martedì, 03 novembre 2009
08:08

Distacchi

baaria-127195

I distacchi, avvertono i conoscitori dell'animo umano, sono fondamentali opportunità di crescita. Quando me lo dicono, domando se per caso non vi siano modi meno dolorosi di quelli del lutto, evento realmente definitivo e proprio per questo inspiegabile. Ovvero - ma questo lo tengo per me, temendo di passare per presuntuosa arrogante - se io non sia sufficientemente cresciuta , alla mia non tenera età, da non aver più bisogno di questi strappi per diventare grande.

L'elaborazione del lutto è entrata a far parte del lessico comune, me la auspicano insospettabili verduraie imponendo al proprio linguaggio abituale, sobbalzi da triplo salto mortale con avvitamento. Pare facile. E invece non lo è affatto. Parola di chi questi distacchi sopporta da quando era ragazzina e ora teme un pericoloso effetto domino, essendo il mio povero papà, punto di riferimento di molte altre persone che l'età ha reso estremamente fragili.

Per conto mio, ho ripreso il cammino da subito, seguendo un vecchio istinto ed una di lui,  precisa indicazione. Solo questo blog ha subito una battuta d'arresto, scrivere in certi momenti significa tirare fuori il peggio, tra rabbia, lamenti  e retorica. Questione di pudore - mi piace pensare -  o forse di scarso coraggio, di indisponibilità a mostrarsi. Comunque a lui non sarebbe piaciuto nemmeno questo tipo di cedimento, l'altissimo senso della sua lezione preferita: occhi asciutti, schiena dritta e testa alta, ne avrebbe invariabilmente sofferto.

Così ho deciso che non me ne può fregar di meno dell'elaborazione del lutto. Mi tengo stretto il dispiacere e vado avanti. Che altro non so e non ho voglia di fare.

Nell'illustrazione una sequenza di Baaria. Padre e figlio stanno per assistere al primo film della vita di Giuseppe Tornatore.

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lunedì, 24 agosto 2009
07:34

You sold your soul to the devil when you put on your first pair of Jimmy Choo's, I saw it.

Tu hai venduto l'anima al diavolo quando hai indossato il tuo primo paio di Jimmy Choo. Ti ho vista. Dice Emily ad Andrea in The devil wears Prada.

E in effetti dietro questa polacchina - che definirei da diporto - della collezione invernale, coda, forcone e zoccolo un po' s'intravedono.

Siamo grati alla commedia americana ( in genere) per l'intelligente divertimento e gli utili consigli di stile. Le scarpe poi -  io me lo ripeto da sempre -  sono un significativo emblema del costante desiderio dell'Umanità di andare da qualche parte.

Non so se la teoria sia accreditata ma potrebbe. E comunque funziona benissimo per tacitare i sensi di colpa post incursione nel settore calzaturiero o per sostenere le incertezze dell'essere spesso  in desperate need of ...( scarpe, borse, cinture)

Volendo, le divine commesse ti rifilano anche la borsa nello stesso suede con frange e perline. Un po' troppo da diporto  per una che con queste ai piedi andrà al lavoro. Magari di pomeriggio.( ma comunque stanno sotto la scrivania...chi le vede? E vabbè )

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sabato, 27 dicembre 2008
08:04

Qui ( tutto il meglio è già qui )

Mia zia ultraottantenne gioca a canasta o a ramino al mercoledì con alcune sue ex compagne di collegio. Ad altre, sparse in varie città,  telefona o  scrive vere lettere con busta e francobollo. In queste occasioni apparentemente futili e ripetitive - siamo in pieno zibibbo al lampo che fu - è nascosto il segreto del non perdersi di vista.

Mio padre, per lo stesso motivo,  vede con regolarità e organizza viaggi con gli amici di sempre. E anch' io, ho cercato nel tempo di preservare le storiche amicizie dalle difficoltà della vita in continua evoluzione : ménage pazzesco, trasferimenti, professione totalizzante, figli da crescere, consorti e fidanzati accentratori. La relazione continuativa con un amico storico è un investimento  che fa bene alla vita. Non organizzo tavoli da gioco a cadenza fissa - me ne manca il tempo -  ma avere tra i piedi  gente degli antichi giri, mi piace. Succede con gli amici quel che accade con i grandi amori : un cenno d'intesa e ti senti subito a casa. Senza tante storie.

Mentre le rimpatriate con vecchie conoscenze, dopo secoli di allontanamento sanno sempre un po' di ufficio funebre, di passato che si è lasciato archiviare senza resistere e che forzatamente ritorna. Per cui la possibilità di ritrovare i compagni di studi che mi offre Facebook mi fa venire l'ittero. Tutto il meglio è già qui, come diceva quello, il resto appartenendo all'irrilevanza o allo Sciocchezzaio, l'ho mollato. Vade retro.

Il Manifesto dal suo sito nuovo di pacca, promuove il dibattito sull'utilità della comunicazione politica in rete e in particolare su Facebook. Dai blog in contemporanea si levano voci preoccupate, pare che il nuovo gioco sottragga accessi e commentatori ai siti dei diari personali. Tutti in ansia. Chi per le sorti dell'impegno politico,  chi per quelle della diminuita popolarità dei propri spazi di scrittura .

Ma nell'ipotesi fondata che l'aria che tira richieda articolazione del pensiero e dunque del linguaggio, piuttosto che la rovinosa contrazione di entrambi , approfondimenti piuttosto che spot, esame delle complicanze piuttosto che elogio della semplificazione, il fatto di scambiarsi  short message e  facce, non mi pare interessante ne' utile a nessuna causa. Anche sul piano personale, il metodo appare decisamente  una limitazione a chi è abituato a mantenere in piedi relazioni funzionali. A meno di avere uno scopo preciso - promuovere il proprio lavoro,  per esempio o altre analoghe iniziative - queste casuali liste cariche di emeriti sconosciuti, alimentano solo l'illusione di esserci e di contare ovvero di avere molti amici, ignorando che le relazioni sono un lavoro e nemmeno di quelli troppo lievi. Averli tra i piedi, come ho già detto mi piace, ma è un privilegio che non mi è piovuto dal cielo.

Lo stesso vale per la comunicazione politica. Obama ha vinto servendosi della Rete ma aveva un progetto, soprattutto si è fatto una scarpinata in lungo e in largo per il suo paese, incontrando persone, gruppi, fondazioni, imprese, raccogliendo molti quattrini che hanno consentito a lui e ai suoi, il prosieguo di quell'impresa. Poi, il senso del suo del lavoro svolto è stato raccontato in Rete, cercando di mettere ad ulteriore profitto moltiplicandolo, il valore di quell'esperienza. Poi.

Il resto, cioè tutto quello che può succedere in questi non luoghi in cui ci viene promessa  comunicazione a buon mercato e socializzazione come se piovesse, ha senso solo se da qui viene trasferito fuori , stabilendo una corrispondenza tra le due dimensioni. Bene fa la sinistra ad essere in cielo, in terra e in ogni luogo vi siano esseri umani con i quali interagire. Conoscere gente nuova come cementare le vecchie amicizie e comunicare  non è un problema nella vita. Basta avercela, una vita. E un messaggio. Qualcosa da dire.

 Ma per tornare a noi, i luoghi vanno custoditi, richiedono cura. Annaffiate le piante, rinfrescate le tende, preparato il trattamento per gli ospiti, andrebbero riempiti di contenuti, se i mercoledì di mia zia fossero fatti di solo allestimento, sarebbero finiti da un bel pezzo. E con essi, l'occasione per trovarsi.

Gli accessi vengono meno a fronte di un procedere stanco, nella riproposizione di uno schema o di un personaggio, sempre quello : il Malinconico, l'Ironico, l'Arrabbiato, il Pensoso, l'Amorosa, il Saggio, la Tempesta Ormonale o il Ciclotimico. Fossero messe innanzi a queste pagine elettroniche le Persone e non i Personaggi, ciascuno col proprio bagaglio, la musica cambierebbe e non ci sarebbe bisogno di cambiare piattaforma per rigenerarsi.

La storia dell'interazione in Rete, del  resto, è storia di migrazioni - che un po' sanno anche di fuga -  per cui, esaurito un territorio, invece di intensificare fertilizzanti e semina, in un'opera di riqualificazione costante, ci si trasferisce direttamente in altro luogo per ri-cominciare, ri-seminare, ri-coltivare e presumibilmente prepararsi ad altro trasloco, per questo la trasmigrazione su FaceBook che svuota blogopoli, non mi impensierisce più di tanto.

