giovedì, 06 novembre 2008
14:56

La giacchetta di Barack

Obama 30

Questa corsa all'obamizzazione, prevedibile ma, quantomeno nella gente comune, non sempre connessa con la logica di stare ad ogni costo col vincente, magari ci mena buono e introduce nel dibattito politico, che qui da noi  trascura un po' troppo quel che succede altrove, qualche elemento interessante.

Obama non è l'esplosione inattesa della voglia di invertire la rotta degli elettori statunitensi ma egli stesso l'incarnazione di un cambiamento che nella testa e nel profondo dell'animo degli americani, è già avvenuto. Differentemente da quanto capita spesso in politica : la voglia di cambiare, senza essere disposti a cambiare noi stessi, quel che poi diventa un fertile terreno per l'inverarsi di logiche gattopardesche.

Ed è proprio il colore della pelle di Barack Obama, la spia inequivocabile di questo mutamento. Assai più di un afroamericano : un meticcio. La prova vivente della società in complessa evoluzione.

Dunque lasciamo pure che lo si tiri un po' per la giacchetta, in questi giorni si sente affermare qualsiasi cosa : che Obama è per le coppie gay e non lo è, che è per l'aborto e che non lo è,  che è più vicino alla destra che alla sinistra o viceversa, che è un esponente dell'elite liberal o che ha uno spirito autenticamente popolare e via dicendo.

Non vale la pena, al di fuori di ambiti ufficiali, di aggiustare il tiro o di frenare gli entusiasmi. Non c'è niente di male se ognuno vuol  appropriarsi di una figura, a conti fatti, estremamente positiva. Obama esce da una campagna elettorale ipercontrollata da severissimi esperti. Alla fine di queste corvee in cui anche i particolari più infinitesimali, vengono  vagliati, essere riuscito a sembrare egualmente naturale e spontaneo, è già un risultato incredibile. Doveva convincere e vincere, cioè piacere alla gente. E (fortunatamente) ci è riuscito.

 Di qui a poco però, Obama sarà alle prese con problemi, i più gravi che si possano immaginare dai tempi di Roosevelt, con una stritolante macchina del potere, con le enormi aspettative che un'elezione come la sua, importa. Dovrà trovare una difficile quadratura tra questi elementi. Un banco di prova importante per sè, per il Partito Democratico, ma anche per i suoi sostenitori. L'universale consenso è destinato a scemare per lasciare il posto ad altre stagioni.

Il messaggio di Chicago conteneva forti allusioni alle difficoltà dell' immediato futuro in termini di comprensione delle scelte.Ma ... Io sarò sempre onesto con voi,  ha concluso. Un buon inizio.

nell'illustrazione Obama segue i risultati elettorali in televisione

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mercoledì, 05 novembre 2008
17:49

Eco da un altro mondo

Mc Cain13

Stanotte qualcuno del pubblico, durante il discorso di McCain,  ha provato a fischiare al primo accenno del nome Obama. La foto qui sopra non esprime del tutto il disappunto, ma non c'è stato bisogno d'altro che quel gesto di riprovazione, le mani che respingono, una  smorfia infastidita  e il fischio è rimasto per aria. Il resto del discorso è stato pronunciato in un silenzio quasi perfetto.

Magari il fair play, il riconoscimento della sconfitta, il rendere omaggio al vincitore, il dire che comunque quel giorno sarebbe stato importante per gli afroamericani, fanno parte del bagaglio di un politico di lunga esperienza e per di più - officer and gentlemen - cresciuto in una famiglia con una consolidata tradizione militare e poi educato all'Accademia Navale. Un comportamento di circostanza, si potrebbe dire, ma il corpo non mente mai : il fastidio per quel fischio, era autentico.

Sono immagini che qui da noi, abituati come siamo alla pratica di umiliare l'avversario come metodo di confronto politico, arrivano davvero come eco dell'altro mondo. Qui la destra coglie addirittura l'occasione per ricordare a Veltroni che ha vinto Obama, mica il PD italiano e che dunque si faccia da parte e lasci lavorare chi si è aggiudicato il consenso. Mentre Romano Prodi ancora aspetta la telefonata di felicitazioni per aver vinto le Politiche del 2006.

Ma che male abbiamo fatto ?

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mercoledì, 05 novembre 2008
07:18

We have overcome

Martin_Luther_King_Jr_NYWTS

This is our moment, this is our time. Da Memphis 1968 a Chicago 2008. Quarant'anni per chiudere una fase. E anche se le sfide  non sono certo al termine, chi ha messo al centro del proprio modo di pensare la politica e di agire, il tema dei Diritti, vive oggi un momento speciale  . E' stata una notte piuttosto lunga e incerta ma stamane, almeno le parole della celebre canzone  possono essere cambiate we have overcome. Ce l'abbiamo fatta.

