sabato, 31 gennaio 2009
15:00

Sister Meryl, Father Philip

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L'unico dubbio che non rimane dopo la visione di questo cupo e claustrofobico film, è che L'Academy possa esimersi dal rifilargli - vista anche la scariolata di nominations -  qualche statuetta. Per il resto, in omaggio al titolo,  gl'interrogativi si susseguiranno dal primo all'ultimo fotogramma, senza tregua.

Andatura classica, classicissima - ma non per questo vecchia - secondo un filone Hollywoodiano che a quanto sembra di capire, torna a prendere piede - Valchiria, Appaloosa etc - e tutto questo dopo una stagione cinematograficamente apocalittica, sanguinolenta e priva di speranza che sembrava non voler finire più. Magari anche gli studios hanno inaugurato la loro era della Responsabilità. Purchè non esagerino.

 Dunque old fashioned way,   a partire dall'elogiatissima sceneggiatura, un testo teatrale di John Patrick Shanley  che nel travaso cinematografico , operazione mai semplice, nulla  ha smarrito dell'originaria e ben congegnata struttura. (peraltro in questa stagione, la versione teatrale, interpretata da Stefano Accorsi e Lucilla Morlacchi per la regia di Sergio Castellitto, è prevista nel cartellone di diverse città)

Senza considerare gli attori - tutti nominati - che nemmeno recitano, calzano il ruolo senza l'ingombro di sostanze aggiuntive.

E' il 1964, Kennedy è stato assassinato l'anno prima e Vaticano II promette un'apertura epocale della chiesa alla modernità. Il clima politico sembra annunciare gran cambiamenti  a venire  ed è proprio a questo nuovo in avanzata che suor Aloysius, inflessibile preside di una scuola cattolica del Bronx,  intende resistere.

Occasione di molti dubbi  è un possibile  crimine - tra i più odiosi e all'epoca  meno confessabili -   le attenzioni, in odore di molestia, che il progressista e carismatico padre Flynn sembrerebbe rivolgere al primo allievo di colore della scuola.

Il dubbio di colpevolezza rimarrà tale, non essendo interessante ai fini del racconto accertare quel tipo di verità. Dunque, non ci troviamo  al cospetto di una detection, bensì di un'autentica macchinazione della sceneggiatura che, attraverso uno scontro senza demonizzazioni ne' santificazioni tra un asfissiante conservatorismo e un progressismo battagliero ( ma che però alla fine sceglierà la ritirata) , insinua rovelli a getto continuo nello spettatore.

Privi di chiavi di lettura, non rimangono che riflessioni e per l'appunto dubbi e anche se l'autore nega il tema religioso come centrale, non si può fare a meno di connettere la natura intransigente di Sister Aloysius che, esclusivamente sulla scorta di intuizioni e sospetti, senza cioè prove effettive,  perseguita Father Flynn, con la recente intolleranza ecclesiastica, favorevole a pene capitali, laddove previste, pur di ostacolare la depenalizzazione di rapporti omosessuali tra adulti consenzienti.

Ma assumere il dubbio come criterio guida  significa anche farsi carico di innumerevoli peccati di eresia. Un rischio che non sempre paga  assumersi in epoche di granitiche certezze e di apparenze che ingannano. Scontro titanico Streep vs Seymour a parte, straordinaria prova di Viola Davis nel ruolo della madre del bambino

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Il Dubbio è un film di John Patrick Shanley. Con Meryl Streep, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams, Viola Davis, Lloyd Clay Brown Titolo originale Doubt. Drammatico, durata 104 min. - USA 2008. - Walt Disney

 

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venerdì, 30 gennaio 2009
14:38

Les Trois Glorieuses

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Il giovane anarchico arrampicato sul basamento della Colonna di luglio è stato ritratto ieri in occasione dello sciopero generale. Il monumento si trova in Place de la Bastille in memoria delle Trois Glorieuses, le giornate del 27 28 e 29 luglio 1830, note anche come Seconda Rivoluzione. In cima alla colonna, è posta la statua che rappresenta il Genio della Libertà, una figurina alata, leggera e trionfante nell'atto di spezzare le catene. La foto è stata presa da Libération di oggi, l'ha scattata un lettore,  François Jouve ed è titolata Un bon début . Come si può vedere, ieri a Parigi era una bella giornata

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giovedì, 29 gennaio 2009
08:35

Tutti sanno benissimo

Gianni Alemanno sa benissimo che lo stupratore di Fiumicino, scontando la misura cautelare a casa propria, è tecnicamente in stato di detenzione, sottoposto cioè a limitazoni quali il divieto, ovviamente, di uscire di casa ma anche di ricevere visite, telefonare, usare internet. Non gli pioverà nella cella, ma questo, io spero  sia (ancora considerato)  inauspicabile per qualsiasi detenuto. Comunque l'indagato non si trova in Hotel e men che meno a piede libero come ambiguamente ha lasciato intendere qualche giornale e lo stesso sindaco che nondimeno tralascia occasione pubblica  per lamentarsi del lassismo e della manifesta ingiustizia della decisione del magistrato. Un'istituzione che si schiera contro un'altra istituzione. Alè.

Angiolino Alfano sa benissimo che gl'ispettori, inviati presso il tribunale, battendo con scrupolo la grancassa, altro compito non hanno se non di verificare sulla correttezza procedurale, dunque NON entreranno nel merito delle scelte, ma i passaggi di natura tecnica che quelle scelte hanno contribuito a determinare, controlleranno. Questo vuol dire che a meno di grosse castronerie, le decisioni assunte,  rimarranno tali. Cionondimeno, dichiarandosi anch'egli assai preoccupato per l'avvento di tutto  questo clima da manica larga, lavora su impossibili aspettative mentre,  invece di riflettere su possibili modifiche alla legge, corre in Parlamento, insieme ad altri preoccupatissimi, per far approvare la legge sulle intercettazioni. Che poi è quel che più interessa in questo momento.

Franco Frattini sa benissimo che una volta acclarata la colpevolezza dei cittadini romeni indagati per lo stupro di Guidonia, gli stessi potranno scontare la pena in Romania, a patto che consentano al proprio trasferimento in quelle carceri. Cionondimeno con molta enfasi annuncia che appena possibile - cioè dopo tre gradi di giudizio - i colpevoli saranno accompagnati oltre frontiera, come se il trattato di Strasburgo del 1983, non esistesse.

Antonio Di Pietro sa benissimo che le eccezioni di incostuzionalità  sollevate sul Lodo Alfano non sono affatto scontate, che in merito pende il parere della Consulta e che il Capo dello Stato, per quelli che sono i suoi poteri,   non poteva far altro che promulgare quella legge. Sa anche che, in altra circostanza e precisamente in occasione della bagarre tra le Procure di Catanzaro e di Salerno, l'intervento di Giorgio Napolitano, che sarà pure un uomo d'età ma appare tutt'altro che sonnecchiante, è stato salvifico di una situazione che già deteriorata, rischiava il parossismo.  Cionondimeno non gli pare il vero, quando è possibile, di attaccare il Presidente, spesso con espressioni offensive ed ambigue. Stessa sorte subiscono il CSM organo di autogoverno e l'ANM ente di tutela e rappresentanza, per aver disposto il trasferimento del magistrato Apicella, gli uni e per non essersi opposti al medesimo provvedimento, gli altri. La Consulta curiosamente viene lasciata fuori dalle invettive . Tornerà buona per un'altra volta.

Si dirà che in politica è scontato seppur riprovevole, l'uso strumentale della mezza verità - quando non del falso - per il raggiungimento di un tornaconto. Nei casi in questione, il tentativo di speculare sul clima d'incertezza è evidente. Chi è al governo e sta per varare una riforma della Giustizia che presumibilmente vedrà limitata l'autonomia della magistratura e chi è all'Opposizione ed è sempre in famelica ricerca di facili crediti.

 Qui però non si tratta in nessun caso di tutelare l'interesse dei cittadini alla sicurezza o ad una giustizia che funzioni, ma in maniera poco responsabile di aumentarne le ansie e le paure.

Poichè nessun provvedimento si sta assumendo ne' è in calendario, sulla misura cautelare, ne' sulla velocità dei procedimenti, ne' sulla riforma del codice. Quanto alle Forze dell'Ordine, dati i consistenti tagli alle risorse loro destinate, c'è da credere che più di quel che fanno, sarà difficile riescano a fare.