 Qui si pensa di restare, senza inaugurazioni di altre case chè di gestirne due non si ha tempo, voglia e forse predisposizione. Un po' per la curiosità insopprimibile di vedere come se la sbroglia - ovvero dove vuole andare a parare -  il Malinconico e la Pensosa, cercando nel contempo di seguire i consigli degli economisti alle imprese in tempi di crisi : investire, innovarsi, resistere. Il che oltretutto, obbedisce alla natura di chi scrive. Qui.

Illustrazione di Babi, citazioni a piene mani dall'avvocato Conte

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martedì, 16 dicembre 2008
10:19

Scene di caccia al topo di fiume

Siccome per la battuta di caccia serale, la scelta del territorio spetta a lui, la meta è  sempre la stessa : l'Isola o le banchine circostanti. Presumibilmente per quell'illusione di "natura selvaggia" che flora fauna & fiume offrono tra Ponte Sublicio e Ponte Garibaldi. Il  Gianicolo, Riserva preferibilmente diurna, non offre le stesse chances di avventura

A destinazione potremmo arrivare imboccando il  viale, dritto per dritto, e invece niente. A lui piace prenderla alla larga, passare per Porta Portese costeggiando il  San Michele, in quel tratto di lungotevere che fu di Sciuscià, di Ladri di biciclette, di Adua e di C'eravamo tanto amati. Proprio nel punto in cui Nicola dice ad Antonio che lui è politicamente e culturalmente,  più oltre, si può scendere sotto Fiume e una volta lì, rincorrere le papere, i germani, i topi e le nutrie sul greto. La caccia è, per convenzione stipulata a suon di urlacci e punizioni, rigorosamente incruenta.

In questi giorni d'impraticabilità delle banchine, ha osservato con ansia dal Lungotevere l'evolversi dei fatti. Un'occhiata di sotto, e una - molto demanding -   a me che, in quanto provvisorio capobranco,  dovrei avere tutte le risposte :  comandare  pioggia,  vigili del fuoco,  protezione civile, netturbini, l'onda di piena e le maree.

- Ancora non si può scendere, non vedi che fangaccia? -
Manteniamo vivo il dialogo, motivando i divieti  anche col cane. Poi per consolazione, concediamo il proibitissimo salto nei mucchi di foglie bagnate. Comprarsi i guai con i soldi propri, si dice da queste parti.

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mercoledì, 17 settembre 2008
09:59

Stefano

stefano rossoaa32_1_sbl

Le cose andarono così, come lui le ha cantate in Bologna 77 . Dietro a quei testi  senza complicazioni all'apparenza, c'era un sentire comune. E abitudini di vita. Lo salutiamo stamattina in Santa Maria, la chiesa che si trova girato il vicolo. Quello in cui, Stefano sta appostato, minaccioso.

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lunedì, 16 giugno 2008
18:37

Outing

coiffeur

Eh lo so, una signora dovrebbe andare a finire sui giornali solo in tre circostanze (delle quali, a meno di suicidio,  solo una dipendente dalla propria volontà). Invece niente, con l'aria che tira, c'è caso che la regola del tre non possa essere rispettata alla lettera. E allora eccomi qui a far parte del nuovo Gotha del Glamour di Stato, dovrei dire mio malgrado ma non è precisamente così, non solo nel senso che non me ne può importare di meno ma soprattutto perchè la possibilità di dare pubblicità agli elenchi non si deve certo al Ministro dell'Innovazione ma ai suoi predecessori di centro sinistra. Agli atti, ad ogni buon conto, ci sono anche i curricula, i titoli di studio, i master, le lingue parlate e scritte, nonchè le varie circostanze in cui i consulenti hanno gestito progetti, soccorso difficoltà, avviato dipartimenti,  laddove era altresì accertato con trasparente procedura, che le professionalità interne alla Pubblica Amministrazione non sarebbero state sufficienti a fronteggiare le sfide o a superare le impasse . Ma è roba noiosa, il ministro lo sa, per questo sventola solo cifre e nomi. Per parte mia, serenamente inclusa nell'elenco dei consulenti di fascia alta, mi compiaccio di avere fatto in tempo ad andare dal parrucchiere.

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venerdì, 06 giugno 2008
19:08

Ma che bello che è...

Il Manifesto esce oggi con edizione completamente rinnovata, bello rassettato, pulito ed elegante e con i caratteri leggermente ingranditi perchè ...beh perchè la presbiopia avanza e la cura dei lettori impone... ma niente che non si possa superare con qualche accorgimento. Chi scrive è una lettrice assidua e conflittuale, di quelle che ogni giorno , dopo averlo letto, ripiega il giornale e giura che sarà l'ultimo. Ma poi il giorno dopo ricomincia, un po' perchè la notte porta consiglio e un po' perchè con le dipendenze è così che funziona. E poi una passione senza conflitto.. ma che cavolo di passione è ? Io non posso scrivere, come vorrei, semplicemente  "Leggete il Manifesto!" o meglio " Comperate il Manifesto !" . E questo per il fatto che so bene che trattasi di un giornale che da solo non basta, per gli appassionati delle news e della completezza, ce ne vuole almeno un altro e i tempi sono quelli che sono. Ma...se si ha a cuore una visione differente delle cose, se si apprezzano letture altre della realtà, ecco a voi diciotto pagine scritte da persone capaci, oneste e in buona fede cui non fa mai difetto l'intelligenza. E il coraggio .  Tanto basta per avere un'informazione con la quale (eventualmente anche)  litigare senza che ciò diventi mai un esercizio inutile. Il migliore augurio che si possa fare ad un lettore, è di affezionarsi a pagine scritte così : con la testa e con quello che chiamano cuore (ma di tanto altro si tratta) . Bene hanno fatto dunque Quelli del Manifesto a sfidare la sorte o quel che è,  proponendosi in una veste rinnovata e a rilanciare, così ..tanto per essere pronti ad affrontare un prosieguo che certo roseo non si configura. Bene faranno i lettori che vorranno premiare questa fatica diventando assidui  :  Un gentiluomo deve essere sempre in condizione di incontrare il suo amore, la sua morte, il suo re, un motto che mi è molto  caro e che mi ha fatto piacere ritrovare nell'articolo di  Rossanda e Parlato Avviso d'incendio, sul numero di oggi e che introduce la nuova veste. Con la piccola avvertenza - variante che si vuol essere pronti ad incontrare l'amore, scalzare il re e che per morire c'è sempre tempo, il motto è  anche il mio. Auguri di cuore a chi non si arrende.

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giovedì, 08 maggio 2008
10:41

La bellezza ci salverà?

Omaggio al principe Myskin prekrasnyj - pieno di splendore -  alla sua compassione, alla sua generosità, al  suo talento nel farsi carico delle altrui sofferenze - Ci salverà la bellezza -  campeggia quest'anno sulla Fiera del Libro di Torino che ospita gli scrittori di lingua ebraica nel 60° anniversario della nascita dello stato d' Israele. Paura, Incombenza, Perturbazione sono i sentimenti di cui è intrisa la cultura ebraica. Confinati sullo sfondo  dei racconti di  Yehoshua che se ne serve con discrezione rendendo paradossalmente  il  senso del pericolo ancora più incombente o protagonisti in Ahron Appelfeld insieme all'autoinganno di fronte alla crudeltà del reale, attitudine tra le più tragiche che il genere umano conosca. Ovvero nascosti tra le righe delle promesse dell'avanguardia che sembrano esprimere tutt'altro mondo :  Etgar Keret - meraviglioso - ossessionato dall'assurdità dell'esistenza, dalle distorsioni della morale che  dietro ai suoi racconti, minimalisti, urticanti  rivela la presenza di Kafka, di Bruno Schultz. Della grande speranza cassidica. Keret tradisce un'insofferenza per il mondo contemporaneo israeliano tutta moderna e  ne aggredisce le peculiarità con violenza, sarcasmo, spregiudicatezza .  La letteratura israeliana è un'onda anomala che porta con sè una nuova visione dell'ebreo  - non ce ne facciamo più nulla della letteratura da piagnistei, chiosa Amos Oz -  E se è vero che dove la tradizione incontra la modernità e la storia il quotidiano, la letteratura prolifera, non deve stupire che uno staterello con una popolazione inferiore a molte megalopoli americane, consegni al mondo un così straordinario numero di scrittori. Non ha gran senso il boicottaggio di coloro i quali ci raccontano le cose come stanno in termini di reale distribuzione di responsabilità , di errori, di torti subiti e inflitti. Da Yehoshua a Keret, nei decenni che intercorrono, si dipana sotto ai nostri occhi tutto il mutamento della società israeliana e anche se gli scrittori  non rappresentano , purtroppo, la voce dell'intera società o dei suoi assetti di potere, ne sono l'irrinunziabile  coscienza critica. Sia il concetto eretico e sovversivo di  Bellezza, ovvero l'attenzione all'altro, come Dostoevskij ce lo ha raccontato, a salvarci. E a salvare chi alle parole, vuole sostituire l'aridità e l'insensatezza degli slogan.