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lunedì, 03 novembre 2008
17:50

Change we need

Certo la questione  razziale, il tema più menzionato insieme alle complicazioni della macchina elettorale, in quest'ultimo tratto che separa  Barack Obama dal risultato definitivo, esiste. Tuttavia le previsioni  hanno rivelato esserci negli Stati Uniti, non solo un gran numero di americani bianchi pronti a sostenere un uomo di colore a guida della Casa Bianca,  ma che la maggior parte degli americani di origine latina o asiatica voterà per lui - per non parlare dei cittadini che appartengono oramai almeno a due razze -  scongiurando così il rischio di un'ulteriore dinamica legata al colore della pelle.

La politica dell'identità razziale nata negli anni novanta sullo stigma del politicamente corretto, cioè di quella oscenità autoassolutoria che nelle sue forme degenerative autorizzava chiunque ad evitare di fare i conti con i propri istinti peggiori,  ha le ore contate. E con essa muoiono anche le istanze neocon, le guerre sante, e la paura delle invasioni barbariche. Ne resteranno retaggi, cascami,  ma non condizioneranno più le scelte politiche.

Nemmeno nell'ipotesi disperata che vincesse McCain, si prefigurerebbe un ritorno al passato. Poichè sulla presa di distanza di  quel passato lo stesso candidato repubblicano ha impostato la propria campagna: Io non sono Bush   

Il declino del movimento conservatore americano è iscritto nei mutamenti demografici e razziali, nel fallimento di un intero sistema di regolazione economica e sociale. Un combinato di disparati conservatorismi animati da principi quali l'anticomunismo, i forti investimenti militari, la diffidenza nei confronti dello Stato, la reazione ai movimenti di liberazione degli anni sessanta e più di recente la paura del terrorismo, crolla sotto i colpi del fallimento in Iraq o del meltdown di Wall Street ovvero nel fatto che nonostante la nomina alla Corte Suprema dei conservatori Alito e Roberts non si sia riusciti a riconsiderare la storica sentenza Roe vs Wade e l'intera legislazione sull'aborto che ne scaturì. Tutto questo mentre le Corti dei singoli stati  dal Massachussetts al Connecticut alla California, continuano a regolarizzare i matrimoni gay, oramai dato di fatto acquisito in vaste zone del paese.

Tramonta l'epoca inaugurata da Ronald Reagan e da Margaret Thatcher, i blue collar sottratti vent'anni fa ai democratici dal mix spavaldo ed irridente di ottimismo capitalistico e senso di rivalsa culturale nei confronti delle elite liberal, sono sempre più poveri e delusi. Politiche modellate per arricchire i privilegiati non possono essere destinate ai vari Joe the Plumber.

I conservatori non sembrano più in grado di riflettere il paese che cambia.

Di qui ai prossimi giorni sapremo quali siano stati gli elementi deteminanti di una scelta ma comunque vadano le cose, la defezione di Colin Powell resterà per sempre l'emblema di un particolare tipo di cambiamento. Non un semplice endorse. Ognuno lo ricorda all'ONU, agitare la fiala di veleno nucleare - Questa in mano a Saddam può distruggere il mondo in poco tempo. Questa è la ragione per cui l'America interviene -

4187 americani morti in Iraq e un numero imprecisato di soldati offesi a vita, nella mente e nel corpo, per una menzogna. Un' entità numerica mai calcolata ma esorbitante, di vittime civili. E per sovrapprezzo,  lo scempio di Abu Graib. Questo è il seguito della storia, questo il motivo per cui Powell si è pubblicamente  vergognato di essersi prestato all'inganno.

Non lo appoggio perchè abbiamo lo stesso colore della pelle so che è cristiano ma anche se fosse musulmano non farebbe alcuna differenza, perchè ricordo un soldato che partì diciottenne per l'Iraq ed è sepolto ad Arlington e sulla sua lapide c'è la mezzaluna. Lo voto perchè è giovane e ha l'intelligenza e la curiosità necessarie per cambiare questo Paese e per non isolarlo dal mondo.

E' stato da quel momento che Obama non ha più smesso di salire nei sondaggi. Se Obama vince, un sistema politico e culturale che ha portato gli Stati Uniti sull'orlo del tracollo, sarà definitivamente sconfitto.

Varrà anche per noi che a distanze siderali non potremo fare a meno di considerare quanto degli elementi fondanti della cultura e della politica della nostra Destra si ispirano al modello Reagan, Thatcher , Bush. E trarne le dovute conseguenze.

