mercoledì, 29 aprile 2009
11:28

Miriam non Miriam

Strasburgo

Hanno ragione coloro i quali attribuiscono a Silvio Berlusconi la capacità di aver prima sconvolto e poi ridefinito i termini del dibattito politico, qui da noi. Prova ne è che ad ogni apparir di ragazzotta di belle speranze, sulle liste elettorali del PDL - dunque dalla Gardini in poi, non una novità -  le reazioni dei fieri oppositori  immancabilmente vengono modulate, per linguaggio ed argomenti, su quella che viene ritenuta essere, la portata dell' evento. Beatamente coinvolti in una querelle all'insegna dell' uguale e contrario, si replica volgarmente a qualcosa che si ritiene volgare.  

E vai col tango del trito repertorio misogino e della terminologia più vieta, manco fosse colpa di quelle sprovvedute se la politica si è così ridotta.

Ma il punto non sono ovviamente le ragazze  e anche se il tema della presenza femminile è stato  posto in modo intelligente da Sofia Ventura, si tratta di allargare la riflessione ad un terreno più ampio di cui la reificazione delle donne  è uno dei pilastri,  ma non il solo.

Perchè una cosa è certa :  o il  problema della compilazione delle liste diviene un caso che riguarda in generale il modo in cui gli apparati di partito, provvedendo in via esclusiva  all'autoconservazione, selezionano una classe dirigente funzionale alla propria immagine,  oppure continueremo in eterno a moraleggiare con ridicole varianti del dove andremo a finire, per via di  quattro belle figliole definite scioccherelle e inadatte per profilo, al ruolo in questione.

Che si tratti di collocamento per principi azzurri e starlette o di prepensionamenti eccellentissimi, il problema è uno solo. Ed è politico. Mi spiace, per lo spessore di Luigi Berlinguer che indiscutibilmente si pone a distanze siderali da quello di qualunque blasonato o ballerina o soi disant gggiovane - trombato alle Politiche e riproposto come una minestrina riscaldata alle Europee -  ma la faccenda è metodologica e  riguarda anche un tipo di candidatura come la sua.

Finchè saranno logiche partitiche spicciole e interessi di bottega a soprintendere la scelta dei candidati, ognuno provvederà a sistemare i suoi avendo per  la testa ben altro che la  rappresentanza. A nessuno è dato di mettere il naso in casa d'altri ma se si desse al meccanismo delle primarie un valore istituzionale, sono convinta che le candidature improbabili sarebbero sensibilmente ridotte, quantomeno un'investitura più democratica conferirebbe un senso differente  alle scelte.

Le liste elettorali delle Europee sono - complessivamente e trasversalmente -  brutte. A chi ha a cuore il  buon andamento dei nostri interessi a Strasburgo, non rimane che sperare nella continuità degli staff tecnici, più in grado dei nostri politici di orientarsi nella complessità della normativa europea e delle questioni internazionali. Ma qualcuno pensa all'importanza del Parlamento Europeo? O siamo tutti a sfogliare la margherita se Miriam Bartolini questa volta  sia in combutta col consorte o ce la faccia a presentargli infine,  il conto del matrimonialista?

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martedì, 28 aprile 2009
18:21

La ragazza della iurta accanto

Asa ha le orecchie a sventola - come il principe Carlo ! - osserva,  che nonostante ciò ha sposato Lady Diana Spencer, mentre Tulpan, la ragazza della iurta accanto,  unica nubile del villaggio, proprio per quell' inconveniente di nessun conto, ha respinto la sua offerta di matrimonio. Il motivo poi si rivelerà essere un altro, tuttavia senza una moglie non si può pensare di possedere un gregge, lo prescrivono le Regole della comunità ma anche una necessaria distribuzione dei compiti imposta dalla cura degli animali e dall'essere nomadi. E così, il rifiuto di Tulpan può significare per Asa solitudine ma anche  impossibilità di rendersi autonomo, indipendente dalla propria famiglia. A meno di emigrare ...

Esordio alla regia del kazako Sergej Dvortsevoy che nel passaggio alla fiction amplifica il talento descrittivo tipico dei suoi documentari, trasformando  così la sottrazione di Tulpan - non a caso la ragazza che non c'era del sottotitolo -  in racconto o evocazione dell'Assenza, sullo sfondo di un paesaggio arido e battuto dagli Elementi di una  Natura inesorabile.

Sfide degne di Hitchcock e John Ford, si disse - dissero i Cahiers, per la precisione - quando questo piccolo film di confine entusuasmò - meritatamente -  Cannes 2008, aggiudicandosi il premio della sezione Un Certain Regard, il primo di altri 11, spazzolati in giro per i festival di tutto il mondo.

In realtà il segreto di Tulpan sta nella cifra poetica (anche se non priva di ironia) del racconto : la vita dei pastori rappresentata attraverso storie semplici, ambientate a soli 500 chilometri da una città che i protagonisti non hanno mai visto e chissà se vedranno mai, saldi come sono nei propri convincimenti, o in bilico  tra il resistere con le tradizioni,  assecondando pulsioni ancestrali o seguire altrettanto naturali istinti di fuga verso la modernità.