Ergo, i cittadini - e ahimè le vittime - dovranno accontentarsi delle dichiarazioni di Alemanno, di Alfano e di Frattini. Al più potranno consolarsi, accendendo il televisore che a getto continuo rimanda  le sequenze del tentativo di linciaggio di Guidonia. Anche quello sapientemente utilizzato per reclamare una severità che si sa in partenza impraticabile, nei confronti dei colpevoli s'intende. La folla inferocita serve.

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mercoledì, 28 gennaio 2009
13:12

Métro, boulot, dodo ( Carla che fa )

Carla BruniCarla Bruni  modello ( sin troppo) rassicurante e minimal q.b, si concede ai microfoni di Fabio Fazio e precisa di non aver avuto ruolo alcuno nella decisione del governo brasiliano di negare l'estradizione a Cesare Battisti.

Di per sè l'idea era già abbastanza ridicola : la moglie del presidente francese, trascorre un periodo in vacanza in Brasile e a scappatempo si reca da Lula per quel tanto di  moral suasion che una Prèmier Dame  con simpatie - ma soprattutto frequentazioni - a sinistra, non si può esimere dall'esercitare. E Lula ovviamente, dato l'alto profilo e il ruolo intellettuale, simbolico, istituzionale etc etc, universalmente riconosciuto, della richiedente,  non può  far altro che seguire i suoi consigli. Suvvia.

Elena di Troia, Frine e la Pompadour, le fanno un baffo, ma ai giornali la storiella piaceva, è piaciuta, e piacerà, visto che si affrettano a riportare le scemenze che il solito deputato (di destra) brasiliano, rilancia nonostante la smentita. E cioè che le cose andarono proprio così come egli stesso le aveva già sprofferite al mondo : Si deve alla graziosa intercessione di Carla Bruni se Cesare Battisti è un rifugiato politico, con tutte le prerogative del caso, in Brasile e non un detenuto in Italia.

Non oso pensare cosa inventerà stavolta Carla per fornire  ulteriori rassicurazioni al mondo, visto che il modello Madonnina delle Sette Virtù, esibito in trasmissione, già comprendeva, oltre che una mise severa, anche una descrizione della vita all'Eliseo più somigliante a quella di un impiegato del Catasto Francese che a quella del primissimo cittadino.

Insomma ....la cornice, lì al 55, rue du faubourg Saint-Honoré sarà pure quella che è, ma...si lavora tanto, una povera coppia ha così  poco tempo per sè, giusto due chiacchiere alla sera poichè con tutti questi impegni, c'è poca voglia di andare a ballare. Quindi due note di una canzoncina lei, il passaggio di un decreto lui,  un potage e tutti a nanna.

A me questi Universi Paralleli con Paradisi di bugie che si affastellano accavallano contraddicono smentiscono e sbugiardano, piacciono un mucchio. E' interessante osservarne gli sviluppi, dall'origine fino al dove vogliono andare a parare. Già perchè nello scarto esistente tra quello che uno è e quello che si affanna a voler sembrare, alloggiano universi di comicità involontaria  da alta scuola. Come il bisbigliare...io non ho bisogno di più di quello che ho. Che morigeratezza, che perfetto pendant con la giacchina striminzita color can che fugge.  Peccato che Madame sia ricca a miliardi, assai più dell'augusto consorte - che già non scherza -  e che manco se adottasse gli abitanti di cinquanta villaggi africani, potrebbe aver bisogno di più di quel che ha.

Tutto questo mal di pancia per una ridicola calunnia. Che s'ha da fà per sembrare un'altra. Pensare che Lula in questa storia ci farebbe pure  la figura del pupazzo e manco sente il bisogno di rifilarsi le basette o di andare da Santoro.

Ad ogni buon conto, meglio Carla Bruni com'è sempre stata, che 'sto monumento alla Normalità. Ha smentito? Oui ?..Et merde alors...

 

 

 

Scritto da sedlex in: Élysée
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martedì, 27 gennaio 2009
18:21

Holocaust Connections Inc.

Se Tova Reich non fosse stata una scrittrice ebrea - e di famiglia ortodossa per giunta - il suo libro My Holocaust pubblicato negli USA  da Harper Perennial  e uscito lo scorso anno, qui da noi con Einaudi, avrebbe suscitato polemiche e scandali a non finire.

Poichè non di solo humour ebraico - caustico, com'è nella tradizione -  ne' delle abusate  malignità si tratta, ma di una favola, nera e truculentissima su come si possa trasformare in  businnes anche la Shoah, che però induce riflessioni al di là di quelle consuete sul Mercato che tutto macina.

Basta dunque una holding, la Holocaust Connections Inc , un padre e un figlio intraprendenti ed in grado di fiutare l'affare giusto ed ecco che con un' accorta  gestione,  il  campo di concentramento ( vero) diventa un luogo di memoria sì, ma artificiale,  come una sorta di tunnel degli orrori al  Luna Park, tra finti sopravvissuti e finti bidoni di Zyclon - B, premi ai donatori più munifici, scolaresche che si rincorrono tra le baracche e bonzi tibetani in preghiera. Irresistibile.

Perchè questo libro caustico ed irridente proprio oggi ?

Istituzionalizzare  il giorno della Memoria è stato un passaggio importante, ma a distanza di nove anni,  il rischio che la ritualità pubblica o l'essere queste celebrazioni troppo concentrate sul ricordo, abbia un effetto banalizzante o di perdita di senso, è concreto.

Se dopo aver ascoltato testimonianze, visto film, letto libri di altissimo valore ed impatto emotivo, aver visitato i campi di concentramento, non si sviluppa  intorno ai temi della discriminazione razziale, della macchina dello sterminio, del totalitarismo, una vera e propria coscienza civile, tutto sarà stato inutile.

Noi abbiamo oggi la gran parte della destra italiana che vuole riabilitare i repubblichini di Salò, che rifiuta sistematicamente di misurarsi sui temi del razzismo e della xenofobia, abbiamo la Lega che legge la storia in chiave di complotto di minoranze che opprimono maggioranze. E come se non bastasse, in maniera del tutto trasversale,  siamo capaci di riconoscere le differenze solo in chiave beatificante  o ghettizzante - che poi è lo stesso - Mai in in termini di coabitazione. Se la riflessione collettiva sullo sterminio antiebraico non suscita in queste forze politiche, o gruppi di cittadini, nemmeno l'ombra del dubbio, questo vuol dire che la Giornata della Memoria ha fallito il suo obiettivo.

Mai più, significa dare un senso all'agire politico oggi.

Come pure le visite degli studenti ai campi - Buchenwald, Dachau, Auschwitz, Risiera - esperienze fortissime, che però rischiano di essere vissute come semplici episodi se nessuno avrà posto l'accento su quali complessità storiche siano dietro la macchina dello sterminio.

Il problema non è solo da che parte stare.

In ultimo : a Dachau c'è un distributore della Coca Cola ( forse più d'uno) e appena fuori dal campo un Mc Donald. La racconto così, come se stessi allegando una foto del luogo, anche se il confronto è stridente, mi sono sforzata di pensare che dove ci sono ragazzi...che era nel conto, insomma.

La sfida però consiste nel fare in modo che quei segni di contemporaneità non prevalgano sul resto. Perchè è pur vero che la vita continua - per chi continua -  ma bisogna decidere insieme come.

Scritto da sedlex in: ventisette gennaio
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lunedì, 26 gennaio 2009
01:40

Diamoci Valore ( esercitiamo autonomia )

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Spero che le donne sappiano, in questa circostanza, rinunziare  ai giustizieri, alle galanterie e alle scorte armate. O  più semplicemente si rifiutino  di divenire il contendere di una polemica sulla sicurezza fatta di lampioni spenti, di eredità del passato e di militarizzazione del territorio.

Vale per Alemanno e vale anche per Rutelli che in questa città guida l'Opposizione. Alla demagogia della scorsa primavera non serve opporre la controdemogogia di quest'inverno.

A nessuno può essere consentito di capitalizzare politicamente la vicenda degli stupri, dirottando l'attenzione ora sui giudici che applicano procedure che però nessuno si prende la briga di cambiare, ora su sdegnate quanto impossibili iniziative bipartisan in cui far confluire il meglio di istanze misogine, xenofobe e securitarie.

Con Alemanno la partita è aperta su altri tavoli, quelli in cui  propaganda,  bugie e  lacrimucce, non sarebbero sufficienti ad attenuare evidenti responsabilità.