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martedì, 11 marzo 2008
07:44

Quel monumento in blu

ingegnere 2212009720_deb5d4cbefNon ho la vignetta che è di qualche tempo fa, quindi la racconto citando a memoria. Prima sequenza : La Fulvia di Pericoli & Pirella, bionde chiome al vento e aria svaporata , si sporge dal bracciolo di una poltrona   e fa : Consiglio a tutti  il bellissimo libro di Arbasino su Carlo Emilio Gadda. Seconda sequenza : La Fulvia con chiome sempre più lussureggianti  e aria svaporata come sopra,  ha piazzato una delle sue gambe chilometriche sul bracciolo e prosegue : Lo consiglio soprattutto a chi si è stufato di fare largo ai giovani. Accidenti che promozione. Ma i giovani probabilmente non c'entrano,  l'omaggio dev' essere ad altro tipo di maturità e a proposito di questo, una premessa si rende obbligatoria : le poche cose che scriverò su questo libro, saranno spudoratamente di parte. A me piacciono molto gli scritti di Alberto Arbasino, mi piacciono talmente che pure se arrivassero trecento commentatori con propositi denigratori , non muoverei un dito per redimerne nemmeno uno . Un po' come si fa con certi amori :  qualcuno te ne domanda conto e tu spalanchi le braccia come per dire ...è così. Ora, non che io sia innamorata dell'Arbasino che ha gli stessi anni di mio padre ma forse è anche per questo che ogni suo riferimento, ogni  rappel  mi risulta famigliare.Se, come in altro libro ,racconta del viaggio in Grecia che assieme ad un gruppo di amici intraprese per scappare dal trambusto delle Olimpiadi di Roma del 1960, non posso fare a meno di ricordare che analogo proposito misero in atto in casa mia e per gli stessi motivi ( la meta estera però fu un'altra) e che questo mi è stato raccontato infinite volte, lo stesso accade a proposito di altri episodi, altri ristoranti, teatri, dispute , bibloteche e soprattutto per l'uso nel parlare corrente di termini francesi e inglesi mischiati al dialetto oppure il chiamare colazione il pranzo e il pranzo la cena e relativi rimbrotti  dati da uso improprio ( e gran  confusioni di appuntamenti) .Insomma quel poco di innocuo snobismo che forse è un po' anche puzza sotto al naso ma che, data la modica quantità, mi fa sentire subito a casa . Insomma non vorrei dire che l'Arbasino Alberto mi ricordi propriamente l'infanzia e gli snobboni di casa mia, ma quasi. Per esempio il cameo irresistibile che si trova in questo libro, di una tale principessa capitolina che aveva invitato due amiche e  davanti al botteghino del  Fiamma - film in programmazione l'Eclisse - fruga nella borsetta in cerca dei soldi borbottandoil suo, chiamiamolo disappunto, in francese, mi fa ridere per motivi probabilmente legati a decine di altre principesse romane (più quella) sulle quali in casa ho sentito ironizzare con ferocia  che si sarebbe voluto far passare per repubblicana, benchè fosse assai di più (si tendeva sempre a rimarcare la scarsa signorilità e la molta ignoranza della nobiltà nera o papista o quel che era)  oppure  Marlon Brando che pare girasse Riflessi in un occhio d'oro a Pomezia in incognito, altra leggenda che ancora si tramanda dalle mie parti. Insomma tutto un mondo romano e milanese (fortunatamente, per certi versi) sparito ma che mi fa piacere ritrovare in sistematica narrazione. Dunque largo ai maturi (in ogni senso) lettarati,alla scrittura curata fino allo spasimo,alle parole tornite per giorni e giorni.Largo alla fatica di scrivere e ai suoi magnifici esiti. Largo all'appropriazione e al rimescolamento di linguaggi, lingue straniere e dialetti che rivitalizzano il racconto . Largo ai memoires liberi da autocompiacimento,agli affreschi d'epoca resi con pochi colpi di spatola: uno o due riferimenti e sei subito perfettamente immerso in un' atmosfera. E largo all'Ingegnere in blu -  Carlo Emilio Gadda - e ai suoi "nipotini" con i quali conversava en petit comité (leggere il libro per sapere chi e come..) raccontato con ammirazione malcelatamente reverenziale attraverso ricordi personali che ne rivelano l'indole affabile ed ironica malgrado l'immagine abitualmente addolorata o afflitta.Non una biografia ovviamente ma un modo intelligente di parlare  di letteratura o meglio della impagabile prosa dell'Ingegnere , senza troppo sembrare.

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lunedì, 11 febbraio 2008
07:07

Tel quel (voici la fameuse Coupole de Montparnasse )

la coupole limogesMillecinquecento coperti al giorno e, inevitabilmente, le tecniche della ristorazione moderna, non possono garantire accuratezza ma l'importante è non farsi irretire dalle complicazioni de la carte e puntare diretti al Plateau Royal se si è appassionati di belon o fines de claire ovvero, più sul sicuro,  al Cœur de filet de bœuf au poivre "flambé en salle" au cognac et pommes sautées che alla fine è solo un filetto al pepe con patate (flambè en salle per la coreografia) o a la Salade Coupole di fichi e fois gras che continua ad essere un'esperienza di rilievo. La cucina francese è tutt'altro che insidiosa ma quando ci sono molti ospiti, meglio non sfidare una partita di chef oberati . Infatti non è davvero per la cucina che si va alla Coupole o per farsi vedere o vedere l'intera sala da pranzo alle prese con la fricassée de poulet de Bresse : Alla Coupole ci si va perchè nonostante l'elegante caciara è l'unica brasserie che nel tempo non è mai cambiata .

 E il tempo significa : a far data dal 1927. Dunque siamo in pieno  déco come da  salone  vagamente Overlok Hotel, progettata dagli architetti Barillet e Le Bouc. Ventiquattro potenti pilastri delicatamente istoriati a sorreggere il tutto e al centro la cupola luminosa  profilata  pervenche e poi ancora i lampadari, gli stucchi , la boiserie e persino il logo sul vasellame limoges.Tutto come allora . Strepitoso anche l'american bar con il bancone in piuma di mogano e il raffinatissimo scaffale di servizio incassato nel muro.

la coupole am ba

E poi di qui sono passati e , questa è un'altra conclamatissima e assai documentata, attrattiva del locale : Majakowskij, Aragon, Man Ray, Simone Signoret, Chagall, René Claire, Giacometti, Isadora Duncan, Ezra Pound , Prévert, De Chirico, Sartre, Simone de Beauvoir e tantissimi altri.  In realtà anche alla Closerie des Lilas sulla stessa rue de Montparnasse hanno svernato e pasteggiato a Muscat più o meno gli stessi personaggi ma la Coupole si distingue oltre che per gli arredi anche per annedottica : solo qui è stata venduta all'asta una cicca di Boyard papier mais fumata e donata da Jean Paul Sartre per finanziare l'uscita di Libération, solo qui la Resistenza fece assumere come cameriere tre ragazze di famiglia borghese che avevano studiato il tedesco (ah les jeunes filles rangée) per spiare gli ufficiali della Wermacht,solo qui Simenon cenava con Josephine Baker e César seduto di fronte alla statua di cera (presa in prestito dal Museo Grévin)  del presidente della Repubblica Vincent Auriol dichiarava che quella sera avrebbe cenato au plus haut niveau. La Coupole viene raccontata in genere come un posto magico, ricco di ricordi, di storia di arte di raffinatezza e via dicendo, esattamente come negli anni cinquanta era considerato il ristorante di Sartre o di Camus e Ionesco e gli avventori facevano a gara per cenare ai tavoli circostanti.

Tutto ciò è probabilmente vero ma è anche uno dei posti più divertenti e vivaci di Parigi, un punto di osservazione irrinunziabile e un'occasione per  godersi il pellegrinaggio degli speranzosi di tutto il mondo ...hai visto mai s'incontrasse una celebrità. Un mito che resiste nel tempo come gli sgabelli del bar e nonostante les coupoliens siano decisamente cambiati . Ed è per portarsene a casa un pezzetto o per illustrarne le bellezze agl'ignari che Thomas Dufresne e Georges Vlaud  hanno pubblicato un bel libro intitolato per l'appunto La Coupole edito da Le Cherche Midi. Scritto sottoforma di abecedario poétique et ludique, artistique et historique, anecdotique et iconographique:365 entrées pour tout connaître de cette célèbre brasserie parisienne come da presentazione dell'intraprendente editore..voici la fameuse Coupole de Montparnasse (andateci)

livre

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lunedì, 07 gennaio 2008
22:39

Almeno tu, nell'universo

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domenica, 23 dicembre 2007
19:06

Fare parte della vostra vita...

