domenica, 31 maggio 2009
11:39

E' arrivato il governatore

Palazzo Koch

Per chi fosse stanco della Versione Ufficiale o del Prontuario, ci sarebbe l'annuale Relazione  del governatore Draghi, un testo di cui il presidente del consiglio si è   immediatamente appropriato, definendolo berlusconiano. La qual cosa non troverebbe  particolare riscontro nei  contenuti della relazione stessa, ma non importa,  tanto oramai è a ognuno noto come Berlusconi abbia con il concetto di Verità, o se vogliamo, con la stessa Realtà,  un rapporto visibilmente alterato.

Dunque secondo il Governo, il fatto che allo stato non sia possibile, come affermato da Draghi, individuare con certezza segnali d'inversione ciclica, può fare tranquillamente il paio con le dichiarazioni trionfali  rese la scorsa settimana di essere, noi tutti,  oramai fuori dal tunnel  (si, del divertimento ). 

La verità è naturalmente tutt'altra e dove siano i segnali di affievolimento non si è capito bene, visto che il nostro tasso di povertà relativa supera la media europea, che il Pil è in picchiata anche nelle più rosee previsioni , che buona parte dei due milioni di lavoratori temporanei con contratto in scadenza entro l'anno, interrogate le rispettive aziende, non ne vedranno il rinnovo, che tutte le imprese industriali, frenate da tracollo della domanda mondiale, seppure volessero investire, innovare,  ristrutturare  non potrebbero, impantanate come sono in problemi di liquidità, mentre le 500.000 piccole imprese che lavorano in sub fornitura rischiano direttamente di morire.

In tutto questo, i nostri ammortizzatori sociali  non sono in grado di sostenere l'onda d'urto, inesistenti per il 1.500.000 di possibili licenziati  mentre per gli  800.000 aventi diritto, assicurano un reddito di 500 euro al mese.

Meno salari, meno consumi, meno domanda, meno investimenti. La catena di Sant'Antonio è bella che attivata. Di che uscita dal tunnel si parla?

Vero è come si è affrettato a sottolineare Tremonti ancor prima che Draghi prendesse la parola, che la Banca d'Italia è un'autorità tecnica ma che poi tocca al governo assumersi le responsabilità e l'onere dei correttivi. Grazie tante.

E infatti se l'approccio legislativo non stesse tra la stagnazione e le pezzuole  fredde dei provvedimenti sin qui assunti,  si potrebbe spaziare utilizzando i dati e i suggerimenti che la stessa autorità tecnica fornisce : Riforme per la tenuta dei conti pubblici, innanzitutto, a seguire  politica dei redditi, estensione degli ammorizzatori sociali ed infine, visto che i dati del governatore segnalano il collasso delle entrate tributarie, recupero dell'evasione.

Meno ricchezza meno entrate, si dirà, ma se tra il gettito IVA e i consumi c'è un rapporto sperequato anche nei rari casi in cui i consumi vedono un lieve incremento, questo significa una cosa sola : che l'evasione è in crescita.

Come se non bastasse gli interventi attuati finora per attenuare i costi sociali della recessione hanno soprattutto utilizzato risorse già stanziate per altri impieghi. Nessun nuovo investimento. La famosa coperta di Sacconi insomma, oltre che corta appare pure piuttosto lisa.

La crisi tuttavia è un fatto psicologico, di percezione, questo Draghi nella sua analisi impietosa, non lo ha detto, ma Berlusconi che ama stare vicino al popolo o al pubblico che tanto per lui sono la stessa cosa, lo ripete in continuazione e se non è lui direttamente, commissiona la divulgazione della personalissima lettura ai tiggì e alle testate di proprietà.

Come la favola bella che dalla crisi dovremmo uscire migliorati, il che non è ovviamente impossibile ma se è pur vero che i disastri nascono da lontano,  da sistemi inquinati da bolle finanziarie ed immobiliari a noi sconosciute, è altrettanto vero che il disastro incontra una nostra situazione strutturale di arretratezza del sistema economico. Se non viene superata quella, sarà difficile che le nuove regole dell'economia mondiale possano riguardare anche noi . Altro che il sogno tremontiano della nuova Bretton Woods.

Su una cosa però sono tutti d'accordo : servono le Riforme. Se non fosse per La Russa che  invece ritiene prioritario  non lasciare solo nessuno tra quelli che possono rischiare la perdita del posto di lavoro, sarebbe un plebiscito. Magari poi non è dato sapere  come, ma la propaganda non lascia spazio a simili sottigliezze, procede per produzione di slogan e frasi a effetto, pena la caduta dell'attenzione o peggio il cambio di canale.

Nell'illustrazione : Palazzo Koch, la scultura di Pietro Canonica titolata l'Abisso

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giovedì, 28 maggio 2009
06:41

I portavalori di papi

Certosa

Se questo è solo l'assaggio dell'Occupazione delle Reti, in programma - a quanto sembra -  per la settimana prossima, si può immaginare il resto. Dopo gli amici affezionati, i dipendenti devoti e le arringhe tonanti dei legali a mandato no stop, Papi cala l'asso e schiera la Generosa Prole umiliata e offesa dalla protervia irrispettosa del capo dell'opposizione, che poi sarebbe quel Mostro - a non so quante teste -  di Dario Franceschini.