L'unico modo per evitare che si continuino a costruire rendite politiche sullo scempio, è l'iniziativa autonoma di quelle donne e quegli uomini  disposti a considerare lo stupro come un fatto culturale, non come l'esito di problematiche inevase e contingenti connesse alla governance

In mancanza, piuttosto che sopportare violenze di altro segno, meglio il silenzio.

Nell'illustrazione un cartello dell'ultimo 25 novembre ( la foto l'ha fatta Pennarossa)

Scritto da sedlex in: questione capitale
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sabato, 24 gennaio 2009
13:18

Su di una rossa mongolfiera

Quando ti sembra di essere divenuto incomunicabile col  mondo che ti circonda, meglio cambiar aria. E ciò ad evitare che insoddisfazioni e senso di isolamento, ti trasformino in un essere bizzoso, capace solo di coltivare rancori.

E così,  lo stoccaggio delle bottiglie vuote di un supermercato, diventa un'occasione rigenerante per l'anziano professore che, lasciata la scuola,  non intende rinchiudersi in un pensionamento che rimbambisce. Di questa avventurosa scelta trarranno profitto,  inaspettatamente anche le persone che, nella nuova esperienza,  gli si faranno intorno, catturate dalla straordinaria vitalità e da un senso dell' umorismo ispido e sottile

Terzo capitolo della trilogia cominciata con Scuola elementare e proseguita con Kolja , questo Vuoti a rendere del pluridecorato Jan Sverak e di suo padre Zdenek - protagonista e autore, nel contempo -  si avvale di una sceneggiatura ben congegnata in cui tra le righe del racconto emerge un universo di relazioni e i contrasti tra vecchio  e nuovo mondo ( siamo a Praga) oltre che un'approfondita analisi dell'animo umano che però, nonostante il tema, viene condotta senza indulgere  nel pietismo e nella retorica ma nemmeno nella rappresentazione di maniera della vecchiaia arzilla.

 Poichè di sicuro non si possono rimpiangere stagioni in cui nei negozi c'erano per mesi e mesi solo pomodori e cetrioli sottaceto, ma all'epoca della Primavera di Praga il professore e sua moglie avevano vent'anni, disponendo di ben altri spazi e coltivando speranze rimaste purtroppo disilluse, mentre il presente sembra solo fatto di scontento e recriminazioni. Dunque, non su una forma di generico ottimismo è  fondata la storia ma sulla possibilità concreta di tirarsi fuori dalle peste se solo si smette di assecondare l'inerzia, l'ineluttabilità, il circolo vizioso.

Amore per il cinema manifestato in copiose citazioni  : nella struggente apparizione  del Ferroviere, omaggio a Treni strettamente sorvegliati di Menzel. Nel viaggio in mongolfiera per festeggiare l'anniversario di nozze ( ed un rapporto ritrovato) in onore di Giulietta degli Spiriti e di Federico Fellini.

 

Vuoti a rendere, è un film di Jan Sverak. Con Zdenek Sverak, Tatiana Vilhelmová, Daniela Kolarova, Alena Vránová, Jirí Machacek Titolo originale Vratné lahve. Commedia, durata 100 min. - Repubblica ceca, Gran Bretagna 2007. - Fandango

Scritto da sedlex in: la fabbrica del cinema
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venerdì, 23 gennaio 2009
07:39

Harvey era gay

Cronaca di una morte annunciata, quella di Harvey Milk, il primo omosessuale chiamato a ricoprire una carica pubblica - consigliere comunale in San Francisco - ucciso nel 1978 appena undici mesi dopo la sua elezione. La vicenda di Milk si dipana nel periodo della Proposition n 6, il referendum indetto per bandire gl'insegnanti omosessuali dalle scuole della California, nel clima repressivo, oscurantista e di aperta discriminazione omofobica, segnato, in quegli anni, da crociate mediatiche - la cantante Anita Bryant -  e da arresti per i motivi più futili.

Lavoro puntiglioso per un racconto imprevedibilmente cadenzato che ricostruisce  la storia ricorrendo a testimonianze degli amici di Harvey e su di un importante documentario - Oscar 1984 - The Times of Harvey Milk di Rob Epstein. Differentemente dallo stile tipico di Van Sant che imposta la narrazione affidando il filo conduttore a spazialità destabilizzanti. Nessun cedimento lirico dunque - altro tratto ricorrente del regista - ma il talento di mantenere intatto egualmente l'allure di Milk : l'impostazione movimentista e le capacità politiche, la personalità generosa, estroversa, innamorata della vita. Di Harvey è il disegno della raimbow flag, per anni simbolo delle battaglie del movimento gay e oggi di quelle del movimento mondiale per la pace.

Niente affatto sfumata ed anzi indispensabile  alla definizione del contesto è la rappresentazione della personalità di Dan White, l'omicida. Il carattere più controverso del film, ad un passo dal diventare amico di Harvey ma troppo immerso in una cultura middle classe prevenuta e conformista per poter maturare un'autentica considerazione dell'umanità e dei diritti dell'Altro. Al processo se la cavò con pochi anni di galera avendo potuto dimostrare di non essere in grado d'intendere e di volere. Seguirono violente rivolte, che  Van Sant però non mostra.

Film comunque corale, girato a Castro il bellissimo e colorato quartiere di San Francisco in cui Harvey aveva il negozio fotografico che divenne anche quartier generale delle sue battaglie, con la collaborazione degli abitanti, presenti nelle scene di massa per le quali si sono offerti volontariamente. Luminose le interpretazioni di Sean Penn e James Franco etero ma egualmente credibili e disinvolti nelle loro manifestazioni affettuose.

Harvey era gay e - tutti dicono - se non fosse morto, sarebbe sicuramente arrivato alla carica di governatore e chissà cos'altro. L'America,  a giudicare dai recenti episodi e dalla gran quantità di film a tematica omosessuale che stanno per arrivare nelle sale, è pronta per affrontare il tema dei diritti spaziando in ambiti più vasti. Come Harvey del resto desiderava, volendo essere il consigliere comunale di tutti e non solo dei gay.E anche se il film in quel paese è stato vietato ai minori di 17 anni e se la Proposition n 8  ha reso illegali i matrimoni gay in California, altri fronti vittoriosi incoraggiano a credere che non sia spenta la speranza, tema chiave della campagna di Milk e del suo testamento spirituale reso pubblico poco prima di morire.

 ( e Grillini invece di rispondere a Povia manco avesse parlato Levi Strauss e non uno spaesatissimo cantante da festival, raduni le sue truppe per lo sberleffo,per la satira e per il televoto," piuttosto la Zanicchi", sia il grido di guerra.E ho detto tutto.)

 Festeggiamenti per Obama davanti al  teatro principale di Castro - gl'interni sono davvero di ragguardevole bellezza - che ha in cartellone il film di Gus Van Sant. (autore Tristan Savatier)

Milk è un film di Gus Van Sant. Con La POPOLAZIONE DI CASTRO Sean Penn, Emile Hirsch, Josh Brolin, Diego Luna, James Franco, Alison Pill, Victor Garber, Denis O'Hare, Joseph Cross, Stephen Spinella, Lucas Grabeel, Brandon Boyce, Zvi Howard Rosenman, Kelvin Yu, Jeff Koons, Ted Jan Roberts, Robert Boyd Holbrook, Frank Robinson, Allan Baird, Tom Ammiano, Carol Ruth Silver, Hope Goblirsch, Steven Wiig, Ashlee Temple, Wendy King, Kelvin Han Yee, Robert Chimento. Genere Biografico, colore 128 minuti. - Produzione USA 2008. - Distribuzione Bim

Scritto da sedlex in: la fabbrica del cinema
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mercoledì, 21 gennaio 2009
14:04

Hard work

aretha

Togliamoci subito il pensiero : Lui balla come un orso ubriaco e lei con quella redingote canarino un po' saccocciona se la batte in sobrietà solo con il cappello di Aretha Franklin. Sull'abito bianco con applicazioni bomboniera indossato nelle diverse feste, invece stendiamo un vel pietoso.

Ovvero : e chi se ne frega. Ci sarebbe mancato altro che - protocollo a parte - uno che sta per annunciare al Paese e al mondo, di voler ricondurre parte della produzione in USA, esibisse una moglie in abiti francesi o italiani.

Evasa la pratica "troviamo un difetto ad Obama e alla sua famiglia", possiamo compiacerci di pensarla, per  una volta almeno, come i tre quarti della stampa planetaria : il discorso è stato, per la parte programmatica, ineccepibile. Chi cercava elementi di discontinuità con l'amministrazione precedente, non ha durato fatica a trovarne in un differente modo di concepire il tema della sicurezza, nelle intenzioni dialoganti con il mondo islamico, in quel porre l'accento sull'uguaglianza come origine di civiltà e di progresso.