Un particolare merito alle mobilissime e vitali immagini di  Jolanta Dylewska, operatrice polacca, ai suoi campi lunghissimi e alla sua prodigiosa macchina a spalla.

 

Tulpan la ragazza che non c'era è un film di Sergei Dvortsevoy. Con Ondas Besikbasov, Samal Esljamova, Askhat Kuchencherekov, Tolepbergen Baisakalov Titolo originale Tulpan. Drammatico, durata 100 min. - Germania 2006. -  Distribuione Bim

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sabato, 25 aprile 2009
10:39

I colori della liberazione

medagliere

Se tutto si riducesse alle cronache di una stagione pur gloriosa ed esaltante, in breve tempo di questa nostra Lotta di Liberazione rimarrebbe ben poco. Ovvero se ne continuerebbe a discutere nei termini odierni, stucchevoli e superficiali di opposti schieramenti, di componenti, di ragione e di torto, quando non  - il massimo dell'ignominia in materia d'indagine storica - di buona o cattiva fede dei contendenti.

Invece qui da noi,  oggi si festeggia principalmete  la nascita dello Stato Democratico e in particolare si rende  merito a quell'assillo antidispotico dei Costituenti - liberale, più che bolscevico - che suggerì loro di porre a presidio  dei Valori di Libertà, Eguaglianza, Solidarietà, Rispetto della Persona, Principi quali la divisione dei poteri, la pluralità dei partiti, la tutela delle minoranze e  l' indipendenza della magistratura. Altri spartiacque o coloriture di parti giuste o sbagliate, non sembra d'intravedere, se non l'adesione o meno al modello democratico emerso da quella stagione politica. Modello perfettibile, come ogni cosa  di questo mondo ma non negoziabile nella sua struttura di Valori  portanti. A meno di voler celebrare un'altra festa.

Il resto delle presunte equidistanze, equiparazioni, geometrie, pesi, misure e dosaggi dei colori della Resistenza, li lasciamo alla politica nella sua versione più deprimente, quella che sfinisce,  dei discorsi da talk show e delle passerelle acchiappaconsensi.

( Chi nega le strutture sanitarie opponendosi all'esecutività di una sentenza dei giudici supremi, per questioni di credo religioso, non merita di essere annoverato tra i tutori delle libertà costituzionali. Ne consegue che Roberto Formigoni con la Liberazione c'entra come i cavoli a merenda, chi lo ha fischiato, ha fatto cosa buona e giusta, tanto per rimanere in tema)

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venerdì, 24 aprile 2009
00:55

Vincere !

Monica Vitti, esitante come da copione, in questa inquadratura - direi perfetta - ben incarna, secondo Gilles Jacob, presidente del Festival di Cannes, tutti gl'interrogativi sul futuro del cinema indipendente e d'autore che i tempi impongono. E se è perplesso lui che non ha nemmeno Bondi alle calcagna a minacciare tagli ai fondi e censure per i film non graditi e un presidente del consiglio a dominare distribuzioni e produzioni, figuriamoci noi. Che tuttavia, crepi l'astrologo,  siamo in concorso con un film di Marco Bellocchio :  Vincere.

E siccome qui, tutto il meglio è già qui, come diceva quello, tra Concorso, Semaine e Quinzaine, da Tarantino ad Almodovar passando per Brillante Mendoza, Ken Loach, Lars Von Trier, Amenábar, Resnais, Ang Lee, Jane Campion, non resta che pazientare, magari  ingannando l'attesa con il sito.

Scritto da sedlex in: cannes 2009
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domenica, 19 aprile 2009
13:06

Io sono neorealista. Io pensavo stronzo

C'è qualcosa di risaputo nelle ambientazioni e forse anche nella trama di questo film che Francesca Archibugi ha tratto dall'opera prima di Umberto Contarello -  già sceneggiatore di Mazzacurati, Salvatores, Amelio, Placido, Piccioni -  Una questione di cuore. Di sicuro gli esterni pasoliniani, il Pigneto il Mandrione, Torpignattara e la Borgata Gordiani, luoghi del neorealismo trasformatisi, nel corso del tempo, in quartieri di tendenza ma anche l'asimmetria dei due mondi a confronto, quello del carrozziere e dello sceneggiatore che s'incontrano in un reparto di rianimazione, un luogo dove le questioni di cuore non nascondono complicate metafore.

Nulla di tutto questo però, prende pieghe narrative che possano definirsi scontate. C'è invece un dato di autenticità nel riferire  come i due, dagli antipodi,  affrontano la paura, il ritorno alla normalità e in definitiva il mondo, senza però sbilanciamenti da una parte o dall'altra, anzi mettendo a profitto il racconto proprio l'amicizia - ovvero la scelta di affrontare insieme il dopo infarto -  come prezioso e delicato  punto di equilibrio.

