mercoledì, 15 aprile 2009
12:05

Il digitale introverso Guevara

Mai cortese iniziativa  fu tanto celebrata dalla critica come quella del produttore di distribuire un cestino nell'intervallo tra la prima parte - L'Argentino -  e la seconda  - Guerrilla - del Che di Sodebergh. Cinque ore di proiezione possono anche esigere un ristoro a metà del tragitto,  ma in fin dei conti  non si era trattato che di un sandwich e di una bottiglia d'acqua, quantunque adagiati  in graziosa  mise en place. Eppure se ne può rinvenire entusiastica menzione in ogni quotidiano del giorno dopo, addì 23 maggio 2008, alla pagina delle  critiche cannensi, con enfasi più marcata rispetto all'introversa scontrosità di Del Toro - che poi però si rifece con la palma del miglior attore, alla faccia degli inguardabili predecessori Sharif e Rabal -  o della trepidante attesa di un distributore che all'epoca dell'imprevisto dejeuner, non s'era ancora trovato.

Le cinque ore di (autentica e cinematografica) passione allora erano già destinate a diventare due film, per esigenze di sala, ma va da sè che il lavoro non può essere giudicato che nella sua interezza. La seconda parte sarà distribuita qui da noi, il primo di maggio, ma si sarebbe potuta tranquillamente offrire l'opportunità agli spettatori di vedere i due lungometraggi in sequenza, pur mantenendo la distinzione.

Costruita, in parte, adottando la falsariga del libro dello stesso Guevara titolato Sulla Sierra con Fidel - Cronache della rivoluzione cubana, essenziale nella sua digitale bellezza, a siderali distanze da altre celebranti e motociclistiche operazioni, poco trionfale, e retorica nemmeno un po', ecco servita una delle imprese più anticommerciali mai viste al cinema.

Dunque pregevole, soprattutto nel proposito ben riuscito di  restituire al Che il posto che gli spetta nella Storia. Liberata l'icona dalle fin troppo calde drammatizzazioni e dall'abbrutimento del merchandising, possiamo ritrovare integro lo spessore dell'uomo politico e del soldato, grazie alla particolare attenzione posta  da Sodebergh nel rappresentare  il luogo e i sentimenti che animavano il tempo in cui è ambientato il film. Cronaca di un progetto rivoluzionario, più che di un sogno, seguito minuziosamente e a passo di documentario da una regia tesa a non invadere mai il campo, questo Che rappresenta un diverso modo di affrontare il biopic, più fondato sulla ricostruzione storica  che sulle indagini intorno alla psicologia del personaggio. Probabilmente chi ha definito il film di Sodebergh come qualcosa che Rossellini, Coppola e lo stesso Guevara avrebbero molto apprezzato, non aveva tutti i torti.

Che è un film di Steven Soderbergh. Con Benicio Del Toro, Demiàn Bichir, Santiago Cabrera, Elvira Mínguez, Jorge Perugorría, Edgar Ramirez, Victor Rasuk, Armando Riesco, Catalina Sandino Moreno, Rodrigo Santoro, Yul Vazquez, Ramon Fernandez, Julia Ormond, René Lavan, Roberto Santana, Vladimir Cruz, Sam Robards, Jose Caro, Pedro Adorno, Jsu Garcia, María Isabel Díaz, Mateo Gómez, Octavio Gómez, Miguelangel Suarez, Stephen Mailer, Roberto Urbina, Marisé Alvarez, Christian Nieves, Andres Munar, Liddy Paoli Lopez, Francisco Cabrera, Pedro Telémaco, Milo Adorno, Alfredo De Quesada, Juan Pedro Torriente, Jay Potter, Blanca Lissette Cruz, Laura Andújar, Euriamis Losada, Unax Ugalde. Genere Biografico, colore 126 minuti. - Produzione USA, Francia, Spagna 2008. - Distribuzione Bim

 

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sabato, 04 aprile 2009
10:06

Lotta di classe con garbugli in Piccardia

Quando Gustave de Kerven  della premiata Delépine & Kervern  arrivò al Festival di  Roma - proveniente da Cannes e San Sebastian e diretto al Sundance, in un continuo mietere premi - a presentare il suo esilarante Louise Michel, storia  surreale -  ma non troppo - della chiusura di una fabbrica in Piccardia, nessuno avrebbe immaginato che di lì a poco, l'idea di rivalersi sui manager per i soprusi patiti e i licenziamenti , sarebbe divenuto per molti  lavoratori, il metodo di lotta del futuro.

Non nuovo a dire il vero, nemmeno qui da noi, visto che quello di sequestrare i fattori mentre i latifondisti si tenevano lontani ed al sicuro, protetti nelle loro residenze cittadine, faceva parte di un protocollo consolidato nelle lotte contadine fin de siécle e oltre. Per non tacer di Valletta e d'altri.

I manager come si sa, non sono i proprietari delle imprese, come i fattori non lo erano delle terre, ma intanto - in circostanze in cui è peraltro difficile stabilire chi sia il proprietario -  ne rappresentano la diretta  emanazione, per di più incarnando il massimo dell' ingiustizia: quella di essere strapagati indipendentemente dall'efficacia dell'apporto produttivo. Aggiungendo al quadro il caos e la debolezza del sindacato, avremo un combinato disposto di latitanze  e  disagi in cui il dàgli al manager risulta essere l'unico modo in cui rabbia e senso d'impotenza possono esprimersi.

Anche Louise e le compagne, beffate da chi prima di spedirle a casa compera loro nuove divise e con il benservito di una liquidazione da fame, decidono, dopo aver esaminato diverse opportunità,  che l'unico investimento proficuo è mettere insieme il denaro per assoldare un killer e uccidere il boss che nel frattempo si è rifugiato in un paradisco fiscale, non si sa se di lista nera o grigia.

Di qui un susseguirsi di avventure incredibili si consumano sulle tracce del manigoldo. Poichè  non solo Michel, il designato killer,  è  piuttosto maldestro e nondimeno  intruppone mentre la sua coadiutrice Louise, non ne parliamo, ma come se non bastasse, in passato fu  donna e meno male - poi si scoprirà -  perchè anche Louise è stato uomo e da cosa può nascere cosa.

Sorta di western sociale secondo le intenzioni di Delépine & Kervern che hanno messo mano al progetto intenzionati a far sì che i più buoni potessero diventare cattivi e  i cattivi fossero degl'irriducibili criminali.

Un film divertente, piacevole, paradossale,   illuminato dalla presenza di Yolande Moreau, sguardo verde di rapinosa bellezza, attrice prediletta da Agnès Varda - quindi non si discute - , tre César, un vero talento al servizio di un personaggio duro, difficile e vagamente  trash. Da vedere senza pensare ad improbabili istigazioni a delinquere con la consapevolezza che non c'è proprorzione tra la tragedia della perdita del lavoro e di prospettive e  il chiudere a chiave un manager per mezza giornata in una stanza, il più delle volte per costringerlo ad ascoltare ragioni e richieste delle quali sembra non importare più a nessuno. Dedicato dai registi - anarchici - alla comunarda Louise Michel

  

Louise Michel è un film di Benoît Delépine, Gustave de Kervern. Con Yolande Moreau, Bouli Lanners, Robert Dehoux, Sylvie Van Hiel, Jacqueline Knuysen, Pierrette Broodthaers, Francis Kuntz, Hervé Desinge. Genere Commedia, colore 90 minuti. - Produzione Francia 2008. - Distribuzione Fandango

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lunedì, 02 febbraio 2009
21:26

Sweet home?

