martedì, 30 dicembre 2008
09:40

Reset

Alexis Grecia

Questa idea balzana che qualcosa stia davvero per concludersi e cominci una nuova fase è ovviamente data da una generale esigenza di reset. Consegnando alla posterità un'economia mondiale al collasso, un dato di diseguaglianza sociale ai picchi storici e guerre sempre più brutali combattute su diversi fronti per la gloria di un qualche Impero, oltre che un clima planetario fuori controllo, è facile cedere alla tentazione di  rimuovere il tutto,  magari nell'illusione tutta mitcheliana che domani sia davvero un altro giorno.

Al cospetto del disastro, quel che accade in casa nostra, potrebbe sembrare robetta. Così non è, vuoi perchè di quel disastro siamo parte, vuoi perchè le nostre specifiche condizioni sociali, economiche, culturali  ed istituzionali, particolarmente arretrate, acuiscono gli esiti del terremoto. Noi siamo indietro su quasi tutto. La nostra capacità di recupero è dunque  destinata a risentire di parecchi endemici svantaggi.

Così mentre negli Stati Uniti già da un anno ci si prepara ad affrontare il peggio ponendo a capo del paese, l'incarnazione dell'inversione di tendenza, noi ci dibattiamo tra ricettine e pannicelli caldi, un giorno detassiamo gli straordinari e un giorno proponiamo la settimana corta.

Non c'è di che essere Profeti di Sventura o specularmente Grandi Ottimisti, mestieri redditizi presso piccole e grandi comunità di fedeli inclini alla piaggeria per assoluta mancanza di scopo nella vita, ma egualmente rispettabili ad un unica condizione : che al termine di ogni oscuro presagio, di ogni invito a credere nel Futuro, ciascuno s'impegni a fare la propria parte. Cosa che non avviene quasi mai, sclerotizzati come sono nei rispettivi ruoli, occupati chi a scrutare l'avanzata della merda che ci sommergerà, brandendo al più lo spadone dell' io l'avevo detto  - autocitazione, link, applausi dall'ormai decimato  pubblico, bravò, bravò, graziè  -  chi a dar fondo a tutto il repertorio di bicchieri mezzi pieni, di rifiuti di Napoli smaterializzati, di uffici pubblici a organico completo, completissimo, tra un po' scoppiano o di antiestetiche prostitute mandate a lavorare un po' più in là.

Il pessimismo a buon mercato, quello  senza sofferenza come l'ottimismo modello precotto, quello senza gioia,   sono una rendita di posizione, giustificano l'immobilismo, ne celebrano a scena aperta le virtù. Se tutto è inutile, se nessuno mi rappresenta, se il resto del mondo è incolto, corrotto...ovvero se i problemi si stanno risolvendo, se infine è arrivato chi decide, se siamo un popolo meraviglioso - i superlativi sono d'obbligo - che infine se l'è sempre cavata... a che serve muoversi, agire, partecipare ?

Del resto nella inesistente reattività ovvero nello scarto che c'è tra la scelta accurata di espressioni disperanti o entusiastiche e la reale capacità di scalfire ciò che ci circonda, c'è molto del fallimento di qualsiasi ipotesi di reale contrasto alla merda in avanzata.

Chissà dove vivono costoro e chi sono davvero. Di sicuro in luoghi tranquilli, al riparo da una realtà che se  gli mordesse  davvero  il culo, procurerebbe loro più rabbia e scatti d'orgoglio e meno facili profezie o entusiasmi, che tanto s'è capito, la razza sempre quella è.

La razza di coloro i quali vedono i cambiamenti come il fumo agli occhi o nel migliore dei casi come un mutar di scene e costumi, mai di copione. Cambiare vuol dire fare in modo che niente sia come prima, senza alibi o remore di bambini e acqua sporca, di tradizioni comunque da preservare, di identità o radici alle quali restare abbarbicati. Cambiare è chiudere con il passato.

L'anno finisce con Alexis Grigoropulos, con le proteste del Politecnico di Atene e delle Università italiane. Finisce con l'apprezzamento e il rispetto  per la volontà determinata di questi movimenti di non somigliare ad altri :  ne' a quelli di Seattle, ne' alle rivolte degli anni '60 e, indietro nel tempo, nemmeno a quelli del Barrio Chino di Barcellona degli anni '30, ne' a quelle fine ottocento di Montmartre. 

Nessuna parola d'ordine speranzosa, nessuna  soluzione ottimistica. La Crisi e la Paura campeggiano negli slogan, dunque è sospesa anche la speranza in un possibile altro mondo. Derubati del futuro  come da definizione unanime, si comportano di conseguenza. Tuttavia determinati a contare ad esserci, senza cupezze.

Sentirsi responsabili di quel che sta loro capitando, per noi, è il minimo. Cercare di limitare i danni, doveroso. A partire dall' anno che Alexis non vedrà.

 

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lunedì, 29 dicembre 2008
13:47

Palati fini ( non sparate sul pianista)

Allevi

Ci sono critici musicali celebratissimi, veri conoscitori della materia che considerano Tchaikovsky e Rachmaninov roba da trogloditi. Immagino perchè la  musica di questi due compositori, semplice, anche se solo all'apparenza, risulta più orecchiabile e dunque destinata ad incontrare il favore del grosso pubblico.

Non sono musicista anche se - in virtù di reminescenze varie - conosco le note e leggo gli spartiti. Dunque potrei esprimermi forse su di un'esecuzione ma francamente ho sempre pensato che se  Luciano Berio a me dice poco, forse il  problema è mio, non di Berio.

La quasi totalità del pubblico affida le proprie scelte musicali alla gradevolezza o meno che un ascolto puramente sensoriale restituisce - che altro sennò? Forse che insegnamo educazione musicale nelle nostre scuole? - Per questo le consonanze sono più in auge delle contemporanee dissonanze, l'irrompere di archi come se piovesse, vende più della spinetta e gli ottoni sparati a mò di contraerea, più dell'arpa birmana. Anche per questo la Patetica va a ruba e i Kindertötenlieder fanno la muffa sugli scaffali. Non solo Berio è negletto ma per l'appunto anche Mahler, Alban Berg e tanti tanti altri. 

Qualcosa di simile vale per il giovane Allevi che in realtà ha quarant'anni ( c'è speranza per tutti) e che di recente ha fatto drizzare i capelli alla nobile schiatta dei Critici, dei Musicisti di Stato, dei giornalisti e dei blogghisti per aver diretto e interpretato al pianoforte musiche proprie (e forse altrui) durante l'annuale concerto di Natale del Senato della Repubblica.

Allevi mi risulta essere uno che vende molto, non posseggo i suoi dischi ma ho ascoltato superficialmente qualche brano utilizzato dalla pubblicità : non è Liszt, mai potrebbe divenire il mio preferito, ma nemmeno mi è sembrato l'emblema di questo capitombolo agl'inferi del Buon Gusto Nazionale.

Piuttosto per come  son messe le cose, non mi stupisce che la scelta sia caduta su di lui. Quale migliore emblema dell'air du temps,  di un quarantenne che ancora viene annoverato tra i giovani, che vende abbastanza,  è telegenico e suona il piano.. benino per quel che suona : cioè musica commerciale. Qualcuno dice classica? Mi sfuggono i criteri di catalogazione, in questo momento.