Kim Rossi Stuart, Antonio Albanese e Michaela Ramazzotti meritano di fare incetta di premi e riconoscimenti per il tocco leggero, il ritmo, la complicità di sguardi, le pause di una recitazione che, senza sbavature ed eccessi di sorta, conferisce  ai personaggi tutto quello di cui hanno bisogno : realistica ed intensa fragilità.

Questioni di cuore è un film di Francesca Archibugi. Con Antonio Albanese, Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti, Francesca Inaudi, Andrea Calligari  Drammatico, durata 104 min. - Italia 2008. - 01 Distribution

(Carrozziere era Accattone, carrozziere è Angelo. Pasolini, a dispetto dei cambiamenti, aleggia ancora in quei luoghi e anche questo è risaputo)

 

 

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sabato, 18 aprile 2009
13:20

L'Ape e la Corvette ( e altre meraviglie)

L'epilogo  della contesa tra la panetteria di Davide e il fastfood di Golia ad Altamura, è noto. Alla fine, accerchiato dall'impasto fifty - fifty di  grani teneri e duri , dal lievito e dall'olio extra vergine etc etc, Mc Donald battè la ritirata lasciando gli autoctoni, soprattutto anziani, privi dell'unica multinazionale attrattiva : l'aria condizionata. Episodio non isolato nel centro meridione, dove la filosofia dello slowfood, take away, low price, affonda nella tradizione, antiche e consolidate  radici in forma di friggitorie, pizzerie, osterie e via dicendo.

Elogio del localismo gastronomico ma senza strafare - che alle volte, i cultori della cucina di mamma e di nonna risultano indigesti per totale mancanza di modus in rebus ed eccesso di nostalgici mugolii non esenti da bassi istinti di chiaro stampo conservative - con numerosi picchi di autentica allegria  per le esilaranti diatribe tra Arbore e Banfi sulle doti del lampascione o del fungo cardoncello ovvero per lo strepitoso cameo di Nichi Vendola. 

Correte dunque dietro a queste dieci copie - ma si può ? - del lavoro di  Nico Cirasola, estroso (Albania Blues , Bll'Epoker) regista di un pregiato e fantasioso apologo o docu-fiction che dir si voglia : Focaccia Blues, plot scoppiettante di improbabili quanto avvincenti dicotomie, (origine di altrettante contese) :  

E se la focaccia si mangia l'hamburger , l'Ape riuscirà a mangiarsi la Corvette? - ovviamente non di competizioni su strada si tratta - E come avverrà l'amalgama del genere fantastico col documentario? E quella del formato digitale col 35 mm ? - e qui la soluzione si fa interessante ed  esteticamente apprezzabile - E come finirà il tentativo di Onofrio da Altamura di  colonizzare con l'omonima focaccia nientedimeno che gli USA?

Tutto questo e molte altre meraviglie vedrete recandovi nelle sale in cui si proietta Focaccia Blues , non prima di aver visitato il bellissimo sito  e possibilmente prenotato al ristorante che la visione mette fame e la probabilissima scarpinata - ah com'è bella l'avventura - per trovare il cinema, non ne parliamo. A meno di essere tra quei fortunati spettatori ai quali il biglietto sarà venduto insieme ad un pezzo di focaccia sottovuoto. Da consumarsi preferibilmente nell'Intervallo.

Morale ( apocalittica) : Così come non c'è quasi più posto per i negozi singoli, ma solo per le catene e gli show room delle grandi distribuzioni globalizzate, anche nel cinema sta per essere dato il colpo di grazia alle singole sale. Oramai i centri cittadini rischiano di essere ovunque sempre più  vuoti ....Le nostre città saranno sempre più mcdonaldizzate? ( dal sito di Focaccia Blues).

Che s'ha da fà.

Focaccia Blues è un film di Nico Cirasola. Con Dante Marmone, Luca Cirasola, Tiziana Schiavarelli, Renzo Arbore, Lino Banfi  Commedia, - Italia 2009. Distribuzione Pablo.

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venerdì, 17 aprile 2009
08:15

Epilogo ( probabilmente)

Annozero

Il dito mostra  macerie e malversazioni  e il dibattito nazionale viene sistematicamente  spostato altrove, sul senso dell'opportunità, sul buon gusto  o che so io . Cosa finisce nel mirino e al posto di cosa, è di facile intuizione.

Santoro non fa mistero del suo essere un Tg 4 ben fatto. Dato per scontato un regime pluralistico, quello dell'esprimere la propria opinione con chiarezza è l'unico modo per esporre il proprio pensiero, la propria visione,  al dibattito e dunque alle critiche. L'unica modalità autenticamente onesta di fare informazione. Per il resto ci sono le rassegne stampa. Chi allinea (o crede) tutte le opinioni con fare notarile, non rende merito all'esercizio del saperne di più. Ciò che fa la differenza, in questi casi, è la capacità d'interpretare quanto accade, di legare i fatti con i fatti, di vedere oltre. E quella è una qualità squisitamente faziosa. Non c'è storia.   