Avessero anteposto il fatto che l'amor filiale è cieco, transeat, quantunque anche a quello ci sia un limite stabilito dalla decenza, ogni scarrafone ringrazia  'a mamma sua, non fosse altro per la bella vita e l'elargizione di cariche sociali come se piovesse. Certo però che essersi inerpicati sul terreno dei Valori ricevuti in dote con l'Educazione, sempre che questi ultimi siano dati dall'Esempio e non dal puro esercizio retorico, è davvero un po' troppo.

Una scorsa alle cronache degli ultimi vent'anni e passa la paura: si comincia con l'amico Craxi e si finisce con non lo conosco Mills. Per il momento.  In mezzo scorre il fiume, come diceva quello, di altre cronache, tra giudiziarie e politiche, segnate da costante sfregio alle istituzioni. Hai voglia tu, i Valori che trovi disseminati sul percorso di papà. 

Quanto poi al secondo letto sbandierante un ambito famigliare equilibrato e - ancora! -  ricco di valori, direi che siamo alle comiche, con Mami su tutti i giornali a chiedere  il divorzio per i noti avvenimenti e papi a cambiar un paio di versioni al giorno sull'origine di certe sue frequentazioni.

Suvvia ci mancavano solo i figli compunti e dolenti a completare l'affresco. Decisamente non suscita tenerezza questo ennesimo capitolo della saga. Altro giro, altra strategia e c'è da credere che di qui alle urne per le europee, il teorema Ghedini si arricchirà di altri colpi di teatro. Prepariamo i fazzoletti.

Nell'illustrazione la villa sarda, i cactus, la piscina i palmizi etc.. ( altri valori, qualche abuso edilizio, un condono il rispetto per l'ambiente e via dicendo)

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lunedì, 25 maggio 2009
20:06

Das Weiße Band

Non ci sarebbe niente di male se fosse vero, come del resto sembrerebbe,  che i premi assegnati a Cannes 2009, portano il forte imprinting Huppert. I presidenti, in definitiva si nominano appositamente perchè si assumano responsabilità e non per coordinare un lavoro con spirito esclusivamente notarile. ( chi prossimamente, in sede di selezione o in giuria, dovesse ritenere inelegante il dover difendere gl'interessi delle opere d'arte del proprio paese, impari la lezione Huppert)

Meno bene però è andata quando per spiegare il senso di una scelta evidentemente non assunta all'unanimità,  la stessa Huppert ha sostenuto  che Michael Haneke, come tutti i grandi artisti, o lo si ama o lo si detesta. Sciocchezza colossale, ci sono opere, è vero, che suscitano sentimenti contrastanti ma senza che questo sia di per sè un inequivocaile sintomo di grande qualità artistica. Mentre valeva la pena, proprio  trattandosi di Haneke, di porre accenti meno banalizzanti, magari sulla visione disperante di un' umanità perversa e senza riscatto di cui l'intera cinematografia di quest'autore  è pervasa, ma soprattutto sul modo con il quale tutto ciò viene reso in termini di immagini.

 Un  pastore protestante, per esempio,  chiama i suoi due figli  nello studio per infliggere loro l'ennesima punizione. Michael Haneke ha fatto sistemare la macchina da presa nel corridoio prospiciente la stanza, quasi sulla porta, l'obiettivo seguirà l'azione ma in nessun caso varcherà quella soglia.

Haneke ha fissato lì la sua giusta distanza, quella dalla quale non si mostra ne' si dimostra niente altro, se non che il Peggio che deve venire, incombe dietro quella porta. Il suo cinema dunque racconta la storie lasciando ognuno libero di formarsi un 'opinione. Non l'autore quindi è l'artefice intorno al quale ruota la vicenda ma lo spettatore.

Implacabile diario di epoca pre bellica (prima guerra mondiale) in un villaggio della Germania del Nord, in cui i più deboli - i bambini, le donne ma anche gli handicappati - sono sottoposti ad una tale serie di vessazioni da parte dei notabili - non a caso esponenti del potere religioso, politico etc - da lasciar intuire che le violenze fisiche e psicologiche subite, siano da parte di quello stuolo di ragazzetti biondi con gli occhi azzurri, destinate tristemente a replicarsi, vent'anni dopo, su altri deboli, altri bambini, altri diversi.

Una certa educazione e cultura in senso assolutista porta a degenerazioni altrettanto assolutiste, al terrorismo, al fanatismo religioso, al nazismo, anche se questo mio film non è un lavoro solo sui fascismi. Ha annotato il regista a margine della proiezione.

Troppo scontato il riferimento a Bergman per l bianco e nero o per lo schiudersi dei mostri ma in effetti questo è solo e soltanto un film molto Hanekeiano.