Quante storie. Cosa ci si aspettava dal Governo Berlusconi ? Il clavicembalo ben temperato? Ma quello è roba noiosa, non è ottimista, il popolo poi si deprime. Nel concerto di Natale 2008,  è racchiusa esattamente l'idea di cultura di questo governo. E nella risposta scandalizzata, specularmente, la puzzetta sotto al naso di chi a questa Idea si oppone.

Se ne faccia una ragione Uto Ughi e prima ancora di sparare sul pianista, riconsideri l'idea di reindirizzare i sacri furori verso altri obiettivi....facciamo...chessò...il Presidente del Consiglio? Il  Ministro della Cultura ?  Quello che sega i contributi e a cui piacciono tanto le Commissioni Censorie? Quello che Allevi o non Allevi, se ne frega dei Conservatori? Ecco proprio lui. Altrimenti  diventa una questione di gusti, terreno spinoso, perche  se è vero che non sono tutti uguali, cioè tutti sullo stesso livello, indistamente tutti sono degni di rispetto.

Ne' con Allevi ne' con Ughi, con la convinzione che uno rappresenti un'Idea, nella migliore delle ipotesi, sballata e ambigua   e nell'altro siano malriposte le nostre speranze di contrastare quell'Idea opponendone un'Altra.

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sabato, 27 dicembre 2008
08:04

Qui ( tutto il meglio è già qui )

Mia zia ultraottantenne gioca a canasta o a ramino al mercoledì con alcune sue ex compagne di collegio. Ad altre, sparse in varie città,  telefona o  scrive vere lettere con busta e francobollo. In queste occasioni apparentemente futili e ripetitive - siamo in pieno zibibbo al lampo che fu - è nascosto il segreto del non perdersi di vista.

Mio padre, per lo stesso motivo,  vede con regolarità e organizza viaggi con gli amici di sempre. E anch' io, ho cercato nel tempo di preservare le storiche amicizie dalle difficoltà della vita in continua evoluzione : ménage pazzesco, trasferimenti, professione totalizzante, figli da crescere, consorti e fidanzati accentratori. La relazione continuativa con un amico storico è un investimento  che fa bene alla vita. Non organizzo tavoli da gioco a cadenza fissa - me ne manca il tempo -  ma avere tra i piedi  gente degli antichi giri, mi piace. Succede con gli amici quel che accade con i grandi amori : un cenno d'intesa e ti senti subito a casa. Senza tante storie.

Mentre le rimpatriate con vecchie conoscenze, dopo secoli di allontanamento sanno sempre un po' di ufficio funebre, di passato che si è lasciato archiviare senza resistere e che forzatamente ritorna. Per cui la possibilità di ritrovare i compagni di studi che mi offre Facebook mi fa venire l'ittero. Tutto il meglio è già qui, come diceva quello, il resto appartenendo all'irrilevanza o allo Sciocchezzaio, l'ho mollato. Vade retro.

Il Manifesto dal suo sito nuovo di pacca, promuove il dibattito sull'utilità della comunicazione politica in rete e in particolare su Facebook. Dai blog in contemporanea si levano voci preoccupate, pare che il nuovo gioco sottragga accessi e commentatori ai siti dei diari personali. Tutti in ansia. Chi per le sorti dell'impegno politico,  chi per quelle della diminuita popolarità dei propri spazi di scrittura .

Ma nell'ipotesi fondata che l'aria che tira richieda articolazione del pensiero e dunque del linguaggio, piuttosto che la rovinosa contrazione di entrambi , approfondimenti piuttosto che spot, esame delle complicanze piuttosto che elogio della semplificazione, il fatto di scambiarsi  short message e  facce, non mi pare interessante ne' utile a nessuna causa. Anche sul piano personale, il metodo appare decisamente  una limitazione a chi è abituato a mantenere in piedi relazioni funzionali. A meno di avere uno scopo preciso - promuovere il proprio lavoro,  per esempio o altre analoghe iniziative - queste casuali liste cariche di emeriti sconosciuti, alimentano solo l'illusione di esserci e di contare ovvero di avere molti amici, ignorando che le relazioni sono un lavoro e nemmeno di quelli troppo lievi. Averli tra i piedi, come ho già detto mi piace, ma è un privilegio che non mi è piovuto dal cielo.

Lo stesso vale per la comunicazione politica. Obama ha vinto servendosi della Rete ma aveva un progetto, soprattutto si è fatto una scarpinata in lungo e in largo per il suo paese, incontrando persone, gruppi, fondazioni, imprese, raccogliendo molti quattrini che hanno consentito a lui e ai suoi, il prosieguo di quell'impresa. Poi, il senso del suo del lavoro svolto è stato raccontato in Rete, cercando di mettere ad ulteriore profitto moltiplicandolo, il valore di quell'esperienza. Poi.

Il resto, cioè tutto quello che può succedere in questi non luoghi in cui ci viene promessa  comunicazione a buon mercato e socializzazione come se piovesse, ha senso solo se da qui viene trasferito fuori , stabilendo una corrispondenza tra le due dimensioni. Bene fa la sinistra ad essere in cielo, in terra e in ogni luogo vi siano esseri umani con i quali interagire. Conoscere gente nuova come cementare le vecchie amicizie e comunicare  non è un problema nella vita. Basta avercela, una vita. E un messaggio. Qualcosa da dire.

 Ma per tornare a noi, i luoghi vanno custoditi, richiedono cura. Annaffiate le piante, rinfrescate le tende, preparato il trattamento per gli ospiti, andrebbero riempiti di contenuti, se i mercoledì di mia zia fossero fatti di solo allestimento, sarebbero finiti da un bel pezzo. E con essi, l'occasione per trovarsi.

Gli accessi vengono meno a fronte di un procedere stanco, nella riproposizione di uno schema o di un personaggio, sempre quello : il Malinconico, l'Ironico, l'Arrabbiato, il Pensoso, l'Amorosa, il Saggio, la Tempesta Ormonale o il Ciclotimico. Fossero messe innanzi a queste pagine elettroniche le Persone e non i Personaggi, ciascuno col proprio bagaglio, la musica cambierebbe e non ci sarebbe bisogno di cambiare piattaforma per rigenerarsi.

La storia dell'interazione in Rete, del  resto, è storia di migrazioni - che un po' sanno anche di fuga -  per cui, esaurito un territorio, invece di intensificare fertilizzanti e semina, in un'opera di riqualificazione costante, ci si trasferisce direttamente in altro luogo per ri-cominciare, ri-seminare, ri-coltivare e presumibilmente prepararsi ad altro trasloco, per questo la trasmigrazione su FaceBook che svuota blogopoli, non mi impensierisce più di tanto.

 Qui si pensa di restare, senza inaugurazioni di altre case chè di gestirne due non si ha tempo, voglia e forse predisposizione. Un po' per la curiosità insopprimibile di vedere come se la sbroglia - ovvero dove vuole andare a parare -  il Malinconico e la Pensosa, cercando nel contempo di seguire i consigli degli economisti alle imprese in tempi di crisi : investire, innovarsi, resistere. Il che oltretutto, obbedisce alla natura di chi scrive. Qui.

