tra esse che riguardano, appunto, quella missione di vendetta.

Anche qui come per valzer si avvicendano interviste filmate dei protagonisti che però hanno il volto sfumato, per non essere riconosciuti. Ma nonostante simili siano i racconti, le rimozioni, la ricerca del perdono o l'indifferenza nei confronti del nemico, il taglio diventa altro nel momento in cui Mograbi coglie l'occasione per riflettere sulla responsabilità dell'artista nei confronti del racconto. Non si tratta dunque soltanto del conflitto tra Israele e Palestina, l'impegno costante del cinema di Mograbi, di allontanarsi dall'iconografia classica della guerra in medioriente, lo conduce al di là di Israele, a compiere un  indagine approfondita su che cosa vuol dire essere soldato.

 Non c'è dunque nessuna differenza tra i racconti di questi ragazzi  e i comportamenti dei soldati americani in Iraq , che neppure si sono preoccupati di celarsi nell'anonimato, esibendo anzi, le proprie prodezze e diffondendole in Internet, o di tanti altri eserciti in conflitti e occupazioni sparsi per il mondo. La differenza semmai concerne la reazione della collettività nella sua capacità di prendere le distanze di non uniformarsi alla visione univoca del nemico come terrorista in ogni caso. E dunque sul ruolo dell'informazione e delle immagini.

Il film non mostra le azioni di guerra, è girato in interni  mentre si avvale dell'unico esterno la ricerca e la ricognizione del luogo dove si sono svolti i fatti. I ragazzi non lo sanno, non ci pensavamo a dove eravamo diretti, mai, eravamo troppo stanchi, sui pullman si dormiva dicono. Mograbi lo trova. Nessuna traccia di violenza, soldati, armi. Una donna anziana attraversa il campo. Durante l'azione di rappresaglia nessuno si è  chiesto chi fossero le vittime e da quali famiglie provenissero. Erano poliziotti palestinesi, un vecchio disarmato. La rappresaglia, che brutti ricordi, la praticavano anche i nazifascisti durante la guerra, è stata messa in atto nella ex-Jugoslavia, in Vietnam... Se mi vedono e esco da Israele magari mi arrestano per crimini di guerra chiosa un ragazzo.

Z32 è un film di Avi Mograbi. Genere Documentario, 81 minuti. - Produzione Francia, Israele 2008.


 

 

 

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mercoledì, 07 gennaio 2009
22:17

Diplomazia al lavoro

Oggi il problema è Hamas. Capisco chi vorrebbe negoziare ma l'Unione europea e Israele giustamente non l'hanno fatto....Dopo cinque minuti dalla fine della tregua Hamas ha ripreso a lanciare razzi contro Israele continuando un'azione francamente sconsiderata......
Se Hamas avesse detto sì
" al cessate il fuoco "Israele si sarebbe già fermata", ma "la disponibilità di Hamas non c'è stata e per ora non c'è. L'organizzazione terroristica palestinese non è un interlocutore politico e rifiuta tutto quello che la comunità internazionale propone".

Franco Frattini

Nel momento in cui l'impegno dei negoziatori è teso - come sempre in questi casi - a ricercare, in calce ad un difficile accordo, formule  che non urtino le suscettibilità e non umilino l'orgoglio delle parti in conflitto, sembra impossibile che un ministro degli esteri possa usare espressioni di tale disinvolta parzialità. Eppure Franco Frattini queste parole ha pronunziato in sede di Audizione, all'indomani del bombardamento israeliano della scuola ONU dei profughi - 42 morti da aggiungersi agli altri, oltre 600, dei giorni scorsi,  e manco l'ombra di un terrorista o di una rampa di cosidetto missile in quelle aule - consegnando così il nostro paese al ruolo meschino, defilato e poco dignitoso, sul piano internazionale, di cieco supporter. Nemmeno gli americani, impegnati con Mubarak a scambiare il controllo del valico di Rafah e dei tunnel scavati sottoterra contro lo stop dell'avanzata di terra di Tsahl, osano un simile linguaggio. Le responsabilità hanno un peso differente a seconda dei punti di vista, ma comunque la si pensi, la tregua è obiettivo minimo ed indispensabile, ottenerla importa un lavoro in cui è necessario rimuovere dalla trattativa ogni elemento di partigianeria ad evitare che il dialogo degeneri creando un ulteriore zona di conflittualità. A meno di credere nella bontà  della prova di forza, della lezione da infliggere ai terroristi, analisi spicce e giudizi sommari andrebbero evitati. Umiliare Hamas o peggio, auspicarne lo sterminio significa assottigliare le possibilità  dei moderati di Fatah. Significa gettare le basi per non finirla mai.

Dunque, dimentico oltretutto, di quanto è in gioco su quel palmo di terra, origine di tutti i conflitti con il mondo islamico e incurante delle minacce costituite da Hezbollah o delle centinaia di martiri pronti a intervenire, il problema, secondo Frattini, è Hamas al quale non è nemmeno sufficiente aver vinto le elezioni per essere definito  interlocutore politico. Che acume.



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venerdì, 02 gennaio 2009
08:06

Attacco da terra (nel giardino dei limoni)

L'anno sarebbe potuto cominciare con un Giardino di limoni in Cisgiordania, luogo di bellezza e ragione d'orgoglio per la proprietaria e coltivatrice palestinese Salma Zidane e con il bel film /apologo che ne racconta le vicissitudini incentrate sulla battaglia legale contro un vicino di casa, appena giunto ma non qualsiasi,  ministro di giustizia israeliano, che nei rami  di quel pezzetto di paradiso, vede solo potenziali e minacciosi ricettacoli di attentatori. E che per ragioni di sicurezza fa avvolgere il giardino in reticolati, impedendo così che le piante di limone vengano curate.

Non propriamente una favola bella, anche se Salma infine la spunta, caro le  sarà costato l'aver ragione, pagando con il senso di solitudine, la mancanza di sostegno  da parte di chi, esponente della comunità islamica, dovrebbe essere naturalmente dalla sua parte e invece coglie l'occasione per  rimproverarle  qualche velo di meno e qualche atteggiamento indipendente di troppo.

Tuttavia un quadro metaforicamente esatto, all'interno del quale arrivano a Salma inviti a desistere da parte del figlio che la vorrebbe con sè a Manhattan, strumentalizzazioni del proprio avvocato, sulla scrivania del quale sventola la bandierina dell'Autorità Palestinese, ma più desideroso di farsi un nome con la causa del giorno - vera peraltro - che di occuparsi dei problemi dell'assistita, ma anche inattesi sostegni da parte di altri cittadini di serie B - la moglie del ministro, anche lei vessata dal consorte, giornaliste locali  etc - perlopiù donne. Anzi solo donne.

Invece l'anno si apre con l'ennesima attesa dell'attacco di terra, con la guerra infinita, con il fallimento delle diplomazie e con l'impraticabilità del compromesso, dunque con il naufragio dell'idea stessa di negoziato. Credo non ci sia altro dato di rilievo, altro punto chiave per un'analisi della situazione mediorientale oggi  che possa prescindere dal fatto che non c'è posto del pianeta in cui ogni terreno di possibile incontro sia così irrimediabilmente devastato.

Di qua e di là, all'interno degli stessi schieramenti, divisioni profonde, fratture insanabili, impediscono alle parti, prive della necessaria compattezza, di trattare. Siamo oramai oltre l'idea pura e semplice dei due popoli che si contendono la stessa terra, mentre si acuisce, disseminando il terreno di moltiplicatori d'odio , lo scontro di culture, religioni e visioni del mondo.

In entrambi i campi, a breve, sono in programma cambi di  vertice, a giorni scade il mandato di Abu Mazen, leader dell'Autorità Palestinese di Ramallah,  contestato da Hamas ( vincitrice delle ultime elezioni)  per presunto collaborazionismo con Israele. Dall'altra la contesa elettorale che vede in corsa  il Kadima della Livni e il Likud di Netanyahu, il partito dei falchi, per la poltrona di primo ministro. A nessuno dei contendenti , in una simile congiuntura e con lo scontro in atto, è concesso dar prova di debolezza.

Non c'è via di scampo se in ciascuno stato, ciascuna fazione deve prevalere sull'altra rassicurando gli elettori sulla propria capacità di essere nel conflitto. Non nella trattativa, avverso la quale lavorano i falchi  Quand'è così, è fatale che una politica di pace sia  umiliata , e che nei reciproci schieramenti, sia destinata a dettare legge, comunque ad essere il trainer delle decisioni, l'ipotesi del conflitto come soluzione unica.

Quasi cinquecento vittime per un ennesimo scontro che, una volta cessato il fuoco, non avrà spostato di un  millimetro la situazione. E non è finita qui. Perchè tale è la desolazione che a voler anche solo immaginare i connotati di una task force di mediazione, non se ne trovano di possibili.

A parte, ovviamente, la speranza nelle capacità del  neo eletto presidente nel paese principale alleato d'Israele. Un altro compito per Obama.