Das Weiße Band è Un film di Michael Haneke. Con Susanne Lothar, Ulrich Tukur, Burghart Klaußner, Josef Bierbichler, Marisa Growaldt, Janina Fautz, Michael Kranz, Jadea Mercedes Diaz, Steffi Kühnert, Sebastian Hülk, Michael Schenk, Leonie Benesch, Leonard Proxauf, Theo Trebs. Genere Drammatico, b/n 144 minuti. - Produzione Austria, Francia, Germania 2009. - Distribuzione Lucky Red

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venerdì, 22 maggio 2009
00:56

Où es tu?

Dedicato ad Andrej Tarkoski  - ma zeppo di riferimenti letterari e pittorici :  Munch, Bosch, Strindberg, Freud, Nietzsche - ecco qui il film che ha fatto più incetta di insulti e definizioni senz'appello - scandaloso e provocatorio - le più frequenti. A queste ultime tuttavia si potrebbe anche non attribuire connotazioni del tutto  negative,  atteso che Lars Von Trier filma da sempre con violenta sincerità e gran maestria i demoni della propria depressione E non solo della propria, sembra,  quantomeno a giudicare da certe curiose reazioni della sala

Vedi momenti di fou- rire . Presumibilmente non dovuti a comicità involontaria.

Dunque, a meno di non essere appassionati della ( pur rispettabile) formula  A B C  messaggio e finale a piacere, raccogliamo tutte le provocazioni che Von Trier dissemina sul percorso, prima tra tutte, quella rappresentata dalla ossessiva paura della sessualità femminile, vera origine del sentimento misogino che spesso gli viene addebitato dalla critica.

A seguire  quella data dalla messa in scena del conflitto tra i sessi come contrasto tra razionalità e pulsioni,  sapere e istinto, follia ed equilibrio in una sorta di resa dei conti di cui il sadismo è l'ingrediente fondamentale.  Sarà anche demoniaco tutto ciò,  ma di sicuro non estraneo all'essenza delle cose.

 Vorrei invitarvi a gettare uno sguardo furtivo dietro la tenda, uno sguardo sull'universo oscuro della mia immaginazione, sulla natura delle mie paure, sulla natura dell'Anticristo.  Si legge nelle belle note di regia.

Strutturata in quattro capitoli, la storia si apre e si chiude con un brano di Händel :

Lascia ch'io pianga mia cruda sorte
E che sospiri la liberta

Tema centrale dunque è il dolore di una coppia alla prova più dura della perdita di un figlio che cade dalla finestra mentre i genitori fanno l'amore in preda ad un tale raptus erotico, da non accorgersi del pericolo.

Cannes 2009photo_030

Rimasti soli - dei due si ignora il nome -  si trasferiscono in una  baita del livido Eden Forest, un bosco percorso da fenomeni inquietanti. Ma nel tentativo di uscire dal tunnel di follia che li ha condotti ai confini della realtà, intraprendono una sorta di via crucis tra espiazione, e sensi di colpa in cui tutto può accadere. E infatti accade.

Bellissime le immagini e gli effetti speciali, particolarmente la sequenza iniziale al ralenti col montaggio che passa  in continuazione dall'inteccio amoroso alla caduta del bambino e viceversa,  alludendo a  terrificanti associazioni :  amore e morte, innocenza e dannazione, piacere e sofferenza. I temi cari a Von Trier sono tutti racchiusi in queste due ore di coinvolgente - e per stessa ammissione del regista -  autoterapeutica visione .

Toccante interpretazione di Charlotte Gainsbourg

Antichrist è un film di Lars von Trier. Con Willem Dafoe, Charlotte Gainsbourg. Genere Drammatico  colore 100 minuti. - Produzione Danimarca, Germania, Francia, Italia, Svezia, Polonia 2009. - Distribuzione Lucky Red

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giovedì, 21 maggio 2009
16:19

Perchè non vinceremo (pur avendo un grandissimo film)

Preceduto da polemiche  strumentali e denigratorie, tutte nazionali, sull' attendibilità storica del racconto - ma solo per quanto riguarda il matrimonio tra la Dalser e Mussolini del quale mancherebbe l'Atto, il resto è tutto incontrovertibilmente accaduto - e da interrogativi martellanti sui riferimenti all'attualità, tra parallelismi sull'uso dei media di quel regime ed eventualmente di questo, o sul rapporto tra donne e potere, allora come oraVincere, ultimo film di Marco Bellocchio arriva alla proiezione per la Stampa spappolato a dovere, cioè a dire già  passato per il tavolo settorio di quanti mal tollerano l'idea che Mussolini non fosse poi quel bonaccione che alla sera suonava il violino per far addormentare i figli. 

Ovvero di chi ha ricercato nel film riferimenti grossolani e banali con l'attualità magari temendone l'esito.

E passi che nel caso dei detrattori si fosse trattato, della solita compagine, inclusi nipotissima e storici indulgenti col ventennio, che fa capo a Bruno Vespa. Quello che è incredibile è invece l'apporto determinante che la stampa nazionale più prestigiosa ha profuso nel compiere  l'opera. 

Prima reazione : tiepida. Di conseguenza primi articoli sui quotidiani, scivolosi ed ondivaghi. Convince a metà, troppi inserti con filmati d'epoca etc etc etc, ma non sarà la politica che affloscia l'opera?