A_Christmas_Carol_frontpieceAnche se mai mi accollerei l'onere della militanza sul fronte antagonista,  a me il Natale non piace.Diciamo che lascio correre e che nel tempo ho imparato a schivarne il clima dribblando con consumata destrezza, la folla, gli orari di punta, le tartine sul pane freddo col salmone bisunto o i brindisi col frizzantino acidulo, in agguato un po' per ogni dove , dai vicini di casa ai condomini del palazzo di studi e uffici  dove ho  l'altra casa. La verità è che il Natale è una grossa Fabbrica di Emozioni, di Ricordi d'Infanzia, di ritrovamento di Radici e Identità a buon mercato. Se si pensa a quanta difficoltà comporta il vivere vere emozioni soprattutto se inattese e che ingrato lavoro sia la ricerca di se stessi nella ricostruzione della propria storia, tutto questo clima zompettante e festaiolo risulta incomprensibile. Ma in questi giorni funziona un po' come al cinema : basta una vicenda che sconfigge  miracolosamente una trama ricca di contrasti , l'abbraccio degli amanti o il riscatto degli Umiliati, le luci giuste e la discesa in campo di tutti gli archi dell'orchestra ed è fatta : le lacrime inondano la platea.Sono trucchi studiati a tavolino . Sono nei film di  Bergman come in quelli di Steno. Per questo mi insospettiscono più le facce emozionate davanti alle luci, ai canti e allo sciogliersi della cera che l'atmosfera generalmente godereccia e consumistica che infondo è, ne' più ne' meno, quanto ci si attende da una vera Fabbrica che ha a cuore il compimento  della propria missione aziendale.Il normale esito di un'operazione di marketing . In conclusione , questo è un periodo di moratoria, tanto per utilizzare  un termine di attualità, in cui è vietato pensare a brutture e tristezze e dove invece è d'obbligo ricomporre litigi, sciogliere le tensioni, ritrovare le persone di cui abitualmente ci si dimentica. Forse è questa obbligatoria  pianificazione delle contraddizioni che non mi torna . Ad ogni buon conto ,inutile è il contestare, men che meno partecipare al generale imbambolamento. Meglio sottrarsi . Però di auguri mi pare di avere sempre bisogno e quindi ricambierò , con calma , quelli di quanti mi hanno qui, o nei messaggi privati, onorata della loro attenzione :

Fare parte della vostra vita è stata un'esperienza bella ed istruttiva. Grazie di cuore. Sed

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sabato, 08 dicembre 2007
20:50

Il mestiere dell'avvocato (lealtà divisa)

L'avvocato è una figura problematica. Perchè la sua lealtà è divisa tra il dovere di rispettare le leggi dello Stato e quello di difendere il proprio assistito.Qualunque siano le accuse. Eppure proprio per questo,l'avvocato è garanzia indispensabile di libertà.

Può sembrare un ossimoro che nasconde  chissà quali ambiguità ma praticare con rigore e dedizione la lealtà divisa, significa manifestare l'identità forte della professione di avvocato, un ruolo che solitamente viene interpretato come soldato del nemico più che che come garante della Giustizia.Eppure proprio l'avvocato che difende il colpevole è garanzia essenziale per il cittadino onesto. Finché l'avvocato è libero di scegliere il cliente che vuole, il cittadino che non ha commesso reati sa che qualsiasi cosa gli accada, in qualsiasi circostanza si trovi, potrà avere un difensore. La garanzia che il colpevole sia difeso rassicura l'innocente. E alimenta la democrazia.

L'avvocato necessario è un libro di Fulvio Gianaria e Alberto Mittone edito da Einaudi

 

 

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sabato, 10 novembre 2007
21:45

Tough guys don't dance ( e nemmeno muoiono)

Mailer

Norman Mailer  (come pure  James Baldwin ed altri) rappresenta una specie di Scoperta dell'America almeno per un paio di generazioni di lettori.C'è una vena e una struttura narrativa che Mailer ha mantenuto viva e attiva fino al suo ultimo The Castle in Forest, che allora smentiva due convinzioni pregiudizievoli : uno che l'America fosse solo quello che ci veniva raccontato : il razzismo, il Viet-nam, la durissima repressione dei movimenti di protesta ,l'altra che il Grande Romanzo fosse un fenomeno esclusivamente europeo.L'America  che mi piace è cominciata, assai prima della musica,della poesia e delle Black Panthers,proprio da lui. Da Il nudo e il morto, dalla Costa dei barbari  dal Parco dei Cervi e dalla biografia di Marilyn Monroe. Norman Mailer è di quegli scrittori che regalano il piacere del leggere, quel senso di  soddisfazione che si prova quando ci si siede e si apre il libro e in cui è nascosto un impercettibile brivido sulla schiena.

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lunedì, 29 ottobre 2007
11:32

Lei è un vero reazionario. E Lei un vero conformista

Paolo

Egregio Guareschi,

Come ogni umorista che si rispetti - e io voglio rispettarla - Lei è un reazionario.Perciò so bene quale sarà la sua rabbia ,la sua rabbia reazionaria.Sarà la rabbia di chi vede il mondo cambiare,cioè sfuggirgli,perchè i reazionari sono degli ammalati.Degli spiriti senza piedi.So bene chi sarà esaltato e chi sarà umiliato nel suo film.Lei è a destra,difende le istituzioni perchè ha paura della storia.I monumenti non sono pericolosi.Tutt'al più sono brutti.E lei è insensibile alla bruttezza.Lei è insensibile alla bruttezza perciò ha scelto la mediocrità.E' questa la ragione per cui se la rispetto come umorista,la rispetto meno come scrittore.E appunto perchè lei userà le armi della mediocrità,del qualunquismo,della demagogia e del buon senso,lei uscirà vincitore in questa polemica, lo so bene.Ma qual'è la vera vittoria,quella che fa batter le mani o quella che fa battere i cuori ? Stia bene

Pier Paolo Pasolini

E' il 1962 . Pasolini ha appena finito di selezionare materiale d'archivio per un  film  La rabbia, un'opera che definirà giornalistica più che creativa, concepita in due parti distinte, la seconda delle quali affidata a Giovannino Guareschi. il Produttore è intenzionato a  mostrare il contrasto tra due diverse concezioni della storia e forse del mondo . L'idea della collaborazione seppure a distanza, aveva prodotto in Pasolini una serie di perplessità (ero seccato, dirà ) di natura ideologica. Guareschi non solo rappresentava quanto di più lontano si possa immaginare dalla concezione pasoliniana dell'intellettuale civile ma la sua opera era bollata,  e non a torto,  dalla critica di sinistra, come qualunquista e reazionaria. Il ripensamento di Pasolini (ma i dubbi  rimarranno, sopravvivendo al film) avviene sulla scorta di alcune riflessioni sul Bertoldo che in qualche modo aveva accompagnato la presa di coscienza antifascista di Paolo giovane, su Don Camillo -  un'opera qualunquista ma non pericolosa -  soprattutto sul fatto che Giovannino Guareschi s'era fatto il campo di concentramento e vi era rimasto per orgoglio. I due scrittori non entrarono mai  in contatto ma a fine lavorazione, Pasolini, dopo aver visto il materiale curato da Guareschi,ritirò la firma (che poi ripristinò) indignato :  Se Eichmann potesse risorgere dalla tomba e fare un film.Farebbe un film del genere.Fare collaborare due culture opposte talvolta è possibile. Ma forse è impossibile  mettere insieme senza collisioni, due versioni incompatibili dell'essere conservatori. La lettera di Pasolini a Guareschi cui fece seguito una pronta risposta dell'interessato, fa parte di un'operazione pubblicitaria per promuovere il film (che fu un fiasco).Un fittizio carteggio nella speranza che si scatenasse una Polemica più ampia e che entrambi i contendenti utilizzarono per marcare le distanze.Il film è stato di recente restaurato e presentato alla festa del Cinema di Roma nell'ambito di una giornata di Omaggio tributato a Pasolini. Ma al di là di ogni altra considerazione, è invece interessante osservare come l'uso del termine conservatore con il quale Pasolini definisce la propria impostazione, introduca ad una polemica di attualità giocata proprio sul conservatorismo di sinistra contrapposto al neoliberismo, sempre di sinistra, ma di recente acquisizione. La risposta di Guareschi non servì a risollevare le sorti del film che fu subito ritirato dalle sale visto lo scarso interesse del pubblico.Troppo presto per apprezzare lo stile, oggi molto in auge, di raccontare la storia utilizzando veri filmati d'epoca, con voce narrante a commentare le immagini o viceversa con immagini che fanno da contrappunto al racconto. ( in questo caso le voci erano quelle di Renato Guttuso e Giorgio Bassani). Qui la scheda del film scritta da Pasolini e pubblicata da Vie Nuove nel settembre 1962.