Ma Comunque la pensiate, per dirla come la direbbe lui, a Michele Santoro  andrebbe  riconosciuta una  discreta abilità di narratore. Non tanto per avere messo in luce - altri lo hanno fatto -   la nostra estrema fragilità politica, istituzionale ed organizzativa al cospetto di catastrofi più o meno annunciate, ma per aver fatto in modo che a conferma della strutturale vulnerabilità   non fossero solo gl' interventi dei soliti arruffapopoli antagonisti, i parenti delle vittime giustamente addolorati o i comici e i disegnatori di contorno,  ma  autorevoli esperti, peraltro  di governativo ingaggio, di due settori chiave : la volta scorsa il Presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia Enzo Boschi, ieri sera - più drammaticamente -  il Capo della Sala Italia della Protezione Civile Titti Postiglione. Non periti o ospiti di parte dunque .

 Incalzati da una serie di eventi e testimonianze in successione, grazie anche ai chiarimenti forniti dai tecnici, abbiamo dovuto concludere che per come sono messe le cose, qui da noi, di terremoto, frana, alluvione, si può solo morire. Mancano i quattrini, quando ci sono vengono male utilizzati e su tutti i progetti possibili  immaginabili di costruzione e riedificazione, se non grava o s'avanza l'ombra della malavita, di sicuro persiste un sistema di  disattenzione delle leggi e dei regolamenti.

Fin qui niente è davvero nuovo, ma connettere questi dati di fatto con il bollettino dei decessi e fissare qualche responsabilità al di là del Destino Cinico & Baro, è un'operazione doverosa che  conferirebbe valore ad un'Informazione oramai ridotta a racconti frammentari, tra piccole storie e veline governative in una sconnessione che fa assai gioco a chi vorrebbe stravolgere il senso delle cose.

Ciò detto,  tutto il marasma sollevato in questi giorni -  il rispetto, il buongusto, il senso dell'opportunità - attiene all'inutile, alla manovra diversiva, al fumo che la compagine di governo è ben lieta di spandere in prima persona o con l'ausilio dei caudatari, mentre propone agli attendati intorno al falò, il progetto del costruendo compound per giovani coppie innamorate e in via di legalizzazione, tutto un trionfo fotovoltaico di vialetti e aiuole fiorite.

Francamente in certi drammatici contesti, i discorsi sull'opportunità  assomigliano alle diatribe sul chippendale e sull'impero ( intesi come stili) di soi disants signore in vena di ammazzare il tempo. Buoni allo scopo immediato, ma sostanzialmente vacui.

Spero sia vera la notizia sull'intenzione di Santoro di dedicarsi in futuro al docufilm, un genere meno trito e abusato del talk show, format che oramai da tempo mostra le corde dell'inadeguatezza e della ripetitività.

Nell'illustrazione un omaggio al maestro Rossellini. Non a caso.

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giovedì, 16 aprile 2009
09:13

Riequilibriamoci

20090416primapagina

Dopo la retorica - come ti sbagli -  viene il paternalismo delle sospensioni e dei correttivi,  riequilibrio lo hanno chiamato. Meglio non pensare a  come potrebbe realizzarsi,  in termini giornalistici,  una simile imposizione ma una cosa è certa :  falsità, bugie, fatti mai verificatisi, nel corso della scorsa puntata di Annozero, non devono essere passati. Che altrimenti si sarebbero pretese le smentite. Non gli aggiustamenti

Tanto basta per vedere l'operazione per quel che è :  la solita manovra che tra redde rationem e censura, viene contrabbandata per tutela della sensibilità e del buon gusto, presumibilmente di Governo, visto che altre Istanze non si sono lamentate,  tantomeno gli spettatori che continuano numerosi a guardare Santoro con gran soddisfazione dell'auditel e degli inserzionisti. Ciò sia detto così.. tanto per parlare una lingua che dovrebbe essere cara agli aziendalisti del servizio pubblico.

Niente di nuovo dunque, ed è per questo che ci si augurano reazioni degl'interessati, non improntate al vittimismo, poichè in tal caso, l'affresco consuetudinario sarebbe stucchevolmente completo.

Quel che infastidisce, tuttavia  non è solo l'intenzione smaccatamente censoria del provvedimento, ma il fatto che tra i detrattori spicchi un discreto gruppo di esercenti la medesima professione dei sospesi e dei riequilibranti. Qualcuno finanche con buone attitudini di corifeo.

Si vede che la benevolenza governativa è più importante della dignità e della libertà di scelta. Ma che bravini.

Mi spiace non disporre di riproduzioni di buona qualità delle vignette di Vauro, volentieri avrei messo in cima al post quella sull'aumento delle cubature cimiteriali. Ma ci mancherebbe altro, dopo la sospensione pure lo sgarbo di proporne il lavoro attraverso  immagini sfocate o deformate. Un po' troppo.

Metto la Prima del Manifesto di oggi, facciamo i soliti due piccioni con una fava.