Illustrazione di Babi, citazioni a piene mani dall'avvocato Conte

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giovedì, 25 dicembre 2008
08:52

A chi giova ( e a che gioco giochiamo)

Dopo aver ucciso l'Informazione, la Narrazione si accinge a uccidere anche la Giustizia. Ordinanze più voluminose di Guerra & Pace -  e spesso analogamente strutturate - all'interno delle quali per reperire un reato, ci vuole il lanternino, inchieste condotte col metodo della pesca a strascico, ipotesi di reati associativi a go - go - e quand'è così, si sa, il dubbio che le prove scarseggino si fa consistente - Pagine e pagine di intercettazioni recanti notizie irrilevanti quando non improbabili : Barbara Palombelli che a teatro, come tutti,  ci va a vedere gli spettacoli , diventa responsabile del Festival Internazionale di Napoli, analogamente accade per  Roberta Carlotto Reichlin che in effetti dirige il Mercadante ( ma solo quello), Polito che si chiama Antonio diventa improvvisamente Nino e va a finire nel tritatutto insieme a  Roberto Morassut e al figlio di Di Pietro. Contestazioni? Zero. In soli dieci giorni l'affaire Pescara si sgonfia e il sindaco D' Alfonso, dimessosi a causa della misura cautelativa, torna libero e anche se molto resta da appurare, è indubbio che producendo la prima ordinanza l' arresto, gli effetti sotto il profilo istituzionale sono stati gravissimi.(scioglimento del Comune)

Al quadro che emerge e che - reati o non reati -  resta desolante per quanto riguarda contesti e comportamenti personali, si aggiungono gli errori - un po' troppi a questo punto  -  veri e propri, un comportamento di alcuni magistrati per certi versi disinvolto e quello dell'Informazione Romanzata, più che mai. Non ci vuol molto a capire che pur volendo allontanare dalla mente ipotesi complottiste, siamo  nel pieno di una fase delicata, in cui nell'abituale tirare l'acqua al proprio mulino della Politica, s'insinuano rischi, vuoi per l'autonomia della magistratura da sempre nel mirino della Destra, alla quale non pare il vero di reclamare un pacchetto di provvedimenti di riforma del CSM o per la separazione delle carriere o più semplicemente che limiti l'uso delle ( necessarie) intercettazioni, vuoi per la stessa Democrazia. Al cospetto di tutto questo, a chi giova demolire e mettere fuori gioco il principale Partito d'Opposizione?

Passi  che al capitolo Questione Morale la fantasia revanchista si scatena e le panzane fioccano. Passi che tra le esclamazioni in galera, in galera in galera ovvero dimissioni, dimissioni dimissioni, dei detrattori, ce ne fosse uno solo che si preoccupi di attenersi ai fatti - intesi come accadimenti ma anche come basica conoscenza del funzionamento delle istituzioni - o che valuti le ricadute di ogni scelta suggerita.  Passi che in quest'ansia di pulizia e rettitudine, con etica, morale, e moralismo - tre distintissime categorie delle quali conviene sempre marcare le differenze - si usa confezionare una padellata di polpette indigeste e grondanti malafede da somministrare al gentile pubblico che se le sorbisce a mò di pacificazione  con la propria, non sempre specchiata, coscienza civile. Passi dunque tutto ...ma che lo scenario richiami alla vigilanza e alla cautela prima ancora  che all'anatema, dovrebbe far parte quantomeno del senso politico da conferire alle nostre analisi.

Garantisti sempre e vicini ai giudici, a patto che non siano malati di protagonismo ed esprimano professionalità. Ma una classe politica borderline non può essere estirpata dai tribunali ne' da partiti organizzati sul modello di Pol pot. Personalmente un partito che impone le dimissioni agli eletti, io non lo voterei manco morta, come non voterei mai un partito le cui regole non armonizzino con il nostro ordinamento. Mentre invece volerei a mettermi in fila per scegliere candidati e organismi dirigenti. Sta tutta lì la differenza, nel potere degli elettori di scegliersi e di votare la squadra che si ritiene più idonea.

(Natale mi sta antipatico ma l'unica persona alla quale mi sentirei di fare gli auguri oggi, è quella ritratta nella foto)

Scritto da sedlex in: palazzi di giustizia, democrat
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venerdì, 19 dicembre 2008
16:44

Chi è garantista

giustizia 2243 

Chi è garantista vuole che le Leggi siano rispettate, che le indagini seguano il loro corso protette dal segreto istruttorio, che i processi siano celebrati senza lungaggini, che una volta individuati i colpevoli siano loro comminate pene proporzionate al reato commesso. Chi è garantista coniuga l'intransigenza del principio di legalità col principio di non colpevolezza, unico antidoto contro le degenerazioni.

Ma essere garantisti non appartiene al campo delle opzioni. E' quel che lo stesso rispetto della legge ci suggerisce di essere. In questo non c'è misura alla quale adeguarsi : o lo si è o si è fuori dal perimetro di legalità. E di civiltà.

Si lo so, un atteggiamento garantista non è utile allo sfogo, ne' al lavoro dei comici, ne' a quello dei narratori, non fa vendere i giornali, non aumenta l'audience,  non rende simpatici e non consola gli afflitti. E probabilmente fa anche perdere  consensi. Ma che spettacolo offre chi è capace solo di invocare la galera?

Tornano le inchieste giudiziarie e, senza che se ne fossero mai andate, le connessioni perverse tra politica e affari. Buon lavoro agl'inquirenti. Nella certezza però  che la questione morale riguardi le singole coscienze e le singole responsabilità, non le intere compagini. Ma soprattutto che le ventate giustizialiste servono assai poco allo scopo. Che rimane quello di coniugare moralità pubblica e bene comune attraverso un Fare Politico efficace.

Se invocare le manette e istruire processi mediatici fosse servito a qualcosa, con Tangentopoli, stagione pur necessaria,  avremmo risolto tutti i problemi di corruttela. Così non è stato e ciò a riprova del fatto che la Giustizia, non può svolgere con successo, compiti  che sono propri della Politica. Pena un esiziale conflitto.

Oggi l'ordinanza della Procura di Napoli, al di là dei rilievi penali,  ci consegna un quadro che rispetto ad allora, è mutato solo per alcuni particolari, mentre il metodo di addomesticare le procedure per acquisire commesse è sempre lo stesso. Come lo è  l'atteggiamento di chi si fa parte diligente per rendere possibili simili operazioni. Non più per il Partito ma per sè. Che importa? Le ricadute per la collettività, sempre le stesse rimangono : un'economia di mercato finta, drogata e, come se non bastasse, servizi scadenti.

Se le cose stanno così, serve un cambio di passo, non solo volti nuovi per il ricambio della classe dirigente, non solo regole di trasparenza -  che ne avremmo, volendo, da riempire i volumi -

So che il segretario del PD Veltroni in mattinata ha difeso le persone oneste che di quel partito fanno parte. Bene ha fatto. Ma l'ulteriore scatto d'orgoglio che gli si richiede, è di precisare quale Progetto di innovazione ha intenzione di mettere in campo e su quali gambe dovrà  procedere questo rinnovamento. Commissariare il Partito locale, laddove si sono manifestate storture, può essere utile, ma non basta.

Diversamente quel garantista che guarda alla Politica come unica ratio per uscire fuori dall'impasse, rimarrà sempre più solo e straniato. E consapevole di una realtà difficile da modificare, sempre più stranito. 

 

 

Scritto da sedlex in: democrat
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mercoledì, 17 dicembre 2008
03:09

Cafonalesimo ( imparare dai romani)

Anfiteatro Flavio

Le foto sono spesso imbarazzanti, soprattutto quelle scattate nei dintorni dei  buffet, o quelle ammiccanti a protesi e zigomi oversize, ma se tutti sgomitano per essere immortalati da Pizzi  e apparire nei giorni successivi, su Cafonal, rubrica - si fa per dire -  di social, assai cliccata di Dagospia. com , un motivo c'è.