Dunque non passa in sott'ordine anche se non inaugura propriamente i post dell'anno  Il giardino di limoni di Salma, film dell'israeliano - tenere sempre d'occhio il cinema di questo paese - Eran Riklis che ci parla, attraverso l'imprigionamento di un campo, della violenza delle politiche di apartheid, di fanatismo, di machismo e delle disattese risoluzioni ONU. Ma soprattutto in una piccola storia, adottando uno stile, non a caso documentaristico, la strenua caparbia difesa di ciò che si ama.

Il giardino dei limoni è un film di Eran Riklis. Con Hiam Abbass, Doron Tavory, Ali Suliman, Tarik Kopty, Amos Lavi  Drammatico, durata 106 min. - Israele, Germania, Francia 2008. - Teodora Film.

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venerdì, 28 novembre 2008
09:32

Chi sei

Mumbay5

Di lui e dei suoi compagni - circa duecento, più o meno della stessa età -  conosciamo la fisionomia e  degli attentati di cui si sono resi responsabile a Mumbai , siamo stati informati, in alcuni casi in tempo reale, grazie ai media mainstream, alle tecnologie e alla Rete ( twitter, blog, persino flickr ).

C'è tuttavia uno scarto enorme tra la possibilità di conoscere e divulgare particolari, anche i più  infinitesimali, e il fatto che di tutto il resto, cioè di quel che è dietro questi giovani terroristi,  non si sappia praticamente nulla. Come se quegli stessi  particolari, il kalashnikov, lo zainetto, lo sbarco dal gommone, la precisione simultanea degli attacchi, fossero inutili ai fini della quadratura del cerchio. In questo contesto,  persino l'aver individuato un  braccialetto arancione al polso dei componenti il  Commando, è risultato fuorviante.  

Rivendicano la strage i Deccan Mujaheddin, sigla fin qui sconosciuta, con tipico linguaggio jiadista. Così giovani. E pronti a morire. Per cosa? C'entra Al Qaeda? Fanno parte di una comunità locale? Sono sovvenzionati dal Pakistan? Dove si sono addestrati?

Nessun meticoloso citizen journalism, nessuna Intelligence, nemmeno quelle più equipaggiate, sembra essere in grado di dare una risposta. Solo congetture.

 Un attentato l'anno, negli ultimi tre anni, nella sola Mumbai. In questo caso  però sappiamo, analizziamo, commentiamo ed esecriamo,  solo per la presenza nei luoghi delle stragi, di cittadini occidentali.

Ci sono stati attacchi, tuttavia,  anche in  Bangalore, Jaipur, New Dehli, Rajastan. Una carneficina fitta di luoghi, se la guardi su di una mappa, ma che spesso finisce nelle pagine interne dei giornali.

 A meno di potersene servire per agitare Mostri e chiedere misure restrittive nei confronti dei cittadini di religione islamica che vivono qui da noi, in genere, tutto tace.

Siamo nelle mani di  questi figli di un temporale, come li avrebbe definiti qualcuno? Probabilmente,  ma soprattutto sono state  politiche internazionali perdenti e  sconsiderate ad accentuare i drammi e a buttare benzina sul fuoco, negli ultimi anni. E ad esporci. Speriamo sia finita quell'epoca.

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mercoledì, 13 agosto 2008
14:26

Lei

Georgia 04

 La ramazza poggiata in un angolo le deve essere  servita ad attenuare il senso di devastazione e di angoscia che segue la visione del disastro. Una fatica, quella di ammucchiare i detriti negli scatoloni che può sembrare ridicolmente inutile, in specie dopo il passaggio dei raid aerei. Tanto più che la foto è stata scattata ieri l'altro, in pieno conflitto. Ma quella corvée obbedisce alla sua ansia di un barlume di normalità  e contemporaneamente imprime in concretezza, la cifra del suo essere in ogni caso  presente. L'unica pratica che, qualunque cosa accada, le rimane fedele è la cura della casa e dei suoi. Cercare di ripristinare un po' d'ordine, le deve essere sembrato un passaggio indispensabile a qualsiasi ripartenza. Non so se la donna che siede al centro di questa stanza, sia osseta, georgiana o cosa, ne' è importante conoscere quale tipo di bombardiere  le abbia procurato tanto dolore. So che la non richiesta compostezza di questa autentica vittima di un congegno infernale, incute rispetto. Vorrei inviare migliaia di copie di questa foto ai patiti degli schieramenti, del Risiko Internazionale, degli scacchieri e dei nuovi confini tra oriente e occidente. E naturalmente ai negoziatori, che abbiano sempre innanzi agli occhi la concreta sofferenza delle vittime.

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mercoledì, 13 agosto 2008
01:05

Morire per Tblisi ( e in mezzo scorre l'oleodotto)

Sembrano nomi di granducati da operetta - la zona oltretutto sarebbe quella giusta - e invece  Abkhazia e Ossezia del sud, le due enclave filorusse in territorio georgiano, sono state parte di una tragedia più generale, le cui vittime ( morti, feriti, profughi ) utilizzate fin qui a scopi puramente propagandistici,  non hanno turbato troppo le nostre coscienze democratiche, sempre così ben disposte, quando si tratta  esecrare, condannare, manifestare contro l'aggressione di uno stato sovrano.  Si registra invece, ma c'era da aspettarselo, una grande rinascita di esponenti filorussi,  nuovi e vecchi che si danno un gran da fare a tessere l'elogio di Putin con dichiarazioni trasversalmente - da Lamberto Dini a Marco Rizzo -  rabbrividenti. Si va dal Putin che contrasta il processo di occidentalizzazione  e restituisce al paese le risorse economiche e strategiche che gli oligarchi di Eltsin gli avevano sottratto, alla teoria che vorrebbe gli USA accerchiatori della Russia con paesi  partner della Nato, fino alla speranza espressa in un comunicato di Fiamma Tricolore, di vittoria finale di Putin unico baluardo contro le interferenze statunitensi nella zona. Le pulsioni staliniste, si sa, sono dure a morire e, la Storia insegna, assumono contorni variegati, non stupisce dunque che qualcuno veda in Putin l'occasione per rispolverare vecchie glorie e che all'allegra brigata si unisca anche la Destra. Ma per tornare alle cose serie, il  conflitto, largamente annunciato - tant'è che sui due territori erano già operative le forze di peacekeaping composte da soldati russi, delle quali  il ministro degli esteri georgiano aveva, senza esito, chiesto la sostituzione con truppe di nazionalità miste - scoppia per le ragioni che ci vengono ripetute dai telegiornali : c'è un governo in Georgia ansioso di unirsi all'Europa e alla  Nato, quindi sostenuto con disinvoltura dagli Stati Uniti, ci sono i separatisti di Ossezia e Abkhazia che invece vorrebbero ricongiungersi alla madre Russia. Questioni politiche ed etniche, sicuramente sono in ballo ma poi si da anche il caso che in Georgia passi l'oleodotto che da Baku porta gas e petrolio alle nostre centrali e che l'intera vicenda si colori di ulteriori  significati. Naturalmente dalla conta delle responsabilità, il governo georgiano non risulta immacolato, ma qualunque siano le motivazioni, chi invade con i carri armati e con i bombardieri, uno stato - altro che reazioni sproporzionate come dice Bush -  un progetto imperiale sta di sicuro perseguendo , ma questo nessuno lo rimprovererà mai all'amico Putin. Se poi a tutto ciò, si aggiunge la possibilità di una sfida aperta agli Stati Uniti - con annesso monito al futuro presidente - più altri contestuali avvertimenti agli stati che, attratti dall'orbita occidentale, volessero seguire l'esempio georgiano, ecco che la guerra diventa un indispensabile stratagemma che soddisfa più di un'esigenza del Cremlino. Missione compiuta dunque, chiosa Medvedev subito dopo  l'intervento della Comunità Europea. Anche perchè di enclave russe strategicamente allocate ce n'è in Moldova come in Ucraina e la partita potrebbe continuare su altri tavoli. Gli atlantisti sono avvertiti. Del resto con il Kosovo abbiamo inaugurato l'era del Diritto Internazionale à la carte ovvero alla mercè del più forte. Così tra ricatti energetici, l'ombra della sovranità Serba annullata da istanze indipendentiste ratificate dalla comunità internazionale e la solita storiella della guerra umanitaria in difesa delle popolazoni oppresse, Putin - altro che zar - non lo ferma più nessuno. Tantomeno l'amico George Bush la cui politica subisce un' ulteriore sconfitta, questa volta sul terreno della capacità di difendere gli alleati. Al momento, l'accordo formulato da Sarkozy è sufficiente per il cessate il fuoco ma non per costruire un processo di pace duraturo. La parola  passa ai negoziati, nella speranza che concezioni geopolitiche obsolete, chiuse entro logiche di schieramento, lascino il posto alla ridefinizione di un modus vivendi nello spazio post sovietico. Unico approccio coerente buono a sciogliere gli enigmi post imperiali. Unico modo per farsi seriamente carico del benessere di popolazioni incolpevoli. Ci mancherebbe solo di andare a morire per Tblisi o per Ossezia combattendo,  per di più,  una guerra retrodatata.