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mercoledì, 15 aprile 2009
12:05

Il digitale introverso Guevara

Mai cortese iniziativa  fu tanto celebrata dalla critica come quella del produttore di distribuire un cestino nell'intervallo tra la prima parte - L'Argentino -  e la seconda  - Guerrilla - del Che di Sodebergh. Cinque ore di proiezione possono anche esigere un ristoro a metà del tragitto,  ma in fin dei conti  non si era trattato che di un sandwich e di una bottiglia d'acqua, quantunque adagiati  in graziosa  mise en place. Eppure se ne può rinvenire entusiastica menzione in ogni quotidiano del giorno dopo, addì 23 maggio 2008, alla pagina delle  critiche cannensi, con enfasi più marcata rispetto all'introversa scontrosità di Del Toro - che poi però si rifece con la palma del miglior attore, alla faccia degli inguardabili predecessori Sharif e Rabal -  o della trepidante attesa di un distributore che all'epoca dell'imprevisto dejeuner, non s'era ancora trovato.

Le cinque ore di (autentica e cinematografica) passione allora erano già destinate a diventare due film, per esigenze di sala, ma va da sè che il lavoro non può essere giudicato che nella sua interezza. La seconda parte sarà distribuita qui da noi, il primo di maggio, ma si sarebbe potuta tranquillamente offrire l'opportunità agli spettatori di vedere i due lungometraggi in sequenza, pur mantenendo la distinzione.

Costruita, in parte, adottando la falsariga del libro dello stesso Guevara titolato Sulla Sierra con Fidel - Cronache della rivoluzione cubana, essenziale nella sua digitale bellezza, a siderali distanze da altre celebranti e motociclistiche operazioni, poco trionfale, e retorica nemmeno un po', ecco servita una delle imprese più anticommerciali mai viste al cinema.

Dunque pregevole, soprattutto nel proposito ben riuscito di  restituire al Che il posto che gli spetta nella Storia. Liberata l'icona dalle fin troppo calde drammatizzazioni e dall'abbrutimento del merchandising, possiamo ritrovare integro lo spessore dell'uomo politico e del soldato, grazie alla particolare attenzione posta  da Sodebergh nel rappresentare  il luogo e i sentimenti che animavano il tempo in cui è ambientato il film. Cronaca di un progetto rivoluzionario, più che di un sogno, seguito minuziosamente e a passo di documentario da una regia tesa a non invadere mai il campo, questo Che rappresenta un diverso modo di affrontare il biopic, più fondato sulla ricostruzione storica  che sulle indagini intorno alla psicologia del personaggio. Probabilmente chi ha definito il film di Sodebergh come qualcosa che Rossellini, Coppola e lo stesso Guevara avrebbero molto apprezzato, non aveva tutti i torti.

Che è un film di Steven Soderbergh. Con Benicio Del Toro, Demiàn Bichir, Santiago Cabrera, Elvira Mínguez, Jorge Perugorría, Edgar Ramirez, Victor Rasuk, Armando Riesco, Catalina Sandino Moreno, Rodrigo Santoro, Yul Vazquez, Ramon Fernandez, Julia Ormond, René Lavan, Roberto Santana, Vladimir Cruz, Sam Robards, Jose Caro, Pedro Adorno, Jsu Garcia, María Isabel Díaz, Mateo Gómez, Octavio Gómez, Miguelangel Suarez, Stephen Mailer, Roberto Urbina, Marisé Alvarez, Christian Nieves, Andres Munar, Liddy Paoli Lopez, Francisco Cabrera, Pedro Telémaco, Milo Adorno, Alfredo De Quesada, Juan Pedro Torriente, Jay Potter, Blanca Lissette Cruz, Laura Andújar, Euriamis Losada, Unax Ugalde. Genere Biografico, colore 126 minuti. - Produzione USA, Francia, Spagna 2008. - Distribuzione Bim

 

Scritto da sedlex in: cannes 2008, la fabbrica del cinema
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lunedì, 13 aprile 2009
20:46

Un mare di detriti

Strano modo di concepire l'Informazione come indispensabile  e preziosa, nel momento in cui s'incarica di fare da cassa di risonanza  alla Versione Ufficiale,  e irresponsabile - anzi indecente -  quando manifesta un punto di vista differente  rispetto alle martellanti celebrazioni governative con soccorsi e soccorritori  tempestivi, angelici ed efficientissimi.

