domenica, 15 novembre 2009
18:14

Salsa Pedro

Cannes 2009 abbracci-spezzati-134015

Anche se non fosse - come dicono i patiti delle graduatorie -  il miglior Almodovar, avercene. E poi se i termini di paragone sono Parla con lei o Tutto su mia madre, superarsi non sarebbe impresa da poco nemmeno per uno come lui.

Maltrattato in patria dal maggior quotidiano nazionale  - presuntuoso noioso e vuotoLos abrazos non è un film che ha il requisito dell'immediatezza. Presi, come ci si ritrova,  a sbrogliare una trama che dispiega personaggi - ciascuno col proprio doppio - su tripli piani temporali,  tra rimandi, ruoli, destini incrociati e citazioni, il piacere del film potrebbe sfumare.

In realtà,  a meno di essere integralisti della modalità narrativa A-B-C, nel tipo di struttura prescelta, risiede molto del fascino del film. Il resto è affidato ad una gran complicità artistica ed umana con Penelope Cruz, ad un utilizzo al meglio di ogni strumento a disposizione - musica, costumi, scene etc - e ad un gusto cinefilo smodato.

Il che rende amabile ogni fotogramma, vuoi per la presenza per niente discreta - e giustamente! - di Viaggio in Italia, vuoi per l'omaggio al Cinema e a chi , maestranze comprese, lo realizza. 

Ma non si tratta di citazioni tout court, piuttosto del mostrare senza reticenze quale peso abbiano avuto, registi come Malle, Hitchcock, De Palma, Tarantino, Godard, Demy, Antonioni, Allen, Minnelli nel suo cinema.

Storia di amour fou in cui la gelosia e la voglia mettersi  a (ri)fare cinema giocano un ruolo chiave.Tradizionale melodramma noir, cucinato in struggente salsa Pedro.

Gli abbracci spezzati è un film di Pedro Almodóvar del 2009, con Penelope Cruz, Lluís Homar, Blanca Portillo, José Luis Gómez, Tamar Novas, Rubén Ochandiano, Rossy de Palma, Ángela Molina, Carlos Leal, Carmen Machi. Prodotto in Spagna. Durata: 129 minuti. Distribuito in Italia da Warner Bros.

 

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sabato, 14 novembre 2009
04:11

Solo il tramonto

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Preceduto da polemiche e intimidazioni tali da indurre una Produzione evidentemente sfiancata, a  rinunziare al finanziamento pubblico, arriva infine nelle sale La Prima Linea, film non apologetico, come in molti si sono già affrettati a scrivere - ma che s'aspettavano? La celebrazione della pistola alla cintola ? -  ma soprattutto, altra litania ricorrente e del tutto trasversale, al quale manca ora questo, ora quello : la definizione dei contesti, le cause scatenanti, l'analisi sociopsicopolitica e chi più ne ha più ne metta.

Vero è che il rapporto tra cinema e terrorismi è lungo e sofferto e che infinite sono le angolature utilizzate per raccontare la storia della violenza politica degli anni cosidetti di piombo. Rimarcando la profonda differenza tra film e volume di storia, ovvero tra film e documentario in venti puntate, stile Rai Educational , trovo naturale che sia così. Anzi direi che alle volte il fatto che manchi qualcosa o che ad altre semplicemente si alluda, non appartenga necessariamente ad una tendenza omissiva ma che spesso allontani il rischio del didascalico, sempre in agguato quando si tratta di rivoluzioni vere o presunte.

I film che funzionano non fanno ragionamenti profondi, piuttosto li inducono. Non danno risposte, le sollecitano. Con tutto il rispetto per i parenti delle vittime e un po' meno per gli attivisti  ministeriali della censura, il Cinema dovrebbe essere altro. E in quest'altro un ruolo preponderante occupa la possibilità,  o meglio lo spazio, dato  agli spettatori di guardare oltre lo schermo e, se del caso, di giudicare.

 E' anche vero che il panorama complessivo dei film di questo genere, a parte rare eccezioni, è dominato da una sorta d'imbarazzo, ovvero da una volontà ossessiva di prendere le distanze che tutto finisce col distorcere.

In tal  senso il cinema è la spia migliore di come con l'intera vicenda del terrorismo, qui da noi, come altrove, non si siano mai fatti i conti fino in fondo. Liquidando frettolosamente la questione in termini di condanna, la si è sottratta ad una sincera analisi, stavolta sì, delle motivazioni profonde del fenomeno.