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martedì, 25 marzo 2008
15:01

Un esercito all'altar ! (vecchia canzone in onore di Pio XII)

baptpiero della francesca

Mi piacciono tutti quei laici, atei, agnostici e senzaddio che, per coglierne le contraddizioni, mai perdono l'abitudine di spiegare ai cattolici intransigenti quale sia la reale essenza del cristianesimo, religione di pace, fratellanza e amore le cui manifestazioni , retaggio di intimi rapporti col Trascendente, pretenderebbero più adatte alle Porziuncole che al Colonnato del Bernini. Un bell'ardire con un Pontefice che non manca di sollecitare la Presenza Cristiana nella vita civile e che a Regensburg, più che dare del malvagio a  Maometto,  ha precisato che il sentimento religioso non è un'esperienza privata e che i cattolici ne devono rendere testimonianza pubblica, altrimenti cattolici non sono. E la pubblica testimonianza non è affare da luoghi del silenzioso meditare. E' roba da piazza, da aule  parlamentari, da campo di Marte. Così, più che stupirmi della solennità - Durante le celebrazioni pasquali! In San Pietro! Officiante Sua Santità! - e del rilievo mediatico - se non fosse stato decisamente pericoloso oltre che  fuori stagione, il catecumeno avrebbe trascinato Benedetto sulle rive del Giordano e vi si sarebbe immerso nudo e crudo - , mi meravigliano le altrui meraviglie . Cosa ci aspettavamo? Una cerimonia in famiglia? Con tutto quel trambusto che storicamente ha sempre accompagnato la conversione dell' Infedele ? Evvia.. ora becchiamoci questo neo investito combattente dello scontro di civiltà. Posso immaginare cosa farà quando riceverà - se non l'ha già ricevuta - la Cresima . Soldato di Cristo. Mica bruscolini. Qualcosa però non va per il verso desiderato  se ne' Haaretz,  ne' Al Jazeera,  concedono il benchè minimo spazio agli entusiasmi neofiti del giornalista più scortato in Europa. Come se non bastasse, Mario Scialoja consigliere della Grande Moschea di Roma e  Izzedin El Zir portavoce di quell'Ucoii spesso tacciata di oltranzismo, hanno entrambi dichiarato di rispettare la libera scelta del convertito. Ancora un po' e gli regalavano la medaglietta commemorativa. Non sono poi tutti uguali, questi seguaci del Feroce Saladino.  Una vera disdetta per chi non aveva fatto in tempo a detergersi l'acqua santa dalla fronte  che già correva a far professione di vittimismo preconizzando reazioni sconsiderate del mondo arabo e, a cascata,  future persecuzioni e prossimi martirii (altri privilegi, altre scorte...) . E vabbè.. la sua paranoia dovrà accontentarsi di Al Quds al Arabi,  quotidiano panarabo di Londra che per la verità ce l'ha più col Papa che con altri  o dell'egiziano  al  Masri el yom  che fedele alla linea editoriale consueta, ha confermato che Magdi Allam è una spia dei servizi segreti e buona notte. Altri furori -  Al Arabiya o Asharaq Alawsat - si sono potuti registrare ieri l'altro...ma insomma niente di particolarmente sulfureo. Sono, tutto sommato, assai più minacciosi gli argomenti esposti sul Corriere dallo stesso Allam, che poi , musulmano o cristiano, restano quelli di sempre.

In alternativa possiamo contemplare la bellezza di questo Piero della Francesca

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giovedì, 27 settembre 2007
19:45

La giustizia non può essere un sogno

Sul sito di Amnesty International si trovano il calendario di tutte le iniziative e i testi degli appelli  da firmare. Non illudiamoci però : seppure i monaci e le monache non abbiano marciato invano, indicando in un percorso simbolico -  la casa di Aung San Suu Kyi, i templi e l'ambasciata cinese -  il cuore del problema , mai come in questo caso, si può avere la misura dell'Impotenza del mondo occidentale.Tutto quello che ha potuto l'ONU paralizzato dai veti di Cina e Russia è stato l'invio di un Osservatore.Troppo poco.L'attenzione oggi si deve concentrare sulla Cina e su tutti quei paesi  titolari di forti interessi e investimenti in Birmania. La politica delle sanzioni ha fin qui mostrato tutta la sua inefficacia  non impedendo alla Total di continuare a fare affari con la giunta militare ne' all'esercito Birmano di acquistare dall'India elecotteri che contengono tecnologie italiane e tedesche.L'unica speranza, essendo, si può dire, tramontata, quella di un significativo pronunciamento di quella parte dell'esercito indisponibile a compiere sacrilegio sui bonzi, è riposta nel lavoro della diplomazia,.Il popolo birmano si aspetta e merita, un sostegno attivo alla battaglia per affrancarsi dalla dittatura e dalla povertà.Non lasciamoli soli.

Scritto da sedlex in: guerra e pace
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domenica, 23 settembre 2007
13:33

Paritta Sutra

Birmania08Possa noi essere liberi da tutti i pericoli, liberi dal dolore, liberi dalla povertà, possa noi trovare la pace del cuore e della mente.

Paritta Sutra del Buddha (che noi conosciamo meglio come Sutra del Cuore) e che viene recitata in questi giorni nei cortei dai monaci e dalle monache in Birmania .

Prima contro gl'Inglesi, poi contro i Giapponesi, poi ben due invasioni cinesi e  la guerriglia armata di varie minoranze etniche, in Birmania dove governa la dittatura militare più longeva della storia, la seconda guerra mondiale non è mai finita. Nel frattempo è cresciuto un esercito di quattrocentomila unità che spadroneggia e prosciuga le risorse. Lo scenario è quello tragico dei luoghi in cui la casta militare inefficiente e corrotta trascina il paese sull'orlo del tracollo economico.Già nel 1990 l'allora dittatore generale Ne Win,  sull'onda delle proteste contro il rincaro del riso e la conversione della moneta che aveva annullato il valore dei due terzi delle banconote, aveva indetto elezioni democratiche pensando di poterle manipolare. Un errore clamoroso per il regime che subì una sconfitta sonora  dalla Lega democratica di Aung San Suu Kyi seguta da una repressione feroce con tremila vittime ,l'arresto degli oppositori e un nuovo Golpe. Da circa un mese, nuove proteste per il rincaro dei generi di prima necessità (e nuove repressioni a cura delle squadracce protette dai militari) percorrono la Birmania, ne' sono mancati quindici giorni fa, nuovi arresti  di dissidenti.Il fatto che da qualche giorno i monaci e le monache si siano uniti in massa ai manifestanti, rifiutando le offerte e scomunicando così i militari, introduce di sicuro un elemento nuovo nello scenario. La recita delle preghiere di fronte alla casa di Aung San Suu Kyi - unica leader legittima della Birmania -  inoltre,  provoca non poco imbarazzo nel regime mentre lo pone di fronte ad una scelta difficile : tollerare la protesta (come sembra stia accadendo) e rischiare di essere travolti dalla nuova ondata democratica o soffocare la rivolta nel sangue, clero compreso.

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giovedì, 14 giugno 2007
04:09

ma è la Palestina a perdere

gaza12La probabile fine dell'identità palestinese si consuma a Gaza nel bilancio disastroso di uno scontro brutale e largamente annunciato.Al di là dei bollettini militari che danno vittoriosa Hamas, la sensazione è che sia l'idea stessa di Futuro ad essere sacrificata in nome di un' inutile lotta per il potere.Responsabilità storiche ed immediate ,possono essere individuate: da Abu Mazen alla comunità internazionale che gli ha offerto una sponda sicura nella politica d'interdizione verso Hamas, legittimamente vittoriosa alle elezioni,dalla politica sconsiderata della Casa Bianca,all'integralismo, al mai abbandonato ricorso al terrorismo: il resto è il solito incrocio devastante che tra embargo e isolamento politico,Muro e Nuovi Insediamenti, ha creato quel caos che è il terreno naturale di ogni guerra civile.Una guerra tra poveri, tenuti in vita in gran parte dagli aiuti umanitari quelli dell'Onu che ieri ha chiuso ogni attività, è riuscito fin qui a distribuire.Ieri sono scesi in piazza simpatizzanti della Jihad islamica e del Fronte Popolare per chiedere ad entrambi i contendenti il cessate il fuoco - Basta con la guerra civile - Siamo fratelli - recitavano gli striscioni.Sul corteo hanno fatto fuoco le due fazioni provocando due morti. Al Jazeera ha rimandato le immagini della coraggiosa reazione popolare.Se ne è potuta  ricavare la netta sensazione che ne' Fatah ne'Hamas rappresentino più il disagio e le aspirazioni del popolo palestinese.