Non fosse stato per il pubblico della proiezione ufficiale che ha applaudito in piedi per diciotto minuti di fila  (cronometrati) e per l'entusiasmo de Le Monde, di Variety, di Screen International ma soprattutto per le dichiarazioni  risentintite dello stesso Bellocchio  - Siamo stati pugnalati alla schiena dalla stampa italiana - ci si sarebbe guardati  bene dal far marcia indietro, aggiustando il tiro sui giornali di ieri. Vedi Repubblica,  Corriere della Sera ed altri.

Qui non si tratta di difendere ad oltranza il prodotto nazionale anche nel caso in cui si riveli una  classica Ciofeca, così, per puro sciovinismo, ma di vincere resistenze di altra natura. Qualcuno ha detto che è stata la fretta di consegnare l'articolo al giornale ad aver suggerito giudizi sommari . Altri più onesti hanno ammesso: può essere che rivedendo il filmato del discorso di Mussolini ad Ancona , in cui appare oggi come un irresistibile buffone, ci si vergogni pensando che mai un uomo fu tanto amato da un intero popolo malgrado la sua tragica ridicolaggine e che purtroppo questi innamoramenti si ripetono? ( Natalia Aspesi Repubblica )

Ma guarda un po'. Allora Bellocchio ha fatto proprio centro e mostrando quel che è stato il fascismo, attraverso la metafora dell'annientamento di una donna e di un ragazzo , ci ha messo di fronte con violenza ad una realtà in cui ci è insopportabile identificarci e che forse vorremmo rimuovere.

Vincere non è un documentario storico - come non lo è stato Buon giorno notte - pur essendo un' opera di grande attendibilità, fondata su fatti realmente accaduti. E' la tragica storia di Ida Dalser e di suo figlio, raccontata in forma di melodramma classico,  lirico, forte, strutturato che non cede mai a sentimentalismi. Una modalità lontana dalle sceneggiature piene di eventi cui siamo abituati. E' la rappresentazione di un conflitto col potere dai connotati universali, un racconto fuori tempo che si mescola benissimo con i Film Luce e le citazioni cinematografiche d'epoca - Antamoro, Chaplin Pastrone - che vi sono contenute.

Una sfida artistica per trovare non tanto la storia ma soprattutto il modo giusto per raccontarla.

Che peccato non averci creduto, aver sciupato un'occasione per proporre questo film bello, raffinato, coinvolgente, come fosse un film politico come un altro. E lo è di sicuro, alla fine,  salvo che le considerazioni suggerite non hanno immediatezza, passano per le retrovie, tirandosi dietro ben altro che i parallelismi, le somglianze, i pezzi di carta che mancano e quelli che ci sono. Un film, come è stato detto dagli americani, da togliere il respiro.

Vincere è un film di Marco Bellocchio. Con Filippo Timi, Giovanna Mezzogiorno, Fausto Russo Alesi, Michela Cescon, Pier Giorgio Bellocchio, Corrado Invernizzi, Paolo Pierobon, Bruno Cariello, Francesca Picozza, Simona Nobili, Vanessa Scalera. Genere Drammatico, colore 128 minuti. - Produzione Italia, Francia 2009. -

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giovedì, 21 maggio 2009
14:26

Au fil de la croisette ( prologo)

Una nevicata di metà maggio alle otto del mattino laddove il giorno prima era passato un drappello di ciclisti completamente nudi o  l’enorme  Transformer   davanti al  Carlton segnalano - ovviamente - l’incombente presenza del mercato ma anche che qui tutto può succedere. E così quando una trentina di militanti du Front de Gauche assaltano il panfilo di Madoff  regolarmente immatricolato  alle Cayman,  qualcuno pensa che si tratti di un’ ennesima promozione cinematografica.

Invece si reclamizza  la proposta elettorale  di tassare  le barche  da diporto  in rotta nel Mediterraneo, un tanto a tonnellata. Mentre  viene  piazzato  uno striscione cattivo  sulla plancia, tra  gli yacht contigui e la banchina,  va in scena  la rappresentazione dell’Indifferenza.

Anche i ricchi ..etc.  etc. etc.? Ma de che.

Tanto valeva - gia che si era in mare -  stranire qualcuno con i Respingimenti. Ma di queste cose qui (ancora) non si parla.

Festival così si organizzano solo da queste parti. Il più importante evento culturale del pianeta –   secondo Le Monde, cui  evidentemente non basta  render conto  soltanto  del più grande evento cinematografico.  Una colossale impresa di Stato – ma manco l’ombra di un politico per tutto il tempo, mica come da noi che incombono peggio del Transformer – con il potente concorso di sponsor milionari.

Cannes al tempo della crisi azzarda meno, sceglie autori affidabili, guarda in primo luogo alla Francia,  inevitabilmente a Oriente,  un po’ meno al nord – america,  exploit tarantiniano  a parte. Collauda ancor di più la formula film adatto alla bisogna  : qualità, ricercatezza, stile ma  poca sperimentazione .