Egregio Pasolini,

Io borghese di destra,vedendo un negro scannare un bianco,dico "Povero bianco".Lei dice invece "Povero negro".E , per questa mia solidarietà di bianco alla razza bianca,Lei mi accusa di razzismo.Questo perchè Lei è un borghese di sinistra e,come tale,conformista.Le dittature non tollerano l'umorismo di cui hanno paura e,sulla soglia del tetro e sconfinato Impero Comunista ,la storia ha scritto col sangue dei milioni di assassinati : "Qui è proibito ridere".E' logico perciò che l'umorista Guareschi venga giudicato dal marxista Pasolini come fu giudicato da altri conformisti nel 1943 : Un sovversivo da isolare..Siamo su opposti rive,mentre la sua Rabbia risulterà in regola con il conformismo e con tutti gli ismi di moda,la mia sarà quella di chi è rimasto ciò che era trent'anni fa : un uomo qualunque pronto a battersi sempre contro il conformismo anche a costo di rompersi la testa,un uomo che difende il mondo dello spirito insidiato dal mondo ateo del materialismo e perciò non dimentica la Logica , la Storia, il Buon Senso ed è nemico di coloro che vorrebbero arare la terra dove giacciono le ossa dei nostri Morti.Non potendoLe dire "arrivederci" perchè le nostre strade vanno in direzione opposta,la prego di gradire i distinti saluti di

Giovannino Guareschi.

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sabato, 13 ottobre 2007
05:54

Intenzione di volo ( un altro trasloco)

FuneralitogliattiQuesto trasloco è  meno travagliato di tutti gli altri . E costa meno fatica perchè è il più urgente :

Qualcuno era comunista perchè glielo avevano detto. Qualcuno era comunista perchè non gli avevano detto tutto.Qualcuno era comunista perchè la storia è dalla nostra parte .Qualcuno era comunista perchè si sentiva solo..

E così via.Giorgio Gaber enumera altre cinquanta buone ragioni per le quali si poteva essere comunisti. Ma soprattutto ...

perchè era una forza, un sogno un volo, era uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.

I comunisti erano convinti di poter salvare il mondo. Il loro impegno militante era un investimento su un futuro che pensavano si sarebbe sicuramente realizzato.Ciò non non è accaduto, procurando ad ognuno inevitabili lacerazioni.

No. Niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare..come gabbiani ipotetici. Ed ora? Il gabbiano senza l'intenzione del volo..perchè oramai il sogno si è rattrappito.

Il primo trasloco si compì in seguito ad una dolorosa presa d'atto. Nessuno poteva credere che gli uomini e le donne di quel partito che stava per sciogliersi, discutevano di politica e identità con lo stesso atteggimento di quando   mettendo in discussione  la propria esistenza,ci si smarrisce.Gabbiani ipotetici o senza intenzione di volo,coloro che furono comunisti e quanti si considerano eredi di quella storia, conservano e finanche coltivano una particolare sensibilità per i mali del mondo.E se hanno abbandonato l'idea di salvarlo tutto,tentano almeno di fare qualcosa : e se non si può impedire un massacro in un paese lontano,forse si può aiutare un bambino, magari uno solo, ad uscire dall'inferno di quel paese.E' un sogno rattrappito? C'è in questa scelta dal grande al piccolo, dall'universale al particolare, un cambiamento di ottica e di cultura che preserva il nucleo forte di un' originaria esigenza morale.Il patrimonio politico culturale non è andato disperso.Si manifesta in un modo diverso rispetto ad allora ma si riconosce nell'indignazione con la quale,in cento,in dieci ma anche da soli si reagisce ad un'aggressione razzista, sopravvive nel rifiuto dell'ingiustizia, nella difesa dei deboli,nella voglia di cambiare,se non il mondo,almeno il proprio paese o magari soltanto la propria città,il proprio quartiere.Chi si è occupato di politica alla grande,ai tempi in cui il mondo era diviso in due e tutti eravamo felici di schierarci,può considerare questa una povera eredità,un succedaneo di quella maiuscola Politica che doveva cambiare il destino degli uomini e che disegnava su un'ideale carta geografica i confini del Bene e del Male.E tuttavia se non sono io per gli altri,chi sono io? E se non ora quando?. Una povera eredità? Non tanto povera,non tanto piccola,affidata a coloro che lasciano la Casa per costruirne una nuova.

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giovedì, 09 agosto 2007
11:09

Profondità illusoria (due giorni a Palazzo Spada)

palazzo spada

A Palazzo Spada oltre che la bellissma  Quadreria ( tre saloni di dipinti e piccole sculture nella tipica sistemazione settecentesca ) c'è la Biblioteca del Consiglio di Stato.Le due giornate impiegate in una ricerca per motivi professionali, sono state anche l'occasione per apprezzare la Galleria Prospettica del Borromini  visibile al di là della vetrata della Sala delle consultazioni.Lavorare al cospetto degli effetti ingannevoli ( la galleria sembra essere lunga una cinquantina di metri invece che i nove effettivi) tanto amati dal cardinale Bernardino Spada (altri stratagemmi illusionistici sono presenti negli affreschi delle sale ai piani superiori) è stata un'esperienza piacevole e finanche vacanziera se si pensa alla possibilità di prendersela comoda, organizzare i tempi  e dividersi nelle pause tra la  quadreria con i Guido Reni e i Gentileschi e i bar intorno a Piazza Farnese.Il divieto assoluto di scattare foto mi ha impedito di conservare un ricordo personale di queste due giornate trascorse nel silenzio perfetto di un luogo austero con vista su un'ambiziosa quanto illusoria ( e vagamente ridicola a ben pensarci ) fuga di colonne. (nell'illustrazione la prospettiva ripresa dalla biblioteca)

 

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domenica, 05 agosto 2007
12:15

Le costole di Adamo ( Zia, cos'è lo scalone?)

Non è vero che in certi momenti tutta la vita ti passa davanti.Nei pochi secondi che trascorrono tra il colpo e la consapevolezza di avercela fatta, non c'è posto per  il cinemascope autobiografico , c'è da uscire dalle lamiere e pensare agli altri.Meno male alle cinture, agli airbag (ma quanti sono?) e al fatto che a casa mia i bambini viaggiano sul sedile posteriore fino a venticinque anni.Così lei, la nipotina, ed io, fuori citta, di ritorno da un compleanno , ce la siamo cavata,tutto sommato, con poca spesa : qualche livido, un po' di paura, tre costole rotte,la macchina distrutta e i programmi estivi da rivedere. Incolpevole io (non me lo sarei mai perdonato). La piccola fortunatamente illesa  - Zia, cos'è lo scalone ? - aveva chiesto qualche secondo prima del botto.

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lunedì, 30 luglio 2007
14:13

La lanterna magica

Ingmar Bergman set 1957Bergman metteva in riga i miei migliori (e scomposti) istinti di spettatrice.I suoi film non lasciavano molto spazio alla fantasia, ne' alla riflessione, ne' alla fuga .Faceva, diceva, esprimeva tutto lui .Ogni volta - che rabbia - era sufficiente sedersi e guardare.E ogni volta l'intreccio consueto: immagini e dialogo in perfetta alchimia, risultavano esaustivi. Cos' altro si sarebbe potuto aggiungere a Sinfonia d'autunno a Fanny e Alexander al Settimo sigillo a Scene da un matrimonio o al Posto delle fragole? Proprio nulla . Per questo nonostante il sentimento di profondo rispetto e la consapevolezza di essere al cospetto di autentiche opere dell'ingegno,io Bergman non l'ho mai davvero amato.Però non ho perso un suo film, ne' una sua produzione televisiva,ne', quando è stato possibile,una sua opera teatrale.Capitava a me ciò che spesso accade con quelle persone che si stimano talmente ...ma alle quali ,per pudore, non si riesce a dare del tu.