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giovedì, 12 aprile 2007
08:09

I numeri

afghanistanUn milione e mezzo di afghani curati e oltre 30mila interventi chirurgici nei tre ospedali e nei 28 centri di pronto soccorso; oltre mille uomini e donne locali a cui e' stata data una professionalità e un lavoro, quasi tremila bambini nati nel centro maternità. E' il bilancio di Emergency in otto anni di attività in Afghanistan, da quando cioé nel '99 l'associazione umanitaria convertì un'ex caserma ad Anabah - un villaggio nella valle del Panshir allora controllata dagli uomini del comandante Massud - in un centro chirurgico dedicato alle vittime di guerra.
Emergency ha in nel paese 3 ospedali - il centro chirurgico di Kabul, quello di Anabah e quello di Lashkargah - un centro di maternità, sempre ad Anabah, e 28 posti di pronto soccorso sparsi un po' in tutto il paese. Dal '99 ad oggi, nei tre ospedali, sono stati ricoverati 50.477 pazienti, mentre gli interventi chirurgici sono stati 30.419: significa circa 11 operazioni al giorno. I posti letto a disposizione nei tre ospedali e nel centro di maternita' sono complessivamente 260. L'ospedale di Kabul è il più grande dei 3 e il più importante centro di chirurgia di guerra del paese: aperto ad aprile 2001, si trova all'interno di un ex asilo bombardato ed é l'unica struttura ospedaliera di tutto l'Afghanistan che ha un apparecchio per le tomografie computerizzate. Vi lavorano 303 afghani e in otto anni ha eseguito 42.111 trattamenti di ambulatorio e 14.128 ricoveri.
Il più vecchio è quello di Anabah, aperto nel dicembre del '99: 70 posti letto, 223 impiegati tra personale amministrativo e sanitario, quasi 10mila interventi chirurgici. Il piu' giovane è invece quello di Lashkargah: fino a 20 giorni fa era diretto da Rahmatullah Hanefi. L'ospedale, considerato che ha aperto soltanto nel settembre del 2004, è quello in cui sono stati realizzati più interventi chirurgici: 4.757 in due anni, più di sei al giorno. Ma la nota forse più bella per il personale di Emergency arriva dal centro di maternità di Anabah: la nascita in otto anni di 2.794 bambini.

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mercoledì, 11 aprile 2007
11:08

Stracci (che volano)

Brandelli di verità,strumentalizzazioni e blob mediatico - Falluja come Helmand,gli Ulema come gli anziani dei villaggi nella regione meridionale Afghana, Scelli in competizione con Gino Strada, le responsabilità del Governo Karzai (che deteneva e ha pertanto liberato i comandanti talebani) sfumate rispetto alla mancata messa in sicurezza dell'accordo e finanche a fronte dell'incredibile sequestro, detenzione e tortura da parte dei servizi segreti Afghani del mediatore di Emergency Rahmatullah Hanefi. Questo e molto altro ancora è quanto ci viene propinato (e hanno ancora il coraggio di chiamarlo  dibattito politico o a seconda dei casi informazione). Ipocrisia per celare l'ennesimo assalto al governo Prodi .Tutti i governi (anche quello britannico, anche quello francese,persino quello presieduto dalla CDL, che oggi invece prende inutili e speciose distanze) hanno trattato con i tagliagole e gli assassini, tutti hanno pagato riscatti e fatto liberare prigionieri, e a tutti nelle smagliature di una trattativa difficile, con intelocutori incerti e in zona di guerra è, in qualche caso sfuggito di mano il controllo della situazione :Baldoni, Calipari, Quattrocchi....Vada il governo a chiarire ogni questione in Parlamento e, se serve, rimuova l'impedimento del Segreto di Stato.Tutto è meglio,tutto è infinitamente più dignitoso di questo pianerottolo.Soprattutto non siano lasciati soli Emergency e Gino Strada, preziosa la sua opera umanitaria e di mediazione ma  insufficiente ad evitare che se ne colpiscano  gli operatori con  ogni possibile ignominiosa illazione : da quella di curare chiunque senza denunziare alcuno (la Croce Rossa avrebbe, nel caso, lo stesso obbligo) a quella (tutta dedicata a Gino Strada) di aver affiancato Bin Laden a Bush in una circostanza, e in un 'altra,  quest'ultimo a Hitler. Adesso la credibilità dei mediatori passa per le opinioni politiche espresse a mezzo iperbole e paradosso. Suvvia..dopo tutto questo tragicomico teatro c'è ancora qualcuno che sostiene che col Nemico non si tratta?

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lunedì, 09 aprile 2007
13:37

Io ci ho provato

a voltare pagina e a scrivere dei fiori e del terrazzo, poi però la notizia  dell'uccisione di Ajmal Naqshbandi ha reso ridicolo, qualunque momento di ottimismo e di speranza.Quand'è così  diventa stupida anche la cavatina consolatoria della vita che continua.Non meno avvilenti sono le polemiche di contorno  .E' difficile stabilire se il governo italiano abbia o meno fatto tutto il possibile per impedire l'esecuzione di Adjmal e poi lasciano francamente interdetti le posizioni di quelli che, per carità - con i tagliagole non si tratta - ma poi si lamentano perchè non si è trattato abbastanza.Di sicuro Karzai insensibile alle sollecitazioni di una preoccupatissima  Stampa Afghana ,negando con decisione la possibilità di trattative che concernessero la liberazione di altri prigionieri,ha accelerato l'epilogo della vicenda.Ma chi può dire?Può esistere una liturgia dei sequestri? Un codice d'onore da rispettare?Una serie di passaggi diplomatici da seguire ,in questi casi? Come dimenticare Enzo Baldoni a proposito di ostaggi o di trattative oscure,se mai ce ne furono.Adjmal aveva venticinque anni, Mastrogiacomo ne aveva scritto con affetto, come di un compagno con il quale aveva condiviso un momento terribile e del quale,verso la fine dell'esperienza comune, aveva visto venir meno l'ottimismo. E' stato decapitato nel distretto di Garmsir della provincia dell'Helmand prima della scadenza dell'ultimatum. Abbiamo chiesto il rilascio di due comandanti talebani in cambio di Adjmal Naqshbandi ma il governo ha ignorato le nostre richieste e oggi, alle 15.05 ora locale lo abbiamo decapitato -  è stato il comunicato del portavoce del mullah Dadullah

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mercoledì, 28 marzo 2007
17:34

Trattare con il nemico

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Dopo trent'anni di guerra, non ce la possono fare da soli, L’Afghanistan è,  un failed state in cui è in corso una delle più gravi emergenze umanitarie della storia recente. Non solo conflitti, ma povertà, violenza, emarginazione, analfabetismo.Non ci sono soluzioni militari vincenti ne' esibizione di muscoli che possano restituire a creature come questa, un'idea di futuro.La comunità internazionale deve sostenere con vigore la crescita di una società civile moderna, avanzata e innovativa, che per ora si trova stretta tra warlords, fondamentalismo talebano, criminalità organizzata e società tradizionale conservatrice. In quest'ottica abbiamo armato i soldati,per proteggere lo sforzo di ricostruzione.Bisogna separare in modo netto l’azione bellica della coalizione anglo-britannica contro il regime talebano (Enduring Freedom), dall’intervento di stabilizzazione e sicurezza, affidato alla Nato (Isaf). Usa e Gran Bretagna, in quanto parte in conflitto e forza occupante,non possono indossare il casco blu della forza di pace. Confondere forza belligerante con missione di pace è un errore fatale che  in Somalia nel 1992-93, e successivamente in Iraq,ha portato al fallimento.Il Consiglio di sicurezza dovrebbe decidere l’invio di una forza multinazionale più ampia della sola Nato, il nucleo anglo-americano è ormai percepito con ostilità da una parte crescente della popolazione, includendo paesi neutrali e musulmani.
Intanto tra caos fondamentalismi povertà e guerra,i talebani stanno assumendo sempre più il ruolo di “movimento di liberazione”, agli occhi di molti afgani, e controllano quasi metà del territorio. L’opzione militare, nei loro confronti appare sempre più inefficace e rischiosa per la popolazione civile che paga l'Iirresponsabilità di una parte dell'occidente con decine di migliaia di morti.La conferenza di pace,così irrisa e banalizzata, è invece una soluzione.Trattare con il nemico è la strada.Senza la presenza dei talebani, ogni negoziato sarà inefficace.L'alternativa,gli eserciti le soluzioni militari,le prove di forza, significherebbero soltanto una carneficina senza fine.