Saltati a piè pari i  passaggi retorici - che sono come la redingote sciovinista : inevitabili -  la richiesta nemmeno troppo insistente, dell'intervento divino - ma quella è una nazione che il potere temporale non sa nemmeno cosa sia e  dunque se lo può permettere - si può dire che Obama abbia tirato le fila dei temi trattati nella lunga campagna elettorale.

Tutto qui ? Si domanda l'unico Editoriale italiano in controtendenza. Certo sono mancate le barzellette e le battute un po' grossier, allusioni e ammiccamenti nemmeno l'ombra. Parterre di belle donne, non pervenuto. E pure nella cosidetta squadra, solo persone d'esperienza e comprovata capacità. Manco una star. Tutto qui?

Tutto qui  : in quanto detto e nei provvedimenti già assunti, e in quell' hard work ( il cospicuo versante calvinista di colei che qui scrive, ha tanto apprezzato). Un duro lavoro ci attende.

E qui non si può far a meno di tornare con la mente agli sciampagnoni nostrani, quelli che un paio di punti di Pil in meno o in più...e fa lo stesso, quelli che è Natale!! ...e consumate, mi raccomando e infine quelli che ce la faremo anche se, a tutt'oggi,  non si è capito bene come.

Obama senza doppiopetto Caraceni a tutte le ore, senza sorriso a mille denti stampato perennemente sulla faccia, senza trucco e senza inganno (e con una cravatta a fiocco per la sera, da passare per le armi chi gliel'ha annodata), impartisce lezioni di stile. Stile in Politica s'intende. Il resto delle considerazioni dal tutto qui? in poi,  se non fossero gravi, sarebbero fuffa. Anzi noia.

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martedì, 20 gennaio 2009
10:54

Buon Giorno, America

 

Ieri una sedicente analista politica, per di più eletta nelle file del PDL, ha dichiarato pubblicamente che Obama su Guantanamo avrebbe seguito i consigli dei predecessori repubblicani che, nel passaggio delle consegne, gli avevano suggerito di " guardarsi le carte" prima di procedere alla chiusura ( io auspicherei demolizione con spargimento di sale sulle macerie) dell'orrendo luogo di detenzione e tortura.

Grande dritta del personale politico repubblicano e grandissimo acume dell'analista di cui all'oggetto. Ma tanto per dire come da destra e da sinistra si tenda a buttare acqua sul fuoco del sacrosanto diritto all'entusiasmo per un risultato politico che, come lo giri lo giri, epocale lo è davvero. E tale dovrebbe essere per ognuno, indipendentemente dal credo politico.

Spoil-sport, killjoy, wet blanket, party-pooper sono tutte espressioni del vocabolario inglese che traducono l'italiano guastafeste. Pessima inclinazione dell'animo che peraltro in psichiatria porta un nome terribile e imbevuto di oscuri presagi.

Da domani sarà doveroso ricordare a Barack Hussein Obama, di Guantanamo, della Palestina, dell'Iraq, dell'Afghanistan  ...ma oggi lasciateci essere felici. Perchè il nuovo inquilino della Casa Bianca, costruita dagli schiavi, vi entra da Comandante in Capo. Proprio lui, discendente di schiavi. Un sogno si avvera.  

Di tanto in tanto il cammino dell'Umanittà sembra segnare il passo, in altri casi arrestarsi, in altri ancora tornare indietro. Quando però si tratta di  balzi in avanti, bisogna gioire. Il sale su Guantanamo è un'inevitabile tappa di quel cammino. Che la fortuna assista Barack Hussein Obama. E noi tutti.

Scritto da sedlex in: americana
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lunedì, 19 gennaio 2009
18:24

...history? In history we'll all be dead!

Non so perchè ci si aspettasse da questo W di Oliver Stone un taglio più espressamente militante  o di denunzia esplicita dei guasti della presidenza di George Bush . Come gli altri biopic dello stesso Stone, il film  è costruito su di un tema chiave, ma se per JFK furono i misteri intorno all'assassinio di Dallas e per Nixon il Watergate, per George W Bush il filo conduttore non può essere altro che il potere distruttivo della mediocrità soprattutto se connessa ad un ego spropositato.

W è  basato su una storia vera ma questa storia è stata nascosta a lungo e per raccontarla c’è voluto il lavoro investigativo di numerosi giornalisti che tra il 2003 e oggi hanno raccolto molto materiale su un personaggio come Bush che prima era stato decisamente sottovalutato. So che anche in Italia state vivendo una storia che ha qualche somiglianza con questa. Non bisogna mai sottovalutare personaggi come questi. Ed è stata proprio questa sottovalutazione che ha permesso a Bush di fare tutto quello che ha fatto

Oliver Stone

Comunque la si pensi - su W e non solo - una cosa è certa : si potrà guardare stasera sulla 7 questo film, con la consapevolezza che domani a mezzogiorno, quando i codici segreti nucleari saranno passati di mano, il mondo intero potrà sentirsi un po' più al sicuro.

Scritto da sedlex in: americana, la fabbrica del cinema
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domenica, 18 gennaio 2009
08:40

La febbre di Raul

Molto gradito anche alla critica più pignola, vincitore a Torino filmfestival e all'Avana,  non prima di essersi fatto notare alla Quinzaine, la primaversa scorsa, ecco qui Tony Manero, film del giovanissimo Pablo Larraìn che riesce a catturare l'attenzione e a non deludere le aspettative, nonostante la ricercata sgradevolezza, il duro realismo e una cifra autorale old style forse un po' troppo marcata.

Anno 1978 sbarca nelle sale la Saturday night fever e il mito di Tony Manero dilaga,  le discoteche risorgono, mentre spopola la moda della danza, dei  completini bianchi e dei capelli ravviati. Alimenta la passione (e la facile identificazione) la storia di Tony, un commesso di  Brooklyn , Bay Ridge per la precisione, che si sente felice, e probabilmente anche se stesso, solo sulla pista del  2001 Odissey, la discoteca dove va ballare al sabato sera. Il fenomeno è di tale portata  da ispirare una discreta quantità  di trattati di sociologia. Dentro ci vanno a finire i nuovi riti del sabato sera, i sogni delle periferie, e quel ponte Da Verrazzano che da Brooklyn porta diritto a Manhattan e che tutti sperano di attraversare.

Nel Cile di Pinochet, dove non ci sono ponti dei sogni tra un quartiere popolare e il resto del mondo, Raul, un cinquantenne brutale e  violento, sembra non avere altro scopo che prepararsi ad un concorso televisivo che premierà il sosia cileno di Tony Manero. Ossessionato dal film  che vede e rivede sempre nello stesso cinema, vive uno stato di costante esaltazione, ripete le battute in inglese, prova di continuo i passi, si costruisce una minidiscoteca con materiali di risulta, ma soprattutto per raggiungere il suo scopo è disposto a tutto, persino a  rubare e a  uccidere.Tutto questo accade mentre le camionette percorrono le strade a caccia di oppositori, in un clima tetro e violento, dal primo all'ultimo fotogramma. 

Raul è l'incarnazione dell'immoralità del regime, del clima d' impunità in cui è prosperato,  della folle esaltazione per il sogno americano, del potere allucinatorio del cinema yankee cui il regista Larraìn rivolge critiche severissime, in parte immeritate.

Molto efficace e ricca di sfumature l'interpretazione dell'attore  Alfredo Castro ( co- sceneggiatore, per l'occasione)

Mostrare e non dimostrare è, per sua stessa dichiarazione, l'obiettivo che il giovane regista si prefigge. Tony Manero risente positivamente di questo impegno che però non sempre riesce a tradurre in immagini. Poco male. Nel linguaggio cinematografico esistono modi sottili ed impercettibili della dimostrazione, sembrano innocui ma non lo sono. Un film sul regime di Pinochet è un terreno ideale per ogni tipo di tentazione didascalica ma che il regista Larraìn, classe 1976, apprezzi una delle più importanti lezioni di Rossellini, non manca di renderci, cinematograficamente, soddisfatti.