 

Davanti ad una casa priva di vie d'accesso,  laddove altri hanno il giardino o il cortile,  loro hanno un'autostrada mai terminata, chiusa da dieci anni, deserta. Loro sono una bizzarra famiglia e utilizzano quello spazio un po' surreale come veranda, parco giochi, solarium, pista di pattinaggio. Si direbbero un gruppo compatto, lieto, giocherellone, ma a ben vedere quella  ricerca di felicità vissuta ai margini, lontana da mode e da rumori nasconde seri squilibri. Quando all'improvviso  l'autostrada sarà ultimata e prenderà a funzionare rendendo loro difficoltosa la sopravvivenza,  reagiranno come sempre : ignorando la realtà fino all'autoesclusione, alla rinuncia,  murandosi in casa per sfuggire ai rumori e all'inquinamento

Opera prima - documentari a parte -  di Ursula Meier, molto apprezzata a Cannes e dalla critica francese in genere. Meno dalle nostre parti, dove il film è stato giudicato cerebrale e un po' troppo metaforico. In realtà la sceneggiatura funziona benissimo mentre cresce il disagio o quando, da piccoli e grandi indizi, viene rivelata la natura sostanzialmente folle  di quell' insieme domestico. Ma essendo la narrazione costruita pietra su pietra, per essere destinata ad un finale tragico, l'happy end che la regista ammette di aver voluto inserire all'ultimo momento, squilibra l'economia del racconto,  risultando spiazzante e curiosamente stonato, quell' improvviso risolversi della tensione, banalmente ...nel trionfo dell'amore.

Il nemico non viene da fuori a turbare una serenità che non esiste e in cui ci  ostiniamo  a credere, il nemico è dentro di noi. Negazione ed autodistruzione procedono di pari passo. Sbaglia la critica che ha bollato questo film come criptico.

Grandissima Isabelle Huppert regina - e probabile artefice - incontrastata dell'Incubo Domestico e magnifica interprete del disastro psichico sotterraneo, ruolo a lei congeniale e già largamente sperimentato.

Futura Presidente della Giuria a Cannes 2009, compito che si propone di assolvere democraticamente con  occhio particolarmente attento al cinema di qualità che però richiami il grosso pubblico. Aspettando un nuovo Fellini. Che arrivi o meno, una cosa è certa : Isabelle sarà all'altezza.

Home è un film di Ursula Meier. Con Isabelle Huppert, Olivier Gourmet, Madeleine Budd, Kacey Mottet Klein, Adélaïde Leroux Drammatico, durata 95 min. - Svizzera, Francia, Belgio 2008. - Teodora Film

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domenica, 18 gennaio 2009
08:40

La febbre di Raul

Molto gradito anche alla critica più pignola, vincitore a Torino filmfestival e all'Avana,  non prima di essersi fatto notare alla Quinzaine, la primaversa scorsa, ecco qui Tony Manero, film del giovanissimo Pablo Larraìn che riesce a catturare l'attenzione e a non deludere le aspettative, nonostante la ricercata sgradevolezza, il duro realismo e una cifra autorale old style forse un po' troppo marcata.

Anno 1978 sbarca nelle sale la Saturday night fever e il mito di Tony Manero dilaga,  le discoteche risorgono, mentre spopola la moda della danza, dei  completini bianchi e dei capelli ravviati. Alimenta la passione (e la facile identificazione) la storia di Tony, un commesso di  Brooklyn , Bay Ridge per la precisione, che si sente felice, e probabilmente anche se stesso, solo sulla pista del  2001 Odissey, la discoteca dove va ballare al sabato sera. Il fenomeno è di tale portata  da ispirare una discreta quantità  di trattati di sociologia. Dentro ci vanno a finire i nuovi riti del sabato sera, i sogni delle periferie, e quel ponte Da Verrazzano che da Brooklyn porta diritto a Manhattan e che tutti sperano di attraversare.

Nel Cile di Pinochet, dove non ci sono ponti dei sogni tra un quartiere popolare e il resto del mondo, Raul, un cinquantenne brutale e  violento, sembra non avere altro scopo che prepararsi ad un concorso televisivo che premierà il sosia cileno di Tony Manero. Ossessionato dal film  che vede e rivede sempre nello stesso cinema, vive uno stato di costante esaltazione, ripete le battute in inglese, prova di continuo i passi, si costruisce una minidiscoteca con materiali di risulta, ma soprattutto per raggiungere il suo scopo è disposto a tutto, persino a  rubare e a  uccidere.Tutto questo accade mentre le camionette percorrono le strade a caccia di oppositori, in un clima tetro e violento, dal primo all'ultimo fotogramma. 

Raul è l'incarnazione dell'immoralità del regime, del clima d' impunità in cui è prosperato,  della folle esaltazione per il sogno americano, del potere allucinatorio del cinema yankee cui il regista Larraìn rivolge critiche severissime, in parte immeritate.

Molto efficace e ricca di sfumature l'interpretazione dell'attore  Alfredo Castro ( co- sceneggiatore, per l'occasione)

Mostrare e non dimostrare è, per sua stessa dichiarazione, l'obiettivo che il giovane regista si prefigge. Tony Manero risente positivamente di questo impegno che però non sempre riesce a tradurre in immagini. Poco male. Nel linguaggio cinematografico esistono modi sottili ed impercettibili della dimostrazione, sembrano innocui ma non lo sono. Un film sul regime di Pinochet è un terreno ideale per ogni tipo di tentazione didascalica ma che il regista Larraìn, classe 1976, apprezzi una delle più importanti lezioni di Rossellini, non manca di renderci, cinematograficamente, soddisfatti.

 

Tony Manero è Un film di Pablo Larrain. Con Alfredo Castro, Paola Lattus, Héctor Morales, Amparo Noguera, Elsa Poblete. Genere Drammatico, colore 98 minuti. - Produzione Cile, Brasile 2008. - Distribuzione Ripley's Film

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giovedì, 08 gennaio 2009
10:14

Made in Israel

Nel momento in cui i conflitti sparsi per il mondo ci vengono rappresentati  soprattutto attraverso la diffusione di migliaia di immagini, un  Cinema  che racconti la guerra potrebbe assumere un significato di tutta  marginalità. Così non è, anche se la visione spesso impietosa di corpi martoriati, soldati all'attacco, o gli skyline di città lontane illuminate a giorno dalle esplosioni o le popolazioni in fuga con i loro poveri bagagli e i figli tra le braccia, dovrebbero parlare alle coscienza più di molte parole, di molte fiction.  

Tuttavia esposti come siamo ad indistinto e casuale bersagliamento mediatico, il rischio assuefazione da immagini  embedded o da una riproduzione per eccesso che  privi le stesse  della capacità d' impatto o di ribellione, esiste. Dunque noi dovremmo essere grati a quel cinema che lungi  dall'assillo delle risposte o delle spiegazioni o della tesi da dimostrare,  è costantemente impegnato in una sorta di ricerca di modalità in cui l'immagine ritrovi la sua potenza e la sua natura politica. Qui di seguito due distinti esempi di cinema israeliano di eccellenza in cui quella ricerca ha dato esiti di grande efficacia, ingaggiando una sfida alla realtà che non è solo la sua narrazione.

Stile graphic novel ma anche  manga e pop art in elegante abbinamento, per questo Valzer con Bashir, cartoon dell'israeliano Ari Folman. Presentato a Cannes 2008 proprio il giorno dell'anniversario nella nascita dello Stato d'Israele, festeggiato, quest'ultimo, da visita ufficiale di George Bush a Tel aviv e incursione aerea israeliana su Khan Yunis  -  stessa località in cui qualche giorno fa tre soldati israeliani caddero vittime del fuoco amico - seguita da rituale lancio di Katiuscia da Gaza, con buona pace di Frattini & Co che va ancora cercando, in questo groviglio di eventi, chi ha cominciato.

Film che sarà (casualmente ) nelle sale da domani e che affronta uno dei capitoli più dolorosi della questione   mediorientale. Anno 1982, guerra nel Libano, falangisti cristiani per vendicare l'omicidio di Bashir Gemayel, neo presidente libanese, massacrano oltre tremila palestinesi trai quali anziani, donne e bambini, nei campi di Sabra e Chatila con la complicità dell'esercito israeliano.

In Israele si è soldati oltre il raggiungimento dell'età matura, tuttavia i riservisti possono anticipare il congedo, Folman ne fa richiesta. L'iter burocratico  prevede il colloquio con uno psichiatra. Folman, diciannovenne, era di stanza a Beirut nei giorni del massacro, ma di quel periodo non conserva ricordi  nitidi, solo è  perseguitato da  incubi ricorrenti

E' un'esperienza comune ad altri ex commilitoni,  come quello della  muta terrificante di cani che corre in città e che travolge ogni cosa finchè si ferma minacciosa sotto le finestre di un ragazzo che è poi la sequenza di apertura del film. Lo psichiatra spiegherà che il meccanismo di rimozione è comune in molti ex soldati. Di qui, dal vuoto,  l'esigenza di rimettere insieme  il puzzle attraverso memorie rimosse, trasformate in sogni o deliri. Un percorso cognitivo, al quale parteciperanno ex commilitoni o testimoni diretti convocati da Folman tramite un annuncio su internet. Ho ricevuto più di cento telefonate : dopo tanti anni le persone  avevano voglia di raccontare la verità.