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martedì, 27 marzo 2007
11:49

Lezioni di stile (giochetti da Camera Alta)

afghanistanPoichè la priorità è mandare a casa Prodi, la CDL, al netto dell'UDC,  ha infine deciso per l'Astensione (che come ognuno oramai sa ,al Senato equivale ad un voto contrario), sul decreto di rifinanziamento delle missioni all'estero( Afghanistan in particolare).Comunque vada l'avvicendamento degli Ordini del giorno, inutili trappole vagheggianti mutamenti di regole d'ingaggio, tecnicamente impossibili almeno in quella sede, appare improbabile una caduta del Governo, almeno per quest'oggi.Seppure non ci fosse autosufficienza dei voti da parte della maggioranza,la visita di Prodi al Quirinale non sarebbe dovuta,potrebbe, è vero, recarvicisi l'Opposizione, stavolta con l'UDC, ma a quel punto il Presidente Napolitano non potrebbe far altro che richiamare garbatamente  i pretendenti ad una presa d'atto della realtà : uno stesso decreto che passa alla Camera con approvazione pressocchè plebiscitaria (voti favorevoli della CDL compresi) e al Senato con buon margine (voti della CDL esclusi),non si vede come possa costituire elemento di crisi.Si chiude così una settimana in cui non sono state risparmiate al Governo rampogne e lezioncine sulla Credibilità Internazionale,sul Mantenimento dei Patti,sull'inveterata abitudine della sinistra a trattare con  tagliagole e con furfanti di ogni risma (Hezbollah e Hamas) e sull'utilizzo della mediazione di ambigue organizzazioni non governative in luogo dei nostri  limpidissimi servizi segreti.L'opposizione però così prodiga di lezioni di stile, non ha il buon gusto di precisare che  se il decreto venisse respinto, tutte le missioni all'estero sarebbero annullate.Un modo singolare di concepire coerenza e fedeltà ai patti.Nel decreto di rifinanziamento sono compresi oltre che gli stanziamenti, anche elicotteri per spostamenti di truppe,aerei spia telecomandati e alcune squadriglie di velivoli da combattimento.Incrementare i mezzi non significa cambiare le Regole d'Ingaggio che a detta del comandante Nato italiano Generale Satta, in un'intervista concessa ieri al Corriere della Sera, sono sufficienti per proteggere la missione di peacekeeping, così come è stata concepita.Si da il caso però che a fronte di episodi di rottura della tregua tra Talebani e Consigli dei Villaggi - vedi incursione all'inizio di febbraio di un commando di duecento Talebani che ha disarmato la polizia locale nella regione di  Helmand,  l'impostazione difensiva del contingente italiano che controlla la prospiciente zona di Farah, va rafforzata .Il problema della sicurezza continua ad essere la principale piaga in quella regione caratterizzata da profonda instabilità ed eterogeneità etnico-tribale con alleanze a geometria variabile.Si può essere o meno d'accordo con la presenza militare in Afghanistan ma finchè ci sono truppe, va garantita loro la possibilità di permanenza in sicurezza.Ma a quanto sembra per la CDL questo è un problema del tutto secondario rispetto alla sconfitta del governo Prodi.I termini di questa complessa ed autodistruttiva strategia politica,spiegheranno agli Stati Uniti di cui si dichiarano amici fedeli ed acritici sostenitori ma soprattutto ai soldati italiani e al popolo afghano,la retorica intorno ai quali, rimane l'unica attenzione che la Destra sa dedicare.

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venerdì, 23 marzo 2007
16:48

Pericolose modalitĂ  di rilascio (A la guerre comme Ă  la guerre )

AfghanistanIl rituale del post dissequestro ( in questo caso ci è stata risparmiata la sparatoria al check point) prevede che, trascorse le manifestazioni collegiali di ansia, trepidazione e solidarietà ai parenti,si passi direttamente a fare il pelo all'ostaggio appena tornato in libertà. L'abito,l'espressione del volto,il backround,la necessità di prestare servizio in zona di guerra e - la più elegante di tutte - quanto possa essere costato al contribuente riavere lo scavezzacollo, la liberazione del quale, durante i giorni neri dell'attesa, tutti reclamavamo con forza. Così accadde per Simona Pari e Simona Torretta, così per Giuliana Sgrena e per altri.Ribadire  la centralità della vita umana è l'espressione più alta del fare politico ma non è una strada alla portata di tutti , vale a dire : non di tutte le Forze Politiche.Il caso Mastrogiacomo, prigioniero dei talebani,cioè del Nemico Numero Uno e liberato per di più con procedure ritenute irrituali , cioè,a dirla tutta, senza l'intervento diretto del Sismi, ma con l'apporto  determinante dell'Organizzazione di Gino Strada,non solo non fa eccezione ma è diventato subito occasione di indecenti speculazioni politiche anche su scala   internazionale e per quanto possa sembrare impossibile che Karzai abbia liberato  due prigionieri senza sentire gli Stati Uniti,Washington ha dichiarato d'ignorare che da quelle parti si stesse trattando per lo scambio di prigionieri  e  bacchettato il Governo italiano quel tanto che basta per chiedere più impegno sul piano militare.A la guerre comme à la guerre ed è proprio per questo che se la guerre non la raccontassero i Mastrogiacomo  a noi rimarrebbero solo i video di Alqaeda o quelli del Pentagono,I corrispondenti  svolgono un lavoro prezioso,il rischio anzi è che l'attività di reporting venga,in nome della solite sicurezza ed emergenza, incapsulata negli eserciti al seguito dei quali la libertà d'informazione non è considerata un'esigenza prioritaria.Spiace il riferimento (eterno e dietrologico ) alla gigioneria e alla smania di protagonismo (di Enzo Baldoni,il meno embedded di tutti, dissero che s'era andato a fare una vacanza elettrizzante in zona di guerra) dei civili,giornalisti o cooperatori e spiace ancor di più vedere ridotto o sminuito il ruolo di Emergency che oltretutto  con l'alto prezzo dell'incarcerazione del  mediatore Rahmatullah Hanefi sconta il proprio senso di responsabilità e la propria capacità di essere interlocutore credibile presso i talebani,unico forse,come unici sono gli ospedali in zone in cui non esiste altra struttura sanitaria.A la guerre comme à la guerre.Ognuno ci va con i mezzi che gli sono più congeniali, chi con i mustang o con i mortai, chi rendendo disponibile il proprio coraggio e la propria capacità di raccontare,chi con il riconoscimento dell'umanità del nemico con il quale sarà inevitabile trattare se si ha davvero a cuore la pace.

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domenica, 14 gennaio 2007
15:27

Counterinsurgency !

 

Poichè da qualunque parte oramai viene detto che  la Prima Potenza Mondiale, nonostante l'ingente dispiego di uomini, mezzi e quattrini,non sappia fare la guerra ( a parte i bombardamenti a tappeto di centinaia di chilometri  prima e oltre l'obiettivo,le torture,la vaporizzazione di gas venefici e  le impiccagioni all'albero più alto) ma soprattutto fronteggiare la guerriglia, ecco qui servito il  pilastro militare della nuova strategia irachena di George W. Bush. E' tutto contenuto in un libro di 280 pagine con una copertina uguale alla tuta mimetica dei soldati al fronte. Il titolo è di una sola parola: “Counterinsurgency”, Antiguerriglia. Trattasi del manuale antiterrorismo in dotazione ai capi dei marine e dell’esercito americano preparato meno di un mese fa nel quartier generale del Pentagono dalle migliori intelligenze dell’esercito americano, coordinate dal generale con laurea a Pricenton David Petraeus.Leggere il prontuario aiuta a capire che cosa potrebbe succedere nei prossimi mesi a Baghdad e nella provincia di Anbar, dove i rinforzi americani (21.500 nuovi soldati) e il rinnovato impegno iracheno (altri 10 mila uomini) proveranno a spazzare via milizie scite  e sunnite da due zone distinte del paese.  Non ci saranno potenti azioni militari su vasta scala come a Fallujah, piuttosto una continua, costante e quotidiana presenza sul territorio dei militari americani, affiancati agli iracheni, in tutti i quartieri oggi in mano agli insorti. L’obiettivo è quello di liberare le zone non controllate governo iracheno e di avviare seduta stante, con la protezione dei soldati, la ricostruzione.Dev'essere  dopo la lettura di una simile notizia che Michael Moore si è risolto a scrivere una lettera aperta a Bush "Capo, dammi retta,l'unico modo per sfangarla stavolta è inondare l'Iraq con milioni di noialtri,per far fuori un paese di ventisette milioni di abitanti devi mandare laggiù almeno ventottomilioni di americani.Così ventisette milioni accoppano un iracheno ciascuno,l'altro milione ricostruisce il paese.Facile.Ma, burlonate e prontuari maculati a parte,George W. Bush è alla ricerca disperata di una nuova strategia che gli valga se non la vittoria,  quantomeno il prender tempo, quel tanto che basta a far ricadere le responsabilità del flop sul suo successore.Resta da vedere se il Congresso, oramai a maggioranza democratica e che ha il potere di bloccare i finanziamenti alla guerra in Iraq, si attesterà sul mandato conferito dagli elettori a novembre, che era con molta nettezza di contrarietà alla guerra.Nel frattempo si prepara un' imponente mobilitazione a Washington per il 27 gennaio proprio allo scopo di rammentare agli eletti che il popolo americano non è interessato ad una nuova direzione in Iraq ma come raccomanda il cartello tra le mani della bella ragazzina dell'immagine,ad uscirne.