Prova ne sono le resistenze che progetti simili incontrano, particolarmente se messi in piedi sulla scorta di libri o testimonianze dei protagonisti.

Di cosa si ha paura? Qualcuno forse della inequivocabile - ovunque in Europa - matrice antimperialista, altri di sentir parlare di repressione e violenza di Stato?

Sbaglierò, ma tutta la fatica dell'Italia di cimentarsi con la tragicità, la complessità e le contraddizioni del terrorismo italiano che Benedetta Tobagi citava ieri in un articolo su Repubblica, io non l'ho avvertita.

Come, pur condividendo il suo parere sul cinema tedesco, tanto più evoluto del nostro,in materia - con l'eccezione di Buongiorno notte - non a La Banda Baader Meinhoff - prodotto dignitoso ma dal taglio commerciale in cui, a ben vedere, le lacune sono voragini - rivolgerei l'attenzione, ma a capolavori quali Germania in Autunno, lì in effetti il passo decisamente cambia.

Certo è che in Germania mai si sognerebbero di condizionare il finanziamento pubblico al gradimento post visione del ministro, ovvero alle correzioni apportate dai parenti delle vittime.

Ciò detto, La prima Linea è un film che sceglie le  esperienze personali e quotidiane di un gruppo di terroristi - una sorta di storia della lotta armata vista da dentro - come partenza e filo conduttore, per poi sviluppare attraverso  vari piani temporali, il racconto di alcuni fatti di cronaca emblematici.

In questo procedere avanti e indietro della narrazione è possibile intravedere le motivazioni di una scelta politica ed esistenziale che, evento dopo evento, errore dopo errore, sospinge i protagonisti in un vicolo cieco.

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La struttura è piuttosto semplice e il percorso individuale assai comune in queste storie, dunque ho trovato il film assai credibile oltre che veritiero, incluso il fastidio che possono suscitare personaggi nevrotici e in perenne stato di concitazione, sovrastati da un senso di fallimento e di sconfitta che condiziona ogni loro gesto . Per chi non lo sapesse, le cose, almeno da quel punto di vista, stavano esattamente così.

Ovvio dunque che nel tentativo, peraltro abbastanza riuscito, di esplorare la vicenda da un certo punto di vista, ponendosi gli sceneggiatori ed il regista, il problema del racconto alla giusta distanza, a qualcuno poi manchi la poesia, ad altri il sogno, ad altri ancora l'individuazione precisa del nemico da abbattere o l' enumerazione cronologica di tutti gli eventi. Come se si trattasse di questo...

Sceneggiatura coerente, Mezzogiorno e Scamarcio perfetti nel ruolo di chi scambia l'alba con il tramonto, slogan promozionale ad effetto che solo in parte definisce il film.

La prima linea è un film di Renato De Maria del 2009, con Giovanna Mezzogiorno, Riccardo Scamarcio, Liam Riccardo, Daniela Tusa, Awa Ly, Fabrizio Rongione, Lucia Mascino, Jacopo Maria Bicocchi. Prodotto in Italia. Durata: 96 minuti. Distribuito in Italia da Lucky Red

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lunedì, 09 novembre 2009
08:12

Muri, fili spinati, reti, check point

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Tra Ceuta e Melilla ci sono 223 km di barriera volute da Aznar e potenziate da Zapatero. Dividono l'Africa dall'Europa.Con tutto quel che significa.

Nel Sahara occidentale una massicciata lunga 2.570 km segna l'appropriazione - illecita - del territorio saharawi da parte del Marocco.

Tra il Botswana e lo Zimbawe 500 Km di  rete elettrificata impediscono l'ingresso illegale degli zimbawesi in fuga da fame, miseria e persecuzione.

Tra Messico e Arizona, California, Nuovo Messico e  Texas, una barriera di 550 km variamente composta ( muri in cemento, fili spinati, reti elettrificate) protegge gli Usa dall'immigrazione clandestina.

E ancora in North Corea, Bangladesh, Tibet, Birmania, Kashmir, Afghanistan, Uzbekistan Khazakistan, Yemen, Gaza, Cipro e nelle città di Baghdad e Padova -  via Anelli, persistono muri, superstrutture, recinzioni, barriere già costruite o costruende,  per proteggersi dall'immigrazione, dal terrorismo dalla Paura.