Una galleria di interviste e di racconti, da quello dell'ufficiale che consuma pornografia a quella del soldato che si produce in una danza sparando all'impazzata sullo sfondo di una gigantografia di Bashir Gemayel. Poi ci sono i compagni di allora, giovanissimi, terrorizzati, sui tank  impreparati a trovarsi in mezzo alla macelleria di ragazzini e di intere famiglie.Non ci sono esitazioni  nel definire la guerra insensata e inutile come pure l'invasione del Libano che non portò a niente, attraverso il racconto dell'abbrutimento degli uomini in divisa giovanissimi, inebetiti e incoscienti, catapultati in mezzo alle pallottole dei cecchini.

Ari Folman sceglie il disegno, l'animazione come strumenti attraverso i quali realtà  e delirio si possono rimescolare con assoluta efficacia. Immagini crude e dolorose quando è di scena la guerra, puro piacere visivo quando la rappresentazione richiama l'inconscio, il sogno. Solo così il regista  può esprimersi pienamente e nel contempo tener fede al proprio cinema di riferimento : uno spirito d'indagine alla Rashomon, la citazione esplicita di Apocalipse Now nella sequenza della spiaggia e del surfista col mitra.

Ma tutto ciò è premessa della sequenza finale affidata questa volta alle immagini verità introdotte da una bambina disegnata come un angelo dormiente tra le macerie : la visione disumana dei corpi martoriati, le urla di dolore : il sangue di Sabra e Chatila non si può reinventare con immagini, ne' ci sono parole adatte a descriverlo. Quel vero così atroce è il mio giudizio su quel che è accaduto.

Colpisce moltissimo, il personale doloroso sforzo di fare i conti col proprio passato di soldato, del regista. Quantunque alla verità storica su Sabra e Chatila manchi qualche elemento in più in ordine alla responsabilità diretta di Ariel Sharon nelle operazioni di distruzione dei campi, esiste in questo film la consapevolezza che gli psichiatri possono sostenere l'impegno a convivere con sensi di colpa individuali. Le responsabilità storiche rimangono. Tanto basta.

L'uscita nelle sale come già detto, è casuale rispetto agli avvenimenti di questi giorni, ma, fa notare Ari Folman, film del genere rischiano di essere sempre attuali, visto che tra i nostri governanti non c'è nessun rispetto ne' pietà per la morte di altre persone.

Valzer con Bashir è un film di Ari Folman del 2008. Prodotto in Francia, Germania, Israele, USA. Durata: 90 minuti. Distribuito in Italia da Lucky Red a partire dal 09.01.2009.

 

Z32  invece, film del dissidente Avi Mograbi autore di opere fortemente critiche e di attacchi  diretti alla politica di Israele, almeno per ora, non è in programmazione nelle sale, ne' si prevede a breve. Presentato a Venezia nella sezione Orizzonti, racconta la storia della rappresaglia organizzata per vendicare l'uccisione di sei militari israeliani. Esecutori sono giovanissimi soldati delle unità speciali, sottoposti per mesi ad un duro addestramento il nucleo del quale è  uccidere l'arabo senza interrogarsi troppo L'ordine infatti è di colpire alla cieca.

Mograbi utilizza i materiali degli archivi di Shovrim Shtika -  Rompere il silenzio - l'associazione di ex-soldati che raccoglie le testimonianze di chi ha prestato servizio nei Territori occupati - Z32 è la sigla di alcune tra esse che riguardano, appunto, quella missione di vendetta.

Anche qui come per valzer si avvicendano interviste filmate dei protagonisti che però hanno il volto sfumato, per non essere riconosciuti. Ma nonostante simili siano i racconti, le rimozioni, la ricerca del perdono o l'indifferenza nei confronti del nemico, il taglio diventa altro nel momento in cui Mograbi coglie l'occasione per riflettere sulla responsabilità dell'artista nei confronti del racconto. Non si tratta dunque soltanto del conflitto tra Israele e Palestina, l'impegno costante del cinema di Mograbi, di allontanarsi dall'iconografia classica della guerra in medioriente, lo conduce al di là di Israele, a compiere un  indagine approfondita su che cosa vuol dire essere soldato.

 Non c'è dunque nessuna differenza tra i racconti di questi ragazzi  e i comportamenti dei soldati americani in Iraq , che neppure si sono preoccupati di celarsi nell'anonimato, esibendo anzi, le proprie prodezze e diffondendole in Internet, o di tanti altri eserciti in conflitti e occupazioni sparsi per il mondo. La differenza semmai concerne la reazione della collettività nella sua capacità di prendere le distanze di non uniformarsi alla visione univoca del nemico come terrorista in ogni caso. E dunque sul ruolo dell'informazione e delle immagini.

Il film non mostra le azioni di guerra, è girato in interni  mentre si avvale dell'unico esterno la ricerca e la ricognizione del luogo dove si sono svolti i fatti. I ragazzi non lo sanno, non ci pensavamo a dove eravamo diretti, mai, eravamo troppo stanchi, sui pullman si dormiva dicono. Mograbi lo trova. Nessuna traccia di violenza, soldati, armi. Una donna anziana attraversa il campo. Durante l'azione di rappresaglia nessuno si è  chiesto chi fossero le vittime e da quali famiglie provenissero. Erano poliziotti palestinesi, un vecchio disarmato. La rappresaglia, che brutti ricordi, la praticavano anche i nazifascisti durante la guerra, è stata messa in atto nella ex-Jugoslavia, in Vietnam... Se mi vedono e esco da Israele magari mi arrestano per crimini di guerra chiosa un ragazzo.

Z32 è un film di Avi Mograbi. Genere Documentario, 81 minuti. - Produzione Francia, Israele 2008.


 

 

 

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lunedì, 08 dicembre 2008
19:22

Natale in casa Vuillard

 

Settimo film di Arnaud Desplechin,  regista che possiede il talento di concentrare anche la  trama più complessa e articolata, in sequenze brevi, dunque particolarmente versato a raccontare storie - come questo suo Un conte de Noël -  familiari , ovvero per dirla con i Cahiers che questo film molto hanno elogiato, di delirio genealogico.

Benvenuti dunque a casa dei Vuillard, famiglia altoborgese colta e numerosa. Siamo a Natale cioè nel momento più adatto per cogliere, tra albero, presepe e messa, esplosioni di tranquilla crudeltà da psicosi autodistruttiva che si  manifestano in termini di assoli, lampi onirici, voci fuori campo, dialoghi abrasivi, scontri frontali (e fisici).

Dramma psicologico più melò, in partitura a più voci,  ma la forma è ineccepibile nel racconto che si dipana intorno ad una malattia devastante che molti anni prima aveva ucciso il bambino di Abel e Junon - i padroni di casa - e che sta per colpire di nuovo quest'ultima. Allora, sarebbe servito un trapianto di midollo osseo compatibile che nemmeno l'apposito concepimento di un altro figlio potè offrire. Oggi un nipotino dei due, a rischio della propria, potrebbe salvare la vita di Junon....

Attori - recitanti, e di brutto - che sfiorano il sublime. Un contropanettone potente quanto un mezzo da sbarco.

 Racconto di Natale è  un film di Arnaud Desplechin. Con Catherine Deneuve, Jean-Paul Roussillon, Mathieu Amalric, Emile Berling, Françoise Bertin

 Drammatico, durata 150 min. - Francia 2008

 

 

 

 

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domenica, 30 novembre 2008
15:10

Il negativo della pellicola

Manco si fosse trattato del componimento di uno scolaro, a Cannes, la critica criticante non badò a spese. E fu così che dopo la visione di  Palermo Shooting,  decretò : fumoso, velleitario, noioso, confuso e saccente.