 

Tony Manero è Un film di Pablo Larrain. Con Alfredo Castro, Paola Lattus, Héctor Morales, Amparo Noguera, Elsa Poblete. Genere Drammatico, colore 98 minuti. - Produzione Cile, Brasile 2008. - Distribuzione Ripley's Film

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giovedì, 15 gennaio 2009
22:08

Lo strano caso delle mancate estradizioni

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Qui il caso di Cesare Battisti c'entra poco, sia chiaro, inutile soffermarsi sulle caratteristiche del  singolo episodio, magari per rifare il processo o cogliere l'occasione per chiamare in causa strumentalmente chi invece andrebbe sostenuto nel difficile compito di rielaborare un lutto. Come pure non sono interessanti le liste degli Esimi Sostenitori o quelle dei  Convinti Detrattori, entrambe interne ad una medesima logica che comunque  non sostiene l'indispensabile, in questi casi,  sforzo raziocinante.

Men che meno coloro i quali ogni volta che viene respinta una richiesta di estradizione, sostengono essere il paese dal quale proviene il rifiuto, poco titolato alla bisogna, per non avere la necessaria civiltà e tradizione giuridica. Se tutti sono indegni di decidere, non si capisce bene che li facciamo a fare i trattati internazionali. Scambiamoci i prigionieri e non se ne parli più.

Più scomposte sono le reazioni, più si allontana l'idea del superamento dell'ottica punitiva come centrale, più il filo conduttore è la punizione, più sfuma la finalità che gli ordinamenti liberali attribuiscono alla sanzione penale.

 Speriamo dunque che di fronte all'ennesimo rifiuto da parte di un paese straniero, di trasferire un detenuto nelle nostre carceri, ci sia la possibilità di una riflessione più approfondita, così da rendersi conto che  le ragioni di contrarietà siano tutte riconducibili ad un unico tipo di problema. Poichè non è solo il Brasile, ma anche il Canada, la Gran Bretagna, il Giappone, l'Argentina, il Nicaragua, tutti  paesi che salvo rarissime eccezioni, non concedono estradizioni all'Italia. Ecco, in massima parte, il perchè :

Un nodo chiave è dato dalla difficoltà di rendere difendibili sul piano internazionale norme varate negli anni dell'emergenza, tra i settanta e gli ottanta, e ancor di più la cultura e la prassi che ne sono derivate : la collaborazione premiata, l'assunzione delle dichiarazioni dei collaboratori come elemento probatorio, l'attribuzione di responsabilità in concorso morale in una accezione piuttosto estesa del concetto, l'automatismo nell'attribuzione del massimo della pena edittale, senza bilanciamento con possibili attenuanti. Il persistere di tali elementi è riscontrabile nel gran numero di sentenze tendenti al massimo della pena. Il che contribuisce a determinare un quadro di inaffidabilità nell'amministrazione della giustizia presso i nostri interlocutori stranieri. In qualche caso anche in maniera eccessiva e preconcetta ma non si può dire sia la norma.

Di qui la recente decisione del Brasile di concedere lo status di rifugiato politico a Cesare Battisti. Analoghi motivi di perplessità del resto, avevano animato le scelte della Francia da Mitterand a Chirac nei confronti di altri soggetti, proprio in considerazione del particolare contesto culturale in cui in Italia avvenivano attribuzioni di responsabilità penale.

E' insensato che per correre dietro alla suggestione forte del colpevole a spassarsela sul lungomare di Bahia, si rinunzi ad analizzare il problema nella sua interezza a fornire ai cittadini elementi di riflessione. Particolarmente laddove si dimostra che un atteggiamento teso a fare i conti col proprio passato, sarebbe utile proprio nell' interesse  dell' amministrazione della giustizia che certo non si avvantaggia di questa cattiva reputazione sul piano internazionale.

Per quanto possano far sorridere le dichiarazioni del ministro di giustizia brasiliano Stavo cercando informazioni sul tipo di punizione che hanno sofferto gli apparati illegali di repressione che agirono in Italia in quel periodo, e che erano legati alla mafia e alla Cia. Devo saperlo perché, se questi apparati sono ancora intatti, c'è un rischio per Battisti, in analoghi casi, anche l'Italia si è rifiutata di concedere estradizioni.

Nell'illustrazione la citata spiaggia di Bahia

 

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mercoledì, 14 gennaio 2009
08:40

Fragile virtù ( ma solo in apparenza)

Tra le cose migliori viste al Festival di  Roma. Easy virtue , testo teatrale anni 30  di Noël Coward, già utilizzato da Alfred Hitchcock per uno dei suoi film d'esordio, sarebbe un concentrato un po' âgé di tutti gl'ingredienti e i luoghi comuni del genere, se il regista Stephan Elliot - suo è il memorabile Priscilla regina del deserto - non avesse rimaneggiato  la piéce con aggiunte di  piccoli tocchi surreali, noir, talmente divertenti da ricordare in qualche occasione i Monthy Python, dominando il tutto una vena caustica che della commedia inglese è la caratteristica principale.

Ed è così che non sembrano già rimasticati quegli ingredienti : la giovane americana misteriosa al volante dell'automobile,  che irrompe al castello di proprietà della nobile famiglia inglese del neosposo, il conflitto tra vecchio e nuovo mondo, quello tra suocera e nuora, la commedia dell'irriverenza per il cerimoniale che è tanto noioso ma che poi alla lunga finisce con l'essere terribilmente affascinante, ovvero la considerazione finale che tra la Caccia alla Volpe e andare alla Caccia alla Volpe in moto per stupire, è molto più folle e trasgressiva la prima opzione.

Film molto accurato, con attori navigati, sapientemente diretti e dai tempi comici ben studiati. Piacevole scoperta del binomio bellezza/ bravura incarnato da Jessica Biel,  Colin Firth, convincente bello e desiderabile anche nel ruolo del suocero complice ma un po' sgualcito. Kristin Scott intensa come sempre.

 Easy Virtue è un film di Stephan Elliott. Con Jessica Biel, Colin Firth, Kristin Scott Thomas, Ben Barnes, Kimberley Nixon, Katherine Parkinson, Kris Marshall, Christian Brassington, Charlotte Riley, Jim McManus, Pip Torrens, Georgie Glen, Laurence Richardson. Genere Commedia, colore 96 minuti. - Produzione Gran Bretagna 2008

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martedì, 13 gennaio 2009
20:39

The yes is the new no

Non inganni il titolo - Yes man - poichè non è di acquiescienza o piaggeria, ne' della nota Band Situazionista che si parla in questo film, piuttosto degli esiti nefasti che una certa qual abitudine a opporre rifiuti alle possibilità  di aprirsi al mondo, a nuove esperienze o anche solo a voler considerare possibili alternative  alle modalità consuete, comporta. 

Dunque se la vita nella Città degli Angeli - della quale il gentile pubblico finalmente potrà ammirare altre location  che non siano il  Sunset o Wiltshire Boulevard - è diventata un inferno, la fidanzata ti lascia, gli amici si lamentano di te e il lavoro in banca, come ti sbagli, si risolve nella solita ripetitiva afflizione, l'unica è un guru new age che ti tiri fuori dalle peste

 Meglio ancora se interpretato dall'impeccabile  Terence Stamp,  che predica in consessi  parodistici e allusivi ( Scientology, ovvio) la filosofia del si.  

Il si è il nuovo no, avverte lo slogan dell' approccio positivo con il mondo. Il che dovrà significare per Carl Allen, il superdepresso executive alla canna del gas, dire di si a tutti e a tutto per almeno un anno. Un corso di coreano, un concerto punk rock femminista deformante, sesso estremo con improbabili e anziane partner, passeggiate in ore antelucane e molto altro ancora. Carl Allen non si tira indietro innanzi a nessuna proposta. La nuova disponibilità lo trascinerà in avventure paradossali, surreali, divertentissime  ma gli offrirà nel contempo la possibilità di scoprire quei versanti, quelle possibilità che a forza di dire sempre no si è precluso.

Commedia sofisticata, esilarante con un Jim Carrey in forma smagliante, vivace e mobilissimo - oltre essersi fatto da sè anche gli stunt più pericolosi, come buttarsi col bungee jumping dal ponte dei suicidi a Pasadena - e un modo lieve, di far passare una lezioncina che certo di poco conto non è. Alla fine è possibile che il cambio di passo si riveli utile sotto profili inattesi, anche se essere una persona risolta, non impedirà alla CIA di stare alle costole di Allen magari perchè  parla coreano o perchè si chiama Carl. Proprio come Marx.