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martedì, 02 gennaio 2007
13:11

Tremila (sinfonia dal nuovo mondo per il nuovo secolo)

 

l'Uomo dell'anno per il New York Times ha i connotati dei 3000 caduti di Iraqi Freedom : si chiamano Dustin,Down,Lee,Timoty Joseph... e tutti insieme configurano un solo volto .La foto è multipla e interattiva : c'è la stringa da interrogare, oppure il mouse può percorrere, sfiorandola, l'immagine e rivelare l'identità del milite.Hanno rimandato a casa le loro spoglie nelle bandiere,legate strette perchè sembrassero intere.I media americani sembrano essersi finalmente accorti della tragedia irachena.Tuttavia mentre al link Their stories dello stesso articolo troviamo il sergente Flanagan di anni ventidue, morto in un attentato,nulla è dato sapere dei morti iracheni sepolti nelle fosse comuni,il contrasto stride ma tant'è,questa è un'altra delle pietre miliari di George W.Bush,come l'esecuzione di Saddam Hussein la cui impiccagione sembrava così asettica nel (muto) filmato ufficiale e poi è bastato aggiungere il "sonoro" per scoprire che il gentile e pietoso pubblico che ha assistito all'esecuzione,nonchè i boia volontari e  incappucciati hanno insultato ripetutamente il condannato, con invocazioni e preghiere Scite,con inviti ad andarsene all'inferno e tanto per girare  il coltello nella piaga, fino all'ultimo istante hanno inneggiato al nome dell'acerrimo nemico, Moquada al Sadr.La leggenda narra che le ultime parole di Saddam siano state "I veri uomini non si comportano così".E come dargli torto? Dice Montesquieu nelle Considerations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur décadence  che non c'è tirannia più crudele di quella perpetrata sotto lo scudo della Legge e in nome della Giustizia.Quanto a questo, George W. Bush che pretende di rappresentare le vittime irachene con i suoi giustizia è fatta, ha aggiunto pietre miliari in quantità ma l'esportazione della democrazia ha i suoi prezzi e dunque da Abu Ghraib a Guatanamo, passando per le invasioni di Stati Sovrani,dimostra che non c'è differenza tra le esecuzioni sommarie e i linciaggi e le condanne comminate da Corti Regolari in seguito a Regolari Processi, i quali in tutte le culture giuridiche del mondo, si celebrano proprio per sottrarre gl'imputati alle pulsioni incontrollate e alla vendetta della folla. Il nuovo secolo si apre con una sonora sconfitta della stessa idea di Giustizia e il ripristino della Barbarie impersonata dal ritorno in grande stile dell'occhio per occhio.Il  "mai più" (guerre,pena di morte,processi senza garanzie) della fine della seconda guerra mondiale, è diventato carta straccia sotto ai tacchi di Iraqui Freedom.Un bell'esordio  per l'anno e il secolo a venire

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domenica, 31 dicembre 2006
02:16

Iraqi freedom

L'anno si chiude con la botola che inghiotte Saddam Hussein ,con i tremila dead men walking appena inviati da Bush in Iraq,con la recente scoperta della prigione di Bassora  dove centinaia di uomini sono stati torturati ed assassinati  e con le parole del New York Times "la condanna a morte dell'uomo di Baghdad chiama in causa la nostra capacità di creare un mondo nuovo e migliore.Nè la destituzione di Hussein ne' la sua esecuzione otterrà questo risultato.La questione importante era quella di accertare le responsabilità del dittatore con un processo condotto in modo accurato e scrupoloso mentre è stato di parte,politicizzato e viziato.Quello che poteva essere uno spartiacque è stata un'occasione perduta.Dopo quasi quattro anni infatti è arduo vedere cosa sia davvero cambiato in Iraq"

Si prevedono  bagni di sangue dopo l'esecuzione, come se  la pulizia etnica tra Sciiti e Sunniti non insanguinasse di giorno in giorno il paese scelto per risarcire l'11 settembre.La testa di Saddam non servirà ad invertire il corso delle vendette arbitrarie,non favorirà lo Stato di Diritto in Iraq.Inquinerà ancor di più,moltiplicherà l'odio come è già avvenuto con l'integralismo religioso.La sentenza di morte appare come una affrettata e formale cerimonia per mettere una volta per sempre una pietra sopra alla storia del regime di Saddam Hussein e alle connesse connivenze americane.

Perché quel regime non avrebbe mai prosperato senza il sostegno degli Stati uniti che all'epoca dei crimini contestati a Saddam - l'uccisione di 140 sciiti a Dujail, il massacro di migliaia di curdi - erano i primi alleati del rais di Baghdad.Infine, sul destino del corpo di Saddam si gioca la residua possibilità di pacificare l'Iraq disceso ormai in una guerra civile per la spartizione del paese che fa più di cento morti al giorno. Mentre gli sciiti esultano, i sunniti covano ulteriore rancore e ingrossano le fila degli insorti. Ed esulta Al Qaeda nemico giurato del regime secolare del rais. Ora che Saddam  è stato promosso al rango di martire, il solco scavato tra le anime del popolo iracheno sarà più profondo di una ferita mortale.


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lunedì, 18 dicembre 2006
15:52

Se il fine giustifica i mezzi

 

Il presidente palestinese Abu Mazen, con una mossa forse non del tutto  illecita sotto il profilo della costituzione approvata al tempo di Yasser Arafat ma certo molto poco rispettosa della volontà liberamente espressa dal popolo, vuole indire nuove elezioni con l'obiettivo dichiarato di scalzare dal potere Hamas. Non hanno tutti i torti i dirigenti di quel partito di gridare al golpe (ovviamente non di sparare colpi di mortaio sull'ufficio del presidente a Gaza).
La mossa di Abu Mazen corrisponde agli orientamenti (se non ai desideri e alle pressioni) degli attuali governi degli Usa e di Israele, di una parte dell'opinione pubblica e dell'establishment europeo  i quali ritengono che lo scontro in atto nella regione sia, fondamentalmente, uno scontro tra democratici per definizione filo-occidentali e non democratici per definizione anti-occidentali.Agli occhi di costoro  l'intenzione poco democratica di Abu Mazen ha la salvifica connotazione del fine che giustifica i mezzi. Se serve a far trionfare la "parte giusta", anche su uno strappo alle regole della democrazia si possono chiudere gli occhi. È apparentemente la logica che fu dietro al consenso generale con cui, salvo pochissime eccezioni, fu accompagnato il colpo di stato che mise in mora il risultato che aveva premiato gli estremisti islamici del Fis nel '91 in Algeria: piuttosto che vedere dei tagliagola al governo di un paese importante e con una classe dirigente di tradizioni laiche, meglio accettare come male minore una "provvisoria" sospensione della democrazia.
Ma a differenza di quanto avvenne con l'Algeria quindici anni fa, lo strappo non conterebbe su un consenso internazionale quasi unanime. Al contrario: una buona parte del mondo islamico lo considererebbe un atto di ostilità, la prevaricazione di una parte contro un'altra, degli epigoni di un regime corrotto sui difensori del popolo e, soprattutto, di una classe dirigente troppo propensa al compromesso "con il nemico" sui più intransigenti paladini dell'indipendenza palestinese. Date queste premesse, non è difficile immaginare con quanta virulenza la lotta si riaccenderebbe, tanto fra le fazioni a Gaza e in Cisgiordania, quanto tra i moderati palestinesi e i regimi, e le forze, dell'Islam più radicale.


Poiché Abu Mazen ha dimostrato di essere un politico molto accorto, è impensabile che non abbia calcolato la diversità con il caso algerino e i rischi di una ulteriore radicalizzazione dei contrasti, in Palestina e fuori. L'unica spiegazione è perciò che dietro la sua intenzione ci sia la speranza, se non la certezza, che Fatah possa vincere nelle urne contro Hamas. Presupposto di una simile convinzione è che i fondamentalisti siano divisi e profondamente indeboliti dal loro fallimento politico: la bancarotta dell'Anp, l'evidente delusione in quanti avevano creduto alle lusinghe di quella sorta di welfare d'ispirazione religiosa che Hamas prometteva e in qualche modo già praticava, l'isolamento internazionale.
Ma è fondato questo pregiudizio del presidente palestinese e dei vertici di Fatah? Molti dubbi sono leciti. Divisioni all'interno di Hamas certamente ci sono, e Abu Mazen cerca probabilmente di metterle a frutto. Ma l'isolamento del movimento è molto relativo. Inoltre, tutta la storia del Medio Oriente (e non solo) dimostra che nei processi di radicalizzazione sono proprio le componenti più radicali ad avvantaggiarsene fin dall'inizio a , a dispetto dell'approccio razionale ai problemi. L'approfondirsi delle divisioni all'interno del campo palestinese, così come del campo arabo e islamico in generale, non hanno mai avvicinato di un passo né la pace, né, più modestamente, un approccio più realistico e positivo al confronto. Per dirla in un altro modo, una guerra civile aperta e dura in campo palestinese indebolirebbe sicuramente l'Anp ma non rafforzerebbe certo Israele, né aiuterebbe gli occidentali che per esercitare la loro mediazione hanno bisogno di interlocutori anche ostili ma comunque il  il più possibile rappresentativi.
È una lezione, quest'ultima, che i dirigenti israeliani non sempre hanno mostrato di recepire giocando spesso sulle divisioni nel campo palestinese, e della quale dovrebbe essere capaci di tener conto anche gli americani e gli europei. Dove ha fallito l'esportazione della democrazia con le armi, sono destinati a fallire anche i distinguo nell'applicazione della democrazia formulati in base alla considerazione se i protagonisti siano "amici" o "nemici"