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mercoledì, 22 ottobre 2008
14:16

Knock on doors

obama denver2786254247_9b8280af78_oLa notizia non consiste  tanto nel fatto che che Giovanna Melandri, italoamericana con doppia cittadinanza, faccia  Knock on doors per Obama, in quel di Filadelfia. Ma che i democratici di Obama organizzino ancora i porta a porta per gl'indecisi, mentre i democratici di Veltroni, in analoga circostanza - l'ultima campagna elettorale -  abbiano ritenuto di ridurre questa pratica, confidando quasi esclusivamente sulla copertura mediatica di cui, in effetti, ha goduto il  tour del segretario, e sulle iniziative dei candidati. Più qualche ammennicolo di nuova, per il simpatizzante medio, concezione legato all'uso della Rete, ma sul cui funzionamento, ancora non si hanno le idee chiare.

Saranno anche importanti, e oramai irrinunziabili, la mediaticità di una campagna, i cospicui finanziamenti, gli spot, le cene coi notabili, i siti internet, i blog, myspace e tutto il resto del corredo - e Obama in tal senso è attrezzato come non mai - ma poi alla fine, con gli indecisi, quello che funziona di più è  il contatto diretto. Un elenco di nomi stilato da chi conosce la tal  porzione di territorio e i relativi orientamenti, perchè evidentemente ci ha lavorato,  l'appuntamento, collettivo o individuale che sia, e il confronto diretto, nel tentativo di soccorrere con successo le incertezze. Con tanti cari saluti a facebook.

Per carità, non che con questo si sarebbero rovesciate le carte sul tavolo della storia, a Obama per spopolare - e ancora non è detto - oltre che i potenti mezzi e le sue indubbie qualità, gli ci sono voluti una guerra, l'impoverimento del paese, il crollo dell'Impero e due mandati Bush che avrebbero ucciso qualunque continente. Ma intanto, se nonostante le condizioni assai favorevoli rispetto al risultato, la tensione è tale da mobilitare volontari oltreoceano, per ascoltare ed eventualmente convincere gl'indecisi, significa che la modalità classica, un senso di efficacia ancora lo conserva. E in epoca di difficoltà a rettificare le informazioni distorte, per inadeguatezza di mezzi, rispetto all'insostenibile spiegamento proprietario della controparte, qualcuno che viene a sciogliere qualche incertezza vis à vis, vale oro. Non un improponibile  ritorno al passato di defatiganti campagne capillari - che poi, sempre di controinformazione  erano fatte - ma un sitema integrato di mediaticità, tecnologia e rapporto diretto con le persone. Se si fa per Obama...

nell'illustrazione pasticcini "elettorali" a Denver

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domenica, 19 ottobre 2008
16:14

St Louis blues

Barack Obama in Missouri, dove i sondaggi lo danno avanti su McCain  sebbene di poco. Intanto lo slogan delle primarie Yes we can si è trasformato nel più deciso Change we need e anche se proprio ieri i repubblicani, nei sondaggi,  hanno ridotto le distanze di un punto, l'entusiasmo di questa folla a St Louis,  incoraggia l'ottimismo. Di qui al quattro novembre la forbice è destinata a restringersi, diminuendo sempre più, il numero degl'indecisi. Si spera in una distribuzione omogenea dei tentennanti. Change we need, Anche noi lo vorremmo.

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sabato, 18 ottobre 2008
10:00

Fin du Régime

Arugula eating elitist  lo ha definito  McCain , un elitario mangia rughetta, ma non perchè come vorrebbe far credere la propaganda repubblicana, il contendente democratico,  incurante della crisi, si sia pubblicamente  lamentato dell'aumento del prezzo di un genere - la rucola appunto - che in America viene venduto a prezzi proibitivi, ma semplicemente perchè  arugola-eating è l'epiteto con il quale vengono definiti ironicamente i radical chic. Tanto per ribadire quanto ce ne corre tra un ex combattente in Vietnam  e un ex professore di Diritto Costituzionale presso la Chicago University. Di qui  la trovata di McCain di tirare in ballo durante l'ultimo dibattito televisivo ,  Joe the Plumber ovvero  Joe Wurzelbacher, non propriamente un idraulico ma un aspirante piccolo imprenditore che dopo un comizio a Toledo in Ohio, aveva chiesto conto a Obama del tetto di 250.000 dollari al di sotto del quale il programma dei democratici prevede importanti riduzioni fiscali e che - a suo modo di vedere - penalizzarebbe l'eventuale progetto di acquisizione dell'impresa in cui attualmente  lavora. Ed è a lui, preoccupato dalla risposta di Obama sulla necessità di lanciare un piano di sostegno per la classe media attraverso la redistribuzione della ricchezza, che McCain si è rivolto nominandolo un numero imprecisato di volte   Joe, io ti aiuterò non solo a comprarti l'attività per cui lavori da una vita, ma terrò le tue tasse basse e darò a te e ai tuoi dipendenti la possibilità di avere un'assistenza sanitaria che vi potrete permettere". Bum.