Nel giorno in cui si celebrano la Caduta del Muro e la rinascita di un sogno di democrazia, è giusto ricordare le  migliaia di muri sparsi in tutto il mondo che restano ancora da abbattere.

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sabato, 07 novembre 2009
08:02

I like baseball, movies, good clothes, whiskey, fast cars... and you. What else you need to know?

nemico-pubblico-122770L'ennesima rappresentazione del gangster gentiluomo, si potrebbe pensare, ovvero un' ulteriore celebrazione dell'impresa criminale selettiva, all'epoca, già abbondantemente rivisitata, della Grande Depressione. Quando cioè svuotare il caveau della banca distruggendo i registri dov'erano annotate le somme in carico ai piccoli debitori, era considerato un atto eroico. E lo sarebbe probabilmente anche oggi se non fosse per il fatto che i criminali hanno preso tutt'altra strada.

Ma qui abbiamo la puntigliosa eleganza - uncompromised  and committed si autodefinisce il regista - di  Michel Mann e la precisione interpretativa di Johnny Depp, dunque piuttosto che alle mitragliette e al jazz, la narrazione ruota, pur senza tralasciare una certa accuratezza delle ambientazioni , intorno al rapporto tra la Legge e il Ribelle.

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Siamo ad uno dei capitoli cruciali della storia americana.  Nel midwest  duramente colpito dalla crisi,  rapine a mano armata e  rapimenti, soprattutto di bambini, a scopo di estorsione, erano frequentissimi. I fuorilegge si chiamano Bonnie and Clyde, Machine Gun Kelly, Pretty Boy Floyd, John Dillinger.

Ma benchè  si trattasse di un fenomeno  circoscritto, regionale, il Governo vide la possibilità di farsi buona stampa in un momento difficile, coinvolgendo l'intera nazione in una sorta di crociata contro la criminalità.

L'ascesa di J. Edgar Hoover, controverso capo dell'FBI, non sempre al servizio della nazione, per ben otto presidenti - da Roosvelt a Nixon - e del suo fido collaboratore Melvin Purvis qui interpretato da Christian Bale, comincia proprio con Dillinger. 

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Il dispositivo del controllo sociale  parte  dalla manipolazione dell'opinione pubblica, dal definire Nemico Pubblico Numero Uno un audace teppista che grazie agli otto anni - un po' troppi - di carcere per tentata rapina, aveva studiato metodo, tattica e strategia di assalto alle banche, dal detenuto ex militare tedesco Dietrich, che si era reso protagonista di evasioni clamorose ed irridenti, che faceva fare la figura dei Keyston Cops ai poliziotti.

 Dunque con una squadra speciale anti Dillinger e l' ordine di sparare e poi contare fino a dieci, Edgar Hoover affronta il Nemico che intanto acquista via via popolarità - anche Johnny sapeva manipolare i media - il suo arresto in buick fra ali di folla plaudente, ne sono l'inconfutabile prova.

Grande prova d'attore per Johnny Depp particolarmente preso dal personaggio, ma soprattutto magnifica  regia che sceglie non l'andamento e la coloritura nostalgica  da film d'epoca ma i reali luoghi dove sono accaduti i fatti per far sì che la storia sia immersa nel reale e  il movimento, la velocità dell'azione. Dunque gran schieramento di macchine digitali - Mann continua con le sperimentazioni già avviate col bellissimo Alì - e sovrapposizione di immagini tra passato e presente per il racconto dell'icona popolare del solitario, audace, generoso, elegantissimo criminale.

Degno finale al cinema Biograph - e dove sennò ? - in un gioco di specchi con Clark Gable - il film è Manhattan Melodrama - mentre la musica allude - Bye Bye Blackbird - al nomignolo con cui Johnny chiamava la sua ragazza.

Nemico pubblico - Public Enemies è un film di Michael Mann del 2009, con Christian Bale, Johnny Depp, Channing Tatum, Billy Crudup, Marion Cotillard, Leelee Sobieski, Emilie de Ravin, Giovanni Ribisi, David Wenham, Stephen Dorff. Prodotto in USA. Durata: 140 minuti. Distribuito in Italia da Universal Pictures

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venerdì, 06 novembre 2009
11:31

It's ok, we're Americans, we're here to help you!