 

Un film di Peyton Reed. Con Jim Carrey, Zooey Deschanel, Bradley Cooper, John Michael Higgins, Rhys Darby, Danny Masterson, Fionnula Flanagan, Terence Stamp, Sasha Alexander, Molly Sims, Brent Briscoe, John Cothran Jr., Spencer Garrett, Sean O' Bryan, Rocky Carroll, Patrick Labyorteaux. Genere Commedia, colore 102 minuti. - Produzione USA 2008. - Distribuzione Warner Bros Italia

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domenica, 11 gennaio 2009
12:48

The way we were

Succede a Fabrizio de Andrè quel che già successe con Jacques Brel, chansonnier e compositore di grande talento, anarchico e, quanto a descrizione di quell'ambiente borghese che fin troppo bene conosceva, assai più arrabbiato e cattivo di quanto Georges Brassens con i suoi  liberatori Mort aux vaches, Mort aux lois, vive l´anarchie! riuscisse ad essere.

Anche nel caso di Jackie c'è una Fondazione molto attiva e guidata con mano ferma ed avveduta da una figlia piuttosto sensibile alla problematica del copyright, come pure non si contano le mostre, le commemorazioni, gli spettacoli di artisti famosi e meno, che in ogni parte del mondo interpretano  le sue canzoni. Jacques Brel è cantato in cinese, in russo, in giapponese e persino in creolo.

Ovviamente in una simile gigantesca appropriazione, il mercato si guarda bene dal fagocitare i testi più sovversivi e il povero Brel con i suoi circa duecento brani, viene identificato con Ne me quitte pas, al più con la Chanson des vieux amants. Altrettanto ovvio il tentativo di traghettare l'autore de Les Bourgois, de Les Bon bon de Les singes o di Jaures in territori artistici assai più tranquilli di quelli in cui effettivamente navigava, ovvero di farne un cantante per famiglie o per nostalgici  di mezza età.

A seguire i racconti di radio e televisione o dei  giornali che celebrano, in questi giorni,  il De Andrè poeta, intellettuale, maître à penser - a volte  pare che non se ne è avuti altri - anche attraverso accenni agli anni in cui è vissuto, sembra tutto facile, piano. La rivolta delle giovani generazioni, il tragitto artistico del cantante antagonista, tutto sembra essere appartenuto ad un fluire  spontaneo, lieto  e senza intoppi. Eventi in successione, posti su  binari ben oliati, tra il generale plauso per la spazzatura e i fiori delle Suzanne o per la vocazione al trionfo e al pianto delle Giovanne D'Arco.

Meno male  il Caso che invece proprio ieri, ci ha offerto l'opportunità di ricordare in quale clima, in quale paese reale si è invece sviluppato il lavoro di Fabrizio De Andrè. Anni non semplici in cui le pantere che ci mordevano il sedere non appartenevano solo alle forze di polizia ma potevano anche chiamarsi SISDE o che so io. Ed ecco che il Com'eravamo assume una connotazione meno festosa e gaia e anche al Vate De Andrè scolorano un po' i tratti, divenendo meno universali  e condivisibili da ognuno.

Tuttavia, a meno di stecche o interpretazioni incolori, non sono tra quelli che si lamenteranno mai perchè a Samuele Bersani o a Tiziano Ferro, questa sera all'interno della trasmissione di Fabio Fazio, saranno affidate rispettivamente le esecuzioni del Bombarolo e de Le Passanti ( per queste ultime, eventualmente si lamentino anche i Brassensiani). Dispiaccia o no, il meno siamo e più ci divertiamo, riferito all'arte o alla musica o alla Conoscenza in genere, è un modo un po' provincialotto e demodée che ancora sopravvive in minuscole congreghe dedite esclusivamente alla riproduzione di se stesse. Se un solo fan di Tiziano Ferro  stasera, butterà dentro il motore di ricerca la dicitura Storia di un impiegato o il nome Georges Brassens ne sarà valsa la pena. De Andrè vive e questo è uno dei modi per cui resti vivo a lungo.

Ma la verità su quegli anni non può essere estromessa dal pacchetto divulgativo delle celebrazioni, altrimenti i conti non tornano. Dai diamanti non nasce niente non è verso  che viene dal nulla dal letame nascono i fior non sono cose queste da mamme, da nonne e da zie.

Foto di Piero De Marchis (il sito è creuza de ma)

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venerdì, 09 gennaio 2009
23:38

De Andrè vive

Deandrevivo
Dire di Fabrizio de Andrè all'epoca delle celebrazioni nel decennale della scomparsa, è l'impresa che è.
Poichè tutto è stato scritto, cantato, filmato, mostrato in mille iniziative, libri e trasmissioni, il senso delle cose rischia di sfumare nella ripetitività, il valore artistico nella mitizzazione, lo spessore civile ed umano
nel racconto di episodi spezzettati  e scollati dalla  coerenza del tracciato biografico.
Riti funebri, in qualche caso, che mal si addicono alla vitalità intrinseca di un'Opera che sembra invece fatta per durare alimentando altre opere, altre riflessioni. Col tempo tuttavia, s'impara a leggere nell'entusiamo inspiegabile di chi  era troppo giovane per apprezzare la sua musica, un tratto di affetto piuttosto singolare, per quello che in definitiva, è un cantante del passato. Anche in certa venerazione da vecchi fans, patiti dei ricordi, sopravvive nonostante gli sguardi perennemente rivolti all'indietro, lo stesso tratto di autentico sentimento.
De Andrè è vivo ( e resiste al processo di beatificazione). E' scritto con due esclamativi su di un muro assai fotografato, con A anarchica cerchiata, griffe e insieme omaggio all' Ideale di sempre.
E dunque, se così è, celebriamolo da vivo.

In questi giorni  per esempio,  è quasi impossibile non pensare a Sidùn - Sidone - rappresentata come un uomo arabo di mezza età, sporco, disperato, sicuramente povero che tiene in braccio il proprio figlio macinato dai cingoli di un carro armato e questo accade per la stessa ragione per cui tempo addietro in occasione di alcune poco brillanti iniziative del governo, venivano alla  mente Korakhanè, Bocca di Rosa o Princesa.

Non tanto per loro, i personaggi, quanto per l'inalterato clima di sotterranea  o esplicita violenza che ancora avvolge le storie degli ultimi, dei diversi. Violenza dei provvedimenti, di sicuro -  dunque emanazione diretta del Potere -  che però interpreta un comune sentire al quale andrebbero assimilati  i molti ma e se di Insospettabili, che nel corso del tempo sono andati ad ingrossare le fila di maggioranze non più silenziose.

Non serve pertanto nell'esercizio vagamente  necrofilo del cosa avrebbe detto, interrogare chi purtroppo non è più. Ne' esaltarne - altro tic - le capacità profetiche. Piuttosto prendere atto che collocarsi dal lato opposto a quello da cui spira il vento, rappresenta non solo un'occasione di riscatto, ma consente un punto di osservazione che io definirei alla giusta - ancorchè non prudenziale -  distanza, mai eccessiva da esimersi di cantare l'astio e il malcontento, ne' troppo ravvicinata ad evitare contaminazioni che depotenzino e asserviscano il canto.
Solo questa postazione probabilmente, consente di guardare oltre i singoli episodi, le dinamiche spicciole. Non il prevedere dunque, dei maghi, dei santoni o dei profeti, ma il semplice vedere possedendo nel contempo il generoso talento di saper mostrare agli altri.
In aggiunta, le molte lezioni impartite senza averne mai l'aria,  tutte derivanti però da un' unica radice : il pensiero libertario.
Resistente ai cedimenti dell'ideologia, dilagante  dalla prima canzone fino all'ultima e nella scelta mirata dei brani di altri autori da tradurre, adattare, riportare a nuovi significati. La vera spina dorsale di tutta la sua produzione è in quella Idea.
Fabrizio De Andrè si è insinuato nel nostro modo di pensare prima ancora di essere parte dei nostro bagaglio sentimentale, anche per questo il piombo fuso di Gaza ci riporta al dramma di Sidone...euggi di surdatti chen arraggë cu'a scciûmma a a bucca cacciuéi de baëa scurrï a gente cumme selvaggin-a finch'u sangue sarvaegu nu gh'à smurtau a qué

e alla breve chiacchierata che accompagnava l'esecuzione del brano nei suoi concerti :

La piccola morte a cui accenno nel finale di questo canto, non va semplicisticamente confusa con la morte di un bambino piccolo. Bensì va metaforicamente intesa come la fine civile e culturale di un piccolo paese: il Libano, la Fenicia, che nella sua discrezione è stata forse la più grande nutrice della civiltà mediterranea.