Meno male che ci sono Quinzaine e Semaine  a incaricarsi  del  cinema del futuro . Meno male che c'è il Marché, luogo in cui è possibile che i  cineasti, i talenti non ancora riconosciuti, gli outsiders del mondo, incontrino i distributori. Sotto questo aspetto gli scenari indipendenti del globo offrono interessanti prospettive per lo Sviluppo. La Cultura all'epoca della crisi questo compito ha da assolvere . E il cinema è cultura. Idee per il futuro accessibili a tutti.

Di quel che ho visto dirò  nei giorni prossimi a cominciare da i film di imminente programmazione. Il resto, quello che temo non passerà mai la frontiera, sarà oggetto di un discorso a parte.

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giovedì, 14 maggio 2009
17:42

Avant de partir ( n’oublie pas, tu es là pour travailler )

Pensando a François Truffaut  che cinquanta anni fa  con Les quatre cents coups   vinceva la palma d'oro inaugurando ufficialmente una stagione rivoluzionaria per il cinema mondiale , comincia anche quest'anno la caccia ai tesori del Marchè du film .

I film in catalogo sono circa 9600 - alla faccia della crisi che però da che mondo è mondo, svuota le tasche e riempie le sale - il che rende le 16 proiezioni al giorno del programma ufficiale che vede impegnati  oltre 4.000 giornalisti - sempre a lamentarsi - praticamente una passeggiata di salute.

Dunque un breve periodo di assenza da queste pagine elettroniche. Sperando di riportare a casa il risultato. Avec un peu de cul, come dicono da quelle parti. 

A bientôt.

La foto de le tapis rouge - guai a chiamarlo red carpet - è da Libération come pure la raccomandazione tra parentesi contenuta nel titolo del post...

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giovedì, 14 maggio 2009
11:55

Storico e senza precedenti

Sonno della ragione -  per dirla con Minniti ma stavolta il mostro è legislativo -  ed esaltazione dell'ipocrisia soprattutto, basta leggere qualche passaggio  del decreto legge cosidetto della sicurezza, per capire quanto il dispositivo serva più da omaggio alla paranoia nazionale - ad arte sollecitata nei mesi addietro - che a regolare la civile convivenza. Ovvero come spot elettorale. Che non guasta mai. Come pure Bossi ha candidamente ammesso di recente.

In attesa di registrarne le storture, l'impraticabilità o il conflitto con altri Provvedimenti o Principi, possiamo senza tema di essere definiti catastrofisti, apocalittici o buonisti, - come se ad essere davvero buoni avessimo da perdere qualcosa  - festeggiare anche la caduta dell'Universalità.

E questo grazie all'incredibile e vergognoso comportamento tenuto dal nostro governo, in occasione del rifiuto di concedere lo status di rifugiato a possibili richiedenti intercettati in acque maltesi e diretti verso Lampedusa . Consegnando gli stessi in massa, alla violenza della polizia libica, in spregio di  trattati, convenzioni, della nostra stessa Costituzione e finanche della Bossi - Fini, abbiamo compiuto quel capolavoro politico e umanitario che Maroni ha definito storico e senza precedenti. E che qualcuno sostiene essere perfettamente leggittimo, anche se non spiega bene in quale sogno si potrebbe mai verificare una simile circostanza.

Spot per spot, arroganza per arroganza, visto che si è anteposto il problema materiale d'identificare i migranti, al rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, si potrebbe affermare che non è un problema dei cittadini di buona volontà, la localizzazione dei benedetti uffici dove i rifugiati possano avviare le loro pratiche, se nei paesi d'origine, tra una strage e una carestia o su una piattaforma in mezzo al mare. Tantomeno che donne in gravidanza, minori o rifugiati, debbano pagare con la vita per la nostra schizofrenia politica e legislativa.

Non è forse la Politica a dover offrire almeno soluzioni logistiche adeguate? Ma più che stabilire essere la cittadinanza italiana o occidentale, il requisito necessario per godere di diritto alla vita o di diritti in genere, questo governo non fa.

Prova ne sono, i tre emendamenti fiume che trasformano l'immigrazione clandestina in reato - con tutta una serie infinita di ricadute - legalizzano le ronde, allungano i tempi di detenzione nei Cie.

 Quale idea di società abbiano per il capo costoro è oramai chiara. Nessun governo dei processi, nessuna considerazione delle cause che sospingono i flussi migratori, solo repressione e propaganda. Ce ne sarebbe di che non rinnovar loro fiducia e mandato per l'Europa.  Ma, temo, così non sarà.

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lunedì, 11 maggio 2009
18:40

Se non ci sei.. non esisti

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In attesa di tempi migliori che di sicuro arriveranno non appena Angels & Demons avrà percorso in lungo e in largo le sale della penisola  sbancando il box office - nelle prossime due settimane escono qui da noi, solo cinque film, contro i quindici o venti abituali - ci si può intrattenere con questa garbata commediola tratta dall'autobiografia del giornalista inglese Toby Young titolata  How to Lose Friends and Alienate People.

Divertente presa per i fondelli di un mondo, quello del glamour,con personaggi  dai molti tics, compresi  fieri detrattori che in realtà subiscono il fascino dello star system e non vedono l'ora di esserne parte, dive svampite e stramberie Hollywoodiane del tipo produrre un film dal titolo The making  of a Saint con la star più sexy del momento nel ruolo di Madre Teresa di Calcutta.