Venezia 2009 the-men-who-stare-at-goats-129757A chi sostiene che la riforma sanitaria costa troppo, Obama - destinatario, in questi giorni, di precoci e, manco a dirlo, iettatori de profundis, per via di due staterelli in cui i democrats hanno preso la tranvata - abitualmente risponde : mai come una guerra.

Un metodo meno dispendioso delle trovate del Pentagono, vedi bestie di Kandahar e altre simili miliardarie diavolerie, tuttavia ci sarebbe. D'acchitto può sembrare più strampalato di una comune teoria del complotto - altra specialità made in USA - ma Jon Ronson autore, mai smentito,  del libro Capre di Guerra - che ha ispirato il film -  assicura che nell'esercito degli Stati Uniti c'è stata, probabilmente c'è  e ci sarà,  apposita sezione per la messa a punto di tecniche di potenziamento delle capacità di leggere nel pensiero, attraversare i muri da parte a parte, uccidere gli animali con lo sguardo e via dicendo .

Attività  paranormali dunque in luogo del più classico percorso di guerra, con l'aggiunta di quel tanto di venatura sciamanica da indurre qualche perplessità, ma  solo per un attimo. Poichè tutto è meglio  della tortura e dell'uranio impoverito, vada pure per la corrente di pensiero militar-castanediana. Magari funziona come diversivo.

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Nel film, il giornalista McGregor, in vena di sensazionalismi da fronte bellico - siamo in Iraq - inciampa in Lynn Cassady, un militare che rivela essere del New Earth Army Usa, un corpo speciale istituito dopo la fine della guerra in Vietnam per la sperimentazione di nuove tecniche di combattimento.

 La base irachena di questo corpo è un segretissimo campo pieno di capre mute, prigionieri in tenuta arancione e soldati strafatti, guidati da un ex  hippy che li  addestra, nel più puro stile  New Age, a scambiarsi fiori, a pregare il Sole e a vincere la guerra con baci e tenerezze. Trattasi di individui, in grado di diradare le nuvole col colpo d'occhio e di piegare le forchette con la forza del pensiero ma soprattutto di ridurre in cenere, qualsiasi forma di militarismo, disciplina, gerarchia, machismo. Quando gli americani sono in guerra tutto può succedere sembrano recitare il sopra, il di lato, e il sottotesto.

Venezia 2009 the-men-who-stare-at-goats-127207

Ben congegnato il gioco dei flashback e brillante la sceneggiatura . Cosa c'entrino però  le capre e che fine faranno, lo si saprà vedendo questa corrosiva - una gag via l'altra -  commedia antibellica, perfettamente diretta da Grant Heslov coproduttore insieme a Clooney, per la di loro ( e d'altri amici)  Smokehouse, impresa friccicarella ( lunga vita!) che prende il nome dalla tavola calda vicina alla Warner Bros, meta abituale di Clooney ai tempi di ER.

E a proposito di Clooney che abbandonate le facce e faccette delle conferenze stampa e le risposte spiritose  ad una certa grossolanità di alcuni intervistatori, diventa un attore al servizio delle storie che racconta, pieno di talento, sensibilità e sfumature - qui fa un gioco d'occhi memorabile, o di Jeff Bridges - il grande Lebowski - perfetto nella parte dello Jedi - il saccheggio di  Guerre Stellari è poi accuratamente spiegato in sceneggiatura - e degli altri, da Kevin Spacey a Ewan McGregor - tutti compenetrati nel ruolo di soldati,  pronti a salvare il mondo attraverso questa sorta di guerra telepatica, strafalciona e un po' sui generis....

L'uomo che fissa le capre è un film di Grant Heslov del 2009, con Ewan McGregor, George Clooney, Kevin Spacey, Robert Patrick, Jeff Bridges, Stephen Root, Stephen Lang, Glenn Morshower, Rebecca Mader, Nick Offerman. Prodotto in Gran Bretagna, USA. Durata: 93 minuti. Distribuito in Italia da Medusa

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mercoledì, 04 novembre 2009
08:01

In croce

crocefisso Mathis Gothart Grunenwald

Quanto chiasso. Se in un' aula scolastica gli orientamenti religiosi sono molti - o inesistenti - e il simbolo uno solo, quale potrà essere il responso di una Corte di Giustizia che si rispetti? Avallare la tesi della religione o della cultura prevalente, emarginando i diritti delle minoranze?