Sono anch'io tra quelli che gli vogliono bene. Mille anni e mille anni ancora

 






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giovedì, 08 gennaio 2009
10:14

Made in Israel

Nel momento in cui i conflitti sparsi per il mondo ci vengono rappresentati  soprattutto attraverso la diffusione di migliaia di immagini, un  Cinema  che racconti la guerra potrebbe assumere un significato di tutta  marginalità. Così non è, anche se la visione spesso impietosa di corpi martoriati, soldati all'attacco, o gli skyline di città lontane illuminate a giorno dalle esplosioni o le popolazioni in fuga con i loro poveri bagagli e i figli tra le braccia, dovrebbero parlare alle coscienza più di molte parole, di molte fiction.  

Tuttavia esposti come siamo ad indistinto e casuale bersagliamento mediatico, il rischio assuefazione da immagini  embedded o da una riproduzione per eccesso che  privi le stesse  della capacità d' impatto o di ribellione, esiste. Dunque noi dovremmo essere grati a quel cinema che lungi  dall'assillo delle risposte o delle spiegazioni o della tesi da dimostrare,  è costantemente impegnato in una sorta di ricerca di modalità in cui l'immagine ritrovi la sua potenza e la sua natura politica. Qui di seguito due distinti esempi di cinema israeliano di eccellenza in cui quella ricerca ha dato esiti di grande efficacia, ingaggiando una sfida alla realtà che non è solo la sua narrazione.

Stile graphic novel ma anche  manga e pop art in elegante abbinamento, per questo Valzer con Bashir, cartoon dell'israeliano Ari Folman. Presentato a Cannes 2008 proprio il giorno dell'anniversario nella nascita dello Stato d'Israele, festeggiato, quest'ultimo, da visita ufficiale di George Bush a Tel aviv e incursione aerea israeliana su Khan Yunis  -  stessa località in cui qualche giorno fa tre soldati israeliani caddero vittime del fuoco amico - seguita da rituale lancio di Katiuscia da Gaza, con buona pace di Frattini & Co che va ancora cercando, in questo groviglio di eventi, chi ha cominciato.

Film che sarà (casualmente ) nelle sale da domani e che affronta uno dei capitoli più dolorosi della questione   mediorientale. Anno 1982, guerra nel Libano, falangisti cristiani per vendicare l'omicidio di Bashir Gemayel, neo presidente libanese, massacrano oltre tremila palestinesi trai quali anziani, donne e bambini, nei campi di Sabra e Chatila con la complicità dell'esercito israeliano.

In Israele si è soldati oltre il raggiungimento dell'età matura, tuttavia i riservisti possono anticipare il congedo, Folman ne fa richiesta. L'iter burocratico  prevede il colloquio con uno psichiatra. Folman, diciannovenne, era di stanza a Beirut nei giorni del massacro, ma di quel periodo non conserva ricordi  nitidi, solo è  perseguitato da  incubi ricorrenti

E' un'esperienza comune ad altri ex commilitoni,  come quello della  muta terrificante di cani che corre in città e che travolge ogni cosa finchè si ferma minacciosa sotto le finestre di un ragazzo che è poi la sequenza di apertura del film. Lo psichiatra spiegherà che il meccanismo di rimozione è comune in molti ex soldati. Di qui, dal vuoto,  l'esigenza di rimettere insieme  il puzzle attraverso memorie rimosse, trasformate in sogni o deliri. Un percorso cognitivo, al quale parteciperanno ex commilitoni o testimoni diretti convocati da Folman tramite un annuncio su internet. Ho ricevuto più di cento telefonate : dopo tanti anni le persone  avevano voglia di raccontare la verità.

Una galleria di interviste e di racconti, da quello dell'ufficiale che consuma pornografia a quella del soldato che si produce in una danza sparando all'impazzata sullo sfondo di una gigantografia di Bashir Gemayel. Poi ci sono i compagni di allora, giovanissimi, terrorizzati, sui tank  impreparati a trovarsi in mezzo alla macelleria di ragazzini e di intere famiglie.Non ci sono esitazioni  nel definire la guerra insensata e inutile come pure l'invasione del Libano che non portò a niente, attraverso il racconto dell'abbrutimento degli uomini in divisa giovanissimi, inebetiti e incoscienti, catapultati in mezzo alle pallottole dei cecchini.

Ari Folman sceglie il disegno, l'animazione come strumenti attraverso i quali realtà  e delirio si possono rimescolare con assoluta efficacia. Immagini crude e dolorose quando è di scena la guerra, puro piacere visivo quando la rappresentazione richiama l'inconscio, il sogno. Solo così il regista  può esprimersi pienamente e nel contempo tener fede al proprio cinema di riferimento : uno spirito d'indagine alla Rashomon, la citazione esplicita di Apocalipse Now nella sequenza della spiaggia e del surfista col mitra.

Ma tutto ciò è premessa della sequenza finale affidata questa volta alle immagini verità introdotte da una bambina disegnata come un angelo dormiente tra le macerie : la visione disumana dei corpi martoriati, le urla di dolore : il sangue di Sabra e Chatila non si può reinventare con immagini, ne' ci sono parole adatte a descriverlo. Quel vero così atroce è il mio giudizio su quel che è accaduto.

Colpisce moltissimo, il personale doloroso sforzo di fare i conti col proprio passato di soldato, del regista. Quantunque alla verità storica su Sabra e Chatila manchi qualche elemento in più in ordine alla responsabilità diretta di Ariel Sharon nelle operazioni di distruzione dei campi, esiste in questo film la consapevolezza che gli psichiatri possono sostenere l'impegno a convivere con sensi di colpa individuali. Le responsabilità storiche rimangono. Tanto basta.

L'uscita nelle sale come già detto, è casuale rispetto agli avvenimenti di questi giorni, ma, fa notare Ari Folman, film del genere rischiano di essere sempre attuali, visto che tra i nostri governanti non c'è nessun rispetto ne' pietà per la morte di altre persone.

Valzer con Bashir è un film di Ari Folman del 2008. Prodotto in Francia, Germania, Israele, USA. Durata: 90 minuti. Distribuito in Italia da Lucky Red a partire dal 09.01.2009.

 

Z32  invece, film del dissidente Avi Mograbi autore di opere fortemente critiche e di attacchi  diretti alla politica di Israele, almeno per ora, non è in programmazione nelle sale, ne' si prevede a breve. Presentato a Venezia nella sezione Orizzonti, racconta la storia della rappresaglia organizzata per vendicare l'uccisione di sei militari israeliani. Esecutori sono giovanissimi soldati delle unità speciali, sottoposti per mesi ad un duro addestramento il nucleo del quale è  uccidere l'arabo senza interrogarsi troppo L'ordine infatti è di colpire alla cieca.

Mograbi utilizza i materiali degli archivi di Shovrim Shtika -  Rompere il silenzio - l'associazione di ex-soldati che raccoglie le testimonianze di chi ha prestato servizio nei Territori occupati - Z32 è la sigla di alcune tra esse che riguardano, appunto, quella missione di vendetta.

Anche qui come per valzer si avvicendano interviste filmate dei protagonisti che però hanno il volto sfumato, per non essere riconosciuti. Ma nonostante simili siano i racconti, le rimozioni, la ricerca del perdono o l'indifferenza nei confronti del nemico, il taglio diventa altro nel momento in cui Mograbi coglie l'occasione per riflettere sulla responsabilità dell'artista nei confronti del racconto. Non si tratta dunque soltanto del conflitto tra Israele e Palestina, l'impegno costante del cinema di Mograbi, di allontanarsi dall'iconografia classica della guerra in medioriente, lo conduce al di là di Israele, a compiere un  indagine approfondita su che cosa vuol dire essere soldato.

 Non c'è dunque nessuna differenza tra i racconti di questi ragazzi  e i comportamenti dei soldati americani in Iraq , che neppure si sono preoccupati di celarsi nell'anonimato, esibendo anzi, le proprie prodezze e diffondendole in Internet, o di tanti altri eserciti in conflitti e occupazioni sparsi per il mondo. La differenza semmai concerne la reazione della collettività nella sua capacità di prendere le distanze di non uniformarsi alla visione univoca del nemico come terrorista in ogni caso. E dunque sul ruolo dell'informazione e delle immagini.