Siamo a Roma, città in cui strusciarsi al Potere è un preciso obbligo dei subalterni che aspirano alla scalata. E di questi tempi per di più. Che altro aggiungere a quanto già autorevolmente detto sulla società dello spettacolo, su certo generone romano un po' grossier, sui potenti che fanno mostra di sè per suscitare invidia ed emulazione ? Sul Berlusconesimo Imperante e Vincente?

Proprio nulla. E come non si può cavare sangue da una rapa, non si può fare di Cafonal un fenomeno degno di dotte considerazioni. Non più di tanto almeno. Ecco perchè a convocare all'Infedele, Alfonso Signorini, Maria Laura Rodotà, Il filosofo Gianni Vattimo e il giurista Franco Cordero per discutere di Vanità del Potere relativamente all'uscita del libro della premiata ditta Pizzi & D'Agostino, Cafonal, si rischia, nel contrasto stridente, di far apparire Signorini perfettamente a proprio agio, simpatico e appropriato nelle sue considerazioni omnibus - tutti i potenti sono vanitosi -  e Cordero fuor di luogo.

Non un gran risultato. Meglio se l'è cavata Bruno Vespa la sera appresso, allestendo analoga ma esplicitamente celebrativa  trasmissione con ospiti meglio assortiti  e finendo al solito, col gestire il consueto pianerottolo di damazze scriteriate in lite furibonda su quale fosse il modo migliore di ricevere gli ospiti, ovvero se fossero più eleganti le riunioni a casa di Maria Angiolillo o quelle di Marisela Federici.

Ma insomma, ogni tanto un chissene frega si può dire? Chissene frega se le porcellane di quella sono migliori di quelle dell'altra, se la tale s'è rifatta, se quell'altro c'ha l'amica, se un posto da sottosegretario è stato assegnato tra il sorbetto e la spigola a casa XYZ o tra uno scosciamento e una sgargarozzata nel patio di casa BCD. Davvero tutto ciò dobbiamo nobilitare con definizioni  da interessantissimo fenomeno ?

Imparare dai romani. Certa materia è contagiosa. A maneggiarla troppo senza essere abituati, si rischia. Sarà che in questa città discendiamo tutti da un fratricidio, sarà che nel corso del tempo ce la siamo dovuta vedere con la peggiore teocrazia, sarà che i panem et circenses ci sono entrati nel sangue - spirito migliore per osservare queste manifestazioni  non conosco -  ma la scrollata di spalle e il chissene frega -  non di superiorità, beninteso,  ma di purissima indifferenza -  ci ha salvato la pelle nel corso dei secoli. Non a caso questo Circo affascina moltissimo i forestieri, leghisti in primis. Davvero pensiamo di apparire meno snob e più vicini al popolo occupandoci seriamente del contenuto di queste poubelles?

Da ultimo sono davvero dispiaciuta per Franco Cordero, venerato maestro, intellettuale a tutto tondo, uno studioso da tenere in dovuta considerazione, maltrattato ingiustamente dalla critica televisiva, per aver introdotto forse l'unico concetto degno a proposito di vanità ... le moi est haïssable ...citando Pascal e autoincludendosi immediatamente nel novero dei fuori di luogo. E da un certo punto di vista, forse lo era davvero.

 

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martedì, 16 dicembre 2008
10:19

Scene di caccia al topo di fiume

Siccome per la battuta di caccia serale, la scelta del territorio spetta a lui, la meta è  sempre la stessa : l'Isola o le banchine circostanti. Presumibilmente per quell'illusione di "natura selvaggia" che flora fauna & fiume offrono tra Ponte Sublicio e Ponte Garibaldi. Il  Gianicolo, Riserva preferibilmente diurna, non offre le stesse chances di avventura

A destinazione potremmo arrivare imboccando il  viale, dritto per dritto, e invece niente. A lui piace prenderla alla larga, passare per Porta Portese costeggiando il  San Michele, in quel tratto di lungotevere che fu di Sciuscià, di Ladri di biciclette, di Adua e di C'eravamo tanto amati. Proprio nel punto in cui Nicola dice ad Antonio che lui è politicamente e culturalmente,  più oltre, si può scendere sotto Fiume e una volta lì, rincorrere le papere, i germani, i topi e le nutrie sul greto. La caccia è, per convenzione stipulata a suon di urlacci e punizioni, rigorosamente incruenta.

In questi giorni d'impraticabilità delle banchine, ha osservato con ansia dal Lungotevere l'evolversi dei fatti. Un'occhiata di sotto, e una - molto demanding -   a me che, in quanto provvisorio capobranco,  dovrei avere tutte le risposte :  comandare  pioggia,  vigili del fuoco,  protezione civile, netturbini, l'onda di piena e le maree.

- Ancora non si può scendere, non vedi che fangaccia? -
Manteniamo vivo il dialogo, motivando i divieti  anche col cane. Poi per consolazione, concediamo il proibitissimo salto nei mucchi di foglie bagnate. Comprarsi i guai con i soldi propri, si dice da queste parti.

Scritto da sedlex in: di me
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martedì, 16 dicembre 2008
00:15

Chi vuol esser milionario ( sia )

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Jamal si appresta a sbancare la versione indiana di Chi vuol esser milionario ma il conduttore televisivo - che lo detesta e fa di tutto per umiliarlo -  ipotizza sia un truffatore e lo consegna alla Polizia perchè confessi di aver barato. Sottoposto ad un brutale interrogatorio, rivivrà le tappe della successione di vincite realizzando che ad ogni domanda,  la risposta esatta, gli è stata suggerita da un episodio del suo passato di orfano,  scampato con i due fratellini ad un orrendo pogrom anti musulmano, cresciuto in strada, sopravvivendo fortunosamente alle insidie e agli sfruttatori. La struttura narrativa è costruita così, su ampie digressioni e virtuosistici  flash back che alla fine ricompongono il quadro, avvicinando, episodio dopo episodio, Jamal alla vittoria.

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Il regista  di Slumdog Millionaire ( The Millionaire, per noi ) è Danny Boyle -  lo stesso di Trainspotting, il convulso stracult inglese -  che dopo aver girato il film, ne vorrebbe fare subito un altro di eguale ambientazione anche se di genere differente e  che sostiene  puoi lasciare l'India ma è l'India che non lascia mai te.

Verissimo. Anche se non nella dimensione convenzionale, stile hippy, old e new age, di viaggio alla ricerca di se stessi - operazione che se proprio necessita, non richiede particolare location e che può, volendo, essere praticata con successo anche sul divano di casa propria - ma solo se si pensa ad un universo senza mezze tinte,  a scala di valori completamente rovesciati, in cui è   proprio il differente ordine delle cose a determinare un coinvolgimento emotivo. 

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Ciò è impresso  con evidenza in mille fotogrammi di questo film (anglo - bollywodiano) che, uscito in sordina in pochissime copie, si è affermato al punto di essere tra i nominati per l'Oscar. Un' inattesa rivelazione.

Un po' Victor Hugo un po' Dickens,  con avvertenza tuttavia, che i patimenti dei bambini di strada, sono raccontati senza  ruffianerie, la storia si concede un happy end coreografico e liberatorio con accompagnamento di  nuove sonorità indiane. Fa capolino Frank Capra. Ma va bene così.

The mlionaire-96160

The Millionaire Un film di Danny Boyle. Con Dev Patel, Anil Kapoor, Freida Pinto, Madhur Mittal, Irfan Khan.