 A questo punto Obama non ha voluto essere da meno  :  Parlo direttamente a te Joe, se sei lì e ci stai guardando: sai di quanto ti alzerò le tasse? Zero"  e fa il segno congiungendo  pollice e indice  E le taglierò a chi ha bisogno: l'idraulico, l'infermiera, il vigile del fuoco, l'insegnante, il giovane imprenditore. E ricordiamoci che il 98 per cento dei piccoli imprenditori guadagna meno di 250mila dollari l'anno. Sensato  (ma quanto guadagna un idraulico  ancorchè in proprio in Ohio?)

Insomma questo tirare Joe the Plumber per la manica è andato avanti un bel pezzo, tanto che l'interessato - un tipo simpatico, vagamente somigliante a Mastro Lindo - ha confessato a posteriori, non senza un pizzico di civetteria, di trovare un po' surreale il fatto di essere nominato in una campagna presidenziale. Joe voterà quasi sicuramente repubblicano avendo trovato un po' troppo socialista il proposito redistributivo di Obama ma, a parte non l'aver capito che se vincessero i democratici pagherebbe meno tasse di quanto crede, si è rivelato per McCain l'ennesimo boomerang: ci hanno poi pensato i media a scoprire qualche macchiolina nella condotta di colui  che voleva essere l'incarnazione del sogno americano e che invece si è scoperto avere  un passato di contribuente non proprio impeccabile e che, dopo la sconfessione dell’Unione degli idraulici e dei gasisti del New Hampshire : I veri idraulici sono preoccupati per parecchie delle proposte di McCain non sembrerebbe neanche appartenere ufficialmente alla categoria.

Ma a parte tutto questo, è proprio in questi giorni che il cavallo di battaglia di Reagan ( e dei repubblicani negli anni a seguire) il governo non è la soluzione ma il problema viene costantemente smentito. L'America ha avuto modo di sperimentare per trent'anni i fasti dell' ideologia  della deregulation e del lasciar fare al mercato. Oggi che a causa del tracollo finanziario,  la domanda di governo,  di stato e di norme, di leggi salvataggio, si fa più pressante, McCain appare ancor più vecchio di quanto non lo sia realmente. E di questo suo essere nonostante le sue ripetute proteste - Io non sono Bush -  un esponente dell'Ancient Régime, se ne avvantaggia Obama,  arugula eating o  taxing and spending,  secondo gli avversari ma, che riconosce allo  Stato il ruolo di guida della vita e dell'economia del Paese. Un'era, il cui tracollo è idealmente sancito dal conferimento del Nobel per l'Economia a Paul Krugman, professore a Princeton e da sempre coerentemente critico verso le derive del neoliberismo di stampo conservatore, sta per finire. Spetterà al futuro presidente inaugurarne un'altra. A meno di grandi sorprese, secondo i sondaggi, questa possibilità dovrebbe essere data a Obama che dovrà fare i conti con una delle sfide più ardue dai tempi di  Roosevelt. Non è nella modalità delle campagne elettorali americane, esprimere nei dettagli i programmi, ma Obama guadagna punti perchè oggi, agli occhi dell'opinione pubblica incarna la volontà di soccorrere i più deboli. Speriamo che al di là del grande segno di cambiamento che la sua elezione produrrebbe, quelle aspettative siano premiate. Ora la sua priorità è vincere. Dopodichè dovrà rimboccarsi le maniche.

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Era inevitabile che Joe the Plumber,  detto anche Joe Sixpack  ( la confezione da sei, delle lattine di birra) scatenasse la fantasia dei disegnatori satirici, soprattutto dopo la scoperta dei suoi problemi con il fisco. La simbologia più utilizzata rimane in ambito idraulico : il WC e questo aggeggio sturalavandini sono i più  in voga. Discretamente in auge  anche associare la sincerità di McCain a quella di Joe.