Eppure basterebbe  che la stessa meticolisità con la quale talvolta i critici si industriano a trovare del buono in  lavori di poco conto, fosse investita nel vedere i film - solo  quello, niente - si fa per dire -   di più. Un' operazione indispensabile,  prioritaria rispetto all'abituale rincorrere quadrature in schemi narrativi ellittici, ovvero l'individuare i  generi, o l'interpretare misteri che misteriosi non sono affatto. Il che si rivela vieppiù inutile, se applicato al modo di fare cinema di Wenders che intenzionalmente conduce a perdersi in luoghi spazio-temporali mai visitati, più percorsi mentali che veri e propri tragitti.

Insomma, certe forzature esegetiche richiamano l'idea della Morte al lavoro assai più  di quanto  faccia Wenders nel suo racconto. Che in fin dei conti, ruota intorno ad un dipinto - Il trionfo della Morte  - custodito in palazzo Abatellis a Palermo - raccontando  il regista, prima di tutto, con altre immagini, quell'immagine. Chi ce lo ha detto? Wenders stesso, in millanta interviste. Atteniamoci dunque ai fatti o quantomeno approfittiamo del filo conduttore che ci viene generosamente offerto:

Miracolosamente sfuggito ad un incidente stradale, un fotografo di successo, roso da insostenibili malesseri, arriva a Palermo da Düsseldorf e vede in uno scatto, le proprie persecutorie ossessioni, incarnate da un arciere incappucciato. Il dialogo che ne seguirà,  imprevedibilmente sereno e senza paura, sarà rivelatore dell'intero impianto. E tra realtà e visione, resurrezione e morte possiamo goderci l'elegante fotografia, una splendida colonna sonora e le belle immagini dei sogni e dei fantasmi risolte in digitale.

Detto questo però è importante puntualizzare che anche se faccio un largo uso delle nuove tecnologie, l'importante è che la loro funzione resti quella di guardare e capire la realtà. Mi fa orrore pensare che fra qualche anno nessuno ricorderà più cosa sia un negativo. Credo di non esagerare nel dire che questa è una delle rivoluzioni più radicali del nostro tempo, perché con il digitale è mutato anche il nostro approccio alla morte e alla mortalità. Ormai percepiamo ogni cosa come immortale e abbiamo perso completamente coscienza del nostro essere mortali. Personalmente ho visto la morte due volte da vicino e ho provato una sensazione di attesa. La morte è un punto di vista privilegiato per guardare la propria vita, l'unico che consente di farlo in modo radicale. È questo il messaggio del film: rivedere la propria vita. Spero che le frecce del mio affresco "colpiscano" anche voi.

Wim Wenders

 

 

Palermo Shooting è un film di Wim Wenders. Con Campino, Giovanna Mezzogiorno, Dennis Hopper, Olivia Asiedu-Poku, Letizia Battaglia, Harry Blain, Sebastian Blomberg, Inga Busch, Alessandro Dieli, Melika Foroutan, Irina Gerdt, Gerhard Gutberlet, Francesco Guzzo, Wolfgang Michael, Anna Orso, Jana Pallaske, Lou Reed, Udo Samel, Axel Sichrovsky, Giovanni Sollima. Genere Drammatico, colore 124 minuti. - Produzione Germania 2008. - Distribuzione Bim -

 

 

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lunedì, 24 novembre 2008
00:58

Necessariamente insostenibile

Il bambino che credeva  vittima di un rapimento e che le viene restituito non è suo figlio. La polizia di Los Angeles, spregiudicata e corrotta, vuole risolvere le indagini a tutti i costi e  insiste fino a rinchiudere in manicomio lei, Christine Collins -  la madre del piccolo - dopo averla  bollata come persona difficile  e questo   solo perchè si oppone alla versione degl'investigatori. Sarà sottoposta a terapie violente ed umilianti, somministrate senza particolari formalità, così come consentito dalla legge di allora. 

Il caso specifico non sarà risolto, ma indagando sul mistero della scomparsa del bambino, si scopriranno gli omicidi seriali di un pedofilo che sarà poi mandato a morte, come una sorta di colpevole predestinato però, dunque senza che in tutto questo si possa rinvenire  la benchè minima idea di giustizia.

Tratto da una storia vera, resa la sceneggiatura  ancor più aderente alla realtà da un'indagine accurata su materiali d'epoca - ma la verità è la virtù più importante del pianeta, ama dire  Eastwood - questo film si colloca sulla direttrice tracciata da una produzione che con Mystic River, Un mondo perfetto etc,  nell'analisi impietosa della società americana, racconta  i passaggi dolorosi della  perdita d'innocenza di quel  paese. Mischiando i generi, senza tralasciare l' horror e finanche lo splatter,  in un crescendo di atrocità  che comunque preludono alla sconfitta, Eastwood scrive un altro capitolo sulla fine del Sogno Americano. Un film straziante, di indispensabile violenza in ogni suo passaggio. Particolarmente  nel racconto dell'esecuzione del pedofilo.

Di quale pace parlate? - si chiede Eastwood - Dopo uno spettacolo simile, quale tranquillità sperate di ritrovare? È per questo che ho voluto filmare questa scena con il più grande realismo, il rumore del collo che si spezza quando il corpo oscilla nel vuoto, i piedi che si agitano al momento dell'agonia... è insopportabile da vedere, ed è questo l'effetto che cercavo.

Impeccabile Malcovich nella parte del predicatore radiofonico che sosterrà, la battaglia di Christine. Toccante Angelina Jolie e, manco a dirlo, straordinario, lucido, indipendente tessitore, Clint Eastwood. Nessuna Palma a Cannes ( altre ingiustizie)  ma meritatissimo premio alla carriera, per il regista.

 

Changelling è un film di Clint Eastwood. Con Angelina Jolie, John Malkovich, Jeffrey Donovan, Colm Feore, Jason Butler Harner, Amy Ryan, Michael Kelly, Devon Gearhart, Kelly Lynn Warren, Gattlin Griffith, Michelle Martin, Frank Wood, Devon Conti, J.P. Bumstead, Debra Christofferson, Russell Edge, Peter Gerety, Pamela Dunlap. Genere Drammatico, colore 140 minuti. - Produzione USA 2008. - Distribuzione Universal Pictures

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domenica, 19 ottobre 2008
00:05

Il trucco è ...

Vicky11

Ultimo film della trilogia europea, anche se  questa volta non sono  le cupezze dei delitti senza castigo o del sesso in funzione della scalata sociale, bensì lo spirito della pochade combinato con quello della commedia libertina, a dominare la scena.

Così, prima del rientro negli USA, Woody Allen  ci offre una visione della vecchia Europa come continente a parte, sui generis, rispetto all'America delle persone normali, degli Umani, divertendosi non poco  a giocare sulla falsariga dei derivanti stereotipi culturali. Americans abroad concreti e noiosetti a confronto con iberici calienti e dunque tutto quel che consegue in termini  di spregiudicatezze vacanziere, baci saffici e menàge a variabile  definizione  geometrica.

 Ma niente paura, non sarà certo l'rruzione di Javier Bardem nel ruolo dell'Oggetto del Desiderio o dell'esplosiva Penelope Cruz,  ne' la paventata ipotesi di  una delle fantasie erotiche più frequenti dell'immaginario maschile, a cambiare il corso delle cose. Alla fine ognuno tornerà a casa più o meno come se nulla fosse accaduto. Sarà pure l'amore ai tempi dell'Indecisione ma poi il relativo ondivagare si sa benissimo che piega è destinato ad assumere.

Dialogo fitto, serrato che qualcuno ha definito invadente, come pure è stato detto della voce fuori campo. Ma è Allen, il suo cinema è sempre un po' verboso, quand'è così, è difficile tenere la barra dritta, senza sconfinare nel territorio del didascalico. E poi... dopo tanto dostojestizzare, infine si torna a sorridere sulle turbolenze del rapporto uomo donna. Anche se la Johansson continua - bravissima e prediletta dalla macchina da presa - a interpretare il ruolo di alter ego di Woody Allen qualunque sia - altro che musa - la storia che si sta rappresentando.