Di trovata in trovata, di citazione in citazione  - La dolce vita, come se piovesse, ma anche Il grande Lebowsky e Con air - il film funziona e anche se ci si sarebbe potuto aspettare maggior cattiveria, alla Diavolo veste Prada, per intenderci , i dialoghi sono lo stesso esilaranti ed il plot movimentato.

Abbiamo dunque un ex impertinente ed anarchico giornalista che, come spesso capita ai giorni nostri, dirige un'impresa miliardaria : la rivista Sharps -  che nel libro invece  è direttamente Vanity Fair - e il suo amico, un maldestro e casinaro, Simon Pegg, venuto appositamente dall'Inghilterra ed entrato a far parte della redazione, con il suo carico di improbabili T- shirt, la sua fantasia e il suo gusto - poco statunitense e molto inglese, per il paradosso.

Accadrà quello che nella vita difficilmente capita : scalato il successo, frequentato il potere, adagiatosi comodamente nel mondo del jet set, ne sarà infine disgustato e mollerà tutto.

E qui forse casca l'asino, nell'improbabile -  e nel contempo, scontatissmo - finale e in qualche battuta un po' grossier a disarmonizzare l'insieme. Imperdibile Kirsten Dunst mascherata da Louise Brooks - come sia venuto in mente agli sceneggiatori è un mistero  - ad una festa. Simon Pegg in forma smagliante.

(Nell'illustazione la divina Fox passeggia vestita in una classica piscina hollywodiana  in cui galleggiano composizioni di  lilium)

How To Lose Friends & Alienate People - Star System, se non ci sei, non esisti è un  film di Robert B. Weide. Con Simon Pegg, Kirsten Dunst, Jeff Bridges, Danny Huston, Gillian Anderson, Megan Fox, Max Minghella. Genere Commedia, colore 110 minuti. - Produzione Gran Bretagna 2008. - Distribuzione Mikado

 

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venerdì, 08 maggio 2009
18:12

Détruire, dit-lui

gioi

Da una parte la vendetta passa per l'esecuzione a mezzo stampa della moglie ingrata oltre che visionaria e plagiata - quindi instabile e sciocca -  dall'altra la difesa  televisiva del  farfallone amoroso, ingenuo e intruppone,  è affidata a dipendenti fedeli, coordinando le operazioni il legale di famiglia, onore e vanto del Foro di Milano - Milano sì, e non c'è  Lodo, ne' Ricusazione che tengano, la sentenza verrà emessa per competenza territoriale, ironia della sorte, proprio in quelle aule - nonchè Secondo leguleio d'Italia, giacchè il Primo, credo, non abbia ancor finito di vedersela con i servizi sociali.

Il gioco è quello antico - e assai comune -  di delegittimare lei, sottraendo al dibattito gli argomenti più brucianti e pericolosi contenuti nelle sue dichiarazioni - la sfrontatezza senza ritegno del potere che offende tutte, per esempio - e a trasformare l'intera partita nel puntatone di una delle tante Dynasty televisive. Vedi alla voce Una storia di corna . Per il resto si sfrutta il paradosso, l'enormità degli addebiti :

Monomaniacale? Infedele ? Narcisista? Pedofilo? Un uomo così paterno, spontaneo, generoso, affettuoso, galante. Suvvia.

Insomma si parla d'altro come sempre quando c'è di mezzo lui.

Un'occhiata alla stampa rosa - milioni di lettori - di questa settimana - soprattutto quella di proprietà - e il quadro si delinea per quel che è  : Chi  paragona il premier  a Pericle - e intanto  sua moglie giustamente è costretta a diventare Aspasia - Diva e Donna intrattiene i più romantici  con i bei ricordi. Sempre la fine di un amore è. Novella 2000 e Oggi che sono del gruppo RCS, sono meno retorici e lacrimevoli mentre si contendono la palma del cali il silenzio, intanto pubblicano foto ed elenchi di favorite presidenziali nel corso del primo, secondo e terzo mandato.

Ma per tutti sono Veronica e Silvio, come dire : due di noi. Che a ben vedere, nell'ambito degli esercizi d'identificazione, sarebbe il più difficile al mondo. Eppure funziona. Perchè come ci viene ripetuto da commentatori saggi ed avveduti . La metà del paese è come lui, l'altra metà aspira a diventarlo. Comincio a pensare che senza Berlusconi il Paese di cui sopra non sarebbe migliore. Magari con qualche  possibilità in più di migliorare. Migliore però no.

Scritto da sedlex in: string of pearls
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mercoledì, 06 maggio 2009
17:00

Sotto..sotto...strapazzato da analogo destino

SOTTO-SOTTO-STRAPAZZATO-DA-ANOMALA-PASSIONEBella la fotografia di Dante Spinotti, belle le scene di Job e azzeccata la scelta delle locations -  l'area intorno al Teatro Marcello, una specie di zona franca, antica per sovrapposizione di varie epoche,  incastrata nel traffico tra il Ghetto, le Botteghe Oscure e la via, allora detta del mare, oggi Petroselli e poi ancora gli studi di  Cinecittà e il giardino dei mostri di Bomarzo -  Bellissima la musica di Paolo Conte.