Il film non mostra le azioni di guerra, è girato in interni  mentre si avvale dell'unico esterno la ricerca e la ricognizione del luogo dove si sono svolti i fatti. I ragazzi non lo sanno, non ci pensavamo a dove eravamo diretti, mai, eravamo troppo stanchi, sui pullman si dormiva dicono. Mograbi lo trova. Nessuna traccia di violenza, soldati, armi. Una donna anziana attraversa il campo. Durante l'azione di rappresaglia nessuno si è  chiesto chi fossero le vittime e da quali famiglie provenissero. Erano poliziotti palestinesi, un vecchio disarmato. La rappresaglia, che brutti ricordi, la praticavano anche i nazifascisti durante la guerra, è stata messa in atto nella ex-Jugoslavia, in Vietnam... Se mi vedono e esco da Israele magari mi arrestano per crimini di guerra chiosa un ragazzo.

Z32 è un film di Avi Mograbi. Genere Documentario, 81 minuti. - Produzione Francia, Israele 2008.


 

 

 

Scritto da sedlex in: guerra e pace, venezia 2007, cannes 2008, la fabbrica del cinema
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mercoledì, 07 gennaio 2009
22:17

Diplomazia al lavoro

Oggi il problema è Hamas. Capisco chi vorrebbe negoziare ma l'Unione europea e Israele giustamente non l'hanno fatto....Dopo cinque minuti dalla fine della tregua Hamas ha ripreso a lanciare razzi contro Israele continuando un'azione francamente sconsiderata......
Se Hamas avesse detto sì
" al cessate il fuoco "Israele si sarebbe già fermata", ma "la disponibilità di Hamas non c'è stata e per ora non c'è. L'organizzazione terroristica palestinese non è un interlocutore politico e rifiuta tutto quello che la comunità internazionale propone".

Franco Frattini

Nel momento in cui l'impegno dei negoziatori è teso - come sempre in questi casi - a ricercare, in calce ad un difficile accordo, formule  che non urtino le suscettibilità e non umilino l'orgoglio delle parti in conflitto, sembra impossibile che un ministro degli esteri possa usare espressioni di tale disinvolta parzialità. Eppure Franco Frattini queste parole ha pronunziato in sede di Audizione, all'indomani del bombardamento israeliano della scuola ONU dei profughi - 42 morti da aggiungersi agli altri, oltre 600, dei giorni scorsi,  e manco l'ombra di un terrorista o di una rampa di cosidetto missile in quelle aule - consegnando così il nostro paese al ruolo meschino, defilato e poco dignitoso, sul piano internazionale, di cieco supporter. Nemmeno gli americani, impegnati con Mubarak a scambiare il controllo del valico di Rafah e dei tunnel scavati sottoterra contro lo stop dell'avanzata di terra di Tsahl, osano un simile linguaggio. Le responsabilità hanno un peso differente a seconda dei punti di vista, ma comunque la si pensi, la tregua è obiettivo minimo ed indispensabile, ottenerla importa un lavoro in cui è necessario rimuovere dalla trattativa ogni elemento di partigianeria ad evitare che il dialogo degeneri creando un ulteriore zona di conflittualità. A meno di credere nella bontà  della prova di forza, della lezione da infliggere ai terroristi, analisi spicce e giudizi sommari andrebbero evitati. Umiliare Hamas o peggio, auspicarne lo sterminio significa assottigliare le possibilità  dei moderati di Fatah. Significa gettare le basi per non finirla mai.

Dunque, dimentico oltretutto, di quanto è in gioco su quel palmo di terra, origine di tutti i conflitti con il mondo islamico e incurante delle minacce costituite da Hezbollah o delle centinaia di martiri pronti a intervenire, il problema, secondo Frattini, è Hamas al quale non è nemmeno sufficiente aver vinto le elezioni per essere definito  interlocutore politico. Che acume.



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venerdì, 02 gennaio 2009
08:06

Attacco da terra (nel giardino dei limoni)

L'anno sarebbe potuto cominciare con un Giardino di limoni in Cisgiordania, luogo di bellezza e ragione d'orgoglio per la proprietaria e coltivatrice palestinese Salma Zidane e con il bel film /apologo che ne racconta le vicissitudini incentrate sulla battaglia legale contro un vicino di casa, appena giunto ma non qualsiasi,  ministro di giustizia israeliano, che nei rami  di quel pezzetto di paradiso, vede solo potenziali e minacciosi ricettacoli di attentatori. E che per ragioni di sicurezza fa avvolgere il giardino in reticolati, impedendo così che le piante di limone vengano curate.

Non propriamente una favola bella, anche se Salma infine la spunta, caro le  sarà costato l'aver ragione, pagando con il senso di solitudine, la mancanza di sostegno  da parte di chi, esponente della comunità islamica, dovrebbe essere naturalmente dalla sua parte e invece coglie l'occasione per  rimproverarle  qualche velo di meno e qualche atteggiamento indipendente di troppo.

Tuttavia un quadro metaforicamente esatto, all'interno del quale arrivano a Salma inviti a desistere da parte del figlio che la vorrebbe con sè a Manhattan, strumentalizzazioni del proprio avvocato, sulla scrivania del quale sventola la bandierina dell'Autorità Palestinese, ma più desideroso di farsi un nome con la causa del giorno - vera peraltro - che di occuparsi dei problemi dell'assistita, ma anche inattesi sostegni da parte di altri cittadini di serie B - la moglie del ministro, anche lei vessata dal consorte, giornaliste locali  etc - perlopiù donne. Anzi solo donne.

Invece l'anno si apre con l'ennesima attesa dell'attacco di terra, con la guerra infinita, con il fallimento delle diplomazie e con l'impraticabilità del compromesso, dunque con il naufragio dell'idea stessa di negoziato. Credo non ci sia altro dato di rilievo, altro punto chiave per un'analisi della situazione mediorientale oggi  che possa prescindere dal fatto che non c'è posto del pianeta in cui ogni terreno di possibile incontro sia così irrimediabilmente devastato.

Di qua e di là, all'interno degli stessi schieramenti, divisioni profonde, fratture insanabili, impediscono alle parti, prive della necessaria compattezza, di trattare. Siamo oramai oltre l'idea pura e semplice dei due popoli che si contendono la stessa terra, mentre si acuisce, disseminando il terreno di moltiplicatori d'odio , lo scontro di culture, religioni e visioni del mondo.

In entrambi i campi, a breve, sono in programma cambi di  vertice, a giorni scade il mandato di Abu Mazen, leader dell'Autorità Palestinese di Ramallah,  contestato da Hamas ( vincitrice delle ultime elezioni)  per presunto collaborazionismo con Israele. Dall'altra la contesa elettorale che vede in corsa  il Kadima della Livni e il Likud di Netanyahu, il partito dei falchi, per la poltrona di primo ministro. A nessuno dei contendenti , in una simile congiuntura e con lo scontro in atto, è concesso dar prova di debolezza.

Non c'è via di scampo se in ciascuno stato, ciascuna fazione deve prevalere sull'altra rassicurando gli elettori sulla propria capacità di essere nel conflitto. Non nella trattativa, avverso la quale lavorano i falchi  Quand'è così, è fatale che una politica di pace sia  umiliata , e che nei reciproci schieramenti, sia destinata a dettare legge, comunque ad essere il trainer delle decisioni, l'ipotesi del conflitto come soluzione unica.

Quasi cinquecento vittime per un ennesimo scontro che, una volta cessato il fuoco, non avrà spostato di un  millimetro la situazione. E non è finita qui. Perchè tale è la desolazione che a voler anche solo immaginare i connotati di una task force di mediazione, non se ne trovano di possibili.

A parte, ovviamente, la speranza nelle capacità del  neo eletto presidente nel paese principale alleato d'Israele. Un altro compito per Obama.

Dunque non passa in sott'ordine anche se non inaugura propriamente i post dell'anno  Il giardino di limoni di Salma, film dell'israeliano - tenere sempre d'occhio il cinema di questo paese - Eran Riklis che ci parla, attraverso l'imprigionamento di un campo, della violenza delle politiche di apartheid, di fanatismo, di machismo e delle disattese risoluzioni ONU. Ma soprattutto in una piccola storia, adottando uno stile, non a caso documentaristico, la strenua caparbia difesa di ciò che si ama.

Il giardino dei limoni è un film di Eran Riklis. Con Hiam Abbass, Doron Tavory, Ali Suliman, Tarik Kopty, Amos Lavi  Drammatico, durata 106 min. - Israele, Germania, Francia 2008. - Teodora Film.

Scritto da sedlex in: guerra e pace, la fabbrica del cinema
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