 Decisivo e generoso il contributo di Penelope Cruz e Javer Bardem, i veri Beni Culturali, da apprezzare insieme a Gaudì, Mirò, il Rioja e alle note della canzone Barcelona. Del resto il film è stato finanziato dagli spagnoli, anche con l'intenzione di valorizzare la città insieme alla clausola che il nome della stessa,  comparisse nel titolo. Verificati gli accordi,  non ci resta che prendere atto dell' imperdibile quanto necessaria,  lezione  di Juan Antonio  (Bardem ) : Il trucco è godersi la vita senza cercare un senso.

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Vicky Cristina Barcellona, è un film di Woody Allen. Con Scarlett Johansson, Penelope Cruz, Javier Bardem, Rebecca Hall, Patricia Clarkson, Kevin Dunn, Chris Messina, Julio Perillán, Manel Barceló, Josep Maria Domènech. Genere Commedia, colore 90 minuti. - Produzione USA, Spagna 2008. - Distribuzione Medusa

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venerdì, 10 ottobre 2008
11:41

Gelmini, vai al cinema

Entre le murs01

Troppe riforme e troppo improntate a criteri economicistici, senza un Progetto o un'Idea di Scuola,  ma buttate lì a caso, generano caos, consegnando  così gl'insegnanti, privi di mezzi adeguati , alla solitudine e alle difficoltà del dover affrontare un mondo in continua evoluzione. Intorno all'ipotesi che le classi siano probabilmente l'ultimo punto di osservazione delle dinamiche legate alla mixité e che la scuola in genere, sia un luogo in cui si concentrano attenzioni politiche e meccanismi autoritari, si sviluppa questo Entre les murs - qui da noi tradotto con l'insignificante La Classe  -  vincitore , a buon diritto, della Palma d'oro di  Cannes 2008. Girato in un vero liceo parigino del 20 Arrondissment, con  autentici  studenti, inseriti in un gruppo di lavoro, adottando il regista, il metodo del laboratorio teatrale  (canovaccio e sessioni d'improvvisazione), Entre les murs è un film sul Valore dell' Insegnare e dell'Apprendere e della relazione che ne deriva fatta di scambio, crescita e ricerca collettiva Vivace come la macchina da presa che si muove entre les murs, con grande disinvoltura ma soprattutto capace di cogliere l'essenza del reale senza retorica, enfasi o sbavature di sorta.Tutto merito del taglio - ne' fiction ne' documentario -  che si è scelto . Tratto dall'omonimo libro di Françoise Begaudeau - che nel film recita il ruolo dell'insegnante - diretto da Laurent Cantet - il regista di Ressurces Humaines - un film da vedere pensando a quali effetti possano avere la disattenzione e i dettati gelminiani, in contesti scolastici oramai, sempre più  multietnici.

Entre les murs11

 La classe (Entre le murs) è un film di Laurent Cantet. Con François Bégaudeau, Nassim Amrabt, Laura Baquela, Cherif Bounaïdja Rachedi, Juliette Demaille, Dalla Doucouré. Genere Drammatico, colore 128 minuti. - Produzione Francia 2008. - Distribuzione Mikado

 

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giovedì, 12 giugno 2008
22:15

Nel buio della notte

il resto53Francesco Munzi  unico rappresentante italiano alla Quinzaine des Réalizateurs  con  Il resto della notte, in realtà ci aveva già introdotti  ai piaceri forti del suo registro narrativo essenziale, dirigendo  Saimir,  aspro e bellissimo film d'esordio incentrato sulla fase di passaggio all'età adulta di un giovane immigrato albanese e sul suo deciso rifiuto dello stile di vita paterno fatto di traffici oscuri e piccola criminalità rassegnata. Confermando la propria vocazione al Presente e ad un cinema civile, il Munzi del Resto della notte invece  incrocia i destini di una ricca famiglia del nord con quelli di un gruppo di immigrati rumeni che conduce pericolosamente  la propria esistenza tra esperienze delinquenziali e frantumazione dei rapporti famigliari. Trait d'union occasionale tra i due mondi, una domestica rumena accusata di furto.

il resto 12

Ed è intorno a questo episodio che si sviluppano tra i due ambienti reazioni  e scelte assolutamente speculari, compiute per negligenza, amoralità o  desiderio di facile guadagno. Come pure è identico in tutti, il desiderio di un futuro migliore  che però non riesce in alcun modo a divenire motore di autentico cambiamento. Molte cose sono cambiate e tra Saimir -  che è del 2004 - e il Resto della notte probabilmente si è smarrita la speranza espressa dall'istinto ribelle del giovane albanese. Questo invece è un film sulla Paura dell'Altro che prosperando nell' incertezza di un mondo senza giustizia, facilmente si trasforma in senso del pericolo incombente, in Minaccia  che Munzi è molto bravo a concretare attraverso una regia distaccata e un uso sapiente del fuori campo, laddove il dramma si risolve al di là del piano d'azione, spesso nella disperazione stampata sui volti di chi vi assiste. Ma c'è nel film un avvertimento direi esplicito contro l'assuefazione, la resa generale, il non voler effettuare distinguo o riconoscere responsabilità individuali. Una lettura della realtà spietata senza buonismi o cattivismi di sorta e che attraverso le storie di gente comune rinviene gl'indizi di un generale disfacimento.Tutti bravi gli attori, straordinario il montaggio. 

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Il resto della notte è un film di Francesco Munzi con Sandra Ceccarelli, Aurélien Recoing, Stefano Cassetti, Laura Vasiliu, Victor Cosma, Constantin Lupescu, Valentina Cervi, Susy Laude, Teresa Acerbis. Genere Drammatico, colore 100 minuti. - Produzione Italia 2008. - Distribuzione 01 Distribuzione

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venerdì, 06 giugno 2008
07:25

Storia tossica con disfacimento dell'impero

sangue pazzo09Più che di revisonismo, pratica inconciliabile con la solida affidabilità di Marco Tullio Giordana, si potrebbe parlare di immissioni nel racconto di numerose licenze poetiche, atteso che di cedimenti a  tentazioni assolutorie, in questo film,  non ce n'è manco l'ombra, piuttosto il dubbio palesato che nel caso in questione, giustizia sia stata davvero fatta .

sangue pazzo04

La storia è quella vera di Osvaldo Valente e Luisa Ferida coppia emblema del divismo autarchico-fascista che al realismo preferiva i film in costume ( memorabile la Corona di ferro e la Cena delle beffe entrambi di Blasetti) e il glamour fatto in casa dei telefoni bianchi. Amanti scandalosi,  lui consacrato maudit, causa dipendenza da cocaina e lei bella e brava ma dalla reputazione altrettanto controversa, causa però, amorosa dipendenza dalle di lui nevrosi oltre che sostanze.

sangue pazzo02Ma, tra le tante perversioni -  adesione alla repubblica sociale e fuga verso Salò, arruolamento del divo nella Decima Mas di Junio Valerio Borghese, presumibile amicizia con Pietro Koch - il loro reale coinvolgimento con le torture di Villa Triste a Milano, non fu mai provato ne' altri delitti  sono loro imputabili se non quello di aver condotto una vita di eccessi, scombiccherata e sopra le righe.

sangue pazzo12Il racconto procede tra scene in cui la coppia è prigioniera della Resistenza e i flash back che ne ricostruiscono la storia sentimentale ed artistica e si chiude con il processo e la fucilazione (ordinata peraltro da Sandro Pertini). Un merito particolare è degli attori Monica Bellucci, Luca Zingaretti e Alessio Boni ( sempre più bravi, ma dove vogliono arrivare? ) quest'ultimo nel ruolo di un regista la cui figura è  liberamente ispirato a Luchino Visconti, bravi da conferire ulteriore spessore al racconto e intensità alla nutrita gamma di sentimenti che lo percorrono. Spezzato in due parti, il film sarà trasmesso dalla televisione in autunno. Tra storia e Storia, arte e potere, Giordana ordisce una trama che se non ha la la forza e la poesia della Meglio Gioventù ha tutto l'impatto della storia tossica sullo sfondo del disfacimento dell'impero. Riscrittura di un soggetto di Enzo Ungari che ci ha lasciato anni fa e che ci manca.