Nell'illustrazione Ingmar Bergman sul set di Settimo Sigillo

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venerdì, 20 luglio 2007
22:00

La traccia aperta di una ferita

 

Piazza Alimonda

Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare
respiro al largo, verso l'orizzonte.
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale,
d'anima forte.
Genova che si perde in centro nei labirintici vecchi carrugi,
parole antiche e nuove sparate a colpi come da archibugi.
Genova, quella giornata di luglio, d'un caldo torrido
d'Africa nera.
Sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera.
Nera o blu l'uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia;
facce e scudi da Opliti, l'odio di dentro come una scabbia.
Ma poco più lontano, un pensionato ed un vecchio cane
guardavano un aeroplano che lento andava macchiando il mare;
una voce spezzava l'urlare estatico dei bambini.

Panni distesi al sole, come una beffa, dentro ai giardini.
Uscir di casa a vent'anni è quasi un obbligo, quasi un dovere,
piacere d'incontri a grappoli, ideali identici, essere e avere,
la grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza,
sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza.
Genova chiusa da sbarre, Genova soffre come in prigione,
Genova marcata a vista attende un soffio di liberazione.
Dentro gli uffici uomini freddi discutono la strategia
e uomini caldi esplodono un colpo secco, morte e follia.
Si rompe il tempo e l'attimo, per un istante, resta sospeso,

appeso al buio e al niente, poi l'assurdo video ritorna acceso;
marionette si muovono, cercando alibi per quelle vite
dissipate e disperse nell'aspro odore della cordite.

Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore,
ma come quella vita giovane spenta, Genova muore.
Per quanti giorni l'odio colpirà ancora a mani piene.
Genova risponde al porto con l'urlo alto delle sirene.
Poi tutto ricomincia come ogni giorno e chi ha la ragione,
dico nobili uomini, danno implacabile giustificazione,
come ci fosse un modo, uno soltanto, per riportare
una vita troncata, tutta una vita da immaginare.
Genova non ha scordato perché è difficile dimenticare,
c'è traffico, mare e accento danzante e vicoli da camminare.
La Lanterna impassibile guarda da secoli gli scogli e l'onda.
Ritorna come sempre, quasi normale, piazza Alimonda.

La "salvia splendens" luccica, copre un'aiuola triangolare,
viaggia il traffico solito scorrendo rapido e irregolare.
Dal bar caffè e grappini, verde un'edicola vende la vita.
Resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita

Francesco Guccini Piazza Alimonda (dall'album Ritratti)

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venerdì, 20 luglio 2007
21:35

Carlo quand'era un ragazzo

Ho scelto di ricordare Carlo Giuliani con una foto diversa da quelle  che abitualmente lo ritraggono , riverso sul selciato di Piazza Alimonda in un lago di sangue o mentre sposta i cassonetti in via Caffa o mentre  osserva  il corteo che  sta scendendo da via Tolemaide. Non è tanto la vista del  sangue, elemento, del resto, immancabile nei filmati e nelle immagini che raccontano  quei giorni a Genova, quanto l'aria indifesa accentuata dalla magrezza e dall'essenzialità dell'abbigliamento.Un corpo privo di vita che ispira una pietà meritevole del più stretto riserbo. Noi abbiamo fatto molto poco per Carlo e per i suoi tenacissimi genitori, ne' sappiamo al momento se la tanto auspiacata Commissione d' Inchiesta sui fatti inerenti alla sua morte,vedrà mai la luce.Promettiamo,c'impegnamo ma poi ..non solo da noi dipende...nel frattempo conserviamone una memoria affettuosa.Carlo non è vivo tantomeno può lottare in mezzo a noi. Sia questa la terribile presa d'atto.L'unica che ci suggerisce di chiedere giustizia.

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venerdì, 13 luglio 2007
21:24

Spes contra spem

Io sarei stata concettualmente favorevole all' emendamento Manzione  (quello odierno) ma sono contenta che l'Aula lo abbia respinto perchè credo che la tenuta del Governo sia più importante della presenza degli avvocati nelle commissioni giudiziarie. E in questo ragionamento, forse per colmo della perversione o delirio senile o sopraggiunta rassegnazione o quel che è,  non percepisco schizofrenia, ne' avverto ferite alla dignità,ne' al diritto di veder prevalere un'opinione.La politica è anche determinazione delle priorità nel perseguimento del Bene Comune.Se a questo si aggiunge la piena legittimità costituzionale del voto in questione,posso dire di sentirmi finanche soddisfatta.

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domenica, 17 giugno 2007
07:23

No diritti No voti

No diritti No votiE' lo slogan più tosto del Pride,quello più difficile.E' scritto in calce ad un volantino dell'ArciLesbica,lo distribuiscono alcune ragazzette dall'aria risoluta ma a me lo passa ripiegato un amico con  cenno - che ne pensi , vorrebbe significare - d'implicita richiesta.Che posso dire di uno scritto appuntito sul bullismo omofobo,sulle discriminazioni,sul riconoscimento delle coppie omosessuali ? - No diritti No voti - è la logica conclusione delle speranze disilluse. Hanno ragione - cos'altro? - son io che  sento scaduta ogni  considerazione di buon senso.No diritti No voti. Ho paura,o forse spero,  diventi il tema del futuro.Così non rincorro le ragazzette, non le fermo - parliamone ! - Le seguo con lo sguardo ,ne osservo le schiene dritte.E penso con fastidio al potere di chi sta loro contro.No diritti No voti è un ricatto contro altri ricatti .Temo di non poter essere loro utile .Siano allora quelli che hanno deluso quest'altra generazione di strafottenti con i quali è impossibile trattare,intolleranti di autorità, partiti e voti,siano loro a recuperarne la fiducia ed il consenso.Io, con le mie piazze bruciate e le mie linee di scontro, con la mia addomesticata protervia è meglio che taccia . Anche se rimarrò lì. Che altro non so fare.

angeli in parata

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lunedì, 28 maggio 2007
08:54

Cambio stagionale ( con bilancio di previsione)

Cannes509142687_d733e49041L'idea di un template meno drammatico e più estivo,è stata accantonata subito per mancanza di tempo : il color oro del testo, in caso di trasformazione,si sarebbe rivelato impegnativo oltre il consentito ed allora ho rinunziato,almeno per il momento.Un orribile ruolino di marcia, impone saggezza nel dosare i tempi.In compenso ho trovato un titolo nel quale è contenuta anche l'impressione che  della blogopalla ho maturato in un anno di militanza nel settore.Non dirò oltre, a parte la personale difficoltà di trovare stimoli nelle riflessioni collettive (la carta stampata continua, quantunque esperienza individuale, a detenere il primato) e a trovare argomenti sui quali riferire e che non appartengano esclusivamente al mio particolare che immagino poco interessante per gli altri.Archiviata l'idea del consuntivo e lungi da me le abusate considerazioni sul virtuale e relative dinamiche,dirò che il brodo ristretto è godibile quando la molteplicità degl'ingredienti si mescola e senza appiattimenti  trova una sintesi felice e saporita e che, in particolare, il court boullon, banalmente realizzato con sedano-carota-vino-prezzemolo e alloro ( ma che ci tiene quell'alloro) rende glorioso il risultato di cottura del più banale dei pesci d'allevamento.Così sia.Nella speranza di vivere stagioni interessanti come da noto augurio cinese,e di saperne cogliere sempre i diversi aspetti, compresi quelli infinitesimali o "scomodi" o contraddittori,proseguo con la cucina di court boullon a modo mio ma con l'idea sempre presente di commensali da entusiasmare.

Nell'immagine uno degli allestimenti pubblicitari più carini di Cannes 2007

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martedì, 24 aprile 2007
11:39

Alberto

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Perchè da un sottoscala facemmo a pezzi Hollywood. Prefazione alla Verifica Incerta. La Prevost col piano di legno. Alberto Grifi

Alberto se ne è andato.A questo distacco ci aveva preperati la sua lunga malattia ma poi,come sempre capita, la partenza pure se annunciata, si carica egualmente di tristezza.Ho visto nella mia vita tanti film,ho vissuto con/per/nel cinema, gli anni più interessanti .Ho trascorso ore  a disputare e a contendere sui fotogrammi e sulle inquadrature  eppure nonostante questo cospicuo bagaglio visionario,  non so parlare, come vorrei, del cinema di Alberto.Le definizioni..underground, sperimentale, non sono sufficienti a comprendere un'opera tanto vasta.Per fortuna ci lascia una ricchissima eredità e dunque come è giusto,siano i suoi film e le sue parole a raccontare del suo cinema sovversivo e geniale.