 

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giovedì, 26 ottobre 2006
18:30

Un infinito equivoco

Ritenendosi realizzatore del migliore dei mondi possibili e scopritore-inventore della formula costitutiva di un inscindibile insieme di libertà, verità, giustizia, ragione, tolleranza e ricerca della felicità, l'Occidente moderno non è praticamente disposto a tollerare in alcun modo "l'Altro da Sé"; esso non può accettare alcuna forma di civiltà che sia diversa dalla sua ma di pari dignità né ritenere possibile che possano esistere alternative (e, meno ancora, ch'esso possa essere in torto). Gli apologeti dell'Occidente, confondendo tra relativismo etico e relativismo antropologico, mostrano d'ignorare la grande lezione di Levi Strauss secondo la quale ciascuna civiltà va giudicata nel suo complesso e non c'è nulla di più improponibile di isolarne i singoli componenti per esaminarli alla luce di principî che non sono i suoi.
Ne consegue che l'Occidente moderno è affetto dall'infezione totalitaria espressa dal suo "pensiero unico" che lo conduce a concepire un unico modello di sviluppo per tutta l'umanità. Esso è, inoltre, vittima d'una schizofrenia irremissibile tra la tolleranza e i diritti dell'uomo, valori che ritiene fondanti della sua identità, venera a parole e sostiene di difendere, e il nucleo duro e profondo della sua realtà fondata sull'avere e sul fare anziché sull'essere: la Volontà di Potenza. La folle neoideologia dell'"esportazione della democrazia" proposta dal gruppo dei neoconservative ispiratori della politica del presidente Gorge W. Bush jr., il gruppo dei Wolfowitz, dei Perle, del Kagan, dei Rumsfeld, si fonda sulla vertigine di questa persuasione di eccellenza e di superiorità, sulla convinzione di un "destino manifesto" in grado e in diritto di estendere a tutto il mondo quel "cortile di casa" che, nella tesi isolazionista di Monroe (1823), si estendeva all'intero continente americano. Che poi questa sconfinata volontà di potenza, questa ineusaribile ricerca del benessere, della sicurezza della felicità, finisca in realtà col rendere chi cade in questo vortice eternamente insicuro, infelice e inappagato, è un altro discorso: ma nasce proprio da qui il rischio della "guerra infinita" nella quale i cantori del nuovo Occidente rischiano di trascinarci.
Ma, sul piano delle definizioni, siamo nel campo d'un infinito equivoco. L'Occidente sembra oggi una "cosa" reale, un termine chiaro che indica un soggetto preciso: quella "civiltà occidentale" che, secondo Huntington, corre il rischio di venire assalita da altre civiltà, compatte e ben delineate come la sua ma ad essa ostili. Peccato che si tratti soltanto, al contrario, di nomina nuda. "Occidente" non è una cosa, una realtà geostorica o geoculturale: è una parola equivoca, che ha subito nel tempo una serie di slittamenti semantici e il cui attuale significato è tanto recente quanto equivocamente e perversamente diverso da come lo intendono molti europei convinti che esso ed Europa siano quasi sinonimi.
Al di là dell'antica contrapposizione tra Asia ed Europa,la fusione dei valori "orientali" (asiatici) e di quelli "occidentali" (ellenici e poi romani) è passata attraverso le grande sintesi ellenistica, avviata da Alessandro Magno e perfezionata da Cesare.I termini "Oriente" e "Occidente", nel mondo tardoantico e medievale, sono stati certo utilizzati: ma nella prospettiva del rapporto tra la pars Orientis e la pars Occidentis dell'impero romano uscito dalla spartizione imposta dal testamento di Teodosio, alla fine del IV secolo.
Nonostante quanto oggi si crede, l'uso corrente d'identificare la "nostra" con la "civiltà occidentale" è recente. Ancora ai primi del XX secolo, si parlava piuttosto d'Europa, della magia, del favoloso-irrazionale. La civiltà europea sentita da Hegel come "la grande sera" del giorno della civiltà umana è forse il punto d'arrivo del maturare di questa concezione.
Il mutamento importante che riguarda i nostri giorni ha radice però nella pubblicistica statunitense. E' nel XIX secolo che scrittori e politici statunitensi guardano al loro continente e agli States come a quell'Occidente di libertà contrapposto al quale c'è un "Oriente" che gli europei non si aspetterebbero: l'Europa, appunto (del resto ineccepibilmente e obiettivamente a est dell'America), terra dell'autoritarismo, della tradizione, degli infiniti ceppi teologici e giuridici che imbrigliano la libertà.
Quest'identità statunitense di Occidente e libertà è tornata, dopo Yalta, a sostanziare di sé la nuova dicotomia del potere , distinta ormai fra un "Mondo libero" e un "Mondo socialista": due mondi che appunto s'incontravano e confinavano nella Cortina di Ferro che tagliava in due l'Europa; e che convergevano nel far sparire il concetto stesso di Europa. La fine del tempo dell'equilibrio tra le due superpotenze (guerra fredda sì, ma anche spartizione e sotto molti aspetti complicità) ha condotto con chiarezza a una nuova situazione, definita appunto da Samuel P. Huntington: l'Occidente come cultura unitaria e compatta, ma caratterizzata dalla leadership della volontà politica e dei valori elaborati dagli Stati Uniti, cui la "vecchia Europa" è chiamata in molti modi a uniformarsi e rimproverata di non uniformarsi abbastanza. Dinanzi a questo nuovo "Occidente", l'Europa - conforme del resto anche alla realtà geografica del globo dovrebbe forse rintracciare la sua vocazione di civiltà nata e cresciuta in stretto contatto con il mediterraneo, l'Asia e l'Africa, e alla luce di ciò rivendicare un ruolo di cerniera con gli "Orienti". Essere occidentali ed essere europei non è più sinonimo.

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sabato, 23 settembre 2006
13:38

Usurpatori

guantanamoLa più "ingenua" che m'è capitato di leggere è stata "io non sono pro islam" come se il dibattito intorno allo scontro di civiltà comprendesse un quesito binario come ai referendum. o peggio come fossimo allo stadio, curva nord o curva sud ? Alla fine di una defatigante competizione verbale svoltasi altrove, la misura dell'inutilità dei fiumi di parole spesi, sta tutta nella necessità che alcuni esprimono di "schierarsi" di essere pro o di essere contro .Come se si potesse saltar fuori da se stessi per andare a collocarsi in etnie, religioni e storie e filosofie  diverse dalle proprie.Quello che  si richiede oggi è esattamente l'opposto. La mia considerazione di chiusura posso depositarla seppur con rammarico, solo qui :

L'Occidente ferito ha reagito tirando fuori il peggio di sé. Si è diviso saccheggiando la galleria dei classici del pensiero moderno (peraltro già terremotata dai cambiamenti del mondo postmoderno), impugnando il Leviatano di Hobbes contro la Legge di Kant come se non appartenessero alla stessa matrice. E armato della gloriosa triade della civilizzazione occidentale otto-novecentesca - democrazia, giustizia, libertà - è partito per la conquista dei barbari con una guerra che di quella triade mostra solo le crepe profonde. . La guerra per la "giustizia infinita" e per la vittoria del Bene contro il Male ha stracciato cinquant'anni di diritto internazionale e ha riesumato una pratica di giustizia sommaria antecedente a qualunque Stato di diritto: detenzione infinita dei prigionieri di Guantanamo, riabilitazione della tortura come normale metodo di intelligence,  schedature delle comunità arabe. Io credo che dovremmo piangere sulle ferite inferte dall'Occidente a se stesso. Fuori dall'Occidente non possiamo cadere: non c'è un altrove che ci salverà dai suoi misfatti. Ma non possiamo neanche avallare tutto questo, stringendoci a corte di chi dai posti di comando ne sfigura eredità e esiti. Non è sulla linea del fronte contro lo straniero che la situazione ci chiama a combattere, ma sulle mille linee interne al fronte occidentale, nelle nostre quotidiane democrazie sfigurate. Se abbiamo a cuore le sorti dell'Occidente, non è dai barbari accampati ai suoi confini ma dagli usurpatori insediati ai suoi vertici che dobbiamo difenderlo

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martedì, 29 agosto 2006
18:58

Quale Europa

Un 'Europa più politica impiantata su  cardini differenti ,rappresentanza,stato di diritto,stato sociale,memoria,cultura,non sarebbe  meno potente di quella economica delle banche e della moneta unica,semplicemente, più capace di contrasto rispetto ai modelli imperanti della "potenza".E quale Europa è in gioco è bene chiarire mentre si plaude al  ruolo acquisito nel contesto mediorientale.Non sono in questione solo regole d'ingaggio,strategie e tecniche militari ma  sensibilità politica e sociale, intelligenza storica,di capacità di dialogo, senso del diritto, volontà di rispondere ai cittadini continentali delle strategie geopolitiche.Sul campo non si misurerà solo la forza ma l'idea d'Europa e l'immaginario europeo gravato dai ritorni di antisemitismo e islamofobia.Questo contesto ,speriamo,la missione rimetta in movimento,non in Medio Oriente ma in Europa.Un tratto di costituzione europea che si sta facendo e si farà fuori dei confini d'Europa.