A dire il vero non se ne può più. In questo paese ogni minimo tentativo di comportarsi come una comunità coesa, responsabile  e pensante,  annega invariabilmente in un mare di retorica. E se sopravvivesse ancora qualche dubbio sulle intenzioni del governo di servirsi del terremoto per trasformare le operazioni di soccorso, nell' ennesimo miracolo dell'Era Berlusconi ter, basterebbe leggere le reazioni indispettite nei confronti di una trasmissione televisiva che si è solo limitata a denunziare alcune disfunzioni  attraverso le testimonianze dirette di chi ne ha dovuto sopportare i disagi, per tirare le conclusioni del caso. C'è dietro a tutto questo furore , un'idea di pubblico servizio da riconsiderare. O magari  di Pubblico tout court

Ma peggio del consueto ricatto che oppone la generosità dei volontari o lo spirito di servizio delle forze dell'ordine al fatto che, ancora  fino a ieri, mancavano l'acqua e le stufe nell'ospedale da campo di Piazza d'Armi -  come se tra i due eventi ci fosse relazione - c'è solo questa insensata richiesta di silenzio -  taccia la politica, tacciano le voci dissonanti - Godiamoci quest'altra favola bella del paese solidale e unito di fronte alla furia di elementi talmente imperscrutabili da rendere inutile la seppur minima forma di prevenzione.

Centotrenta sono i comuni abruzzesi  colpiti dal sisma, di molti non conosciamo nemmeno il nome, nonostante le numerose troupes e la consistente squadra di inviati di stanza in zona, troppo impegnati a segnalare le mosse del presidente del consiglio che consola gli afflitti e glissa sulle responsabilità. Lui non ha la bacchetta magica ma voi inviate i quattrini e soprattutto  non pensate alla politica. Chissà di che materia sono fatte  le virtù civili  tanto care ai media di questi tempi.

Scritto da sedlex in: palazzo
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mercoledì, 08 aprile 2009
07:42

Un'altra scienza

Naturalmente solo gli scienziati e i tecnici  sono davvero in grado si valutare l' attendibilità della ricerca predittiva sul radon. Tuttavia, dopo la catastrofe che alcuni vorrebbero annunciata, non si può fare a meno di considerare una previsione sul sisma che più volte sbaglia il giorno e l'epicentro, come una non - previsione. Senza pensare al danno che involontariamente si arreca a questo tipo d'indagine, comunque scientifica -  pubblicizzandone gl'insuccessi e dunque via via abbassando quel livello di credibilità necessario al prosieguo dei finanziamenti -  si preferisce ogni volta coltivare l'idea dell'establishment crudele e dello scienziato buono, piuttosto che concentrare l'attenzione su acclarate cognizioni  scientifiche di contrasto,  pertanto su vere responsabilità.

Al Disastro che in pochi secondi spazza via tutto generando smarrimento, dolore e senso d'impotenza, non può essere sacrificato neppure un briciolo di raziocinio. Il Profeta Inascoltato segue l'iconografia della tragedia al pari delle squadre di soccorso, degli sciacalli colti sul fatto, dei ministri a ispezionare i campi profughi, delle rovine cosparse di cosidetti oggetti quotidiani.

Il paese emotivamente instabile preferisce correre dietro alle leggende piuttosto che soffermarsi a riflettere sul fatto che l'unico modo per arginare la catastrofe è seguire Regole che attengono ad un'altra scienza : quella delle Costruzioni. Inutile ricordare che nel paese delle superfetazioni e delle verande abusive, le norme antisismiche vengono puntualmente disattese. Anche negli edifici pubblici.

Passata la buriana, cioè tra breve, torneranno a raccontarci che seguire le regole comporta perdita di tempo e danno per l'economia o che possono  essere condonate  indistinte sopraelevazioni di interi piani realizzati senza minimamente porsi il problema di tenuta delle fondamenta. E che piuttosto che agevolare il lavoro degli Uffici Tecnici magari incrementando l'organico di qualche unità, è meglio sfoltire la materia e tagliare sui controlli.

Più che di antidoti emotivi ci sarebbe bisogno di guardare in faccia la realtà, laddove è dimostrato che la massima parte delle nostre disfunzioni - eufemismo, nel momento in cui si parla di vera qualità della vita e di morti per niente - è data dalla nostra cronica mancanza di senso civico e di classi dirigenti che per mantenersi in vita ne assecondano pervicacemente la china.

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domenica, 05 aprile 2009
10:10

..and there's nothing you can do about it. Nothing!

Basterebbe poco. Se richiesto di un commento, il Ministro con emme maiuscola rispondesse che in Democrazia le manifestazioni di dissenso sono un segnale di buona salute, finirebbe lì: in dissolvenza con brusio di ammirazione per l'istituzionale fair play . Nei futuri servizi sarebbe ricordato per l'aplomb.

E invece no. Bisogna cavalcare l'opinione più volgare reperibile su piazza e rendersene interprete. Scampagnata, carnevalata o che so io. Nei futuri servizi sarà difficile  che non sia ricordato per la stizza.

Salvo che nel prosieguo dell'intervista non gli si domandi dell'evasione fiscale, visto che manco a farlo apposta, qualche ora prima della scampagnata, sono stati resi noti i dati sui redditi del 2007 dai quali inequivocabilmente si evincono i 100 miliardi e passa, pari a 7 punti di PIL, tale è il costo del mancato introito nelle casse dello Stato che dobbiamo sopportare. Finalmente un primato europeo.