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mercoledì, 18 aprile 2007
12:20

Un nuovo pensiero per questo secolo (al Pantheon andateci voi)

Devo dire che la mia idea di rinnovamento non contemplava affatto l'ipotesi di un Pantheon, vuoi perchè il Tempio di Agrippa, è un monumento celebrativo infinitamente più funereo del necessario, vuoi perchè quest'ansia di trasloco in ulteriori (ennesime) case, socialiste o popolari o liberali che siano,al seguito della galleria degli antenati (e per di più discutendo se il ritratto del nonno sia meglio di quello del prozio o se quello del biscugino tocchi a me oppure a te) mi pare un'inutile pratica. Ciascuno è la storia che è, per darne conto non ha bisogno di esporre le medaglie e nemmeno i santini. Se i processi di beatificazione degli artisti o degli scrittori - De Andrè con l'aureola, per dirne una o Pasolini interrogato costantemente su disastri contemporanei  - chissà che avrebbe detto - mi sembrano operazioni niente affatto rispettose e di pura necrofilia delirante, per i politici, i pensatori, i filosofi , stante l'epoca di grandi capovolgimenti dalla caduta del muro in qua, al senso di inutilità si aggiunge quello dell'inopportunità. Chiunque  , da Togliatti a Berlinguer a Gramsci a Bordiga, fino a Malatesta (così sono contenti tutti) , trovandosi proiettato in questo secolo, avrebbe bisogno di nuove riflessioni,nuove articolazioni dell'analisi, prima di profferir parola e tornare a impartire le istruzioni del caso.Mi ci vedo comunicare a Carlo Marx  che il capitalismo dopo aver fatto man bassa ,ha vinto anche  la più importante delle battaglie : quella culturale. E a Berlinguer che da un momento all'altro...puf ..sono spariti i blocchi e l'assetto mondiale si è stravolto con le annesse minacce alla sicurezza di milioni di donne e di uomini o a Togliatti che la partita oggi si gioca sui Diritti,sull'Ecologia,sulla mancanza di cibo e di libertà di moltitudini nel pianeta. e che l'idea del pacchetto onnicomprensivo del comunismo, all'interno del quale abitava la soluzione di tutti i problemi, è defunta.La nostra ricetta di cambiamento dello stato delle cose è fallita e di fronte alla complessità delle sfide a venire, anche l'idea novecentesca del socialismo, che ha lavorato soprattutto sulle quantità, vuoi per redistribuzione, vuoi per utopia egualitaria è superata.Oggi abbiamo bisogno di discutere di qualità dello sviluppo che non può essere risolta nell'ambito esclusivo e limitato del pensiero liberal democratico.Del resto mi sembrano incredibili anche le etichette : che vuol dire essere socialisti oggi ?: Voler più bene ai lavoratori?Il problema non ha una risposta definita tantomeno possiamo credere che basti l'incentivo distribuito dalle Urne dei Forti, a costruire  un nuovo pensiero, per questo secolo.C'è un passaggio molto incisivo nella Mozione di Piero Fassino che recita più o meno : Non si governa il mondo nuovo senza un nuovo linguaggio.Mi ha convinta.Io dunque non so ancora  se il Partito Democratico sarà la mia nuova casa.So soltanto che potrò rendere disponibile il mio impegno solo nei luoghi in cui si vogliono costruire alleanze e un nuovo linguaggio che veicoli  idee nuove .Il che è tanto di più che limitarsi a recuperare il meglio di una tradizione.La concreta priorità data  alle donne e ai giovani, nella nuova casa, sarà la cartina di tornasole.Altrimenti va bene anche restare a occuparsi dei fatti propri.Se tanto mi da tanto...al Pantheon finiteci voi...

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venerdì, 13 aprile 2007
18:25

La piattaia di Giuditta

Due nonne fa ,Giuditta portò in dote questa piattaia che ha subito,nel corso degli anni, un solo restauro è interamente fatta a mano con incastri e ora si trova nella mia cucina.Scomoda per i piatti,ospita una collezione di caffettiere, una di grappe e una,la più importante, di libri di cucina : da Jorge Amado a Pellegrino Artusi, passando per Isabelita Allende,Eduardo De Filippo,Escoffier e Doney.Poi c'è il quaderno di Giuditta che data 1880, con le ricette,le annotazioni e i conti di casa.A lei si deve tutta la tradizione culinaria della mia famiglia,molte ricette sono impossibili da cucinare per irreperibilità degl'ingredienti ma il suo Biancomangiare (che lei chiama Biancomangià) è un dolce raffinatissimo che non manca di riscuotere tutt'ora grandi successi.

Scritto da sedlex in: di me, la casa della vita
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venerdì, 13 aprile 2007
16:43

Ponte Sisto

Per esempio per una simile veduta  su Ponte Sisto, bisognerebbe riservare una Suite al Fatebenefratelli dell'isola Tiberina.Questa invece è più semplicemente la porta della cabina armadio.

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venerdì, 13 aprile 2007
14:02

Voltiamo pagina : Il trompe l'oeil e il rosso pompeiano

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Se uno non può permettersi il panorama che si gode dallo studio di Veltroni,poco male,basta farselo dipingere uguale uguale in casa, sopra al tavolo di cucina.Ovviamente Walterino non ha queste deliziose tende, ne' fiori, ne' frutta sul davanzale ma soprattutto non possiede un  pc  puntato sul blog di Capelli (in basso)

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mercoledì, 11 aprile 2007
23:15

Se po' sapè...

...che fine ha fatto Capelli ?

(si accettano tutte le ipotesi meno quella della disperazione)

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domenica, 08 aprile 2007
16:16

Voltiamo pagina (con i fiori del terrazzo)

Una varietà di gelsomino

.....la malvarosa

Ancora una varietà di gelsomino

 

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mercoledì, 04 aprile 2007
18:46

Spettatori

Radio city326423122_b6f70e2e13_bCon quanti spettatori ho condiviso un'esperienza cinematografica e quanti ne ho spiati  nascosta in cabina di proiezione?Una volta Cary Grant disse a Peter Bogdanovich che per lui l'esperienza più bella era andare al Radio City, un cinema di New York che contiene seimilacinquecento posti,a sentir ridere gli spettatori per qualcosa di piccolo e semplice  che aveva fatto sullo schermo.   Film e pubblico sono un' esperienza visiva ed emotiva singolare.Ridere a crepapelle o piangere a dirotto,un film è sostanzialmente un dispositivo per ottenere dal corpo il massimo delle reazioni.Una volta uno dei più noti registi contemporanei fu portato via di peso dalla saletta di un cineclub romano dove proiettavano una maratona di classici della comicità del muto:una crisi esilarante in piena regola.Inarrestabile.Per avere una risata di quelle fatte bene,occorrono almeno un centinaio di persone per volta, dicono gli esperti.Oggi i film raramente sono consumati in riti collettivi di questa proprorzione ed intensità.Le nuove tecnologie sembrano di gran lunga preferire una fruizione individuale e isolata.Il tipo che ieri sul treno, era attaccato ad una cuffietta, a sua volta attaccata ad un pc portatile, sorrideva appena all'esilarante Tony Curtis  di Some like it hot.Tuttavia ho osservato le sue reazioni a scartamento ridotto. C'è un 'altra scena nascosta in un film : il pubblico in sala.I movimenti,le risate,uno spettatore che per prendere posto oscura per un attimo lo schermo e rende improvvisamente molto più interessante la proiezione.Sono questi i momenti in cui si scopre quanto il cinema abbia presa su di noi,basta un breve abbandono della pressione che esercita l'immagine e il desiderio si riaccende.Quando il film (tutti ne hanno) ha un punto debole,il pubblico esce dallo stato di trance,si sistema meglio sulla poltrona,tossisce,si tocca i capelli,comunica brevemente col vicino.Vista da lontano è come un'onda di movimenti e spostamenti che percorre la sala come se esistesse, in questo, un accordo segreto tra congiurati.Il cinema non è uguale al sogno.L'illusione non è mai assoluta, c'è sempre una parte di noi che sa di essere al cinema come in questi momenti di stanca del film  in cui ci si assenta,lo si guarda senza vederlo, per poi riprendere il nostro posto al suo interno, non appena la narrazione torna in  quota.