Bella la rappresentazione dell'aria  che tirava a Roma agl'inizi degli anni 80, con l'Effimero di Nicolini, Massenzio, i teatri e i film sperimentali, le scuole di samba brasiliane in parata ai Fori Imperiali,  la discussione delle femministe sull'estasi di Santa Teresa e infine una delle stazioni più controverse e delicate della rivoluzione cultural - sessuale, giunta dopo un'irresistibile avanzata, a riflettere sui rapporti amorosi tra persone dello stesso sesso.

Bella anche la regia di Lina Wertmüller e bravi gli attori, Montesano un po' sopra le righe mentre Luisa de Santis, Isa Danieli  e Veronica Lario che con  voluta cadenza bolognese interpretava il ruolo della moglie sognatrice e cinefila, erano talmente efficaci  da riacchiappare le sorti di un film che tra tante cose buone  aveva un unico imperdonabile difetto : i dialoghi,  in alcuni momenti talmente straripanti da invadere campi minati di noiose e cervellotiche considerazioni.

Anche in quel caso Esterina - Veronica, metteva a soqquadro il tran tran coniugale rivelando ad Oscaretto - Montesano che la persona - tipica e pudibonda espressione d'epoca - protagonista delle sue fantasie erotiche , non era un uomo ma una donna, provocando così nel coniuge comunista doc, le reazioni inconsulte e perbeniste tipiche della virilità dell'orgoglio offesi. 

Nessuno dei capisaldi comportamentali della pratica maschilista - dalle botte, alle coltellate, passando per gl'insulti più volgari ed infamanti - veniva risparmiato ad Ester, colpevole nemmeno di vero e proprio adulterio ma soltanto di essere stata sincera. Evidentemente senza accorgersene aveva mirato diritto al cuore del problema. Secca e precisa, come solo una moglie sa fare.

A vederla così, Veronica Lario, allora come ora, non sembra proprio di quelle che senza  matrimonio  con un uomo ricco ed importante, si sarebbe persa. Non come i detrattori ed i teorici dell'ingratitudine - sono un tipico di ogni divorzio - vorrebbero far credere. Alla fine comunque la si pensi, tra le tante lezioni di questa vicenda che quanto a volgarità, prepotenze ed insulti, è solo all'inizio, una soprattutto brilla ed è quella che oltre i soldi e il potere c'è ancora vita. E dignità. Non poco in epoca di asservimenti di tutte le specie.

Sotto... sotto... strapazzato da anomala passione è un film di Lina Wertmüller del 1984, con Enrico Montesano, Veronica Lario, Luisa De Santis, Mario Scarpetta, Massimo Wertmüller, Alfredo Bianchini, Sergio Solli, Jole Silvani, Dario Cantarelli, Umberto Zuanelli. Prodotto in Italia. Durata: 105 minuti.

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martedì, 05 maggio 2009
08:03

Finchè la rotativa va ( c'è speranza )

Kevin Mc Donald deve aver avuto il suo bel dafare con tutti quei classici del giornalismo investigativo da visionare prima di mettere mano a State of play.  Pakula, Howard, Brooks, Hawks tanto per citare a caso qualche autore. Una filmografia di genere piuttosto vasta  con qualche capolavoro e diversa  paccottiglia imbastita su luoghi comuni, tra esercizi retorici e tonanti invettive. E come se non bastasse, la stessa serie televisiva inglese su cui è basato lo script che poi ha finito per  rivelarsi un temibile termine di paragone per il film.

Quanto agli attori, sono stati mandati  a balia, per qualche tempo, in redazione al   Washington Post. Così, tanto perchè fosse loro chiaro come funziona un quotidiano, cosa ogni giorno viene stampato e perchè. Dunque, già in fase preparatoria, eravamo in piena atmosfera di meticolosità hollywoodiana, la stessa in virtù della quale De Niro non avrebbe potuto  interpretare credibilmente The racing bull   prima di essere ingrassato 30 chili e di aver condiviso per sei mesi  lo stesso tetto con  Jack Lamotta. Niente che la coppia Helen Mirren and Russel Crowe, attori da sempre abituati a dissolversi nei personaggi, più che a rendersene interpreti, non potesse sopportare. E poi nel cinema - come del resto nel giornalismo - la pignoleria ai limiti della nevrosi ed oltre,  paga in termini  qualitativi e di fedele rappresentazione del Vero. 

Così è anche di questo giallo investigativo old fashioned way, un'americanata ben messa, sul giornalismo che mette i bastoni tra le ruote al potere politico rivelandone le dinamiche e sulla missione del cronista pistarolo che tra commissariato, obitorio e ministero, tesse una rete di utili fonti su cui basa le sue inchieste. Tutto ciò all'epoca di internet - cioè del magma incontrollato di notizie spazzatura -  e  della crisi della carta stampata.