 Commedia, durata 120 min. - Gran Bretagna, USA 2008.

 

 

Scritto da sedlex in: la fabbrica del cinema
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sabato, 13 dicembre 2008
19:18

Lampo

Una piccola notazione,  per chi - fortunatissimo, nel caso - vorrà dedicarsi ad una  lettura, quella della Folie Baudelaire, che non è semplice, ma solo perchè siamo sempre meno abituati ad esplorare i territori del pensiero complesso. Per giusto contrappasso però, la scrittura è nitida, scorrevole, naturale, anche se le citazioni sono davvero tantissime e richiedono qualche andirivieni tra  motore di ricerca, reminescenze e scaffali di casa - diciamo  quelli posizionati nelle parti alte -  Poco male. Quando si chiude il libro, la sensazione di aver aggiunto al proprio bagaglio qualcosa, è netta e vale quel piccolo impegno.

 Il cuore, in ogni senso, dell'Opera è quello che Calasso chiama   lampo analogico, lo stesso che ha ispirato la cultura europea dai suoi inizi, segnando specialmente il Rinascimento e il diciannovesimo secolo. Un metodo d'indagine sicuro, da preservare in epoca di frantumazione ( del pensiero  ma anche delle relazioni).

Lampo dunque, racchiudendo la bella  parola in sè, gli esiti di un entusiasmante tragitto tra connessioni interdisciplinari ed intuito. Analogo significato è nascosto in questi versi : 

La natura è un tempio dove colonne viventi
lasciano talvolta uscire delle confuse parole
l' uomo vi passa attraverso foreste di simboli
che l' osservano con sguardi famigliari.
Come lunghi echi che da lontano si confondono
in una tenebrosa e profonda unità,
vasta come la notte e come la luce,
i profumi, i colori e i suoni si rispondono

Baudelaire

Il sogno di Baudelaire, l'unico che si conosca, è la vasta rappresentazione di un bordello che è anche un museo. Il labirinto dell'inconscio funziona come una sorta di Esposizione : nelle sale si susseguono, Ingres,  Delacroix, Degas, Manet, Rimbaud, Proust, Baudelaire, Constantin Guys, Berthe Morisot, Mallarmè, Flaubert, Sainte-Beuve. Opere sublimi ma anche artisti e critici minori degni di nota ovvero pura e semplice paccottiglia. (e mentre una folla si accalca intorno alle rappresentazioni, sullo sfondo si manifesta per un istante Napoleone III, che non dice mai niente, e mente sempre)

Calasso, che di questo gioco dell' immaginario è la guida, conosce minuziosamente  tutto quello che è avvenuto, che è stato scritto e dipinto in Francia dal 1830 al 1900 e ne propone di quando in quando interessanti digressioni. Siamo tuttavia ben lontani dalla banale esposizione di un erudito. Accostamenti continui tra un poeta e un pittore ovvero tra una poesia e l' articolo di un giornale di moda, rivelano audacia e tutt' altro approccio. 

Centro dell'attenzione è il Baudelaire scrittore di articoli e saggi su Delacroix, Gautier, Constantin Guys, Poe. Tutta la Folie Baudelaire  risente del suo punto di vista e del suo modo di sentire , ricercando Calasso con Baudelaire, una sorta di immedesimazione, particolarmente quando osserva  i personaggi o le figure mentali del proprio tempo. Ad un certo punto sarà Paul Valéry a sostituirsi a Baudelaire, il libro cambierà passo, forse perderà qualche nota di  entusiasmo, ritrovando  però, in cambio, una sorta di logico compimento.

 Valéry si augurava che un giorno potesse esistere una Storia Unica delle cose dello Spirito, che avrebbe sostituito ogni storia della filosofia, dell' arte, della letteratura e delle scienze. Da allora - scrive Calasso -  la storia analogica non ha fatto molti passi avanti. Rimane un desiderata sempre più urgente in un' epoca debilitata come la nostra.

Dunque la Folie Baudelaire è il tentativo di realizzare questo desiderio adottando come principale strumento interpretativo il lampo analogico di cui si è detto . Un'operazione coraggiosa, anche questa alla maniera di Baudelaire che non scriveva trattati ma al quale era sufficiente un cenno, nascosto in una considerazione sulla pittura, la letteratura o la politica, per cogliere, nuda, abbagliante, la verità metafisica.

E ancora, prosegue, Calasso a ribadire il concetto : Diderot non aveva propriamente un pensiero, ma la capacità di far zampillare un pensiero. Da lì, se si abbandonava al suo rapinoso automatismo, Diderot poteva arrivare ovunque

La Folie Baudelaire è un libro di Roberto Calasso edito da Adelphi

 

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sabato, 13 dicembre 2008
08:00

Ieri è uscito Fiume ( non solo a Roma )

Sciopero11
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giovedì, 11 dicembre 2008
09:01

In paradiso tu vivrai

 

Ci siamo. E' arrivato il momento di mettere mano alla Giustizia. Da largo Chigi a piazza del Quirinale, si va per vie maestre denominate del Corso, Quattro Novembre e Nazionale, ma ci si può arrivare anche percorrendo un dedalo di stradine laterali. Lo aveva pur dichiarato all'indomani delle elezioni : e adesso nessuno mi ferma. La partenza fu  l'Immunità. Quando sarà completata l'Opera - di smantellamento  dell'obbligatorietà dell'azione penale e di separazione delle carriere -  comunque  Silvio Berlusconi si sarà avvicinato al traguardo un po' di più.

Del resto ieri, ai margini della presentazione dell'ennesimo libro di Bruno Vespa,  il Premier è stato cristallino, quantomeno nell'esposizione del tragitto : nessun dialogo con i (riesumati per la circostanza) Marxisti trattino Leninisti dell'Opposizione. Per cambiare la Carta Costituzionale faremo da soli, poi ci rivolgeremo al Popolo (alludendo al referendum confermativo dell'art 138). Dunque nessun contributo della minoranza sarà valutato. Forte dei sondaggi - manco dei consensi - saranno sufficienti gli esiti contabili del quesito binario: SI o NO.

L'antietica al potere esige meccanismi penali regolabili  al variare del tornaconto. L'azione penale obbligatoria - Incubo Berlusconiano, così come la separazione delle carriere ne rappresenta il  Sogno -  sta per divenire discrezionale, cioè asservita al potere politico che presumibilmente stilerà l'elenco - quel reato sì e quello no - Nella prospettiva di una lunga stagione di occupazione del Potere, torna utile la possibilità di rimuovere ogni fastidioso impedimento.

Il referendum  elimina l'impaccio  di ottenere la maggioranza dei due terzi del parlamento ma è anche un'incognita. Si tratterà di spiegare agli elettori come stanno le cose.  

I caudatari sono già all'opera. Prontuario alla mano - la Giustizia non funziona! E' lenta. Farraginosa Politicizzata Vendicativa.. a Orologeria ! - ed ecco a voi la Panacea, il Paradiso in terra. Come accadde già per la Scuola e per la Sicurezza, molto sarà nelle mani di chi racconta il Paese. E di chi detiene i mezzi diffusione del Racconto.

Per la separazione delle carriere invece non serve nemmeno scomodare il Popolo, si fa tutto  da noi. Inquadrati i pubblici ministeri in una carriera separata dai giudici, ridotti a  organo requirente puro e semplice, operativi su materiale raccolto dalla  polizia, l'esecutivo avrà pieno controllo sull'amministrazione della giustizia. Il gioco è fatto.