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domenica, 27 agosto 2006
16:40

Qui

GazaStrip2L' intervista di D'Alema ad  Haaretz sulle future possibilità  di schierare le truppe Onu sulla striscia di Gaza ha incassato,com'era prevedibile,un "E' troppo presto,Israele ha bisogno di constatare  che il coinvolgimento internazionale in libano abbia fornito risultati concreti " da parte del ministro degli esteri Regev .Non male per essere una dichiarazione resa durante lo Shabbat  (giorno festivo in cui ogni attività viene sospesa )e per contenere un seppur esiguo spiraglio. Del resto Israele con l'eccezione di Moshe Sharret negli anni 50 e Ytzhac Rabin negli anni 90, ha sempre rifiutato l'idea della creazione di uno stato  palestinese che non fosse una specie di  ghetto ma se non supera questa concezione che discende prima di tutto dalla paura, non sarà mai al sicuro, ne' accettato del mondo arabo.Senza una soluzione equa,  il virus Palestina impedirà qualsiasi stabilizzazione duratura del Medioriente, reso ancor più esplosivo da sciagurate politiche di "lotta al terrorismo" o di "esportazione della democrazia" ,con conseguenze che potrebbero rivelarsi nefaste per la sicurezza di tutti.Ieri Kofi Annan ha concordato con Prodi  sulla centralità della questione palestinese in seno alla crisi mediorientale.Il comunicato diffuso da palazzo Chigi chiarisce "Entrambi (Annan e Prodi) hanno convenuto  che occorrerà dar corso rapidamente agl'impegni presi in Libano senza dimenticare gli altri nodi politici nella regione mediorientale,a partire dal problema palestinese che resta centrale per pervenire ad una pacificazione dell'area. " Se la missione in Libano dovesse avere una qualche possibilità di successo,l'ipotesi di una forza di pace possibilmente a guida Europea  potrebbe indurre Israele a rompere gl'indugi ,essendo quel particolare contesto infinitamente  più rassicurante e credibile per avviare una soluzione negoziata.Sarebbe uno straordinario successo della Vecchia Europa dei negoziati e del dialogo sui modernismi delle armi preventive,successive e future come Soluzione Unica di tutti i contenziosi.

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domenica, 27 agosto 2006
11:50

Arrivano i nostri

esterne012347500109235250_bigNon risulta che Romano Prodi sia un pokerista incallito, eppure nella partita giocata per far crollare le resistenze di Jacques Chirac, hanno vinto,a parte la credibilità e la rete di rapporti conquistata mentre era Commissario Europeo,  la determinazione e l'audacia che sapientemente dosate, spesso si rivelano indispensabili per vincere a quel gioco.Una settimana fa,  quando il disimpegno di Gran Bretagna e Germania e la defezione improvvisa della Francia sembravano poter  determinare il fallimento della risoluzione,Chirac ha lanciato la palla della direzione della catena di comando a Prodi che ,a sorpresa, si è dichiarato disposto a continuare assumendo anche le responsabilità militari dell'operazione, ipotesi immediatamente (nonostante la segretezza del colloquio)  suffragata e resa nota dalle pressioni di Olmert e dal sostegno di Annan e degli Stati Uniti.A quel punto l'invio di una forza sotto comando italiano per ottemperare ad una risoluzione Onu presentata e fortemente voluta dalla Francia, senza però la partecipazione di nessuno dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, avrebbe evidenziato l'incongruenza di Parigi e ridicolizzato l'Europa.Due giorni dopo Chirac ha cominciato a lavorare con Prodi ad una soluzione comune che si è materializzata con la  staffetta di comando sul terreno e con  la cellula  strategica che coordinerà le operazioni dal Palazzo di Vetro.Giovedì Chirac, rassicurato da ulteriori  chiarimenti sulle regole d'ingaggio, ha potuto annunciare alla nazione l'invio di un contingente di duemila uomini ,duecento dei quali sono sbarcati al mattino successivo, nel frattempo   anche Spagna e Belgio hanno aumentato la consistenza delle rispettive truppe.L'Europa ha potuto così battere un colpo suggellato e amplificato dal successo della riunione di Bruxelles tra ministri degli esteri ,con la partecipazione di  Annan, di venerdì scorso .L'occasione è sembrata irripetibile ed è stato giusto coglierla.Per la prima volta una forza d'interposizione parte con il consenso  di tutte le parti in causa, compreso Israele che questo intervento ha sollecitato.Ma nonostante gli esiti positivi,il  ruolo dell'Onu, e quello preminente dell'Europa, il ritorno in grande stile della diplomazia e della negoziazione, molte sono le preoccupazioni che questa impresa non riesca a trasformare la tregua in pace e che la ripresa delle ostilità sia ancor più disastrosa di quelle che abbiamo fin qui conosciuto.Un punto che desta più preoccupazione è la scelta di Annan di delegare al Libano, cioè al più debole della compagnia, le decisioni più delicate e scottanti : lo schieramento dei caschi blu al confine siriano e il disarmo degli hezbollah.La strada sarà piena di difficoltà,è bene saperlo,perchè la pace che si cerca è appesantita e funestata da decenni di guerre ,di discriminazioni e di stragi, per questo si rende indispensabile che l'opera dei mediatori UE  già al lavoro alla soluzione della crisi,sia intensificata e allargata a Iran e Siria.Due buone notizie stamane lasciano aperta qualche speranza.Una è quella dell'apertura delle trattative,per uno scambio di prigionieri Hezbollah/Israele.L'altra è che Annan dopo aver visitato Libano e Israele sarà in Iran sabato prossimo "per discutere di diverse questioni con le più alte autorità» della Repubblica islamica" come ha precisato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano.

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venerdì, 25 agosto 2006
11:18

I Falsi amici d'Israele

Fuori da una visione geopolitica della questione mediorientale, le argomentazioni diventano sterili e quello d'individuare i nemici e gli amici d'Israele attraverso singoli gesti,resta l'unico gioco possibile (fortunatamente solo dalle nostre parti ).Queste deviazioni del dibattito, altro non sono se non una copertura di atteggiamenti  indifferenti per le sorti del Libano e d'Israele stessa,  alla quale,particolarmente, si dichiara solidarietà pelosa, in nome di un non meglio identificato sentimento di avversione per l'antisemitismo ,senza preoccuparsi minimamente di valutare le potenzialità della missione di pace (anzi.. che ci andiamo a fare?).Intanto gli stessi "solidali", liquidano in fretta  il problema Libano perchè ,in quanto infame ricettore di terroristi ,merita di essere fatto a pezzi e basta .Facilmente s'ignora che Israele è uno Stato con un esercito,un parlamento e un alleato potente e in quanto tale, recepisce le critiche alle quali oppone argomentazioni politiche, senza tirare in ballo l'antisemitismo.Mai.Anzi ,Israele intende ,orgogliosamente e a buon  diritto,essere l'esatto contrario dell'immagine dell'ebreo errante e tremebondo che ha bisogno di sussidio e solidarietà.Altrettanto superficialmente si finge d'ignorare che Hezbollah è  nel parlamento libanese  con rappresentanti e ministri che è fortemente radicato nel tessuto sociale e che ha un alleato a dir poco preoccupante .C'è poco da esserne amici, a meno che non li si vogliano distruggere a cannonate ,bisognerà farci i conti, non trascurando l'alleato.Ma forte è il sospetto che a certi falsi amici d'Israele, le cannonate piacciano.. eccome, visto il disprezzo per i tentativi di ricondurre  quel disgraziato territorio ad un regime di pace e di normalità.Ciò detto, la sinistra difenderebbe l'esistenza dello Stato d'Israele, se fosse messa in causa,poichè la libertà degli ebrei  é uno dei Valori della sinistra.Questo però non può impedire in nessun caso l'esercizio della critica e cioè per esempio di  pensare che gli Hezbollah siano stati creati dalla infausta invasione israeliana in Libano del 1983.Ieri il ministro Livni,intervistata da Fiamma Nierestein che le sollecitava risposte sulla famosa "passeggiata" di D'Alema a Beirut ,ha risposto che l'argomento non le interessava .Diplomazia?Visione politica ampia, piuttosto o individuazione delle priorità .Il quotidiano israeliano Haaretz che oggi pubblica un'intervista a D'Alema, non gli chiede con chi passeggia ma che idea abbia sul disarmo di Hezbollah e sull'eventuale schieramento dei caschi blu anche sulla  striscia di Gaza, ne' v'è traccia su altri quotidiani israeliani di polemiche circa le presunte tentazioni filoarabe e antisemite del governo italiano.Non scherziamo,per piacere,da quelle parti si muore e questa considerazione, che dovrebbe, essere alla base dell'operato di chi la pace ama e vorrebbe costruire,sembra davvero essere l'unica esclusa da tutti i dibattiti tra le curve e i pianerottoli filoisraeliani o filoarabi di casa nostra.

Scritto da sedlex in: guerra e pace
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