Film, dunque,  inevitabilmente epico : il 2043, data in cui l'ultima sgualcita copia su carta del "New York Times" sarà acquistata, è alle porte e bisogna correre ai ripari :

Accade che a Cal McAffrey, nobile e stropicciata figura di giornalista all'antica, quasi un dinosauro, trasandato, sovrappeso e brontolone,  venga affiancata una giovane blogger,  metodologicamente sprovveduta e  poco abituata ai controlli e alle ricerche. I due - intreccio scontro irresistibile di visioni del mondo agli antipodi - seguono le indagini di omicidio in un quartiere malfamato, un rompicapo di eventi apparentemente scollegati che tra tangenti sesso e omicidi andrà via via configurandosi come una storia di vizi privati e pubblica corruzione in cui è coinvolto un giovane deputato in ascesa che è anche compagno di college di Cal.

Ma nei trent'anni che ci separano da Watergate inteso come caso scuola  ( e da Tutti gli uomini del presidente)  l'universo dell'informazione si è completamente rivoluzionato. I media sono divenuti scrupolosi amministratori del consenso mentre la carta stampata vive un momnto di profonda crisi. Le Proprietà esigono risultati rapidi in termini di quadratura di bilancio e non c'è più tempo per mettere insieme le inchieste di un tempo. Per di più, paradosso dei paradossi,  la presenza istantanea di notizie in rete, si rivela, almeno in questo caso,  un intralcio ben più cospicuo di tradizionali reticenze e depistaggi. Morale : la vera professionalità non disgiunta dall'etica professionale e fondata su regole ferree, si nasconde nelle redazioni e viaggia sulla carta stampata.

Riflessione amarissima e analisi veritiera sullo stato delle cose realizzata da un team di sceneggiatori di prim'ordine. Finale amarcord/tipografico con gran carrellata tra le rotative al lavoro. Visione nostalgica di un mondo in probabile estinzione. ( che ha commosso la quasi totalità dei critici, anche quelli cui il film non è piaciuto troppo

 

State of play è un film di Kevin Macdonald. Con Russell Crowe, Ben Affleck, Rachel McAdams, Helen Mirren, Wendy Makkena, Katy Mixon, Viola Davis, Jeff Daniels, Maria Thayer, Harry Lennix, David Harbour, Rob Benedict, Zoe Lister Jones, Gregg Binkley, Arabella Field, Cornell Womack, Robert Bizik, Dan Brown, Eileen Grubba, Brennan Brown, Jason Bateman, Robin Wright Penn. Genere Azione, colore 125 minuti. - Produzione USA 2009. - Distribuzione Universal Pictures

Scritto da sedlex in: la fabbrica del cinema
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lunedì, 04 maggio 2009
12:12

Novanta!

pete seeger

 

Ho "aperto" le università e i college e li ho trasformati in luoghi di concerti.Ho fatto capire che per esibirsi  non c'erano solo i network e i night club.

Pete Seeger

Scritto da sedlex in: buone notizie
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sabato, 02 maggio 2009
07:03

Venne maggio

sponsor

Cartello : Il mondo che vorrei . E di seguito  i logo di una caterva di sponsor. Impossibile non pensare a Naomi Klein (e a chi ha impostato la grafica). Visti i fatti comunque, il mondo che vorrei, pare proprio che non possa fare a meno di finanziatori, ancorchè meritevoli per impianti fotovoltaici e munifici in compagnie assicuratrici di bandiera. Senza il loro apporto, il concerto sarebbe stato a rischio. Era dunque nelle cose che la scaletta e le star di punta  fossero in armonia con quello che è stato definito il maggior impegno degli sponsor.

Solo non mi è mai chiaro se questi divi che percorrono le generazioni senza saltarne nemmeno una,  procurando in egual misura grappoli di extrasistole alle bisnonne e scariche d'adrenalina ai pronipoti, siano un segnale di qualità che prescinde dallo scorrere del tempo o di cattivo stato di salute della capacità di rinnovarsi della musica catalogata leggera rock pop o quel che è.

Certo, ma che senso ha cantare sono un ragazzo di strada adesso che ragazzi di strada lo sono diventati un po' tutti ?

Conosco poco Vasco Rossi, non fosse stato per De Andrè e per la premiata ditta Castellitto & Mazzantini che ha impiegato un suo brano in Non ti muovere, non mi sarei mai soffermata ad ascoltare la sua musica. Per il resto - ma è un mio limite - le sue canzoni, come quelle di altri pur celebratissimi, sono del tipo  da un orecchio mi entrano e dall'altro mi escono. Non mi è sembrato tuttavia così sconveniente affidare a lui il ruolo di testimonial di importanti iniziative. Con i tempi che corrono e le difficoltà che si trovano a trasmettere idee di vera solidarietà, una platea di ottocentomila presenti e qualche milione a casa, diventa un'occasione preziosa.

Sia lodato dunque il fotovoltaico che ci ha permesso di ascoltare anche Marina Rei e Avitabile - eh si, le percussioni - quest'ultimo investito dell'importantissima missione di riscattare Portici. Non solo Orfane - belle- di- Papi,  da quelle parti.

Scritto da sedlex in: primo maggio
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