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Sangue Pazzo è un film di Marco Tullio Giordana. Con Monica Bellucci, Luca Zingaretti, Alessio Boni, Maurizio Donadoni, Giovanni Visentin, Luigi Diberti, Paolo Bonanni, Mattia Sbragia, Alessandro Di Natale, Tresy Taddei. Genere Drammatico, colore 150 minuti. - Produzione Italia 2008. - Distribuzione 01 Distribution

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sabato, 31 maggio 2008
10:47

PiĂą vero della realtĂ 

Che Cirino Pomicino si sia addormentato durante la visione del film il Divo, lo escluderei a priori non fosse altro perchè la sua elegante contrarietà al film di Paolo Sorrentino è ampiamente contraddetta dalla collaborazione fornita durante la lavorazione.Dopo Cannes  comunque, è inevitabile che spuntino altri detrattori, non solo i diretti interessati . E che? Vogliamo essere del coro? Jamais. E quindi aspettiamoci La Qualsiasi da parte di chi avrebbe preferito una trattazione sistematica di fatti e misfatti con condanne e assoluzioni o un maggiore rilievo dato alla presenza del PCI o della Chiesa o un maggiore spazio al ruolo della moglie o della segretaria o della governante. Se qualcuno aveva qualche dubbio sul fatto che il Divo fosse un capolavoro può soffermarsi ad esaminare il punto di vista dei contrari a questo e a quello e convincersi definitivamente che se fossimo di fronte ad un film qualunque, nessuno avrebbe offerto i suoi consigli per migliorarne la qualità artistica . C'è una parte degli spettatori - e non parliamo della critica -  che di tanto in tanto vorrebbe cimentarsi a rifare le opere che gli si propongono. E' un sentimento questo che spesso sottace un desiderio di appropriazione dei film o dei libri. Come dire un modo di risolvere in critica, un' ammirazione che si vive come controversa.. 

Ieri sera ad Anno Zero, Michele Santoro ha tentato di mettere insieme i pareri di diversi personaggi scelti con un discreto senso della mescolanza degl'ingredienti che conferisce equilibrio,  riuscendo peraltro, non so se intenzionalmente,  a tirare per la manica il telespettatore rituffandolo in piena atmosfera da Prima Repubblica, roba che se non ci fosse stato un ragazzino occhialuto e dall'aria perbene ma tostissimo e determinato peggio di un black block - La mafia ancora c'è, voi siete ancora qui - e Carlo Lucarelli - I film li avete fatti voi - entrambi rivolti al presunto dormiente da cinematografo Pomicino, si sarebbe pensato di essere ancora a vivere i secoli bui dei delitti, delle stragi e delle mancate pene.

 

Direi che è stato bello, il tibetano distacco di Sorrentino e la placida sicurezza dell'Aspesi, qualche tono più secco e preciso da parte della Buonaiuto e su tutto il dipanarsi della Storia Vera degli  anni in cui, in nome di un malinteso senso - altrove stabilito -  del Bene Comune, si giustificava qualunque arbitrio. E il confronto con la fiction -  anzi peggio -  con la visione  metaforica, surreale, grottesca della realtà subito cessa di essere stridente quando ci si accorge che il cinema di Paolo Sorrentino è più vero del Vero. Ed è questo - a parte una calligrafia inappuntabile ed un marcato senso estetico  - il più evidente merito del film.

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lunedì, 26 maggio 2008
12:14

Per un cinema dei panni sporchi

C'è una sorta di feroce contrappasso nel fatto che al Marché, il Divo di Sorrentino abbia suscitato grande interesse tra i compratori stranieri. Pur essendo un discreto cinefilo ( o forse proprio per questo ) il senatore Andreotti della fine anni 40, avversava il neorealismo come cinema che, raccontando delle nostre miserie e della fatica post bellica di risalire la china, restituisse all'estero una visione non decorosa del nostro paese. Ma non solo Andreotti si diceva convinto che una cinematografia brillante ed ottimista avrebbe giovato di più all' Immagine. Ettore Scola lo rappresenta da par suo, quel sentimento  di ostilità che animava una visione piccolo - borghese  nei confronti di storie di gente comune, allestite in contesti miserevoli, interpretate da attori non professionisti, strutturalmente inadatte sia a risolversi in  happy end che a lasciar intravedere un tenue filo di speranza. In  C'eravamo tanto amati, le autorità di un piccolo centro abbandonano sdegnate il cineforum dove si è appena proiettato Ladri di biciclette dicendo appunto che i panni sporchi si lavano in famiglia. E non è un caso che del cinefilo controcorrente che ha proposto la pellicola per il dibattito, si racconterà, per tutto il resto del film la parabola da Perdente Nato. Come potessero all'estero pensare ad una nostra presunta floridità, visti gl'ingenti finanziamenti dell'epoca - Andreotti stesso perorante -  soprattutto statunitensi, non è dato sapere. La verità su quell'avversione, infatti, risiede altrove e cioè nella potenza del Cinema che avvalendosi di strumenti semplici ed immediati può trasformarsi, da innocuo intrattenimento ad arma minacciosa per conservatorismi e restaurazioni ( o all' opposto, di promozione di totalitarismi). Il neorealismo era un cinema sovversivo anche oltre le intenzioni degli autori : sapeva parlare al cuore e alle coscienze, istigava rivolte anche raccontando la banale storia del furto di una bicicletta. Ecco perchè l'Italia del Pericolo Rosso non lo ha mai amato. Oggi che il nostro cinema tenta la riconquista del posto che gli spetta, torniamo a discutere - ma forse non abbiamo mai smesso - se sia o meno il caso di mostrare storie vere che parlino di noi, di quel che siamo stati, di quel che vorremmo essere ma con l'ausilio indispensabile del racconto di quello che siamo oggi. Che almeno il Cinema non sia un'operazione consolatoria e racconti il Paese che c'è. I selezionatori di Cannes hanno scelto quattro film : Malavita organizzata ( Gomorra ), Potere (Il Divo), Xenofobia ( Il resto della notte ) Fascismo ( Sanguepazzo) tutti accomunati da un medesimo istinto culturalmente sano, vivo e attivo dei nostri cineasti : un distacco studiato, voluto,  volto a decifrare il disagio, e raccontarlo, cercando nei nostri film, una specie di 'utopia concreta', un progetto di 'futuro possibile', a portata di mano, una rivendicazione orgogliosa, capace di vibrare in sintonia col paese reale: vedersi rappresentati, vedersi raccontati, aiuta a capirsi.
Perché di questo c'è bisogno: di tornare a 'vederci'.
Ho preso a prestito,per quest'ultimo passaggio, le parole dei "100 autori" nella loro bella lettera di qualche mese fa, indirizzata al futuro governo. Nello stesso momento in cui i fondi destinati al Cinema già esigui di per sè, subiscono un taglio del 20 %, il nostro cinema forte vario e appassionante (sono sempre i 100 autori a parlare) ottiene due significativi riconoscimenti. Questo paese sarà anche un gran produttore di panni sporchi ma anche di grandi talenti per promuoverne l'esposizione e il lavaggio.In luoghi quanto più pubblici sia possibile

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domenica, 25 maggio 2008
22:43

Atmosfere curiali e vedovili ( a tempo di rock)