Impossibile che un organismo internazionale possa esprimersi in tal senso. Nemmeno qui da noi del resto potrebbe esistere legge che impone il crocefisso nelle scuole, tant'è che per giustificarne la presenza, spesso si ricorre all'escamotage del simbolo culturale arcaico. Ma non funziona lo stesso, se la religione di stato è un istituto obsoleto ( oltre che abolito) figuriamoci la cultura.

La Corte si è pronunziata sul ricorso di una privata cittadina insoddisfatta - è un suo diritto -   delle sentenze emesse in Italia, deliberando sulla scorta di quanto disposto dalla Convenzione e dai Protocolli. Inutile far passare quei giudici per laicisti assatanati.

E comunque stiano tranquilli i fanatici dei simboli dell'appartenenza culturale, già pronti a dar battaglia su futuri presepi e recite scolastiche alla porporina. Risarcimento della ricorrente a parte, nulla può accadere, i crocefissi non saranno rimossi d'autorità.

Tuttavia, ogni occasione sembra buona per affermare una supremazia religioso- culturale che vista la temperie, pare semplicemente ridicola. La risoluzione dei problemi andrebbe affidata al buon senso degl'interessati -  insegnanti, famiglie, studenti -  senza avere la pretesa  del Dettato Universale e soprattutto senza conflitti, animosità e guerre sante. La vera laicità risiede nelle regole che, nel rispetto delle Leggi, una comunità può darsi.

Le scelte del cuore come le chiama Fo sul Manifesto di oggi, mal si adattano alla protervia. Converrebbe lasciar libere le classi di trovare ciascuna  la propria soluzione. Altrimenti si sa quanto siano puntigliosi i magistrati, leggono nei loro libri, poi traggono via via conclusioni che non possono non apparire tranchant. Non sempre ci azzeccano ma, direi, che non è davvero questo il caso.

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martedì, 03 novembre 2009
08:08

Distacchi

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I distacchi, avvertono i conoscitori dell'animo umano, sono fondamentali opportunità di crescita. Quando me lo dicono, domando se per caso non vi siano modi meno dolorosi di quelli del lutto, evento realmente definitivo e proprio per questo inspiegabile. Ovvero - ma questo lo tengo per me, temendo di passare per presuntuosa arrogante - se io non sia sufficientemente cresciuta , alla mia non tenera età, da non aver più bisogno di questi strappi per diventare grande.

L'elaborazione del lutto è entrata a far parte del lessico comune, me la auspicano insospettabili verduraie imponendo al proprio linguaggio abituale, sobbalzi da triplo salto mortale con avvitamento. Pare facile. E invece non lo è affatto. Parola di chi questi distacchi sopporta da quando era ragazzina e ora teme un pericoloso effetto domino, essendo il mio povero papà, punto di riferimento di molte altre persone che l'età ha reso estremamente fragili.

Per conto mio, ho ripreso il cammino da subito, seguendo un vecchio istinto ed una di lui,  precisa indicazione. Solo questo blog ha subito una battuta d'arresto, scrivere in certi momenti significa tirare fuori il peggio, tra rabbia, lamenti  e retorica. Questione di pudore - mi piace pensare -  o forse di scarso coraggio, di indisponibilità a mostrarsi. Comunque a lui non sarebbe piaciuto nemmeno questo tipo di cedimento, l'altissimo senso della sua lezione preferita: occhi asciutti, schiena dritta e testa alta, ne avrebbe invariabilmente sofferto.

Così ho deciso che non me ne può fregar di meno dell'elaborazione del lutto. Mi tengo stretto il dispiacere e vado avanti. Che altro non so e non ho voglia di fare.

Nell'illustrazione una sequenza di Baaria. Padre e figlio stanno per assistere al primo film della vita di Giuseppe Tornatore.

Scritto da sedlex in: di me
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domenica, 11 ottobre 2009
07:01

Barbasprechi

barbarossa-130921Inutile ogni questione di attendibilità  storica - anche se sbertucciare un medievista di rango come Franco Cardini, non è stato il massimo del fair play - Niente di strano che il cinema rimaneggi la realtà. E nel momento in cui lo ammette, niente di male.