Bene ha concluso Ezio Mauro nell'editoriale di oggi su Repubblica  : Siamo quindi davanti non a una riforma, ma a una modifica nell'equilibrio dei poteri, che va ancora una volta nella direzione di sovraordinare il potere politico supremo dell'eletto dal popolo, facendo infine prevalere la legittimità dell'investitura del moderno Sovrano alla legalità. Eppure, è il caso di ricordarlo, la funzione giurisdizionale è esercitata "in nome del popolo" perché nel nostro ordinamento è il popolo l'organo sovrano, non il capo del governo. Altrimenti, si torna allo Statuto, secondo cui "la giustizia emana dal Re, ed è amministrata in suo nome".

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mercoledì, 10 dicembre 2008
06:35

Question time ( tra suicidio e pc)

Matteo_Salvini

Matteo Salvini, estromesso -  quale offesa ai Diritti  - da Face Book,  luogo virtuale in cui ogni politico che si rispetti ha un account e tramite quello, mantiene vivo il dialogo con le masse - Second Life no, dilaga di meno,  lì, a scanso di figuracce, bisogna conoscere, parlate e scritte,  un paio di lingue e usare con un minimo in più di perizia il pc - ha immediatamente predisposto un'interpellanza parlamentare al Ministro delle Comunicazioni per conoscere più da vicino alcuni numeri di questa realtà. Chiedo quanti italiani risultano iscritti a Facebook, se e quale tipo di controllo risulti al ministero essere effettuato e da parte di chi, dove risultino le sedi operative del social network in questione e chi ne siano i legali rappresentanti, se e quanti siano i casi segnalati di censura e di eliminazione di iscritti, gruppi o altro in rete.

Questione di vitale importanza sul fronte dell'Evoluzione Culturale del Paese. Investire gli uffici del Ministero  delle necessarie ricerche, onde poter consentire al ministro pronta ed esaustiva risposta, deve essere sembrato a Salvini più che  doveroso.

Poi però, nemmeno troppo tra le righe delle dichiarazioni rese ad Affaritaliani.it, si può leggere come Salvini stesso ipotizzi essere alla base dell'estromissione, non una violazione della netiquette, ma un eccesso di interattività.

E dove sarebbe accaduto tutto ciò? Che domande. Ma in Parlamento! La sinistra ha fatto ostruzionismo alla Camera dei Deputati, e ha parlato per cinque ore filate. Le alternative erano il suicidio o il computer. E quindi io sono stato lì, ad ammazzare il tempo, smanettando con la mail e con Facebook. Sono stato collegato un sacco di tempo, e magari avrò fatto troppe robe. Però cavolo, che almeno ti avvisassero.

Inutile ricordare a Salvini che tra suicidio e computer ci andrebbe giusto giusto lo spazio per espletare il compito istituzionalmente assegnatogli : seguire i Lavori. Compresi quelli con i dibattiti meno eccitanti. Ciò, in nome e per conto degli elettori che fiduciosamente hanno votato Lega. Che poi in materia di efficienza e fannullonismo, dimostrano essere sempre i più esigenti.

Come la giri la giri, questa storia può ben figurare nella nota dei  tristi segnali di decadimento. Ma davvero per recuperare notizie come quelle richieste da Salvini c'è bisogno del question time? Se penso alla lentezza con la quale procedono i lavori parlamentari, su ben altre faccende, mi viene voglia di suggerire a certi rappresentanti dei cittadini di migliorare il proprio umore semplicemente cambiando mestiere.

C'erano una volta i presidenti della Camera che governavano l'assemblea muniti di binocolo. Odioso strumento di controllo, si dirà, anche se non precisamente a quella bisogna era destinato. Però funzionava : meno pianisti, meno cappi, meno telefonisti, meno pacchetti del salumiere.  Lo sa Matteo Salvini che nelle Aule di Tribunale sono proibiti i telefonini e che anche il tener aperto il giornale sul banco, in attesa che si celebri il processo, è considerato sconveniente e passibile di reprimenda da parte dei Presidenti?

Anche lì si lavora in nome e per conto di Qualcuno a cui si deve rispetto. Qualcuno che oltretutto quegli operatori di Giustizia, non ha nemmeno eletto.


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martedì, 09 dicembre 2008
07:56

Evviva Stella !

La lettura di Duras, Cocteau e Balzac , come scoperta entusiasmante dell'adolescenza, ma soprattutto come  antidoto sicuro e sostegno a superare  una condizione culturalmente svantaggiata, deve aver innervosito i censori italiani al punto di infliggere a Stella, film di Sylvie Verheyde ( distribuito in Italia da Nanni Moretti), il divieto ai minori di quattordici anni.

Altri motivi non se ne scorgono in questa scelta francamente ridicola, avverso la quale la Sacher  ha fatto ricorso (previo pepatissimo comunicato stampa ). Ciò detto - e auspicando un felice esito a tutto l'iter -  eccoci a  Stella, ragazzetta di periferia cresciuta nel bar dei suoi, catapultata armi, bagagli e finta pelliccetta al collo della giacca, in una scuola del centro in cui coetanei du genre protégé non le risparmiano atteggiamenti  di sufficienza.

Stella in realtà, non partecipa al  confronto tra differenti stili di vita come una ragazza del tutto sprovvista di argomenti. E' sveglia, intelligente e poi nel bar ha imparato un sacco di cose sul calcio, sui cocktails e sulle regole della belote - la briscola francese - o su quelle del biliardo, conosce a memoria le parole delle canzoni  del juke box - Sheila, Eddy Mitchell, Daniel Guichard, siamo negli anni 70 - e tirando tardi davanti alla televisione, ha scoperto i  vecchi film di culto del  programma Le ciné-club.

Tutto questo naturalmente non è sufficiente alla formazione di  una ragazzina che sta maturando mentre  scopre l'amicizia, l'amore e - quando un avventore del bar che l'ha vista crescere tenterà di abusare di lei -  persino il tradimento  Sarà una compagna di scuola  du genre protégé ma un po' meno imbecille degli altri ad offrirle amicizia e l'occasione per impossessarsi di buone letture e buona musica.

Di lì a capire che la cultura è importante, aiuta ad affrontare la vita con le sue sfide e le sue brutte sorprese è un attimo. Sono tutti lì Les quattre cents coups di Stella, la botta di vita. La grande occasione. 

Ma c'è un aspetto del tragitto di questa ragazza che rende ancora più incomprensibile il divieto della censura italiana : la scoperta che l'apprendimento matura solo nella dimensione collettiva del confronto che solo la scuola può consentire. Dunque niente abbandoni scolastici, è l'invito che sotterraneamente,  il film rivolge ai giovanissimi. Resistete!

Un piccolo gioiello, un film con qualche imperfezione ma  edificante senza l'impiego  di retorica e luoghi comuni. Sguardo incantato e grinta. Come Léora Barbara, la bravissima interprete.

 

Stella è un film di Sylvie Verheyde. Con Leora Barbara, Karole Rocher, Benjamin Biolay, Guillaume Depardieu, Thierry Neuvic, Jeannick Gravelines, Valérie Stroh, Johan Libéreau, Melissa Rodriguès, Laëtitia Guérard, Anne Benoît, Christophe Bourseiller, Yolaine Gliott. Genere Drammatico, colore 102 minuti

Scritto da sedlex in: venezia 2008, la fabbrica del cinema
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lunedì, 08 dicembre 2008
19:22

Natale in casa Vuillard

 

Settimo film di Arnaud Desplechin,  regista che possiede il talento di concentrare anche la  trama più complessa e articolata, in sequenze brevi, dunque particolarmente versato a raccontare storie - come questo suo Un conte de Noël -  familiari , ovvero per dirla con i Cahiers che questo film molto hanno elogiato, di delirio genealogico.