Qui la replica del ministro si tinge di fatalismo con l'incipriata cinefila  di profilo medio - E' il paese, bambola - e pur  senza aggiungere il finale alla citazione - And there's nothing you can do about it. Nothing! - si affretta a sintetizzarne il senso : il problema è strutturale. Boing.

Lo si fosse chiesto ad un impiegato dell'Agenzia delle Entrate, sarebbe comprensibile ma un Ministro con emme maiuscola e pretesa efficientistico riformatrice, dovrebbe squadernare le misure assunte e quelle in programma. A campanello : un.. due.. tre... : abbiamo fatto questo e quello e ancora faremo questo e quell'altro. Ma poichè in nome della semplificazione, più che smantellare il poco che il perfido Visco era riuscito a mettere in campo per contrastare l'evasione, non si è fatto, l'unica risposta possibile consiste nel buttarla in caciara.

In realtà ci sono conti che ancora tornano nel nostro Paese : sono quelli della manifesta diseguaglianza, ma qui è meglio non interrogare il ministro che altrimenti ripolvererebbe tutte le leggende sulla bontà dello stimolo a fare meglio che un tale disastro dovrebbe produrre. Film  a confortare l'ottimismo, ce ne sarebbero in quantità.

Sulla manifestazione di ieri la si può pensare come si vuole, se fosse o meno opportuna, se Franceschini dovesse o non dovesse... se Epifani sia o non sia.. Tutto si può discutere, tranne  il fatto che chi tira la carretta ne abbia ben donde di lamentarsi e, se del caso, scendere in piazza. Magari senza doversi sobbarcare di ironie ministeriali. Gira che ti rigira a quelli del governo, maiuscoli o minuscoli che siano, è sempre la manifestazione libera del dissenso a infastidire. Eppure  that's the democracy, baby. The democracy! And there's nothing you can do about it. Nothing!

 

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sabato, 04 aprile 2009
10:06

Lotta di classe con garbugli in Piccardia

Quando Gustave de Kerven  della premiata Delépine & Kervern  arrivò al Festival di  Roma - proveniente da Cannes e San Sebastian e diretto al Sundance, in un continuo mietere premi - a presentare il suo esilarante Louise Michel, storia  surreale -  ma non troppo - della chiusura di una fabbrica in Piccardia, nessuno avrebbe immaginato che di lì a poco, l'idea di rivalersi sui manager per i soprusi patiti e i licenziamenti , sarebbe divenuto per molti  lavoratori, il metodo di lotta del futuro.

Non nuovo a dire il vero, nemmeno qui da noi, visto che quello di sequestrare i fattori mentre i latifondisti si tenevano lontani ed al sicuro, protetti nelle loro residenze cittadine, faceva parte di un protocollo consolidato nelle lotte contadine fin de siécle e oltre. Per non tacer di Valletta e d'altri.

I manager come si sa, non sono i proprietari delle imprese, come i fattori non lo erano delle terre, ma intanto - in circostanze in cui è peraltro difficile stabilire chi sia il proprietario -  ne rappresentano la diretta  emanazione, per di più incarnando il massimo dell' ingiustizia: quella di essere strapagati indipendentemente dall'efficacia dell'apporto produttivo. Aggiungendo al quadro il caos e la debolezza del sindacato, avremo un combinato disposto di latitanze  e  disagi in cui il dàgli al manager risulta essere l'unico modo in cui rabbia e senso d'impotenza possono esprimersi.

Anche Louise e le compagne, beffate da chi prima di spedirle a casa compera loro nuove divise e con il benservito di una liquidazione da fame, decidono, dopo aver esaminato diverse opportunità,  che l'unico investimento proficuo è mettere insieme il denaro per assoldare un killer e uccidere il boss che nel frattempo si è rifugiato in un paradisco fiscale, non si sa se di lista nera o grigia.

Di qui un susseguirsi di avventure incredibili si consumano sulle tracce del manigoldo. Poichè  non solo Michel, il designato killer,  è  piuttosto maldestro e nondimeno  intruppone mentre la sua coadiutrice Louise, non ne parliamo, ma come se non bastasse, in passato fu  donna e meno male - poi si scoprirà -  perchè anche Louise è stato uomo e da cosa può nascere cosa.

Sorta di western sociale secondo le intenzioni di Delépine & Kervern che hanno messo mano al progetto intenzionati a far sì che i più buoni potessero diventare cattivi e  i cattivi fossero degl'irriducibili criminali.