Chissà il divo Giulio, quello vero, cosa penserà di questo inatteso successo del film di Paolo Sorrentino. Dell'anteprima di Roma, privatissima - tre,  forse quattro persone - si sa che è rimasto fino alla fine della proiezione ma che si è indispettito non riconoscendosi  -  troppo cinismo - nel personaggio interpretato da Toni Servillo. E pensare che Sorrentino al biopic,  all'inchiesta, alla stesura da  fim politico convenzionale, ha preferito l'astrazione, puntando direttamente a definire dell'uomo politico, un ritratto grottesco, mefistofelico e surreale. Una metafora del potere come si conviene al personaggio in questione che però riesce a non essere egualmente  generica e di maniera. Una scelta questa che sottrarrà, di sicuro, consenso almeno da parte di chi si aspettava un' elencazione di fatti, qualche rivelazione e magari un giudizio sulla colpevolezza o l'innocenza. Sorrentino del resto, di tutti i registi della sua generazione è il più innovatore, vuoi per tematiche, che per uso spericolato della macchina, il suo cinema è bellissimo dal punto di vista estetico e assai  curato ma non ammicca mai allo spettatore con l'offerta di soluzioni facili o ruffianesche. Qui abbiamo per sovrapprezzo un ritmo incalzante scandito da mirabolante colonna sonora che a tratti segna l'andamento da clip rockettara. Ma un'altra grande metafora - Todo modo - di Elio Petri, è nascosta dentro questo film e seppur non manifestata sottoforma di esplicita citazione ne incarna pienamente lo spirito. Il periodo che va dal 1991, data di avvio del settimo mandato da presidente del consiglio, al 1995 col processo di Palermo per collusioni mafiose, è quello che segna il declino della DC, dal punto di vista narrativo è il momento più denso di opportunità per raccontare, con la fine di un' epoca, di mafia, strategia della tensione, omicidi eccellenti, in un intercalare di flash tra orribile passato e non meno orribile lascito nel presente, lasciando libero lo spettatore di riannodare tutti i fili della trama. Il film si apre con un ralenty, i fedelissimi Paolo Cirino Pomicino, Vittorio Sbardella, Franco Evangelisti, Giuseppe Ciarrapico, Salvo Lima, avanzano circondando il Capo, ignari  del terremoto che sta per travolgere la Prima Repubblica. Prologo di grande impatto. Ma di tutta quella lieta brigata, solo il Divo Giulio si salverà. Epilogo non meno drammatico.  A Sorrentino va dato merito del tentativo riuscito di reinventare il cinema politico o civile e del duplice coraggio sia nel portare sullo schermo un potente (e vivente) uomo politico sia della scrittura anticonvenzionale . Efficace - al solito - interpretazione di Toni Servillo : inespressivo, silente, impassibile, rigido, ingobbito, notturno, più diabolico che mai e delle sue mani. Parlanti. ( nelle interviste, sia Servillo che Sorrentino, hanno citato Giorgio Manganelli al quale si deve l'espressione curiale e vedovile riferita all'atmosfera di un congresso Democristiano. Il libro da cui è tratta si chiama Mammifero Italiano)

Il Divo è un film di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli, Piera Degli Esposti, Alberto Cracco, Lorenzo Gioielli, Paolo Graziosi, Gianfelice Imparato, Massimo Popolizio, Aldo Ralli, Giovanni Vettorazzo. Genere Drammatico, colore 110 minuti. - Produzione Italia 2008. - Distribuzione Lucky Red

Scritto da sedlex in: cannes 2008, la fabbrica del cinema
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giovedì, 22 maggio 2008
15:15

Oh Georges (C'est dur d'etre aimè par de cons)

Al cuore non si comanda e dunque, prima di raccontare delle complicate circostanze che hanno portato Georges Wolinski,  il  garbato e affascinante signore  dell'immagine qui sopra, a Cannes, dirò del suo talento e di come grazia, eleganza, tratto lieve e senso artistico, pur messi al servizio di cause feroci e mortifere quali la guerra dei sessi e l'intramontabile maschilismo, riescano spesso nella non facile impresa di neutralizzarne i devastanti effetti. Se satira dev'essere, satira sia, anche a rischio di sfiorare argomenti che per istinto falsamente ideologico, si vorrebbero trattati con maggior rispetto. Tanto Georges con tutti quei porconi laidi e allupati non la conta affatto giusta e come spesso capita in queste circostanze è il disegno e non le battute a rivelare da quale parte pende l'autore. E poi c'è una qualità che su tutte spicca e che lo rende unico : l'imprevedibilità. Non è poco se si pensa alla semplicità delle pulsioni su cui fa leva la satira e all'inevitabile senso di scontato  che spesso produce il voler strappare la risata facile a tutti, e a tutti i costi. Wolinski del resto, è sempre stato irrefrenabile fin dagli esordi, così  dopo aver fondato giornali sovversivi come L’Enragé - quattordici numeri distribuiti a mano a Parigi, anno di grazia 1968, più esplosivi di cinquanta molotov confezionate con amore -  educato i suoi istinti peggiori in accademie quali Hara Kiri, subtitled Journal bête et méchant, poi trasformatosi, per un combinato disposto di disgrazie economiche e  immancabili noie legali,   prima in Hara Kiri hebdo e infine in Charlie Hebdo - et pourquoi pas Charlie Hebdo? disse monsieur Wolinski ad una cena costituente la nuova creatura editoriale -  il nostro caro Georges si ritrova in tribunale con tutta la redazione. Esperienza non nuova certamente ma questa volta non è il ministero degl'Interni che chiama a render conto di questo o quel misfatto ma nientedimeno che la Moschea di Parigi, l'Unione delle Organizzazioni Islamiche in Francia e la Lega Islamica Mondiale. Tombola.

Tutta colpa di una copertina di Charlie Hebdo disegnata da Cabu, in cui un Maometto di nero vestito, sopraffatto dagl'integralisti e al colmo della disperazione, mormora la frase c'est dur d'etre aimè par de cons che poi è anche il titolo del documentario che ha portato Wolinski, Philippe Val ed altri a Cannes per la presentazione ufficiale di sabato scorso.Si tratta della cronaca di quel  processo nei tre giorni in cui si avvicendarono testimoni eccellenti, uomini politici - da Hollande a Bayrou senza contare i telegrammi di sostegno dell'allora candidato presidenziale Nicolas Sarkozy -  più noti cineasti, noti disegnatori satirici e noti preti antisemiti. Una sarabanda assolutamente folle e godibile  anche se non si è appassionati di procedure, divertente per l'assemblaggio di momenti quasi teatrali in cui il diabolico avvocato maître Francis Szpiner - uno dei legali di Chirac, si scoprirà poi,  che ha assunto le difese della Moschea di Parigi preoccupato per eventuali ritorsioni islamiche sui francesi all'estero -  tenta il colpaccio invocando in aula la libertà d'espressione per tutte le religioni mentre alla sua controparte  maître Richard Malka non par vero di cogliere l'occasione per mostrare alla giuria le vignette islamiche su Benedetto XVI assai inquietanti per la verità. Ironicissimi ed elegantissimi - ed entrambi presenti a Cannes -  i principi del foro parigino, un po' meno la folla ripresa fuori del Palais de Justice, vivace e litigiosa, in verità . Ma tanto è inutile. Non è che si sia nella patria della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo, più volte ribaditi dal 1789 fino al 1948, così, per cambiar aria. La sentenza è di piena assoluzione perchè la libertà di espressione è un caposaldo della democrazia. E gran trionfo per tutti - avvocati, disegnatori, redattori e regista - è stato anche al festival, dopo tutte quelle misure di sicurezza e quelle cautele, ci sarebbe mancato anche il flop : alla fine vincono coraggio spregiudicatezza, laicità e libertà d'espressione. Almeno in Francia.

 

C'est dur d'etre aimè par de cons è un film di Daniel Leconte  prodotto dalla Film en Stock,  distribuito da Pyramide film. Francia 2008

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mercoledì, 21 maggio 2008
17:35

Montées des Marches ( eppure battono alla porta)