Benvenuti dunque a casa dei Vuillard, famiglia altoborgese colta e numerosa. Siamo a Natale cioè nel momento più adatto per cogliere, tra albero, presepe e messa, esplosioni di tranquilla crudeltà da psicosi autodistruttiva che si  manifestano in termini di assoli, lampi onirici, voci fuori campo, dialoghi abrasivi, scontri frontali (e fisici).

Dramma psicologico più melò, in partitura a più voci,  ma la forma è ineccepibile nel racconto che si dipana intorno ad una malattia devastante che molti anni prima aveva ucciso il bambino di Abel e Junon - i padroni di casa - e che sta per colpire di nuovo quest'ultima. Allora, sarebbe servito un trapianto di midollo osseo compatibile che nemmeno l'apposito concepimento di un altro figlio potè offrire. Oggi un nipotino dei due, a rischio della propria, potrebbe salvare la vita di Junon....

Attori - recitanti, e di brutto - che sfiorano il sublime. Un contropanettone potente quanto un mezzo da sbarco.

 Racconto di Natale è  un film di Arnaud Desplechin. Con Catherine Deneuve, Jean-Paul Roussillon, Mathieu Amalric, Emile Berling, Françoise Bertin

 Drammatico, durata 150 min. - Francia 2008

 

 

 

 

Scritto da sedlex in: cannes 2008, la fabbrica del cinema
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domenica, 07 dicembre 2008
10:38

La fabbrica dei tedeschi

Va reso merito a Ballarò e a Giovanni Floris di aver messo insieme, ieri sera,  una trasmissione sulla Thyssen Krupp misurata e di notevole  impatto. Raccontando di quell'episodio gli aspetti civili, richiamando ognuno alle proprie responsabilità e mostrando del  dolore gli aspetti meno spettacolari e più controversi -  i retropensieri, le ricadute, l'insito e crudele bisogno di rivalsa -  ha sottratto lo spettatore al rischio quotidiano di vedersi scorrere sotto agli occhi, immagini codificate della Tragedia e del Lutto, mentre è comodamente seduto sul divano di casa, oramai anestetizzato dalla ripetitività e dalla retorica delle narrazioni.

Scarnificata dal superfluo, emerge con nettezza l'immagine di una drammatica impotenza : correggere il nostro atteggiamento troppo distratto, sollecitare le istituzioni, soccorrere chi è rimasto, ma ognuno di questi compiti richiama un'altra immagine: quella di ostacoli difficili da rimuovere.

Presenze appropriate e non abituali in televisione -  nessun politico a promettere o a esecrare ma su tutti, la nobiltà dell'autocritica di Guglielmo Epifani -  hanno conferito all'insieme, sobrietà. Degna di nota anche la lettura che Valerio Mastandrea ha offerto del brano di Ezio Mauro Gli operai di Torino diventati invisibili .

Domani anche l'Infedele di Gad Lerner ricorderà i morti della Thyssen  con la proiezione del film di Mimmo Calopresti  La fabbrica dei tedeschi.

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sabato, 06 dicembre 2008
06:48

Salerno - Catanzaro (andata e ritorno)

 giustizia 20537

Nell'ambito della trentennale Saga denominata Guerra tra le Procure d'Italia, tra carabinieri inviati da Salerno che sequestrano atti di un'indagine in corso a Catanzaro e Carabinieri inviati da Catanzaro che sequestrano il "sequestrato", l'intervento del Presidente della Repubblica, checchè ne dica Antonio Di Pietro, si rivela provvidenziale, non fosse altro perchè continuando di questo passo, ad una  vicenda già complicata di per sè, si sarebbero aggiunte altre iniziative, rendendo così il tutto più simile ad una matassa inestricabile che a una vicenda giudiziaria

L'esperienza insegna poi, che questi conflitti tra Poteri dello Stato, non solo non giovano alla credibilità delle istituzioni, essendo vissuti dai più, e non a torto,  come incomprensibili  diatribe,  ma soprattutto, nel caso si tratti di Giustizia,  non sono in alcun modo utili ne' al compimento delle indagini, ne' alla celebrazione dei relativi processi. Ne deriva un senso di spaesamento e sfiducia dei cittadini, nei confronti della possibilità di veder tutelati i propri interessi, del quale francamente potremmo fare meno.

Così mentre  Salerno tenta di impedire indagini in corso ( le solite, Poseidone e Why not) a Catanzaro, Catanzaro risponde con un' ulteriore inchiesta su Salerno. Tutto questo con scambi di avvisi di garanzia tra magistrati  e messa sotto accusa, da parte di Salerno, di tre esponenti del Consiglio Giudiziario e da parte di Catanzaro, contro le toghe di Salerno, per abuso di ufficio e interruzione di pubblico servizio. I fascicoli al momento sono tornati a Catanzaro. 

Questo caso, che tutti definiscono giustamente  limite o senza precedenti - ma per tipologia, niente affatto inusuale - semplice non è, ma nemmeno poi troppo kafkiano.

 L'inchiesta, com'è noto, un tempo affidata al giudice De Magistris, contiene tra le altre,  ipotesi sul presunto coinvolgimento di Romano Prodi e Clemente Mastella in fatti  la cui pubblicità, provocò direttamente o indirettamente la caduta del governo e la fine anticipata della legislatura.

Su tutta questa corposa materia, ha già valutato  un GIP, il Tribunale del riesame e la Corte di Cassazione. Mentre specificatamente sulle procedure e i metodi adottati per mettere insieme le indagini,  si è pronunziato il Procuratore generale della Cassazione, il CSM e di nuovo la Cassazione, respingendo il ricorso di De Magistris avverso queste ultime decisioni. In nessun caso De Magistris ha avuto ragione dei procedimenti in questione.

Se ne deduce che la Procura di Salerno col suo comportamento smentisce di fatto  l'operato dei propri  organi di autogoverno.

Sostiene il Quirinale in una nota : se Salerno si fosse limitata a chiedere copia degli atti dell'inchiesta, invece che procedere al sequestro, di fatto non sarebbe successo nulla.

E infatti una simile modalità, evidentemente sottende il volere dei giudici di rendere quantomai pubblici i risultati di un' inchiesta che, indipendentemente dalla rilevanza penale ( fin qui scarsa), rivela comunque un sistema di gestione del potere perverso ed inammissibile.

E siamo d'accordo che tra le due cose  non c'è rapporto d'interdipendenza. Ma il compito dei magistrati è portare a termine il lavoro investigativo, celebrare i processi e punire i colpevoli, non sostituirsi alla Politica.

Poichè resta inteso che in costanza di questo scontro dei Titani e delle Giurisdizioni, l'attenzione si concentra esclusivamente su delicate questioni procedurali, mentre  le indagini Poseidon e Why not  subiscono l'ennesimo arresto.

Sostiene Di Pietro che un sistema trasversale si muove per bloccare Why Not. Seppure fosse, la Procura di Salerno ci avrebbe messo del suo a favorire  ulteriori stop.