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domenica, 11 marzo 2007
11:43

Piazza di Spagna 93

Pino Lancetti03E' vero che Pino Lancetti nelle sue creazioni guardava, o come preferiva dire  lui, si appoggiava all'arte,lo si capiva dai riferimenti esplicitamente impressi nei tessuti aerei degli abiti da cocktail in cui rivivevano,Picasso,Kandinsky,Matisse, Klimt.Couturier atipico, alla francese, cioè disegnatore e tagliatore (per ogni abito, un centinaio di bozzetti) di una moda artigianale la cui magia nasceva rigorosamente in laboratorio tra ricamatrici e prèmieres e viveva, più che sulle copertine patinate o nelle pubblicità strillate, indosso ad indimenticabili clienti (e non testimonial) :la Begum Salima,Soraya,Audrey Hepburn e Silvana Mangano.Esempio di eccellenza e innovazione nel momento in cui la moda romana cercava un'autonomia dall' Haute Couture di Parigi e Milano era di là da venire,Lancetti fece parte della nuova generazione di sarti, quella che come i grandi del passato - da Chanel a Schiaparelli - sapeva legare la moda alle diverse espressioni dell'arte.Con lui Mila Schön,Irene Galitzine,Fausto Sarli e un giovanissimo Valentino.Presuntuosi forse, ma in quella sfida c'è stata una ricerca minuziosa di riferimenti che il mondo della moda non ha mai più conosciuto.Nei tardi anni sessanta aveva lanciato per primo la moda militare e con due anni di anticipo su Saint Laurent lo stile Folk, pensando a donne la cui vita stava per cambiare e che non avrebbero mai più avuto il tempo per le classiche quattro prove dell'abito in sartoria . Pino Lancetti mancava dalle passerelle già da anni,con poca convinzione aveva partecipato alla nascita del made in italy,il prêt à porter non era nelle sue corde, come non lo erano le paillettes,gli eccessi,la religione del mercato e la massimizzazione dei profitti.Nel 1999 aveva venduto il suo marchio a due industriali milanesi dei profumi.Tornò alle sfilate  in occasione del Premio alla Carriera ricevuto nel 2000, nel vecchio Ospedale Santo Spirito in lungotevere in Sassia, gli abiti erano ancora belli ma il mito  un po' appannato da quei jeans serigrafati,prezzo quattro milioni di lire,voluti dai nuovi proprietari.Quell'anno fu assegnato il premio anche a Jean Paul Gaultier e Vivienne Westwood altri due geni creativi poco inclini alle suggestioni dei profitti .Se l'idea di moda artigianale era tramontata, come del resto il suo mondo,tanto valeva tornare alla pittura.Così si ritirò nella sua casa di via del Babuino a pochi metri dallo storico atelier al primo piano di Piazza di Spagna 93. Sarebbe bello rivedere i suoi cento abiti, esposti al Vittoriano qualche tempo fa e assicurati,senza luccicare nemmeno un po', per cento miliardi di lire.

pino lancetti

Questo è uno degli abiti folk firmati Pino Lancetti (notare la cintura fatta con cordone tapisserie).Ad altri sarebbe stato impossibile accostare simili colori (rosso rosa arancio viola) e ricavarne un insieme armonico.Lui ci riusciva.Crêpe de chine della gonna a intarsi orizzontali lucidi e opachi e taffetà in seta cruda del corpetto, fanno il resto.(notare la fodera della piccola giacca che non è double face, ma, rovesciata, risulta essere senza cuciture visibili, l'interno dell'abito veniva cucito con la medesima accuratezza dell'esterno e interamente foderato, tranne che per gli chiffon,i voiles,i plumetties ,le sete leggere delle gonne.Pino Lancetti01

Questo e quello in alto, sono tra gli ultimi bozzetti del maestro disegnati per la sfilata di lungotevere in Sassia.
Scritto da sedlex in: di me, mode e modi
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domenica, 25 febbraio 2007
19:17

Il mestiere dell'attrice (Judi Dench & Helen Mirren)

the queen06Poichè la tenutaria qui dentro, dilettantisticamente, parla solo dei film che le sono piaciuti e che intende ricordare (per le stroncature c'è già la critica professionale),non ci sono stati, ne' ci saranno post sui film The Queen e Diario di uno scandalo.Due prodotti,intendiamoci,assolutamente decorosi ma se un film non incanta, non c'è niente da fare...meglio allora investire energie  scrivendo di pellicole in cui ci si riconosce.Tuttavia in entrambi i casi, le storie narrate si avvalgono, anzi vivono e respirano dell'impegno di due bravissime attrici che,guarda caso,proprio stasera,a Los Angeles, si contenderanno, l'Oscar.Io spero vivamente che almeno una delle due sia premiata come miglior attrice protagonista e che l'altra si aggiudichi il riconoscimento, magari in qualche altra categoria ( non ho sottomano le nominations).I motivi sono tantissimi e non concernono solo la disinvolta capacità di calarsi in personaggi assurdi (entrambi i ruoli lo sono) e distanti da sè anni luce (la Mirren è persino una delle poche inglesi repubblicane di cui si sappia  e riesce ad essere più regina di Elisabetta ) ma soprattutto il grande amore e l'entusiasmo per il proprio lavoro e da ultimo per quella caparbietà di essere nello star system con la propria personalità e soprattutto con la propria età e, senza ricorrere a scorciatoie chirurgiche ma nemmeno accontentandosi di ruoli secondari da "anziana",di essere qualcosa di più della protagonista di un film ma di essere loro stesse, IL FILM.

sca11

 

 

 

Scritto da sedlex in: di me, la fabbrica del cinema
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domenica, 28 gennaio 2007
09:24

Solo a fine mese

Succede che nel ricongiungimento dei due tronconi di blog che sta avvenendo in questi giorni con fatica(data dall'imperizia) e noia (data dall'incapacità di fare lavori meccanici),mi sono accorta  di aver perso,nei vari traslochi, un po' di post .Per esempio mi manca quello sulla Vergine dei Palafrenieri,quell'altro sulla strage di Bologna e quell'altro ancora su Sean Connery a cena sulla terrazza Caffarelli in occasione di Romafilmfest.Poco male.Essendo una perditrice rifinita (ombrelli,occhiali,accendini, sono i generi più ricorrenti) ho imparato a fare i conti con il senso di impotenza che ti prende quando capisci che la mancanza sarà definitiva,che dovrai ricomprarti  l' ombrello e già sai che difficilmente sarà uguale a quello che hai lasciato in giro.Una parte dei post si può inserire di nuovo ma i commenti purtroppo sono andati irrimediabilmente perduti e per questo è giusto che io mi scusi  con i titolari che così generosamente si sono avvicendati a dire la loro sul Partito Democratico o su Scorsese.Spero che il futuro ci riservi meno trambusti e di conseguenza meno traslochi virtuali.E' singolare comunque che nel meccanismo di trasferimento automatico da una piattaforma all'altra,  una probabile stortura  ha fatto sì che a volatilizzarsi fossero solo i post dal primo al ventitrè, dei mesi estivi.Fra duemila anni, studiando i frammenti e i reperti di questa epoca bislacca, gli archeologi concluderanno che durante la famosa quarta settimana, c'era chi tirava il collo e chi imbrattava queste pagine pretendendo quote rosa e incazzandosi con tale Bush, un'erbaccia invasiva e cespugliosa rovinagiardini.Avvaloriamo la tesi futura, con un cartello che ha fatto la sua comparsa durante la manifestazione pacifista di sabato scorso a Washington DC.(l'impero è alle corde e sarà nostra cura documentarne il crollo)

Scritto da sedlex in: di me
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venerdì, 12 gennaio 2007
22:27

Shosta (e l'uomo incontrò il cane)

Questo è l'Ultimo Cane (come l'ultimo spettacolo,l'ultimo walzer,l'ultima donna).Poichè le energie sono destinate a declinare  e l'emotività a crescere,sarà difficile  riuscire a fare quello che ho fatto sempre : allevare di questi bestioni.Dopo di lui mi toccherebbe uno Yorkshire (e francamente...).Shosta,come del restotutti i suoi predecessori, passa la vita a studiare con discrezione, la mia ed è l'unico essere vivente che conosce e anticipa ogni mio gesto.Lo straordinario del rapporto con un cane consiste,oltre a tutto quel che si è detto sull' abnegazione,la fedeltà e il resto,proprio in questo conoscerti  nei minimi dettagli, senza che ciò comporti a te, nessun impegno,nessun racconto,nessuna spiegazione.Loro semplicemente ti guardano vivere.E sanno.A nessun essere umano sarebbe consentito fare questo, pena un asfissiante rapporto di dipendenza.Che ne sai dell'amore finchè non hai guardato negli occhi il cane che ami?" diceva Majakovskij alludendo a Skotik il suo barboncino nero.Credo ci sia un fondo di verità nella licenza poetica.Lunga vita a Shosta e al nostro essere due maturi cane-padrona.

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