Per oggi a Cannes erano previsti : il sole, l'arrivo di Julie Christie e di Sylvia Koscina, la partenza del travestito Harlow, diretto a San Francisco, per abbracciare il fidanzato reduce dal Vietnam, un ulteriore aumento del prezzo dei pompelmi e delle passeggiatrici, il pieno assoluto dei grandi alberghi, il terzo miliardo di affari al Marché du film. Invece oggi ci sono la pioggia le bandiere amainate. " Niente carnevalate" ha detto De Gaulle di ritorno da Bucarest. Almeno a Cannes il suo ordine è stato scrupolosamente osservato : la Costa Azzurra ha l'aspetto grigio e languoroso di fine stagione. E siamo a maggio. Maggio del 1968 ovviamente. Quanto a maggio 2008, a Cannes,  di uguale c'è rimasto solo il maltempo, essendo sin improbabile definire  languorose e grigie le tende e le chaises longues della spiaggia, men che meno la pletora di yacht ancorati  al largo. Quarant'anni sono passati da quando il cronista raccontava in una sorta di day after, quel che era successo la sera prima al Palais, quando cioè Truffaut, Godard, Polanski  e Malle, si erano aggrappati , per protesta, al telone dello schermo. Cannes - avevano detto  -  è un insulto, non appartiene a questa epoca ma alla Belle Epoque dei nostri nonni, con gli aristocratici che passeggiano in Bentley, autista  e valletto malese, il tutto a fare da degna cornice  a film come Via col Vento - una copia del quale, appositamente restaurata,  inaugurava la manifestazione quell'anno -   Il festival fu - come da esplicita richiesta dei contestatori  equamente divisi, chi a fronteggiare la polizia sulla Croisette, chi a occupare il Palais - sospeso. Chi avrebbe detto che dalla porta spalancata sullo scandalo degli spettatori  in sala, Godard e compagni avrebbero fatto irrompere il Cinema attraverso le voci degli operai della Renault e degli studenti delle facoltà francesi occupate, rivendicando a gran voce l'esigenza di raccontare le storie del proprio tempo insieme a sogni, pulsioni liberate, desideri. Non era, ovviamente, una retrospettiva di Via col Vento, il peggior di tutti i mali, ma ben rappresentava il prototipo del film  festivaliero, un colosso americano, improbabile, romantico e zuccherosamente sudista. Ma se la rivoluzione non può avanzare,come purtroppo avvenne, che almeno si proceda sul terreno di utili riforme. Così i contestatori del maggio 1968  Godard, Truffaut, Malle, ben sostenuti  da maestri  del calibro di  Chaplin, Hitchcock e Rossellini,  l'anno successivo crearono la Quinzaine des Réalisateurs, la sezione autonoma gestita dagli autori francesi che, senza entrare in conflitto con la selezione ufficiale, ne divenne, com'era nel progetto, un' irrinunziabile stimolo per il cambiamento  . Da allora nessun Festival potè più dire di essere lo stesso. Oggi la Cannes risorta dalle ceneri di quella contestazione, è irriconoscibile : è cambiato il pubblico ( in meglio, più appassionato e disponibile anche alle offerte più ardite ) e lo stesso concetto di film da festival. Quel che un tempo era considerato un tipico, incomprensibile, prodotto d'autore, da presentare nelle rassegne minori e magari  nelle proiezioni di mezzanotte,  oggi fa bella mostra di sè  in Concorso, mentre al povero Indiana Jones non "rimane" che trasformare la facciata del Carlton in tempio atzeco. Con tanto di incredibile, anacronistico orologetto da polso Chopard, al centro della scena. Contraddizioni da accettare con serenità, senza musi, acredini e moralismi, c'è tanta di quella offerta culturale in questo Paese dei Balocchi, tanta capacità di rigenerarsi anno dopo anno, che puoi tranquillamente goderti la festa senza curarti dell'andirivieni di elicotteri, dell'abito di Fendi di Garrone  e di quelli Dior pour homme dell'intero cast del film brasiliano Linha de Passe e dopo aver appreso che persino il ribelle Deninis Hopper firma un video per Tod's, vincere la gara di resistenza al freddo e alla pioggia con i buyers asiatici, l'unico vero must di quest'anno ( resistere in sandali e Burberry)

Cannes2008a

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venerdì, 16 maggio 2008
15:55

Ecco Gomorra

L'unico rischio era quello che Gomorra diventasse, nella trasposizione, un documentario, ovvero un film di denuncia, cioè che di tutta quella materia ricchissima su cui poggia  il libro, si facesse, trascinati dall'enfasi, un'opera didascalica  -  il Bene e il Male distintamente allineati - con coronamento di giudizi ed esperte considerazioni. Su tutto - cronaca, sociologia, economia, criminologia, politica - invece ha prevalso il Cinema nel racconto di sei episodi emblematici, messi in scena da Ugo Chiti, Massimo Gaudioso e Maurizio Brauccio, interpretati da un gruppo di solidi attori teatrali sotto la direzione da Matteo Garrone, bravo anche nel maneggiare il magma con il distacco che richiede ogni narrazione già drammatica di per sè. Gli episodi s'incrociano determinando una trama in cui nulla è casuale  - fabbriche clandestine cinesi, stakeholder  dello smaltimento illegale, esecuzioni a freddo, ragazzini ansiosi di entrare a far parte del giro, mitologia malavitosa   - ma in cui Garrone riesce ad esprimersi differentemente  dalla nutrita schiera dei registi che si sono occupati del genere, proprio per quella sua attenzione ai fatti più che alle digressioni . Dietro la regia essenziale, tuttavia, come sempre capita in questi casi, s'intravede un lungo lavoro di ricerca introspettiva e sui contesti . Il film  non è sfuggito ai selezionatori di Cannes 2008. Inserito nella sezione Concorso  farà il suo esordio domenica prossima. Qui in Italia,  è nelle sale a partire da oggi.

Gomorra è un film di Matteo Garrone. Con Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Gigio Morra, Salvatore Abruzzese, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster. Genere Drammatico, colore 135 minuti. - Produzione Italia 2008. - Distribuzione 01 Distribution

Scritto da sedlex in: cannes 2008
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venerdì, 16 maggio 2008
08:35

Tentarle tutte

Tutte le mostre del cinema sono macchine di mondanità, cinefilia e mercato, ma solo Cannes sa coniugare i tre elementi in chiave di scelte qualitative impeccabili e soddisfacenti. Il cinema non è più lo stesso, il festival quindi deve confrontarsi con queste trasformazioni evitando di chiudersi in se stesso, di diventare un circolo per i soli abbonati. aveva detto Thierry Frémaux il nuovo Délégué General  di Cannes alla presentazione parigina dell'edizione 2008, cosicchè tutti avevano pensato a chissà quali cedimenti nei confronti del mercato. E invece niente, basta guardare la programmazione per capire  quanto la sua Cannes sia ben lontana finanche da tentazioni scioviniste lasciando pochissimo spazio nella sezione dei film in gara,  sia alla potente cinematografia francese di stato ( che tutto paga, alla Sale Lumiére  come nei dintorni per un raggio di venti chilometri ) che alle multinazionali ( che tutto possono ). La lista dei film in concorso parla chiaro:  tra gli altri, un dittico su Che Guevara di Steven Soderbergh : The argentine e Guerrilla girati il primo in 16 mm anamorfico, il secondo in super 16, niente Dolly, tutto macchina a mano e treppiede, prodotto con finanziamenti non USA.  E ancora Clint Eastwood con The Exchange, thriller indipendente con Angelina Jolie,  Wim Wenders con Palermo Shooting, storia di un fotografo di mezza età in crisi. Intelligente anche la scelta di dedicare ampi spazi alle cinematografie latinoamericana, turca e israeliana, presenti sia in Concorso che alla Quinzane nel segno di una vitalità culturale di cui  Cannes non difetta  ma anche di un non voler demordere :  rispetto alla recessione che avanza e che ha dimezzato il volume d'affari del Sundance Festival, è necessario esplorare nuovi mercati.Tentarle tutte insomma . Vedremo.. è proprio il caso di dire . Menzione speciale a Richie Hevans che inaugura la Kermesse cantando Freedom in omaggio a Woodstock  - qui tra le altre cose si celebra il quarantennale del 68 con mitica filmografia d'epoca - al manifesto della Mostra firmato  David Lynch e al gran ritratto di Ingrid Betancourt, sul Palais per il quarto anno consecutivo. Il resto sono storielle per riempire la rubrica social dei giornali che ancora ne detengono una, (cioè quasi tutti)  : la cascata di diamanti e zaffiri di Chopard ( sponsor ufficiale e realizzatore del premio : la palma d'oro) sullo chiffon glicine di Bar Rafael, il pancione della divina Jolie, Sean Penn, presidente della giuria - sobrio! - che tanto per cambiare dice male di Bush e fuma al chiuso della sala di riunione insieme alla Satrapi, Madonna e Sharon Stone a raccogliere fondi per la ricerca sull'Aids, la Muti con scollatura abissale, Kashoggi, Afef, Eva Longoria, Natalie Portman in viola  ...e non è ancora arrivato Indiana Jones con il suo ultimo film, ovviamente e rigorosamente fuori concorso...che gran lancio però.

Scritto da sedlex in: cannes 2008, la fabbrica del cinema
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