Il futuro è già segnato : quest'oggi il CSM ascolterà i Pubblici Ministeri, nei giorni successivi  presumibilmente  nuove audizioni interesseranno  entrambe le Procure dove anche  il Guardasigilli ha inviato i suoi ispettori. Tutto questo  mentre il Procuratore Generale di Cassazione ha aperto un'istruttoria avviando già gl'interrogatori.

Ciò detto non stupisce affatto che il principale indagato Antonio Saladino, dopo ben dieci istanze ai PM, sia stato ascoltato solo dalla Procura di Paola. Sì ma relativamente ad altra indagine.

Tra Salerno e Catanzaro, una puntatina a Roma al CSM o in Cassazione, una sosta in televisione e un'altra a farsi intervistare dai giornali, dove lo si poteva trovare il tempo?

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giovedì, 04 dicembre 2008
00:15

La parola più bella della lingua inglese

indignation

Penultimo libro - l'ultimo è in fase di elaborazione - di Philip Roth che qui risolve  i temi tradizionali della sua letteratura - angoscia esistenziale, senso di disfacimento - in disperata ribellione verso una vita che sembra riservare solo ingiustizia e dolore. Indignation è, secondo Roth, la parola più bella della lingua inglese, suggerendo il termine un moto disincantato, un ammorbidimento non annacquato, forse un'evoluzione dei termini  rabbia, vendetta, astio, assai frequenti nei suoi scritti.

Attraverso le reminiscenze indotte dalla morfina, la storia di disperazione ed inesperienza di Marcus Messner, gravemente ferito nella guerra di Corea e prossimo alla morte. Figlio di un macellaio Kasher del New Jersey,  per sfuggire alla personalità opprimente del padre, ad una famiglia iperprotettiva e alla propria stessa identità ebraica, decide di frequentare il Winesburg College, in Ohio.

 L'allontanamento  si rivelerà un' inutile fuga con esilio da se stesso, ne' Marcus riuscirà a comprendere il senso dell'insegnamento paterno, in cui, al netto di atteggiamenti ossessivi ed isterici, era contenuta una verità nella definizione del  modo terribile e incomprensibile in cui anche le scelte più banali, occasionali e comiche, ottengono il risultato più sproporzionato. Marcus Messner  molto somiglia a Roth: dolorosamente intelligente, consapevole di sè e controllato, esteta di natura. Sempre alle prese con le proprie scissioni nevrotiche :  tra mente e corpo, sesso e ragione, desiderio e dovere. Tra la famiglia e se stesso, tormentato, inoltre  da donne impossibili, genitori protervi, e per finire, dalla sua cattiva coscienza.

Del resto, di che altro si potrebbe scrivere? Tuttavia, con la sua prosa così naturale, agile,  forte, Roth, a torto definito romanziere intimista ed egotico, particolarmente per l'andamento dei suoi lavori dalla fine degli anni 90 in poi, non tralascia mai di restituirci un ritratto ben confezionato del proprio paese . Sotto questo aspetto Indignation romanzo della crescita come frattura e del dolore di vivere, non fa troppo rimpiangere ne' Pastorale ne' Portnoy ne' la Controvita.I suoi capolavori.

Indignation è un libro di Philip Roth edito da Houghton Mifflin Company. Boston  2008

 

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martedì, 02 dicembre 2008
09:48

Toglietevelo dalla testa ( Massimo della chiarezza)

Quando ci sarà bisogno di trovare un nuovo leader, io credo che dovrà essere una persona di un'altra generazione...non è più cosa per noi..
A questo punto è il tempo di una nuova generazione: noi dobbiamo dare una mano perché questa generazione possa affermarsi e prendere nelle sue mani il destino della sinistra e spero del paese

Massimo D'Alema, domenica 30 novembre, a Crozza Italia

La generazione internettiana che nel PD chiede il ricambio, il rinnovamento e il turn over,  molto si sta compiacendo del fatto che Massimo D'Alema, domenica scorsa, abbia pronunziato le parole di cui alla premessa.

E anche chi scrive, come altri del resto, vorrebbe vedere il cambiamento. Salvo che se il nuovo non esprime le proprie posizioni po-li-ti-che che s'immaginano discontinue rispetto al tanto vituperato establishment in modo chiaro e articolato, sia propensa a  tenersi il vecchio, almeno sa di che morte  morirà, ovvero dove e come andare a contrastare quel che non le garba. Sempre quando sarà il momento.

Senza considerare un dato di fatto incontrovertibile e assolutamente fuori da qualsiasi benaltrismo, e cioè dello scarso appeal che un problema di rinnovo delle classi dirigenti ha presso l'elettorato del PD in questo momento. Basterebbe fermarsi ad ascoltare i discorsi, anche solo quelli del bar o dell'autobus, per capire che assai più che la disfida generazionale, quel che interessa è capire quanto possa incidere l'Opposizione in un ottica di miglioramento, ovvero di superamento della disastrata contingenza. Su questo s'interrogano gli elettori. E chi scrive.

Strano poi, per  tornare alla trasmissione,  che nessuno si sia accorto di quel passaggio del discorso, riguardante la perdita di credibilità  della politica, in cui lo stesso D'Alema, rispondendo a Crozza ,  ha affermato come sia stata proprio la crisi dei grandi partiti e  l'ingresso in massa della società civile nei luoghi della Rappresentanza, a determinare il fenomeno di scadimento. Aggiungendo, qualora non fosse sufficientemente  chiaro,  una piccola notazione autobiografica sul proprio excursus ( prima la FIGCI, poi gl'incarichi regionali, poi quelli nazionali  etc etc, in una sorta di training irrinunziabile  di cuo  le organizzazioni politiche si avvalevano onde poter selezionare i dirigenti.

Un'affermazione importante, forse l'unica pronunziata  in senso davvero antagonista rispetto alla visione veltroniana del  Partito leggero  ( all'americana, insomma)

Se si connettessero le due espressioni, il quando ci sarà bisogno e l'elogio del ceto politico del passato (della Prima Repubblica, in sostanza),  mi pare che i Rinnovatori o aspiranti tali,  avrebbero pochissimo da compiacersi. Secondo D'Alema, leadership e rappresentanza non dovrebbero essere affidate troppo a quella società civile  di cui sono  esponenti.

Il toglietevelo dalla testa del titolo sia detto senza aggressività, ne' riguarda  le chanches di successo di coloro i quali aspirano a sostituirsi alla attuale classe dirigente. I migliori auguri, anzi. 

Ma egualmente toglietevi dalla testa che uno scontro aperto tra D'Alema e Veltroni avvenga mai. Men che meno sul rinnovamento delle classi dirigenti. Quando ci sarà bisogno troveranno una ricomposizione. Questa storia dello Storico Contrasto, che concerne pochissimo questioni di merito, riguardando più specificatamente faccende interne, di direzione del Partito, dura da oltre  dieci anni, dal 1994, per dire.  

Era Storico già alla nascita.  Gonfiato  da mediaticità. Si nutre soprattutto di teste docili.

Dunque, se nella testa ci sono obiettivi, progetti, che li si portino avanti. Senza fare giochi di sponda con l'Uno o con l'Altro. Chi vuole il ricambio pensi all'Ulteriore. Alla fine potrà prevalere solo chi avrà la forza ( delle idee, dei numeri). Sparigliando. E dunque rinnovando. Sul serio.

per le foto di D'Alema io continuo a servirmi di una sezione del suo sito personale titolata "cose mai viste" in cui i lettori si divertono a commentare immagini buffe del titolare. Anche questa è prelevata da lì.

Scritto da sedlex in: democrat
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