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domenica, 05 ottobre 2008
00:03

Sarah's shoes (Mrs Palin goes to Washington)

scarpe palin

I sondaggi  dicono che lo scontro tra i due vice se l'è aggiudicato Joe Biden ma chiunque abbia avuto la costanza di fare le ore piccole per seguire il dibattito televisivo, avrà notato con quale piglio la governatrice dell'Alaska, si è difesa dagli assalti del più preparato - e politicamente scafato - antagonista. Peraltro al contrario di quanto accaduto a McCain, a lei è toccato contrastare una maggior dose di aggressività da parte di Biden. Alla fine la sensazione, checchè se ne dica, è che  la Palin cacciatrice, barracuda, integralista, antiabortista senza deroga alcuna, potrebbe essere  una vera spina nel fianco dei democratici. Nell'illustrazione ci sono le scarpe indossate a Denver. Non a caso. 

Ogni donna può passare per qualsiasi porta che le si apra su di un' opportunità. Aveva detto, in altra circostanza, lanciando con ciò un avvertimento piuttosto chiaro e non privo di spirito innovativo. Dunque non solo donne dotate di spiccata personalità, con laurea da università prestigiosa e curriculum brillante, ma ogni donna. E Sarah, quantunque dotata di tempra eccezionale, è proprio quel modello di donna qualsiasi che desidera incarnare. Non le esponenti dell'establishment femminista che in America,  ha aggredito professioni maschili e si è accomodato sulle conquiste ottenute, ma il popolo delle donne impegnate a portare, come si dice da quelle parti, il lesso a casa o a governare famiglie con esigenze particolari, magari perchè hanno deciso di avere un figlio anche se non è come gli altri o che ne hanno un altro in Iraq o che si preparano ad affrontare, difendendo il proprio ambito famigliare, i venti di crisi. Gli americani si aspettano che andiamo a Washington per le ragioni giuste e non soltanto per mescolarci alle persone giuste. E la ragione giusta è sfidare lo status quo, servire il bene comune e lasciare la Nazione meglio di come l'abbiamo trovata. Roba da far sembrare Hillary Clinton e Michelle Obama così colte, intelligenti e sofisticate, due esponenti di un universo oramai tramontato. Comunque, due propalatrici di un modello di leader donna assai più conservative e manco a dirlo, decisamente più maschile. E' possibile che Sarah, donna decisamente di destra, sappia parlare alle donne assai più di tutte le ragazze, giovani o vecchie. del clan Kennedy . Di qui i rossetti branditi dalle supporter a Golden, in Colorado durante una manifestazione in suo favore e le scarpe di vernice rossa,  sparose e col tacco alto, poco adatto agli arrembaggi delle women in career che viaggiano in calzature assai più quiete -  mezzo tacco o pianella - in uno stile minimal & bon ton  molto in auge negli USA tra le democratiche. Non il simbolo dell'eterno femminino, come verrebbe immediatamente letta qui da noi, da Bruno Vespa and co, ma un segnale di netta discontinuità rispetto alla divisa e ai modi di quelle che ce l'hanno fatta. Non sono un membro dell'establishment politico permanente, in politica ci sono candidati che usano i cambiamenti per promuovere la loro carriera. E poi ci sono quelli che usano la propria carriera per promuovere i cambiamenti.

E' un po' anche uno dei  temi forti della campagna di McCain  nel tentativo di recuperare fiducia e qualità attingendo a piene mani dal mito di Mr Smith goes to Washington, il capo dei boy scout di un film di Capra che da un imprecisato Stato dell'Unione, viene chiamato a servire il suo paese senza lasciarsi però coinvolgere da regole del gioco disoneste. E qui,per tornare al confronto di due notti fa, il contrasto con Biden, politico di vecchia data, può sortire l'effetto indesiderato di far apparire lei Sarah  come un'ingenua ragazza di campagna tutta freschezza e novità e lui come una consumata e ben introdotta vecchia volpe di Washington DC. Tuttavia la lucidità, l'esperienza  e la capacità di dettaglio del vice di Obama, sono emersi in tutta la loro evidenza, mentre Sarah appassionata oratrice, bravissima a scantonare le domande alle quali preferisce non rispondere,  sembrava più impegnata ad effettuare l'impossibile rimozione di Bush dal quadro politico - perchè continuare a recriminare sul passato? - ripeteva . Ma siamo anche a  Pensylvania contro Alaska, i riferimenti country sono simili anche se i paesaggi differenti, e a una consistente mano di vernice blue collar su Biden, uguale e contraria a quella di hockey mom di Sarah, molto amante delle espressioni gergali e western come piace ai repubblicani. Anche i sondaggi sugl'indecisi assegnano a Joe Biden la palma del vincitore. Da segnalare invece il tocco di classe ( o di tacco, chissà) della Palin che accoglie Biden calorosamente  gli prende la mano e ...è un piacere conoscerti, finalmente...posso chiamarti Joe ?

Scritto da sedlex in: election day 2008
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