Un film divertente, piacevole, paradossale,   illuminato dalla presenza di Yolande Moreau, sguardo verde di rapinosa bellezza, attrice prediletta da Agnès Varda - quindi non si discute - , tre César, un vero talento al servizio di un personaggio duro, difficile e vagamente  trash. Da vedere senza pensare ad improbabili istigazioni a delinquere con la consapevolezza che non c'è proprorzione tra la tragedia della perdita del lavoro e di prospettive e  il chiudere a chiave un manager per mezza giornata in una stanza, il più delle volte per costringerlo ad ascoltare ragioni e richieste delle quali sembra non importare più a nessuno. Dedicato dai registi - anarchici - alla comunarda Louise Michel

  

Louise Michel è un film di Benoît Delépine, Gustave de Kervern. Con Yolande Moreau, Bouli Lanners, Robert Dehoux, Sylvie Van Hiel, Jacqueline Knuysen, Pierrette Broodthaers, Francis Kuntz, Hervé Desinge. Genere Commedia, colore 90 minuti. - Produzione Francia 2008. - Distribuzione Fandango

Scritto da sedlex in: festival del cinema di roma, cannes 2008, la fabbrica del cinema
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venerdì, 03 aprile 2009
11:30

Too good to be true

Le ricette per far fronte allo sfracello  fanno già parte di un cantilenante repertorio destinato a perdere senso : ammortizzatori, investimenti, ricerca, istruzione, spesa sociale, aiuti alle imprese, infrastrutture, turismo - inoltre questa è , ci viene ricordato da altra cantilena,  una crisi di Sistema che viene da lontano. Ciò dovrebbe significare,  per esempio, che Madoff in un sistema differentemente strutturato, non avrebbe potuto frodare 50 miliardi di dollari ai suoi investitori attraverso un metodo già sperimentato (e sanzionato) in altre circostanze.

Lo avrebbe potuto fermare una rete di regole e di controlli istituzionali ma anche un differente atteggiamento dei risparmiatori che evidentemente mai si sono chiesti che strade prendessero i loro quattrini per avere profitti così ragguardevoli. Se lo avessero fatto, si sarebbero ben presto resi conto che il metodo fondato sul rimborso agli  investitori utilizzando esclusivamente le somme versate da nuovi clienti, era matematicamente  destinato a fallire. Madoff ha truffato molti tra enti fondazioni e singoli risparmiatori ma,  nel corso del tempo, ha anche  fatto sì che altri si arricchissero. Dev'essere stata l'eco del mirabolante risultato a scoraggiare  ogni curiosità  sulla strategia.

 Quando si parla di crisi di sistema si dovrebbe anche aggiungere - o forse  premettere - l'aggettivo culturale. Il problema è lo Stato disse Reagan non più tardi di trent'anni fa. Troppe tasse troppe lungaggini, troppa ingerenza pubblica, in una parola troppe regole. I risultati a distanza di anni, sono sotto gli occhi di tutti. Madoff ha agito impunemente in un contesto in cui la deregulation faceva da padrona ma è stata anche la cultura del facile arricchimento ad alimentare ogni sua impresa.

Anche qui da noi, che  solo in minima parte e solo di sguincio, siamo stati investiti dalla bufera  Madoff, il Governo da qualche tempo menziona il libero mercato palesando l'esigenza di una regolazione.

Salvo poi non tralasciare  sede per esaltare lo spirito decisionista e  tacciare le istanze democratiche di essere il vero freno per un corretto sviluppo. Ma i rimedi economici e finanziari non saranno sufficienti a contrastare la crisi se dovranno intervenire in un contesto privo  del funzionamento delle Camere, della Giustizia,   dell'indipendenza della magistratura , della correttezza dell'Informazione, dell'autorevolezza del sindacato. Tutte istituzioni,in un modo o nell'altro, fatte segno in questo momento, di un attacco frontale da parte del Governo.

Non c'è paese al mondo che intenda affrontare la crisi approntando una riduzione di Democrazia. Noi sì e anche senza il ricorso a terminologie apocalittiche quali l'avvento di un nuovo  regime, è di tutta evidenza che sarà facile approfittare proprio della contingenza per realizzare provvedimenti illiberali che non faranno che aggravare la già precaria situazione.

Il versante buono del nostro provincialismo - il salvifico troppo bello per essere vero -  la cui assenza ha impedito alle vittime di Madoff di tutelarsi, non basterebbe ad arginare la deriva autoritaria che la nuova cultura efficientista sottende e vorrebbe anticipare, che gli squali sono innumerevoli, non solo di razza finanziaria. 

Nell'illustrazione il  Lipstick building, sulla Lexington avenue a Manhattan, sede degli uffici di Madoff

Scritto da sedlex in: palazzo
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giovedì, 02 aprile 2009
19:15

La madre dello sposo

Stamane ho ricevuto un cartoncino  rettangolare :  X e Y sono felici di annunciare il loro matrimonio, Sala Rossa in Campidoglio il giorno tale, RSVP etc etc. Anche se me l'aspettavo - avendo solo da poche ore chiuso con fatica una trattativa/duello, all'ultimo bicchiere di calvados compreso nel prezzo, con un - soi disant -  maître  e una seconda  a colpi di zagare, con un fioraio, roba che Bernocchi mi fa un baffo - l'evento ha prodotto lo stesso un certo effetto, non dico che ho bagnato di lagrime le sparpagliate carte ma insomma...che vogliono 'sti due da me?

E fu proprio così  che in men che si dica, diventai a tutti gli effetti : la madre dello sposo.

Scritto da sedlex in: la madre dello sposo
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