Non c'è  bisogno di aggiungere molto altro al Barbarossa di Martinelli, il film è stato già abbondantemente strapazzato dalla critica - tranne,  cela va sans dire mais ça va mieux en le disant, da quella de Il Giornale che l'ha trovato uno dei migliori film italiani contemporanei.

Solo ci sarebbe capire con quale faccia tosta  si parla di sprechi, cinema assistito, culturame e sciopero del canone, quando RAI Cinema ha investito insieme al Ministero della Cultura, trenta milioni di dollari per un'opera così priva di dramma da non poter nemmeno essere definita di regime.

Senza scomodare la Riefenstal, mai visto Ettore Fieramosca, Scipione l'Africano e Luciano Serra pilota? Anche le celebrazioni sperticate richiedono originalità e mestiere. (Nell'illustrazione Angela Molina con un'espressione in cui lo spettatore potrà, guardando il film, facilmente rispecchiarsi)

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giovedì, 08 ottobre 2009
21:50

Parole grosse

perry mason

Mi dispiace per Crozza e per la sua divertente copertina dell'altra sera a Ballarò,  ma gli sceneggiatori di Perry Mason erano affiancati da fior di consulenti. Per cui, data la proverbiale pignoleria americana, difficilmente avrebbero consentito la messa in onda di  castronerie del tipo la legge è uguale per tutti ma non nelle sue applicazioni o peggio che il Premier, grazie ad un po' di latinorum e qualche giravolta ...oplà, potesse tramutare la sua identità segreta e da primus inter pares, diventare primus super pares, senza passare per il Via. Cioè senza i dovuti correttivi costituzionali. Roba da scompigliare la permanente al fil di ferro della immutabile Della Street. Ergo, non è a quella scuola che possono essersi formati i legali del premier. Siamo seri.

Ma ora che grazie alla Consulta, la legalità è ristabilita, dove abbiano studiato i fidi difensori della Corona poco conta. Al momento sono di scena i Défilé dei caudatari con le dichiarazioni indispettite - la bocciatura del Lodo, nulla cambierà -  è la più diffusa, seguita a ruota dalla recita di antiche litanie :  toghe rosse, fumus persecutionis, complotti di poteri forti, sentenze politiche e via salmodiando.

Da ultimo, poichè il Presidente della Repubblica ha lasciato intendere di non essere disponibile a pasticci - vedi ricorso anticipato alle urne -  ne' a tollerare nuove leggi  ordinarie che blocchino alcune fattispecie di processo, la rabbia investe anche il Quirinale. Altro che Lodo Alfano, nei confronti del quale Giorgio Napolitano ha sempre dimostrato gran serietà istituzionale e moderazione. Qui si attacca il Presidente per aver sbarrato diverse vie di fuga.

Più che eversivi quelli della PDL sembrano isterici, quanto al peronismo di Berlusconi a me pare che il premier abbia, in questi ultimi tempi, molto più di Evita che di Juan Domingo.

Archiviato il ricorso alla piazza - francamente manifestare contro una sentenza è un po' troppo anche per il populismo più hard - annuncia gran battaglie nelle aule di tribunale che ospiteranno i suoi contenziosi, onde smascherare e irridere i nemici. E va benissimo, perchè sia ben chiaro, qui non si aspetta altro che di veder ristabilita la verità.

Perchè a ben vedere  proprio nulla nulla, la sentenza  non cambia. Magari non ci saranno scenari da tregenda, dimissioni, ne' elezioni, ne' governi tecnici o di salute pubblica. Tuttavia, una cosa è certa :  il premier ora dovrà farsi processare, ovvero attendere fiducioso tutta la corrispondenza che le Procure vorranno inviargli.

Userà la solida maggioranza che si è assicurato per governare e non solo come alibi magari mischiando il dato elettorale con quello del gradimento nei sondaggi. E pazienza se dovrà sottrarre un po' di tempo all'Ufficio cui è demandato per presenziare a qualche udienza. Non è forse sereno lui, rispetto alle accuse? Non sono ferratissimi e combattivi i suoi avvocati?

Quanto a noi, più che scandalizzarci per la pessima considerazione che questo governo non fa mistero di nutrire nei confronti  delle Istituzioni - ne abbiamo ben donde, lo so, ma anche quella pratica rischia di  divenire stucchevole se rimane l'unica forma di opposizione -  abbiamo ottimi motivi  di compiacerci della vitalità dei nostri anticorpi costituzionali. 

Ci sono de' Giudici a Berlino! aveva risposto il famoso Arnold, mugnaio di Postdam a chi lo minacciava d'esproprio, la sua fiducia fu poi premiata. E la storia si ripete ci sono dei giudici alla Consulta! Anche la nostra fiducia ha potuto  aver ragione dell'arroganza.

Scritto da sedlex in: palazzo, palazzi di giustizia
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mercoledì, 07 ottobre 2009
05:52

You know somethin', Utivich? I think this might just be my masterpiece.

Poi dice che gli ci sono voluti dieci anni - inframmezzati, nei ritagli di tempo, dalla realizzazione di due cosucce del tipo  Kill Bill e Grindhouse, per portare a termine questo film .

E ti credo. Prima tira giù dagli scaffali la Cineteca di Babele sana sana, poi scrive a mano, subito dopo copia ( con un solo dito) il tutto su di una Smith Corona dei fine '90 ( memoria sì, ma corta, deve stampare ogni volta la pagina )....

Ma tutta questa semicatastrofe d'imperizia e di stravaganza dei mezzi,  sostiene Tarantino, è una vera salvezza, perchè la scrittura è torrenziale e i personaggi tendono ad andarsene per conto proprio. E quale migliore opportunità per limare, scremare, tagliare se non l'essere privi del copia - incolla? Se lo dice lui. Alla fine del decennale strambuglione, questo è quanto :

Dimenticate il soldato Ryan per spostarvi  nel solco infinitamente più avvincente della Spia di Damasco di Anche i boia muoiono della Grande Fiamma, di Duello al sole, di tutta la fantasmagorica produzione di propaganda nazi, dello spaghetti western, di Quel maledetto treno blindato di Castellari. E così tra Cannoni di Navarone e  Sporche dozzine, badando bene di non  dimenticare Lubitch, ne' Leone, ora mescolando ora agitando l'infinità d'ingredienti,  avrete solo una piccola idea di cosa possa essere il fenomenale  Inglorious Basterd, film porno kosher o maccheroni combat, come è stato catalogato, dato che fare secchi i nazisti come meritano, cioè con ogni mezzo, di cui uno è recuperarne lo scalpo con la mazza da baseball, pare sia meglio del sesso e che il cinematografico dilagante Made in Italy, non occhieggia, ne' sfuma : c'è.

Ma non si pensi al centone delle citazioni più o meno raffinate. Nessuna civetteria cinefila, nessuna frivolezza. Qui semplicemente si rifà la storia, si costruisce la Strategia della Paura per annientare il nemico, si ordiscono complotti in cinema parigini, si rappresenta finalmente la vendetta ebraica - non a caso a Tel Aviv il pubblico è andato in visibilio - si fanno morire i cattivi - Hitler, Goebbles, Goering - tutti insieme e  in un sol colpo. Prima la trappola della Premiere del film di regime, poi il rogo - vero, con tanto di lievi ustioni per gli attori -

Che dire. Null'altro se non che questo film, perfetto nella sua meticolosa stramberia risulta essere un lavoro di gran pregio. Da Stolz der Nation il film - nel film - di propaganda, veramente realizzato e tale da poter piacere al Reich, agli attori incredibili, all'idea dei cinque capitoli - compreso prologo ed epilogo - ognuno con uno stile diverso. Ne' morale, ne' politicamente corretto - avverte l'autore - poichè queste non sono le priorità. Ma poi esce fuori lo stesso un film politico di prim'ordine - e lui, quello che scrive con un dito solo, lo sa molto bene - .

(The masterprice cui allude il titolo del post è la svastica che Raine- Pitt disegna affondando il coltello  nella fronte del perfido nazista fino al cranio. Applausi a scena aperta, in molti cinema della capitale)

Bastardi senza gloria è un film di Quentin Tarantino del 2009, con Brad Pitt, Mélanie Laurent, Christoph Waltz, Eli Roth, Michael Fassbender, Diane Kruger, Daniel Brühl, Til Schweiger, Gedeon Burkhard, Jacky Ido. Prodotto in Francia, Germania, USA. Durata: 153 minuti. Distribuito in Italia da Universal Pictures

Scritto da sedlex in: cannes 2009, la fabbrica del cinema
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